Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 21, 1-14)
In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
Audio della riflessione
Erano tornati a pescare: è finito il tempo della avventura con Gesù … storditi dalla morte e dal dileggio dei benpensanti che vedevano in loro, gli apostoli, dei poveri illusi, avevano ripreso la vecchia amicizia e il vecchio sodalizio del lavoro.
Occorreva tornare a vivere: avevano dentro la certezza della risurrezione, ma ancora non riuscivano a capirne il vero significato, le conseguenze per la loro vita, per il futuro della esperienza credente, quasi che la risurrezione fosse stata solo una “rivincita” di Gesù nei confronti dei suoi nemici … non avevano ancora capito che tutto doveva cambiare, che la prospettiva del loro vivere, del loro credere e del loro sperare era completamente nuova, diversa, non mai prima sperimentata.
Vivere da “risorti” … non era continuare ad adattarsi, ma sprigionare nuova vita, nuovo rapporto con Dio, mettere al centro Gesù, ancor più di quando era vivo tra loro: non avevano ancora capito che toccava a loro fare quel che aveva fatto il maestro, che non potevano starsene più a casa loro a ridirsi la bella esperienza e a sentirsi gratificati di una bella avventura che avevano vissuto.
Cominciavano – forse troppo presto – ad aspettare il suo ritorno, come aveva sempre promesso, e se lo immaginavano imminente, quasi a riempire il loro futuro … ma Gesù non li lascia soli, ritorna a definire mete grandi e a condurre la loro vita al largo: “Gettate le reti dall’altra parte”!
“Come? abbiamo lavorato tutta notte da professionisti, abbiamo raschiato inutilmente il fondo di questo lago e non abbiamo ricavato niente. Adesso viene lui questo turista sconosciuto a darci consigli”.
La forza del comando di quell’uomo però li ha stregati … della serie: “le abbiamo tentate tutte possiamo tentare anche questa”. Non si erano accorti che era Gesù.
Il primo ad accorgersene è Giovanni il più giovane, quello che ne era innamorato perso: l’amore pulisce la vista sempre, ti fa guardare col cuore, trapassa tutte le nebbie e le oscurità … quel che occhio non vede, cuore sente.
Sono ancora loro due alla ricerca del risorto, sono ancora il vecchio e il giovane: stavolta Giovanni intuisce e vede e Pietro si tuffa nel mare e a nuoto arriva a Gesù.
Chi nuota concentra tutte le sue energie verso la meta, i suoi muscoli, la sua intelligenza, la sua forza, il suo sguardo, tutto il suo corpo sono tesi verso il punto di arrivo: è una immagine della nostra vita che tende a Gesù … forse però noi impegniamo tutte le energie per fuggirne, per altre cose che crediamo felicità invece sono inganni.
A Pietro non sembrava vero di poterlo rivedere: era ormai lontano il tempo del tradimento, la fiducia che Gesù gli aveva dimostrato aveva già invaso la sua vita e segnato il suo futuro.
La speranza era diventata realtà e si cambiava in nuova speranza ogni giorno.
1 Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. 2 Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli. 3 Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi. 4 Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». 5 Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. 6 Appena disse «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. 7 Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». 8 Gesù replicò: «Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano». 9 Perché s’adempisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». 10 Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. 11 Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?».
«Dopo queste parole, Gesù uscì con i suoi discepoli» – abbiamo sentito; uscire è una parola chiave nel Vangelo di Giovanni: indica l’uscita dal Padre, richiama l’esodo stesso degli ebrei dall’Egitto, la stessa uscita di Abramo da Ur dei Caldei – come ha vissuto papa Francesco in questo ultimo viaggio in Iraq – uscire, insomma, indica un gesto sempre coraggioso, come tanti si debbono fare nella vita.
«… Al di là del torrente Cedron …», al di là delle acque – quindi – come attraversare le acque al di là del mar Rosso, o le acque del Giordano: queste acque delimitano una schiavitù e quindi andare al di là è uscire da una schiavitù, da un impedimento, per entrare e “gustare una libertà”.
«…dove c’era un giardino…» richiama immediatamente il giardino dell’Eden, del paradiso terrestre – come lo abbiamo chiamato noi a catechismo da bambini – dal quale l’uomo uscì per consumare il suo peccato di disobbedienza a Dio.
