Cercare seriamente, affidarsi e decidersi

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 11, 27-33)

Andarono di nuovo a Gerusalemme. E mentre egli si aggirava per il tempio, gli si avvicinarono i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farlo?». Ma Gesù disse loro: «Vi farò anch’io una domanda e, se mi risponderete, vi dirò con quale potere lo faccio. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi». Ed essi discutevano tra sé dicendo: «Se rispondiamo “dal cielo”, dirà: Perché allora non gli avete creduto? Diciamo dunque “dagli uomini”?». Però temevano la folla, perché tutti consideravano Giovanni come un vero profeta. Allora diedero a Gesù questa risposta: «Non sappiamo». E Gesù disse loro: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

Audio della riflessione

La ricerca della verità nella vita è sempre urgente e sempre faticosa: in una mentalità molto caratterizzata da sequenze numeriche, sequenze razionali, ricerca di prove irrefutabili e inoppugnabili è evidente che esistono esperienze o fatti che non possono rispondere solo alla razionalità.

Noi credenti, per dimostrare la verità della nostra fede, spesso ci prepariamo a rispondere con il massimo di razionalità e onestà, ma ci accorgiamo che in questo modo riduciamo la fede a una somma di verità umane!

Gesù un giorno si è trovato di fronte a una domanda impertinente dei suoi soliti avversari, che avevano la vocazione a giudicare piuttosto che a ricercare la verità … e Gesù, che legge nel cuore di questi uomini, come legge nel cuore di ciascuno di noi, smaschera la comodità dello stare a giudicare senza mai sentirsi coinvolti e li provoca a prendere una decisione: “Chi era per voi Giovanni il Battista? L’avete seguito o l’avete snobbato? Che posizione avete preso di fronte alla sua predicazione? È stato un esercizio di retorica o vi siete lasciati cambiare la vita? Vi siete mescolati alla gente che lo seguiva per farvi vedere e riuscire a stare a galla sempre e comunque, per posa, oppure condividete con il popolo questo slancio di purificazione, questa voglia di ridare vita all’esperienza religiosa?”

Nessuno risponde.

“Siccome non mi date risposta, nemmeno io vi do la mia.”

Nella vita spesso non siamo coerenti, di difetti ne abbiamo tanti, di cose sbagliate per debolezza ne facciamo anche di più … è peggio però non prendere mai una decisione, lasciarsi trascinare dall’opinione corrente!

La vita ha bisogno di essere affrontata prendendo posizione! Navigare a vista aguzza la capacità di adattamento, ma purtroppo sempre al ribasso.

Sappiamo che la fede è sempre un rischio, un salto nel buio, un abbandonarsi, l’appoggiarsi all’amore di Dio che è fedele, nell’oscurità dell’intelligenza tante volte e nel vuoto di ogni sicurezza umana.

I segni che portano alla fede pure ci sono: la realtà è tutta un segno, ma questo segno può essere letto alla luce della fede. Ci si abbandona all’azione trasformante di Dio e si sperimenta di essere nella vita, nella verità e nell’amore e si ha l’esperienza della verità di Gesù Cristo, cosa che gli interlocutori di Gesù non hanno mai voluto fare.

Noi invece ci decidiamo e ci abbandoniamo a Lui.

29 Maggio 2021
+Domenico

Fede, preghiera e perdono

Una riflessione sul Vangelos secondo Marco (Mc 11, 11-25)

11 Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici diretto a Betània. La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. E avendo visto di lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se mai vi trovasse qualche cosa; ma giuntovi sotto, non trovò altro che foglie. Non era infatti quella la stagione dei fichi. E gli disse: «Nessuno possa mai più mangiare i tuoi frutti». E i discepoli l’udirono. Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. Ed insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!». L’udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutto il popolo era ammirato del suo insegnamento. Quando venne la sera uscirono dalla città. La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle radici. Allora Pietro, ricordatosi, gli disse: «Maestro, guarda: il fico che hai maledetto si è seccato». Gesù allora disse loro: «Abbiate fede in Dio! In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Lèvati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato. Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati».

