Dio ci rinnovi sempre il dono della famiglia e del matrimonio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 19, 3-12)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?».
Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: “Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne”? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». 
Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?».
Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio». 
Gli dissero i suoi discepoli: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». 
Egli rispose loro: «Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».

Audio della riflessione.

Che la vita delle nostre famiglie sia in difficoltà è un fatto che tutti conosciamo. Il mondo che a questo riguardo era più solido è sempre più lontano. Non c’erano divorzio e separazione, non c’erano famiglie di fatto. Le difficoltà del vivere assieme, della fedeltà coniugale ci sono sempre state, ma il modo di reagire, il contesto culturale permetteva di mantenere anche se a fatica l’unità, la indissolubilità del matrimonio.  

Gesù nel vangelo è molto preciso. Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non separi. Oggi invece metà famiglie o quasi si sono formate dopo divisioni, il divorzio diventa un fatto normale. I figli non sanno più a chi fare riferimento e si sentono abbandonati o contesi. Anche se si tenta di ridurre i danni, non si può capire fino in fondo quanta sofferenza si crea nei figli.  

Ragionando umanamente in certi casi sembra che la separazione sia la cosa migliore, spesso però la separazione viene da abbandono, da fuga, da avventura, da leggerezza, da immaturità che si sperimenta anche in età matura. Che molti matrimoni siano stati impostati male fin dall’inizio, che cioè non siamo veri matrimoni può anche essere, ma occorre ritornare a pensare alla bellezza del dono d’amore che si fanno due persone quando si sposano. Nessun vero innamorato pensa che il suo amore non sia per sempre.  

L’amore ce l’ha scritto nel suo DNA. Certo se è avventura, se è imbroglio, se è calcolo per avere comodità o soldi o interessi il per sempre è sprecato. In questo caso però non è amore, non è vero matrimonio come lo vuole Dio. Dio stravede per due persone che si sposano, perché il matrimonio è l’unica vera immagine che viene scritta nel mondo del suo amore e non può vederlo buttare via per ogni difficoltà 

Ho conosciuto persone che hanno avuto crisi, ma sono state capaci di ritornare, di rimettersi assieme, di perdonarsi, di accettarsi di nuovo. Certo hanno pensato che Dio poteva essere la loro forza, che l’amore lo si impara da Lui, dalla sua parola, non dalle riviste erotiche.  

C’è qualcuno che è disposto a sostenere questo cammino, quando trova ostacoli? Le coppie cristiane non sono quelle che guardano con rimprovero chi sta in difficoltà, ma quelle che si fanno in quattro per aiutare a sperare, come fanno loro giorno per giorno, senza sicurezza, ma con la certezza di avere l’aiuto di Dio. La famiglia è sempre un dono da reinventare, ma sempre un grande regalo per genitori, figli, nonni e amici. 

18 Agosto
+Domenico

Non capiremo mai abbastanza di essere dei perdonati

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18,21-19.1)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?».
E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano.

Audio della riflessione.

Ci rappresenta un po’ tutti questa parabola che narra di quel servitore perdonato alla grande dal suo creditore, che fa lo strozzino con un suo debitore che in confronto gli deve solo quattro miseri spiccioli. Vagonate di oro era il suo debito, pochi soldi il suo credito. Questa è la nostra fotografia di fronte a Dio. Il nostro debito verso di Lui è senza misura e Lui se lo carica sulle spalle e ce lo cancella. Se lo porta sulla croce, ne soffre, ma ce ne libera definitivamente.  

Siamo stati perdonati, ma non abbiamo ancora capito che cosa è il perdono, non lo abbiamo ancora accolto, ci è rimasta dentro una mentalità da schiavo, calchiamo sempre con i nostri passi il perimetro della prigione che ci siamo fatti allontanandoci da Dio. Siamo abituati a vivere in una pozzanghera e non sappiamo renderci conto del mare aperto. Giochiamo ancora con le barchette di carta.   

Chi ci permette di accettare la pienezza del perdono è lo Spirito. Dio ci fa liberi, noi a mala pena ci sentiamo liberati, abbiamo ancora addosso tutta la fasciatura del male, tutta la nostra mentalità da galeotti, da gente che deve sfruttare le occasioni, deve calcolare, deve farsi rincrescere la bontà. Siamo ancora ammalati di delirio di onnipotenza, il modello di ragionamento non è affatto cambiato. Quello che lo strozzino descritto nel vangelo fa al suo debitore è ancora legato al suo insincero e volutamente ingannatore: “ti restituirò tutto”.  