«…entrò lì con i suoi discepoli…» Gesù invece vi decide di rientrare: c’è una volontà di Dio da realizzare … anche qui vediamo che Gesù è sempre al centro del racconto, si parla solo di Lui. Giovanni descrive la tragicità di quello che sta capitando, non si ferma a dare descrizione dell’evento, ma attraverso di esso, va oltre, lo colloca in un panorama vasto come la vita dell’universo e di Dio.
«…Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché spesso Gesù vi aveva riunito i suoi discepoli…»; Giuda, un amore respinto, soffre dentro di sé delusioni d’amore, perché Cristo non è stato per lui quello che si immaginava di poter fare contro i romani oppressori, quindi frustrante per la sua passionalità e ultimo motivo per il suo tradimento. Giuda conosce il luogo, riservato, segreto che rende più evidente il tradimento.
«…Giuda intanto era andato a cercare i soldati e le guardie, messe a disposizione dai capi dei sacerdoti edai farisei…», c’è quindi un gruppo di soldati romani agguerriti e di rappresentanti del mondo religioso: C’è insomma una coorte – come fa capire ancora meglio Matteo (Mt 26,47) – armati di spade e bastoni, e tutta la gamma delle inimicizie contro Gesù messe assieme dai sacerdoti del Tempio.
«… con lanterne e fiaccole…»
Queste sono forse superflue perché era una notte di luna piena, ma indicano le tenebre da cui viene tutto il manipolo condotto da Giuda con le sue tenebre.
Non sono lanterne, la parola lampadon in greco non significa lucerne ad olio, per cui deve essere necessario averne un contenitore che fa da riserva e che si consuma bruciando (come del resto pensiamo avvenisse nell’episodio delle 10 vergini che aspettano lo sposo) ma dei bastoni preparati, spalmati a dovere da pece, da incendiare.
Gesù sapeva tutto quello che stava per accadergli. Perciò si fece avanti (esce) e disse: Chi cercate?
Gesù risponde ripetutamente: Io sono e con la luce della sua divinità appare nella pienezza della sua dignità. E’ lui il soggetto. E’ lui che va incontro ed è pienamente cosciente di quello che avviene e che ne consegue. La risposta del manipolo di gente è giusta, ma lui non si presenta tanto come il nazzareno, ma come il vero uomo Gesù nella pienezza della sua dignità di Figlio dell’uomo, di mandato dal Padre, di Figlio di Dio
Con le guardie c’era anche Giuda
Gv ci tiene a ricordare che c’è anche Giuda per indicare la drammaticità di questo dialogo. Gesù è padrone della situazione (è lecito chiederci se questa descrizione è storica o simbolica; sta di fatto che è insegnamento del vangelo). E’ sempre Gesù che domina, Gv lo presenta sempre superiore agli eventi
Gesù domandò una seconda volta: Chi cercate?Quelli dissero Gesù di Nazareth
Ilverbo cercare non è parola a caso, come per dire che volete, che siete qui a fare….è la prima parola che Gesù dice agli apostoli, quando si sente seguito da due di loro, dopo l’indicazione del Battista: Ecco l’agnello di Dio. E’ un verbo di grande denità, che vuole obbligare chi lo cerca ad andare in profondità in questa ricerca. Non è certo la profondità di questa canaglia di gente, che cerca solo un uomo da ammazzare, uno che già hanno dovuto definire come delinquente, come mestatore di popoli. In pratica è come se Gesù dicesse: Cercate Dio o solo un uomo? Loro insistono sulla ricerca di un uomo vecchio. Non arriveranno mai a cercare il Figlio di Dio. Lo farà solo il centurione dopo averlo visto soffrire e morire. “Veramente costui era il Figlio di Dio!”
Si preoccupa della salvezza degli apostoli (Gv 8b-9)
Gesù rispose: vi ho detto che sono io! Se cercate me, lasciate che gli altri se ne vadano. Con queste parole Gesù realizzava quello che aveva detto prima: nessuno di quelli che mi hai dato si è perduto
Nel massimo pericolo si preoccupa dei discepoli e del colloquio col Padre perché si adempisse la Parola del Padre
Simon Pietro aveva una spada: la prese, colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Allora Gesù disse a Pietro: Metti via la tua spada! Bisogna che io beva il calice di dolore che il Padre mi ha preparato.