Audio della riflessione

Ogni brano di Vangelo che ad ogni messa la chiesa ci propone noi lo leggiamo e meditiamo perché è una scuola di vita. Siamo sempre alla scuola di Gesù; oggi ci presenta tre elementi determinanti della nostra  vita cristiana 

Il pretesto lo coglie da Pietro che si meraviglia, come forse abbiamo pensato noi, dell’atteggiamento di Gesù per un fico che viene seccato: il fico seccato è immagine del tempio che verrà ad essere assolutamente inutile per Israele e il suo tempo ormai è finito … e qui si intrecciano fede, preghiera e perdono.

La fede è questa adesione all’uomo Gesù che ci porta a camminare sulle sue orme e non può essere una qualità dell’uomo, che rischia sempre di venir meno perché si scoraggia di fronte alle difficoltà e poi, per come siamo fatti, terminerà alla morte la nostra fede.

Essa è il grande dono di Dio , che ci si dona in Gesù nel suo amore fedele che non viene mai meno; questa fede non solo può smuovere le montagne, ma può scuotere anche l’inerte immobilità dei discepoli e metterli sul cammino di Gesù.

Noi con questa fede possiamo vivere come ha vissuto Gesù: è una fede onnipotente perché tutto le è stato accordato dalla fedeltà di Dio.

Se Dio non ha risparmiato il proprio figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui (Rom. 8, 32).

E qui si inserisce l’altro bel dono che è quello della preghiera: quanto domandiamo nella preghiera siamo sicuri di ottenerla e la otterremo.

Abbiate fede nella preghiera: è una fede che si identifica col  seguire Gesù, è la fonte, la forza, l’impeto di questa sequela.

Quanto è distante da questa preghiera tutto quel mercanteggiare che Gesù si vede davanti nel Tempio, e quindi è naturale la sua riprovazione, perchè richiama il tempio ad essere la casa della preghiera … ma, non si può pregare se non siamo fratelli: tra fratelli c’è sempre lo spazio del perdono vicendevole.

Il fondamento della nostra fraternità che ci permette di pregare con verità è il perdono ricevuto: il Padre ce lo ha donato in Gesù, che è il nuovo Tempio aperto a tutti. Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio abita in noi e noi siamo nel suo perdono e nella sua pace, come il suo amore è in noi nella sua pienezza, e questo perdono dobbiamo viverlo con tutti e sempre: non c’è misura che lo costringa nei limiti della nostra fragilità, è il sangue che Gesù ha sparso per tutti!

Allora siamo istruiti che nella preghiera si dà il primato alla fede intesa come sequela di Gesù, che ci ha amati fino in fondo rendendo possibile il perdono e l’amore.

Questa è la fede che vince ogni ostacolo e questa fede dobbiamo chiederla insistentemente con la preghiera.

28 Maggio 2021
+Domenico

Gettò via il mantello, balzò in piedi, venne da Gesù

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 10, 46-52)

E giunsero a Gerico. E mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.

Audio della riflessione

Ciechi lo siamo un po’ tutti, o perché non vogliamo vedere tante cose, o perché siamo superficiali, distratti e autocentrati: con molte persone annaspiamo nel buio, di fronte ai bisogni voltiamo le spalle.

Il cieco, che deve per forza udire Gesù, perché urla a più non posso la sua disperazione, è un vero cieco: non vede, ha bisogno di tutti, ha una vita in grigio, studia tutti i piccoli rumori e tutti i passi della gente perché la sua vita dipende in tutto dal loro accorgersi di lui.

Arriva Gesù, sente un vociare di persone, sente nell’aria la sua presenza benedicente e si mette a gridare nonostante tutti cerchino di farlo tacere.

Gesù lo ode e lo fa chiamare. Bellissimo per lui sentirsi dire: coraggio, alzati, ti chiama. La forza della disperazione che aveva in corpo, la condanna al buio che da sempre lo possedeva riesce a fargli godere un contatto, e tre verbi dicono la sua gioia, la sua soddisfazione, il suo slancio, la sua speranza, la fine della sua disperazione: gettato via il mantello, balzò in piedi, venne da Gesù.

Avesse anche la nostra vita questo slancio, questa decisione, questo obiettivo, quando il male ci ammorba, quando le tenebre del male ci opprimono, ci condannano al buio! Quando la pigrizia del quotidiano ci annoia, quando le nostre strade si fanno cattive, quando siamo incupiti nei nostri egoismi.

Le nostre sicurezze false le dobbiamo buttare! I nostri balzi nella vita vera li possiamo mostrare e finalmente saremmo ai piedi di Gesù!