Il suo comportamento è evidentemente crudele, ma è più sottile e infido di quanto pensiamo. Crede di essere già un salvatore, ma non ha ancora capito di essere un salvato, un comprensivo e non ha capito di essere un perdonato, uno che accoglie e non ha capito di essere stato accolto, un giusto e non ha capito di essere stato giustificato, uno che può esprimere amore, ma non ha capito che è stato tanto amato. Ma salvatore, comprensivo, accogliente, giusto, amabile è Dio, non lui. Non ci passa nemmeno per la testa che queste qualità devono essere d’ora in avanti le nostre, che il dono più grande del perdono è il cambiamento del cuore. 

Proprio per questo il perdono di Dio è legato al nostro perdonare, è quel gesto di Dio che è legato indissolubilmente alla nostra libertà; Dio non riesce a perdonare se nella nostra libertà non ci lasciamo cambiare dal suo perdono. Il perdono torna indietro. Toccherà ancora a Dio riprenderci perché Lui non ci abbandona mai. 

17 Agosto
+Domenico

Siamo devoti di san Rocco e vogliamo tenere viva la fede in Gesù in ogni epidemia 

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18,15-20)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

Audio della riflessione.

Nessuno può scordare per la sua vita e per la vita dell’umanità l’epidemia in cui siamo stati sommersi per almeno due o tre lunghi anni; nessuno può minimizzare il grande impegno dei medici, degli operatori sanitari e sociali e nessuno può lavarsi le mani dagli sciacalli che la nostra società opulenta, predatrice, fa nascere dai suoi egoismi inveterati. 

E’ guardando invece a san Rocco che osiamo sperare in una conversione e in una nuova mentalità nei confronti della natura, degli altri e dello stesso Dio. San Rocco, dentro epidemie ancora più virulente e devastatrici di quelle odierne, cristiano convinto, deciso, capace di mettere al centro delle sue cure anche la sua vita spirituale, non è stato a bilanciare vantaggi e  svantaggi, pericoli e fortune, devozioni alle tombe degli Apostoli a Roma  e morti che continuamente incontrava sulla strada del suo pellegrinare. Si è messo immediatamente a servizio del sofferente, povero o ricco, giusto o malvagio, strafottente o condiscendente, il povero insomma che incontrava mezzo morto nel suo cammino e così si fermò, cambiò direzione, sensibilizzò il giro dei sani per recare sollievo ai colpiti dall’epidemia. Fu tale la sua opera e tanto pericolosa l’epidemia dei suoi tempi, da renderlo la mano di Dio in soccorso per tutta la sua vita dei malati di lebbra e di ogni altra malattia contagiosa 

Non era medico, ma portava ai malati l’affetto di un uomo, la forza di un lavoratore che presta mani e piedi a chi purtroppo nemmeno si può muovere, e portava anche tanta misericordia, la misericordia di un Dio che  nei giorni del dolore spalancava le porte di tutti i conventi per favorire un incontro di ogni frate con le donne e gli uomini tormentati dalle epidemie, perchè non perdessero mai la speranza. Invocava per tutti la misericordia di Dio, aiutava gli uomini ad abbassare la testa del loro smisurato orgoglio, convinceva i poveri a non perdere la speranza, aiutava i fragili a mettere assieme le forze e le preghiere, faceva risuonare nelle strade del lutto il canto di speranza che era forse allora anche solo il miserere, il Signore pietà, convinto che dietro ogni morte non c’era soprattutto il caso o la sfortuna, ma precise colpe dell’umanità, come per noi c’è la responsabilità di aver distrutto la bontà del creato per la nostra cupidigia e smania di potere.. Aiutava a sognare un mondo nuovo e diverso.  

Rocco metteva assieme le forze disponibili, una sorta di task force per i  momenti più impossibili e gravi. Convinto che era Dio come sempre a guidare la storia convertiva gli strafottenti al servizio di Dio nei poveri abbandonati a se stessi. Noi oggi che ci ispiriamo ancora a lui ci sentiamo ancora maggiormente impegnati come credenti a metterci a disposizione dei bisogni spirituali, morali e curativi di tutti e soprattutto delle vittime di ogni isolamento, di ogni . 