Pietro era armato, Gesù accettava che qualcuno fosse armato per i loro continui spostamenti in luoghi anche infestati da briganti (cfr il racconto del buon samaritano). Pietro colpisce per istinto secondo i principi di questo mondo. Gesù però riporta la reazione difensiva di Pietro oltre la violenza, vive sempre come persona in dialogo, non impulsivo, non smarrito, sempre come superiore alla dinamica degli eventi e, anche qui, come soggetto che determina o almeno guida la sua passione.
Se avete badato il vangelo di Giovanni non dice niente qui della agonia di Gesù nell’orto, niente sui discepoli, sullo stesso bacio di Giuda, non c’è la distinzione di Marco dei tre tipi di discepoli. Qui Gesù non viene legato subito e questo avverrà dopo il versetto Gv18,12
Proviamo ora a riflettere su queste informazioni che ci hanno reso più consapevoli di chi è Gesù e di come si comporta.
Gesù non trasforma i fatti, ma li trasfigura. Ciascuno di noi nella sua vita non è solo un esecutore di cose che gli capitano, ma può tra-passare, andare oltre le tragedie umane, essere veramente lui il soggetto della sua vita, tenerla sempre in mano, non lasciarsi mai vivere, abbandonare tutto a quel che capita. Ci possiamo fare qualche domanda:
Questa pandemia la devo subire solo o posso affrontarla con la mia dignità di persona? La perdita di lavoro o di qualche persona cara è tutto quello che posso pensare o c’è una capacità mia di non subire, ma di accogliere e collocare su un piano mio personale, del mio modo di vivere, dei miei progetti di vita e non perdere proprio il fatto che sono io che li vive, non che li subisce? Facciamoci aiutare dai grandi simboli di Giovanni per rifletterci sopra e applicarli alla nostra vita:
uscire, come esodo e atto di coraggio, cambiare modo di vivere…Da che cosa devo uscire che mi trattiene? Ho coraggio di lasciare vizi, abitudini da schiavo, situazioni incallite che fanno male a me e agli altri?
entrare nel giardino significa nella terra promessa, aprirsi al futuro di Dio. Che futuro ha Dio per me? C’è una palude della mia vita di affetti, di relazioni, di rapporti che devo lasciare per entrare in un futuro diverso come Dio me lo fa capire?
andare al di là delle acque, superando le schiavitù. Quali sono le acque che mi imprigionano nei miei vizi o peccati o balordaggini o atti che fanno male a me, ai miei familiari…?
ricerca dell’uomo: che uomo cercate? Quello smarrito o l’uomo nuovo? Che uomo cerco in Gesù? Quando cerco qualcuno/a, ho la consapevolezza di una novità che mi si può rivelare o ho già preparato una casella in cui imprigionarlo o imprigionarla? La mia ricerca affettiva è aperta, permette che mi cambi o l’ho già asservita al mio modo di essere, di pensare, ai miei buchi che deve riempire?
Come riesco a stare con Gesù nelle mie prove?
Sono soggetto, mi prendo in mano la vita?
Sono persona, rimango in dialogo con la vita, le persone, il prossimo?
Rivediamo gli atteggiamenti di Gesù e come è sempre stato lui il soggetto degli avvenimenti.
Gesù è sempre soggetto e persona nella passione, morte e risurrezione
Contempliamo la Trinità nella croce di Gesù e come si configura la condizione della persona alla luce della narrazione evangelica della Passione, morte e risurrezione di Gesù dell’apostolo Giovanni.
Appoggiamo tutte le nostre riflessioni su un principio base.
Gv 3, 16 Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chi crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna
Sviluppiamo questo principio a partire dal Gv 13, 1-3
1Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. 2Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, 3Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava .
Questo “sapendo” espresso due volte così ravvicinate ci dice che Gesù conosce tutto quello che andrà a capitargli in questa dolorosa e cruenta conclusione della sua missione per la nostra salvezza e ci permette di essere sicuri
della conoscenza di Gesù del suo futuro
della coscienza che la sua ora è giunta e che ha tutto nelle sue mani
della percezione degli ostacoli che incombono
della decisione interiore “li amò sino alla fine”
Questa non è coscienza che si è improvvisata solo al momento della sua passione e morte, ma è maturata durante tutta la sua vita entro un contesto più ampio
La sua consapevolezza di essere il buon pastore (cfr Gv10, 10-11. 15. 17-18)
La sua concezione di amicizia (Gv 15, 13ss)
Un contesto profetico: dice di Lui il sommo sacerdote Caifa cfr (Gv 11.50)
Un contesto estatico cfr Gv 12,25
Un contesto eucaristico cfr Gv 6,51
In questi testi della scrittura Gesù appare, si staglia, come soggetto e persona
soggetto
Gesù tiene in mano la propria vita come totalità, in una visione unitaria sia tra i vari momenti, come nella loro sequenza; dalla nascita alla giovinezza a Nazareth, alla vita pubblica, alla sua predicazione, ai conflitti con gli scribi e i farisei, alla passione , morte e risurrezione. Noi invece viviamo la vita fatta di pezzi; piuttosto staccata e al massimo incollata. C’è stata un infanzia, una adolescenza, un periodo di studi medi, una scelta vocazionale, la decisione, una serie di esperienze o incarichi o mansioni o responsabilità, una vita adulta e ora magari la pensione… tutti elementi staccati, o accostati. Occorre invece prendere ogni pezzo della nostra vita farne una sintesi e unirla a quello che ci aspettiamo, la nostra morte o meglio il nostro ritorno a Dio. La vita e la morte come un insieme che ci è dato da Dio. Prendere in mano la nostra vita come totalità e offrirla a Dio. Siamo creati da Dio e siamo sempre nelle sue mani in senso passivo e in senso attivo. Siamo spesso disturbati da morti violente, inaspettate, magari da incidenti e ci domandiamo spesso: che senso ha? Ricordo il mio incidente quasi mortale con 17 giorni di coma. Al risveglio la cosa che mi ha fatto più male era che sarei potuto morire senza aver avuto una visione intera, unita di tutta la mia vita, senza aver mai fatto una sintesi. Il senso del vivere lo capiamo forse un poco di più se guardiamo con totalità sia la vita che la morte, accogliamo anche l’eternità che è la nostra destinazione. Contempliamo un poco più spesso Gesù soggetto delle sue azioni che accoglie tutte dal Padre. Fino a che punto viviamo come soggetti della nostra esistenza?
Persona
La persona si qualifica soprattutto come luogo di relazioni, come soggetto che si apre agli altri. Diceva un rabbino che il Giordano è un fiume che forma due laghi: uno vivo e l’altro morto. Il primo è quello di Tiberiade in cui entra acqua e ne esce: è vivo; riceve e dona, il secondo è il mar morto che riceve soltanto e quindi muore.
Gesù è totalmente persona: prende dal Padre e dona, riceve con gratitudine e dona con gratuità. La legge del dare la vita è principio generale per guardare alla vita, è interpretativo dell’esistenza umana, la condizione dell’essere uomo e dell’essere cristiano.
Sa guardare alla sua vita con totalità
Gesù ha una legge dentro di sè che è quella del dare la vita; nel suo modo di guardare alla vita ha questo principio interpretativo dell’esistenza.
Un grande compito di Gesù è quello di essere rivelatore del Padre, ma è pure colui che dà la vita per bere il calice del Padre; dà la vita per noi, in nostro favore o al posto di noi. Cose che vanno assieme.
Ci nasce allora un rendimento di grazie a Dio perché La nostra fede ci dice (2Cor 4-16) che l’esteriore si corrompe, ma l’interiore si rinnova di giorno in giorno e così sarò ancora di più quando mi affiderò nella mia morte al Padre. Scambio reciproco di dare e avere come persone, che è anche causa di sofferenza a causa del peccato.
Ma Gesù è anche colui che dà la vita “per noi” e “in favore”, al posto di noi, come Caifa disse di Gesù, (cfr Gv11, 50-52)“Voi non capite nulla 50e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. 51Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione 52e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.