E Gesù gli ridona la vista … ma la cosa più bella che chiude la sventura del cieco di Gerico e lo apre a una decisiva avventura nella vita, è che prese a seguire Gesù: aveva avuto la vista, era stato guarito, ma aveva anche capito che la sua esistenza non poteva ritornare alla strada dell’accattonaggio che aveva sempre fatto, ma alla strada di Gesù, alla strada della vita che è Gesù.

Il cieco rappresenta tutti noi: è l’immagine della nostra comunità cristiana, della nostra parrocchia o della nostra chiesa; il miracolo è quello di aprire a tutti gli occhi, in modo che possiamo vedere il cammino di Gesù e lo possiamo seguire!

Vedere significa credere, significa essere salvi, se come il centurione guardando a Gesù Crocifisso che muore sapremo dire “costui è il figlio di Dio”.

27 Maggio 2021
+Domenico

Sulla via della croce non ci si sente mai scavalcati

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 10, 32-45)

Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti; coloro che venivano dietro erano pieni di timore. Prendendo di nuovo in disparte i Dodici, cominciò a dir loro quello che gli sarebbe accaduto: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni risusciterà».
E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
All’udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Audio della riflessione

Siamo sempre tutti orientati a strappare il massimo di soddisfazione, di gioia, di “immagine” da quello che ogni giorno ci capita di fare … ancor più se ne impostiamo noi gli obiettivi, o siamo noi stessi che vogliono sfruttare ogni occasione per “emergere” o per lo meno averne ogni  minimo vantaggio.

Gli apostoli che condividevano con Gesù la sua vita, i suoi spostamenti, le sue peregrinazioni non erano entrati facilmente nello spirito con cui le viveva Gesù, anzi, erano molto contenti di qualche momento di notorietà, talora forse anche di interesse personale da ritagliare per sé, per esempio dopo una moltiplicazione dei pani, tanto che Gesù volle che subito … dopo la raccolta dei resti si imbarcassero per andare altrove, mentre lui si fermava una notte e pregare, perchè loro avevano già paura di essere “scavalcati” da qualcuno nei “posti vicino a Gesù”.

Ecco allora in maniera evidente la prospettiva che Gesù pone a chi gli fa giungere la domanda di un posto privilegiato nel suo regno di cui spesso parla a loro: la vera grandezza del discepolo consiste nel bere lo stesso calice che lui ha bevuto ed essere battezzato dello stesso suo battesimo! Il calice che lui berrà e che, come i suoi discepoli sarà tentato di rifiutare nel Getsemani, è un calice di amarezza, di ira e di furore; è la sua uccisione in croce, è il dono della sua vita, preannunciato nell’ultima cena con le parole “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue dell’Alleanza sparso per voi e per tutti”.

Bere il suo calice è partecipare al suo destino, non è un atto simbolico liturgico, come lo stiamo spesso riducendo noi, ma è diventare suoi discepoli fino alla morte!

Tutto questo i suoi discepoli non lo avevano capito, fino a quella penosa fuga che li dileguò tutti o quasi, non solo dalla partecipazione alla sua dolorosissima passione, ma dalla sola stessa presenza per un minimo di condivisione.

Aver parte alla sua gloria significa, per un suo qualunque discepolo, seguirlo fino al Golgota: era, in altre parole, essere battezzati nel suo battesimo; lo capiranno sicuramente più tardi tutti gli apostoli perché ne condivideranno un cammino di croce e di morte e potranno insegnare a tutto il mondo quale è la vera sequela.

E noi oggi condividiamo tutta la sorte di Gesù nel battesimo, che è immersione sacramentale nella sua morte e risurrezione, simbolo di una vita donata, come deve essere quella di ogni cristiano, che mette la sua esistenza al servizio degli altri, che sa ritirarsi per far crescere.

Il più grande è chi si sente solo servo!

In questo cammino siamo tutti orientati e il tempo cosiddetto “ordinario” della liturgia che comincia dopo la celebrazione dei misteri di Gesù, dopo la discesa dello Spirito Santo, è tutto rivolto a far diventare vita concreta, esperienza quotidiana quello che abbiamo celebrato, contemplato e adorato.

26 Maggio 2021
+Domenico

Hai rinunciato a qualcosa? in verità hai fatto la scelta giusta

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 10, 28-31)

Lettura del Vangelo

Pietro allora gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna. E molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi».