Noi oggi  ricordiamo san Rocco,  celebriamo la sua santità che lo rese famoso e che inondò tutto il mondo cattolico allora conosciuto, ma troppo poco riandiamo alla sua vita del tutto normale, semplice, attenta al prossimo e radicata nel Signore. Rocco si accompagnava ai poveri pellegrini, che ansimando raggiungevano Roma per incontrarsi col perdono di Dio. Era diventato loro amico, ancor prima di giungere lui stesso alla meta, anzi mettendo la meta in secondo piano rispetto a una amicizia di compassione e di solidarietà. Aveva capito che la prima povertà per un pellegrino era bisogno di amicizia, un antidoto all’assenza di punti di riferimento, e all’insopprimibile desiderio di essere capiti e aiutati senza essere giudicati e demoralizzati. Per questo mentre curava le piaghe dei pellegrini e li nutriva faceva loro sperimentare la compagnia di Dio. Oggi, l’aumento delle povertà spirituali, può diventare aumento di relazioni spirituali. Papa Francesco ci dice che la santità non è frutto dell’isolamento. «Nessuno si salva da solo. Rocco ha saputo mettere a disposizione dei poveri, compagnia di vita, conforto nella malattia e affidamento filiale a Dio. 

16 Agosto
+Domenico

Gesù e Pietro, il cristiano e la chiesa pagano le tasse  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 17, 22-27)

In quel giorno, mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse loro: «Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà». Ed essi furono molto rattristati.
Quando furono giunti a Cafàrnao, quelli che riscuotevano la tassa per il tempio si avvicinarono a Pietro e gli dissero: «Il vostro maestro non paga la tassa?». Rispose: «Sì».
Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli estranei?». Rispose: «Dagli estranei».
E Gesù replicò: «Quindi i figli sono liberi. Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te».

Audio della riflessione.

Pagare le tasse è sempre una pena, un problema, un fastidio. Non sai mai se sono giuste, se le useranno bene, se, come spesso si viene a sapere che qualcuno dilapida sempre il bene di tutti e speso resta impunito. Ma noi cristiani paghiamo le tasse come è giusto. Tanto più che le ha pagate anche Gesù a un governo di occupazione. Curiosissimo questo Gesù che paga le tasse assieme al primo papa S. Pietro. Gesù va al tempio, ha appena detto che va a morire e gli si presentano a chiedere l’obolo che ogni pio ebreo era tenuto a versare.  Strana cosa, ma anche oggi quando chiedi contributi per mantenere la chiesa si scatena ogni cattiveria possibile contro il vaticano, e su su fino a Dio, che tutto sommato non ha bisogno di chiese, ma siamo noi che abbiamo bisogno di Lui.  

Ebbene Gesù vede la stranezza di doversi pagare pure il tempio che hanno costruito per suo Padre. Il figlio di Dio deve pagare anche chi gli rende lode. Ma per non dare scandalo dice a Pietro di prendersi nella bocca di un pesce un denaro e di pagare per tutti e due. Gesù paga le tasse molto di più di tanti cristiani che non le pagano e si sentono tranquillamente a posto. 

Pagare le tasse è sentirsi cittadini a pieno titolo. E’ comprendere di far parte di una comunità e dare il proprio contributo per la vita comune, per il bene comune, per la convivenza. E’ sentirsi responsabili degli altri, dell’ambiente, dell’ordine, della pacifica vita di una città, di una nazione. Certo spesso ci viene da pensare a come vengono usati i soldi dei contribuenti. Ma è troppo comodo evadere con la scusa che non sono usati bene. Usarli per sé, quando sono diritto di tutti è il primo non usarli bene.  

Ma la tassa forse più vera è quella di mettere a disposizione della comunità anche civile oltre che cristiana la propria intelligenza e il proprio cuore, la propria fede, perché tutti ne possano godere. Dobbiamo avere il coraggio nelle nostre chiese di fare una banca del tempo, ove ognuno mette a disposizione se stesso per fare opere buone, una banca del cuore per non lasciare nessuno solo con se stesso, una banca della saggezza perché ogni persona abbia qualcuno che lo aiuta a districarsi dagli imbrogli, una banca del timor di Dio, perché tutti sappiano di essere amati da Lui..  