E’ questa decisione per noi che dà gioia, senso e speranza alla nostra vita. Possiamo ringraziare Dio perché se ci riferiamo a chi vive alla giornata, se ci paragoniamo con coloro che non hanno speranza, che vivono in balia del caso, che non mettono pensiero al come e perché vivono, a noi è dato con Gesù di cogliere l’insieme della nostra esistenza. compresa la stessa decadenza e questo ci rivela il senso dell’esistenza intera. Qui possiamo utilmente e bene riferirci anche a quanto dice san Paolo che interpreta la vita, la morte e la passione di Gesù cfr (2 Cor 4, 16)
16Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. 17Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, 18perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne.
Il senso della nostra decadenza, della fine, della morte è momento dell’atto supremo di abbandono nelle braccia del Padre e questo ci permette di vivere con gratitudine, anche se sperimentiamo sofferenza, la nostra soggettività, l’essere soggetto sempre della nostra esistenza e persona nella nostra vita.
Appendice
Gesù è rivelatore del Padre
Nessuno ha mai visto Dio: il Figlio unico di Dio, quello che è sempre vicino al Padre, ce l’ha fatto conoscere (Gv 1,18)
Nessuno però ha visto il Padre, se non il Figlio che viene dal Padre. Egli ha visto il Padre (Gv 6,46)
“Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? (Gv14,9-10)
6Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola. 7Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato (Gv 17,6-8)
PS
Cfr Raymond Brown, La morte del messia. (atteggiamento di Gesù nella narrazione della passione in Giovanni pg 54ss.) Ed Queriniana
L’arresto di Gesù
Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 18, 1-11)
1Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. 2Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli. 3Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi. 4Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: “Chi cercate?”. 5Gli risposero: “Gesù, il Nazareno”. Disse loro Gesù: “Sono io!”. Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. 6Appena disse “Sono io”, indietreggiarono e caddero a terra. 7Domandò loro di nuovo: “Chi cercate?”. Risposero: “Gesù, il Nazareno”. 8Gesù replicò: “Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano”. 9Perché s’adempisse la parola che egli aveva detto: “Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato“. 10Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote egli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. 11Gesù allora disse a Pietro: “Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?”.
La sua consapevolezza di essere il buon pastore (cfr Gv10, 10-11. 15. 17-18)
11Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. 15come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore… 17Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.
E’ un eccesso di rapporto con le pecore, non è una prassi dei pastori, perciò è una sua volontà precisa
La sua concezione di amicizia (Gv 15, 13ss)
13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perchè il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perchè tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi.
E’ una consapevolezza precisa della missione che ha accettato dal Padre e che va a realizzare fino alle sue ultime conseguenze.
Un contesto profetico: dice di Lui il sommo sacerdote Caifa cfr (Gv 11.50)
“Voi non capite nulla 50e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. 51Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione 52e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.
Che poi è richiamato più avanti in Gv 18,14“Voi non capite nulla 50e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. 51Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione 52e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.
Un contesto estatico cfr Gv 12,25
25Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna.
E’ un dato di fatto scritto dentro la dimensione umana dell’esistenza proiettata sul suo futuro.
Un contesto eucaristico cfr Gv 6,51
51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Gesù entra nella sua passione con questa conoscenza e coscienza, quindi è padrone degli eventi; è lui che si fa arrestare, non lo arrestano; è lui che giudica, non è giudicato; è lui che accetta la morte e muore, non è ucciso.
Questa figura di Gesù che si staglia dignitoso nella sua passione conoscendo quello che gli capita, e avendone una precisa coscienza, è presente anche nei sinottici
Mc 8, 31 Poi Gesù rivolto ai discepoli, cominciò a dire chiaramente: il Figlio dell’uomo dovrà soffrire molto… lo condanneranno; egli sarà ucciso…ma dopo tre giorni risorgerà
Lc 9, 30-31 durante la Trasfigurazione con Mosè e Elia: Essi parlavano con Gesù del modo con il quale egli avrebbe concluso la sua missione in Gerusalemme
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 21, 20-25)
Audio della riflessione
Oggi è una giornata di conclusioni, di rilancio, di speranza: la messa di stamani ci riporta nel Cenacolo a vivere l’ultima attesa.