Audio della riflessione

Spesso si dice “Ci sarà qualcosa oltre questa vita? C’è qualcosa di là? Stiamo qui tanto a soffrire, a lavorare, a faticare per tutti, ma avremo davvero un premio? O non val forse la pena di fare i furbi come fanno tutti? C’è ‘ste paradiso o è un pio inganno per noi poveracci e sfortunati?”

Impostato così il problema sembra che credere in Dio sia una sorta di commercio: “Io ti do e tu mi dai. Io mi comporto bene e tu mi premi. Io pago la polizza e poi vengo a riscuotere.”

Sembra quasi che la religione sia una assicurazione: se ti comporti bene, se vai a messa tutte le domeniche si abbassa il colesterolo, non  ti viene l’infarto … abbiamo proprio ridotto la fede a quel prodotto che ti allunga la vita, come il telefono.

Se invece credere in Dio è un atto di amore, l’amore si porta dentro la sua gioia e la sua pienezza: la sua gioia, proprio perché è un cuore che ama, non ti pesa quello cui rinunci e non ti pesa quello che fai per vivere bene l’amore che doni.

Da quando in qua due innamorati stanno a farsi rincrescere i tempi dell’attesa, i regalini che si sono fatti, le ansie, i tempi dello stare insieme, l’aver lasciato impegni e amici per potersi incontrare?

Quando cominceranno a presentarsi la lista delle cose che uno ha fatto per l’altra, l’amore sarà già finito da un pezzo. E noi a Dio presentiamo la lista dei meriti? Io ho fatto questo, quest’altro… Io solo, io… C’era nel Vangelo un fariseo che ragionava così, che credeva di poter guardare Dio negli occhi, tanto si sentiva tronfio e gonfio di sé.

Se Dio amore, come ci ha ricordato nella sua prima grande lettera papa Benedetto, è già Lui il centuplo che otteniamo per tutto quello che gli mettiamo a disposizione… e Dio non è un “pidocchioso” – come spesso siamo noi – che stiamo al lesinare, a calcolare, a farci rincrescere tempi e gesti di generosità: Dio si mette in gioco tutto, il premio della nostra fede è Lui, sono le sue braccia, è il suo cuore, la sua pace, la sua bellezza e bontà.

Non sono i suoi vitelli per far festa con gli amici e – magari senza di Lui – che ci interessano, ma è Lui, il Signore, perché è sempre e solo Lui la speranza vera … e quando trovo Lui posso vivere di speranza!

25 Maggio 2021
+Domenico

Andate, uscite dal ghetto in cui state rintanati

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16,15-20)

Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano.

Audio della riflessione

Mi piace pensare alla vita come a un grande pendolo che oscilla e che sposta i nostri sentimenti, le nostre tensioni ora su una prospettiva ora sull’altra. È il caso del nostro vivere sociale: s’è spostato per tanti anni su idee di universalismo, ora sembra che invece conti di più il particolare, quello che è nostro, che possiamo godere, che ci dà sicurezza e identità, un contorno che ci permette di riconoscerci tra noi, di godere delle nostre tradizioni, di non sentirci espropriati delle nostre radici. La pandemia poi ci ha sconvolto tutti, ci ha interrotto la solitudine, anche se abbiamo dovuto vivere isolati, per bisogno di sicurezza.

Forse si stava fissando troppo su questa ricerca di sicurezza anche il pendolo della vita degli Apostoli, dopo lo sconquasso crudele degli avvenimenti della passione e morte di Gesù, dopo la insperata e ritrovata felicità di vederselo vivo, risorto a ritemprare forze e stimolare volontà. Era stata di nuovo ricomposta la piccola comunità. Certo tutto non era più come prima, ma la tentazione di riportare il messaggio di Gesù al livello del tamponamento consolatorio della vita di ciascuno era forte. E Gesù interviene e dà un’altra oscillazione al pendolo, una oscillazione definitiva: “andate in tutto il mondo” è là che mi troverete d’ora in avanti, non qui. Il mio messaggio, la mia vita, la mia forza è nelle vostre mani e va spesa nelle strade del mondo. Il mio compito su voi, di tenervi uniti, assieme, è finito. Io sono con voi per sempre, tutti i giorni fino alla fine del mondo.