Questo fa nascere speranza perché è la vera solidarietà di cui tutti abbiamo bisogno.

14 Agosto
+Domenico

Credere in Gesù è fare nostra la sua vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 22-33)

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Audio della riflessione.

Il mare e una barca sono stati molte volte  gli elementi che si sono prestati a Gesù per i suoi insegnamenti. Spesso in essi si affrontano tempeste, dialoghi serrati e insegnamenti di Gesù, rimproveri e ricerche appassionate degli apostoli che rappresentano la vita di tutti noi. Vogliamo porre attenzione alla impetuosa richiesta di Pietro di poter camminare sulle acque come sta facendo Gesù che dalla riva si avvicina alla loro barca, disturbata dalle onde non troppo calme. Gesù accondiscende alla richiesta di Pietro, dicendogli “Vieni!”.  

Quell’andare verso Gesù può essere inteso come una scelta di vita di seguire Gesù (sequela) o come  una un’imitazione quasi esteriore di capacità miracolistica che riguarda solo l’acqua, la gravità della persona e quindi una volontà di qualcosa di meraviglioso, di stupefacente. Pietro pensa che chi crede sicuramente farà cose meravigliose, che impressionano la gente. Non vi sembra che la manifestazione di Dio, di Gesù, come figlio di Dio, Pietro la interpreti come l’attesa di Dio del profeta Elia? Dio gli dà un appuntamento all’ingresso della grotta. Lui ci va e si aspettava qualcosa di sorprendente, di grandioso: vento, terremoto, fuoco. Invece è la brezza di una aura leggera. Dio si farà uomo, uno di noi. Ecco Pietro vuol mettersi anche lui a fare cose meravigliose. Pietro inizia a camminare sulle acque.  Finché Pietro presume di poter camminare sulle acque come Gesù, e quindi di essere capace di “copiarlo”, di poter essere o fare come lui, va incontro al fallimento: basta un colpo di vento e lui va a fondo. Egli comincia a capire che non si tratta di copiare Gesù nel far miracoli, ma di un invito più profondo di  “seguire” Gesù e gli grida: «Signore, salvami!». La differenza tra copiatura e sequela non consiste tanto in ciò che si fa’, ma nello spirito con cui lo si fa.  

O accettiamo di metterci umilmente al seguito di Gesù, oppure abbiamo la pretesa di essere o fare come lui. In questo caso si tratta proprio di copiatura e dimostriamo di non avere bisogno del suo aiuto, della sua guida, del suo soccorso e non possiamo che andare incontro al naufragio di tutte le nostre false sicurezze. Gesù chiama Pietro “uomo di poca fede”.  Ha fede scarsa, una malattia che molti interlocutori di Gesù presentano nei loro dialoghi e incontri con Lui. Pietro non è assolutamente diffidente, come invece si erano dimostrati i compaesani di Gesù, ma uno che non ha ancora imparato a crescere, a maturare un nuovo rapporto con Gesù, fatto anche di preghiera semplice, urlata con il suo grido: Signore salvami. E’ la condizione di ognuno di noi. Che ci limitiamo a fare qualche imitazione di Gesù e non a sentire di camminare sul suo passo, avere in Lui la massima fiducia, scegliere i suoi criteri di giudizio, la sua stessa preghiera al Padre.    Quando Gesù e Pietro salgono sulla barca il vento cessa e il mare si placa. Allora “quelli che stavano sulla barca” (cioè i discepoli) fanno la loro solenne confessione messianica, anticipatrice di quella che farà Pietro in forma solenne, quando Gesù lo farà papa. Essi riconoscono Gesù come il Figlio di Dio e si prostrano davanti a lui. Quello di prostrarsi è l’unico gesto autentico che si può compiere davanti a Gesù. Lo avevano fatto i Magi, lo faranno le donne quando incontreranno Gesù risorto e ci dobbiamo preparare a farlo sempre ciascuno di noi. 

13 Agosto
+Domenico

Non si aiutano i figli a vivere bene senza la preghiera  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 17,14-20)

In quel tempo, si avvicinò a Gesù un uomo che gli si gettò in ginocchio e disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio! È epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e sovente nell’acqua. L’ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo».
E Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo qui da me». Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito.
Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli rispose loro: «Per la vostra poca fede. In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spòstati da qui a là”, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile».