La storia della chiesa primitiva si conclude: Paolo è arrivato finalmente a Roma, è agli arresti domiciliari, ma nessuno lo ferma nella sua decisione di far conoscere Gesù; a Roma ci sono tanti ebrei che lo possono consultare, ma soprattutto tanti pagani cui lui vuole annunciare la figura di Gesù, risorto e salvezza di ogni uomo, e proprio a Roma si può dire che si aprono le porte dell’occidente alla luce del Vangelo.
Il Vangelo di Giovanni – pure – si chiude: Pietro e Giovanni si accommiatano; gli apostoli si sentivano prima di tutto testimoni di Gesù, della sua vita, della sua dottrina e specialmente della sua risurrezione: hanno una missione nel mondo e nella storia di garanti della verità trasmessa come testimoni, chiamati ad esserli da Dio.
Ci viene quindi richiamata la missione di ogni cristiano: ognuno di noi deve essere segno visibile, mediante la sua vita, della parola in cui crede.
Gli Evangeli che abbiamo letto e su cui abbiamo riflettuto, e in quest’ultimo tempo soprattutto il Vangelo di Giovanni, ci danno l’immagine del testimone che dobbiamo realizzare nella nostra vita in maniera originale: non siamo mai fatti con lo stampino.
La Parola di Dio scava nelle nostre vite cose diverse, meravigliose, importanti e da comunicare: è il tempo dell’andate, dell’uscite, dell’Ascensione di Gesù, delle sfide che ogni giornata sicuramente non ci farà mancare.
In questo tempo pasquale siamo stati serrati nella nostra pandemia: sembra che ci lasci … ora si potrà sperare che ci abbandoni del tutto?
Ci aspetta un periodo difficile di ricupero forze, energie, impegno, solidarietà, ma l’attenzione più alta deve essere a non tornare ai vecchi tradimenti della fede e della noia di essere cristiani.
Questa sera, questa notte, molti faranno la veglia: è una veglia come quella che ha anticipato la pasqua; ricordo che gli scout si trovano tra di loro, accendono fuochi, fanno proprio la veglia in preghiera e rinnovano la loro grinta formativa e di servizio.
E noi allora, in questa notte che precede la pentecoste, che precede la venuta dello Spirito Santo, che vogliamo ricelebrare con molta intensità, ora che possiamo anche partecipare alla celebrazione eucaristica, pur se con tante condizioni, dobbiamo aprire il cuore alla venuta dello Spirito.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 21, 15-19)
Audio della Riflessione
C’è bisogno ogni tanto di rifondare le cose più importanti che viviamo: assumiamo un incarico nella amministrazione comunale, sarà bene conoscere meglio la Costituzione Italiana; facciamo parte di qualche associazione di volontariato? sarà utile conoscere bene le disposizioni legislative del terzo settore; sarà importante conoscere oppure facciamo parte della chiesa e vogliamo accostarla con più rispetto e conoscenza o ancor meglio prenderci alcune responsabilità cui siamo stati chiamati, e sarà importante conoscere in senso biblico, cioè fare esperienza concreta della Chiesa.
Ecco, il tempo di Pasqua è stato un tempo molto utile per ricostruire tutti gli elementi fondamentali della vita della Chiesa, e ci sono stati presentati nelle letture della Messa, che avevano sempre gli Atti degli Apostoli, cioè questa entusiasmante vita dei primissimi cristiani a partire anche da quando ancora non erano chiamati così.
E’ in questa ultima settimana che insiste sulla Pentecoste: abbiamo riflettuto sulla bellissima preghiera di Gesù, prima della sua morte e risurrezione, e oggi contempliamo l’ultima chiamata di Pietro, quella del Conclave, cioè il giorno in cui Gesù lo fa responsabile della Chiesa, lo fa il primo papa.
Vi ricordate … o leggete il Vangelo … c’è quel famoso dialogo con tre domande imbarazzanti che fa Gesù a Pietro: “Mi ami? Mi ami davvero? Mi ami più di costoro?“
Ad ogni risposta Gesù gli aumenta la responsabilità sulla Chiesa, fino a farlo papa.
Per dirigere gli altri occorre prima di tutto dare la prova di un amore più grande … però è troppo facile dire “ti amo”: può essere una dichiarazione leggera, pure una dichiarazione sincera, ma che nasce dall’entusiasmo e dalla presunzione di sé.