Non li abbandonava, ma dava loro appuntamento fuori dal guscio delle piccole appartenenze, dei piccoli equilibri di coscienza, delle fragili identità da bonsai. Il mondo è la piazza del Vangelo, le strade dell’uomo sono le direzioni, tutta la sete di amore, di pace, di verità è invocazione per cercare nuovi orizzonti.

Tutte le sofferenze sono indicazioni di rotta. La fede non è un bene da seppellire nella vita come una moneta preziosa. Quando tornerai a scavare non la troverai più, non sarà più fede, ma ideologia, potere, comodità, egoismo, archeologia, museo, muffa. La fede si fortifica e cresce solo se la doni. Gli apostoli sono partiti tutti. Noi invece ci siamo spesso seduti. E questo posto in cielo per noi?

Scriveva Flavio, un giovane universitario di Verona, stroncato da un cancro: “il mio cuore è spezzato, il mio cervello stanco il mio corpo invecchiato e non mi resta che pianto e amarezza… non so più se avere nostalgia della vita o desiderio della morte. Ti esonero dal ricordarmi la storia di Giobbe che si gratta la rogna, del figlio di Dio crocifisso, di Paolo che scioglie le vele: le conosco, ci credo e prego tutta questa storia a lieto fine… per ora indugio nel sepolcro, non svegliarmi… E alla fine, affascinato dalla vita piena di Gesù scriveva: salirò in cielo e sarò per quanto ne sono capace, stella del vostro cammino; tutto il buono, il bello, tutto il vero, il giusto lo porto con me.

Ora chiedo al Signore che mi lasci andare e chiedo una benedizione per te e la comunità. Tu, marinaio capace, mi troverai sempre nel cielo notturno. Me ne vado con la stessa pace nel cuore di Simeone. Lascia che il tuo servo vada in pace perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza. Flavio, la tua nuova vita ci interessa.

16 Maggio 2021
+Domenico

Non facciamo finta di credere

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16,9-15)

Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demòni. Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere.
Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere.
Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato.
Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura.

Audio della riflessione

Una delle cose che ci sorprendono di più quando dobbiamo fare discernimento su alcuni fatti raccontati da testimoni che hanno visto, sentito, partecipato è la discordanza quasi naturale del racconto di ciascuno e soprattutto la grande diversità delle reazioni. Rilevare l’oggettività di un fatto è impossibile, accettarne una versione raccontata ancora di più.

Di fronte all’annuncio della risurrezione di Gesù avviene la stessa cosa: lo vede Maria Maddalena, ma “non le credettero”, dice lapidario Marco. Lo raccontano con grande coinvolgimento e meraviglia gli apostoli a Tommaso, ma questi non si fida e vuol mettere mano e dita nelle piaghe prima di crederci. L’ho visto morire come un disperato con i miei occhi, non venitemi a raccontare visioni consolatorie per cancellare quel tremendo ricordo.   Lo hanno visto i due di Emmaus, mentre erano in cammino per andare in campagna, ma non sono stati creduti.

Finalmente Gesù si dà a vedere a tutti e li rimprovera di incredulità e durezza di cuore. Sono rimproveri che alla fine della settimana di Pasqua ci meritiamo anche noi. Ce li meritiamo come chiesa, quando non siamo disposti a fare un solenne atto di fede, con la vita e la testimonianza. Ce li meritiamo come singoli che non riusciamo a fare nostra la consapevolezza che la vita va oltre la morte, che la vita non viene tolta, ma trasformata e viviamo come se la vita terrena fosse per sempre. Risorgere non è solo immortalità dell’anima, ma una vita definitiva di tutto l’uomo e per tutti gli uomini. Non è una teoria filosofica, anche se deve essere detta con tutti gli elementi razionali che la rendono plausibile.

Risorgere è la certezza che Gesù ci dà di poterlo seguire nella nuova vita, è vincere ogni disperazione, è essere convinti che la vita può giungere alla sua pienezza per sempre. Risorgere è dare all’uomo una dignità assoluta, un futuro definitivo, una speranza certa. Una certezza così non la si può tenere nascosta. Ecco allora il perentorio:  “andate”, ditelo a tutti, annunciate che il male è vinto, fatevi messaggeri di questa grande novità, della vittoria della vita su qualsiasi morte, della forza del debole di fronte ad ogni ingiustizia, della vacuità e inconsistenza di ogni rama, di ogni guerra, di ogni violenza, della gioia di poter godere infinitamente della bontà di Dio.