Audio della riflessione.

C’è un padre disperato che un giorno va da Gesù e gli consegna suo figlio. Per lui è un figlio perso, è intrattabile, non capisce ragione, è senza senso morale, ha perso ogni serenità, è condotto qual e là come uno straccio; non ha personalità, completamente dipendente da una cattiveria inspiegabile. Ha tentato di tutto, ma il male che abita nel figlio è più forte di qualsiasi ragionamento, di qualsiasi affetto.  

Le ho provate tutte, ma non ci riesco, l’ho fatto incontrare anche dai tuoi amici intimi, dai tuoi apostoli, ma non ho ottenuto nulla. Forse solo tu puoi fare qualcosa. Sembra la descrizione attuale di tanti rapporti tra genitori e figli, soprattutto quando nei figli entra un male che pare incurabile, una dipendenza che non si può vincere solo con la buona volontà, una assuefazione che ti si scrive nella carne, ti crea una natura somatica diversa come la droga. Questo figlio però non è drogato, è molto di più: è indemoniato, è posseduto da un male incurabile con le classiche medicine, è un diavolo che lo possiede. E non c’è che da andare da Gesù. 

Il papà che le ha provate tutte ingenuamente dice a Gesù: se puoi fare qualcosa. Non sa che ha davanti il figlio di Dio, ma il suo cuore disperato può anche non saperlo, gli si affida lo stesso. Ha consapevolezza di non avere fede, o per lo meno di far fatica a credere, come tanti di noi, ha bisogno di rigenerare la sua fede che si è affievolita, si è a mano a mano spenta, divorata dalle preoccupazioni, dalle cose, dal consumo, dalla vita dura che vive e che non ha mai avuto il coraggio di mettere nelle mani di Dio con la preghiera; forse anche per questo suo figlio è in queste condizioni, non ha mai avuto una parola di speranza. E la va a cercare da Gesù.  

Gesù dice che queste vite dei vostri figli si possono aiutare spesso solo con la preghiera. E’ una preghiera viva, di fiducia, insistente, fatta anche di lacrime. Chi non ricorda le lacrime di Santa Monica la mamma di S. Agostino che è riuscita a ottenere da Dio il dono della sua conversione? La speranza può tornare a far fiorire rapporti belli tra genitori e figli se si ha il coraggio di pregare.

12 Agosto
+Domenico

Che vantaggio hai a perdere l’anima!?  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16, 24-28)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni.
In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno».

Audio della riflessione.

Che vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero e poi perderà l’anima? Di fronte a questa frase molti uomini e donne hanno cambiato vita. Sono arrivati a una saturazione tale di insoddisfazioni vendute per felicità, di beni camuffati da bombe a orologeria di falsità, di cose ingombranti da toglierti il respiro dell’anima, che hanno lasciato tutto e si sono dati a Dio, sono diventati santi eroici, hanno cambiato il mondo. Nella storia dei santi ce n’è una fila lunghissima. gente che le ha tentate tutte, che stava pure bene, che dopo innumerevoli sacrifici è riuscita a conquistare tutto e che a un certo punto lascia tutto e si mette a seguire il vangelo. 

Noi forse non saremo di questi perché abbiamo vite troppo adattate, non ci sentiamo neanche la voglia di guadagnare tutto, ci accontentiamo di una banale mediocrità. Dobbiamo però dare un colpo di reni alla nostra esistenza. Non saremo così esagerati, ma capita anche a noi di mettercela tutta per fare una casa e poi non trovarci più dentro nemmeno l’ombra dell’amore, di continuare a lavorare per star meglio e di trovarci soli perché due soldi ci hanno dato alla testa e abbiamo sfasciato la famiglia, di puntare tutto su un risultato e di non accorgerci che abbiamo venduto l’anima, di aver ottenuto tutte le cose belle della vita e di mancare della prima necessaria che è la pace dell’anima. 

L’anima non si nutre automaticamente. Abbiamo sì un certo istinto come per il mangiare e il bere; anche l’anima, lo spirito si fa sentire e ogni tanto ci apre voragini di disperazione. Perché sono in aumento i suicidi anche nelle nostre contrade e non solo di giovanissimi che non hanno resistenza di fronte alle difficoltà, ma anche di gente adulta, matura, se non addirittura anziana? 