Pietro, al quale Gesù riserva un ruolo che richiede soprattutto un grande amore e una grande fedeltà, si era imbarcato troppo facilmente nel suo ruolo futuro, giurando una fedeltà e un amore che, alla prova dei fatti poi, si è dimostrata fragile e incerta.
Gesù, con le sue domande, non vuole cacciare in gola a Pietro altri fatti incresciosi: non ha mai chiamato nessuno a rendiconti del proprio operato, ha sempre caricato tutto di perdono, di fiducia, di nuove proposte più impegnative.
Pietro però deve sapere che la sua vocazione al primato pastorale non dipende e non è legata al suo merito, ma alla scelta di lui che il Signore fa, per questo dovrà amare di più.
E’ un episodio questo che avrà sostenuto non un papa solo al momento della richiesta di accettazione dei voti dei confratelli cardinali in Conclave.
Anche il suo rinnegamento è una lezione: non ha disimparato l’amore di Cristo, ha imparato il timore di sé; non ha trascurato la carità, ma ha trovato l’umiltà e la fiducia nella forza di Gesù.
Nella Chiesa tutti noi battezzati abbiamo un posto perché siamo stati scelti da Gesù e quindi senza timore di non essere all’altezza del compito, ma disponibili a farsi correggere.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 21,1-14)
Audio della riflessione
La piccola comunità degli apostoli ha ripreso la sua vita, ma si porta dentro una verità che prima o poi dovrà esplodere: la gente li ritiene i poveri illusi che hanno avuto un po’ di notorietà al tempo di quel Gesù che è finito male, loro dicono per consolarsi che è risorto, ma sono tutte illusioni.
Intanto sono saggi: se si sono lasciati montare la testa ieri, oggi almeno sono tornati a pescare e hanno la concretezza di non vivere di miracoli, “in quella notte non presero nulla”, dice il Vangelo.
Sono tornati alla durezza della vita, ma la compagnia è di gente con dentro una certezza: Lui è risorto. Se lo dice Pietro, se lo dice Tommaso che è con Lui … ha tergiversato, si è ostinato, ma non ha potuto non credere: quel “mio Signore e mio Dio” gli ha riempito la vita.
C’è Natanaele un giovane schietto: ha sempre detto pane al pane, vino al vino, si è lasciato affascinare da Gesù; c’è Giovanni il giovane entusiasta intuitivo, con l’occhio limpido e il cuore sgombro: è lui che riconosce laggiù sulla riva Gesù, «È il Signore!» dice a tutti.
Avere questa capacità di vedere nella vita il Signore è compito di ogni cristiano, riuscire ad andare oltre i fatti, oltre le nebbie del nostro egoismo, essere capaci di andare al cuore della vita per incontrarne il Signore, è frutto di pazienti avvistamenti fatti di ascolto della Sua Parola, di preghiera, soprattutto di amore: Giovanni era giovane e innamorato.
L’amore ti pulisce la vista: Giovanni lo vede e Pietro si butta a nuoto per andargli incontro, stavolta è Pietro che precede Giovanni, non è come la sera di Pasqua che Giovanni l’aveva battuto nella corsa al sepolcro, stavolta è Pietro che raggiunge Gesù.
Il suo nuotare nel mare è simbolo del nostro andare verso Gesù: è una concentrazione di energia, di sguardo verso la meta, di coordinamento dei movimenti, di sforzo costante, di desiderio di arrivare.
Gesù lo si raggiunge così, non a caso: è lui che si offre, ma sei tu che lo devi desiderare, e ricordiamoci che il luogo più frequente in cui lo incontriamo è sempre il prossimo, il povero, chi è di nessuno, la tua coscienza, la croce.
E il prossimo non è un elenco di persone, ma sei tu che ti devi fare prossimo a chi la vita ti presenta.
In questi mesi ci siamo fatti tante domande: dove è Dio, se siamo così tribolati? Che devo fare? Chi devo essere per le persone che non posso incontrare nemmeno più? Siamo rientrati in noi stessi, ci siamo ripresi in mano la vita, ma non è sufficiente, la nostra solitudine diventa luce e capace di futuro se siamo capaci di convertirci.