10 Aprile 2021
+Domenico

Non c’è tempo da perdere: di buon mattino

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16, 2-4) nel Sabato santo 2021

Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: «Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro?». Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande.

Video della riflessione

I giorni in Oriente cominciano molto presto: chi è stato ancora in Israele o in Libano o nei paesi del medio oriente sa che prima dell’alba, quando ancora il buio sta lottando con il chiarore dell’aurora … si vede un formicolio di persone, di asini e di carri, di piccoli o brandi mezzi di trasporto che intessono una trama fitta di relazioni, di commerci: all’inizio è un parlare sommesso, poi sempre più fitto e forte; i mercati aprono e la gente vende e compera.

Non è diversa la nostra vita di oggi: le nostre autostrade sono più piene prima dell’alba che durante il giorno; ciascuno ha il suo bel raccordo anulare in cui comincia la lotta per arrivare in tempo, possibilmente prima. Tutti si fanno furbi, forse anche prepotenti, per conquistare due posizioni: è la vita che riprende, gli affari che … comandano, il lavoro che si impone.

Erano in questo guazzabuglio di vita le donne di Gerusalemme che avevano passato quel triste sabato in un pianto sconsolato: Lui era morto.

Erano venute a Gerusalemme coi dodici, li aiutavano a vivere, a vestirsi, a mangiare durante questi tempi della festa, ma non si va in una città come Gerusalemme nei giorni della Santa Pasqua a vivere di rimedi, quando lì ci passa mezzo mondo e tutta la confusione possibile.

Il gruppo però si era dileguato, erano rimaste sole a piangere: anche loro avevano smesso di sognare quello che Gesù aveva promesso e nella loro concretezza fatta di fatalismo e di praticità, di dolore, ma non di disperazione, di pianti, ma anche di volontà di reagire, vanno a comperare gli oli per imbalsamare Gesù.

Era tanta la loro consapevolezza che occorreva seppellire i sogni, che proprio di buon mattino, prima che qualcuno potesse intrattenerle nelle solite chiacchiere inutili di condoglianze, che risultano essere più una soddisfazione di curiosità che offerta di solidarietà, vanno a fare spesa e si portano al sepolcro: “Quello che non abbiamo potuto fare l’altro ieri lo facciamo oggi” … si preparavano a lavare le piaghe che avevano visto da sotto la croce, a tergere quel sangue, a comporre i lineamenti del volto, a dare al corpo martoriato un segno di affetto, anche se non ricambiato…

… ma hanno smesso di sognare troppo presto: Lui là non c’era più, non era un cadavere da accudire, ma una speranza nuova da incontrare.

3 Aprile 2021
+Domenico

Se non li lasciate esplodere grideranno le pietre

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 15, 2-5) dal Vangelo del giorno (Mc 14,1-15,47) nella “Domenica delle Palme”

Allora Pilato prese a interrogarlo: “Sei tu il re dei Giudei? ”. Ed egli rispose: “Tu lo dici”. I sommi sacerdoti frattanto gli muovevano molte accuse. Pilato lo interrogò di nuovo: “Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano! ”. Ma Gesù non rispose più nulla, sicché Pilato ne restò meravigliato.

Audio della riflessione

Gli ulivi che popolano festosamente tante nostre colline, i nostri laghi, oggi sono al centro della nostra vita di fede: diventano rami di festa, foglie di letizia per accompagnare Gesù alla sua Gerusalemme, alla città dei suoi sogni, al vertice della sua vita, alla settimana decisiva per la storia dell’umanità.

I racconti della passione, morte e risurrezione di Gesù sono il punto di partenza della nostra fede.

Oggi in tutte le chiese ne leggiamo uno: tutti ci vogliamo risentire  quella storia, vogliamo prendere parte, stanare dal nostro cuore, abituato a tutto, sentimenti di partecipazione.

Tante volte abbiamo sentito … del traditore Giuda e avremmo voluto essergli accanto per dirgli “ma che fai?”, per fermarlo; tante volte avremmo voluto dire a Pilato di continuare nel suo sforzo di salvare Gesù e di non cedere alla paura per amore di carriera, avremmo voluto essere vicini a Pietro per dargli un po’ di coraggio, avremmo voluto evitare a Gesù la morte o magari dire ai soldati … di non essere crudeli, di fare presto quello che dovevano.