La vita spirituale è esigente; abbiamo bisogno sempre di nuove ragioni per vivere. Gesù ci indica una strada difficile, ma infallibile per trovarle, per non perderci: accettare la croce, la difficoltà, mettersi dietro una croce e non davanti al niente; puntare sul perdersi e non sul guadagnare a tutti i costi cose, beni materiali.  

Se nei tuoi sogni appare la croce è segno che stanno diventando realtà, la croce non è mai disperazione, ma una sicura speranza.  

È sempre. Santa Chiara, che oggi ricordiamo,  interceda  presso il Signore, perché assumiamo questa logica E’ anche l’augurio più bello che possiamo fare a tutte coloro che ne portano il nome.

11 Agosto
+Domenico

Una attesa stanca, sopportata e per alcuni inevasa

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 1-13)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Audio della riflessione.

La tendenza culturale del nostro tempo, caratterizzato dal pervasivo modello televisivo, dalla facilità con cui riusciamo a fare e spedire fotografie, dalla molteplicità di immagini senza di cui quasi non possiamo vivere, è quella della facciata, del farsi vedere, dell’apparire. Se vai in televisione allora esisti, altrimenti nessuno sa di te e se nessuno ti ha visto non ci sei. Le immagini hanno raccorciato le distanze, permettono di vivere in diretta fatti lontani, prendere coscienza di quello che avviene in ogni parte del mondo, aiuta la fantasia a galoppare, rende tutti capaci di immaginazione oltre le strettezze del luogo in cui si vive. Il pericolo però, non troppo calcolato è quello di dare importanza all’apparire e non all’essere, all’esteriorità e non all’interiorità.  

Il vangelo parla di 10 vergini, dieci ragazze, dedicate a fare corona a una festa di nozze. Tutte belle, tutte preparate, tutte ben vestite, ma solo cinque di esse vivono l’attesa come una molla della loro vita, le altre cinque invece si accontentano di esserci, di apparire, di fare coreografia, non pensano a vivere l’attesa dello sposo con intensità, con partecipazione, con occhio vigile. Non si preparano, danno tutto per contato, è un mestiere come un altro. E’ fin troppo facile cogliere l’insegnamento di Gesù.  

Capita così della nostra fede. E’ terribile pensare che sovente la facciata è salva, diciamo di essere credenti, cattolici pure, ma dentro l’amore è finito e con esso la speranza. Si continua a vivere la vita per abitudine, con stanchezza, per quieto vivere o per puntiglio, per tradizione o per contrapposizione, ma manca dall’interno l’attesa vigilante e operosa dell’incontro con lo sposo, dell’incontro con Cristo. La vita di fede è un invito a nozze, ma non ci interessa più niente dello sposo. Siamo come una coppia che non trova più motivi per stupirsi l’uno dell’altra. La religione è diventata una abitudine di facciata. Le parole di Gesù a queste cinque vergini sono tremende: “non vi conosco”, non mi interessa la facciata. Dio guarda il cuore e al posto del cuore c’è un sasso. 

Occorre riattivare la vita, il sentimento, occorre tornare a sperare, Dio la forza ce la dà sempre. Questa forza e questo amore a Dio ha caratterizzato la vita di Santa Teresa Benedetta della Croce, ebrea convertita ( Edith Stein), patrona d’Europa, profonda conoscitrice dei misteri di Dio che morì nel campo di concentramento, perché ebrea. Oggi l’abbiamo come potente intercessione presso il Signore della vita, lo sposo sempre da lei sognato, agognato e sempre atteso.

09 Agosto
+Domenico

Tradizioni e regole si, ma il bene viene dal cuore

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14,22-36

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
Compiuta la traversata, approdarono a Gennèsaret. E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati e lo pregavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello. E quanti lo toccarono furono guariti.

Audio della riflessione.