Avremmo forse perso la speranza ancora prima e avremmo trasformato l’amore in compassione, non saremmo più stati capaci di sostenere lo strazio a lungo: saremmo scappati – forse anche noi – come i suoi discepoli.

Poi siamo tornati alle nostre abitudini, alla nostra “routine”, e la commozione è finita: non possiamo vivere sempre in tensione; abbiamo la nostra vita da vivere!

Ma il nostro tornare tutti gli anni alla morte e risurrezione di Gesù è tornare sempre alle nostre radici: non è una fiction, non è una commedia, è scavare ragioni di vita e di speranza.

La nostra fede parte da lì: i cristiani non stanno a fare grandi pensate filosofiche, anche se usano continuamente e bene la ragione, ma si fanno conquistare da questo amore che sta appeso alla croce.

Avvertiamo tutti che le molte critiche al mondo cattolico, a coloro che frequentano e che non sono meglio di nessuno, ai preti che non sono all’altezza della loro vocazione, a cardinali e a papi, alla chiesa nella sua struttura, possono essere anche vere e lo sono state nella lunga storia del cristianesimo; avvertiamo – dicevo – che sono una fuga dai problemi veri.

Non cercate solo il gusto di umiliarci, che a noi fa solo bene … ma quella croce e quell’amore, crocifissole sopra, non lo mette in dubbio nessuno; con quello occorre confrontarsi ed essere sinceri con se stessi: è solo e tutta qui la nostra speranza, non nella fragilità dei cristiani, dei cattolici, di noi, di me, che decidiamo ancora di confrontarci in questa settimana con Lui che soffre e che muore.

28 Marzo 2021
+Domenico

Amore a Dio e al prossimo, sempre inseparabili

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12, 29-31) dal Vangelo del giorno (Mc 12, 28-34) nel Venerdì della terza settimana di quaresima

Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».

Audio della riflessione

Saranno tante le discussioni che si possono fare sulla fede cristiana, saranno tante le critiche che si possono esprimere al riguardo, potranno essere molteplici i modi di intendere il cristianesimo, ma nessuno può scordarsi che alla base di tutto ci sta una realtà: l’amore.

Papa Benedetto a suo tempo l’ha voluto mettere al centro del suo servizio petrino, con la sua lettera enciclica – che vuol dire “spedita a tutto il mondo” – Dio è amore e l’essere cristiani consiste nell’amare Dio e amare il prossimo: questa è la legge, il compendio di tutto il mondo cristiano.

Si sono fatte tante discussioni negli anni ’70 sul “cristianesimo verticale” che consisterebbe nel rapporto con Dio, che riduce la vita cristiana a delle belle celebrazioni, a preghiera, a culto o di quello “orizzontale” che consiste nella attenzione ai poveri, nel fare attività di sostegno a chi è nel bisogno … è sufficiente amare il prossimo per essere cristiani, si diceva.

Altri invece dicono: ma che cristiani sono se non pregano mai, se fanno delle ottime raccolte di fondi, costruiscono ospedali e scuole, ma non danno lode a Dio? Papa Benedetto dice: “Se nella mia vita tralascio completamente l’attenzione per l’altro, volendo essere solamente pio e compiere i miei doveri religiosi, allora si inaridisce anche il rapporto con Dio”: è un rapporto corretto con Dio, ma senza amore! Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, mi rende sensibile anche di fronte a Dio … il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e su come egli ama … e se io vedo con gli occhi di Cristo, perché lo amo e lo contemplo, allora imparo a guardare tutti non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo il cuore di Cristo.

Verrebbe da dire che l’uomo non può separare quello che Dio ha congiunto, invece noi diventiamo maestri nel separare vita cristiana e vita di amore, amore a Dio e amore al prossimo … evidentemente perché ci fa comodo.

Ogni divisione, ogni semplificazione è sempre un tradimento della bellezza della vita: è un tradimento separare corpo da anima, sentimento e pensiero, intelligenza e volontà, fede e vita … è talmente vero che le separazioni sono dannose che il demonio si chiama proprio separatore, diavolo.

L’unica speranza per vincerlo è sempre e solo Gesù, colui che tiene la vita unita, e Lui è la speranza fatta persona.

12 Marzo 2021
+Domenico