Una persona vive di tradizioni, di ciò che riceve e scambia con altri; non siamo regolati dall’istinto, ma dal cuore, dai desideri e da ciò che si è messa dentro lungo la  sua vita. La persona è cultura non deve ogni volta inventare il da farsi; lo trova già nella memoria, nella tradizione. Solo che bisogna capirla e usarla, non può farsi ingessare dal passato, non deve diventare un ripetitore chiuso nel suo passato. Il puro e l’impuro, il lecito e l’illecito. Il bene e il male, ciò che fa felici o rende infelici dipende dal cuore stesso: tutto è un bene nella misura in cui è vissuto con cuore puro. Il cuore puro vede Dio (beati i puri di cuore perché vedranno Dio), è libero dall’egoismo, riflette la sua bontà: il cuore impuro invece, lontano dal Signore produce morte. Il bene viene da un cuore vivificato dallo Spirito d’amore, il male viene invece da un cuore posseduto dallo spirito immondo. 

Tutto questo toglie qualsiasi automatismo e schiavitù di comportamenti inveterati, di altri tempi, che avevano senso in situazioni diverse e particolari. Gesù è la nostra tradizione fondamentale, Lui è misura di ogni altra. E’ la fatica dell’aggiornamento continuo della nostra fede, che non significa dipendenza dalle mode, ma consapevolezza che Gesù è sempre una bella novità nel nostro vivere quotidiano. Possiamo allora dedicare un po’ di tempo alla vita di san Domenico, di cui oggi si celebra la festa, al grande dono che è stato per la Chiesa. 

Domenico nacque nel 1170 a Caleruega, un villaggio montano della Vecchia Castiglia (Spagna) da Felice di Gusmán e da Giovanna d’Aza.  A 15 anni passò a Palencia per frequentare i corsi regolari (arti liberali e teologia) nelle celebri scuole di quella città. Qui viene a contatto con le miserie causate dalle continue guerre e dalla carestia: molta gente muore di fame e nessuno si muove! Allora vende le suppellettili della propria stanza e le preziose pergamene per costituire un fondo per i poveri. A chi gli esprime stupore per quel gesto risponde: “Come posso studiare su pelli morte, mentre tanti miei fratelli muoiono di fame?”  

Terminati gli studi, a 24 anni, il giovane, assecondando la chiamata del Signore, entra tra i “canonici regolari” della cattedrale di Osma, dove viene consacrato sacerdote. Nel 1203 Diego, vescovo di Osma, dovendo compiere una delicata missione diplomatica in Danimarca per incarico di Alfonso VIII, re di Castiglia, si sceglie come compagno Domenico, dal quale non si separerà più. 

Il contatto vivo con le popolazioni della Francia meridionale in balìa degli eretici catari, la grande ignoranza del clero e dei cattolici del tempo e l’entusiasmo delle cristianità nordiche per le grandi imprese missionarie verso l’Est, costituiscono per Diego e Domenico una rivelazione: anch’essi saranno missionari. Di ritorno da un secondo viaggio in Danimarca scendono a Roma (1206) e chiedono al papa di potersi dedicare all’evangelizzazione dei pagani.  

Ma Innocenzo III lo rimanda in Francia per contrastare  l’eresia Albigese molto accanita. Qui Domenico, perde il suo amico Diego e si consuma in pubblici e logoranti dibattiti, colloqui personali, trattative, predicazione, opera di persuasione. Preghiera e penitenza occupano questi anni di intensa attività e riesce anche a raccogliere le donne che abbandonavano l’eresia, per farne un centro di predicazione. Ad essa vuol dare forma stabile e organizzata, perché vede troppa ignoranza nella gente cattolica. Riesce finalmente ad ottenere da Papa Innocenzo III e dal suo successore Onorio III l’approvazione ufficiale e definitiva di un suo Ordine che si chiamerà “Ordine dei Frati Predicatori”.  

Il 15 agosto 1217 il santo Fondatore dissemina i suoi figli in Europa, inviandoli soprattutto a Parigi e a Bologna, principali centri universitari del tempo. Poi con un’attività meravigliosa e sorprendente prodiga tutte le energie alla diffusione della sua opera. A  Bologna riesce a redigere la “magna carta” e a precisare gli elementi fondamentali dell’Ordine: predicazione, studio, povertà mendicante, vita comune, legislazione, distribuzione geografica, spedizioni missionarie. Sfinito dal lavoro apostolico ed estenuato dalle grandi penitenze, il 6 agosto 1221 muore circondato dai suoi frati, nel suo amatissimo convento di Bologna, in una cella non sua, perché lui, il Fondatore, non l’aveva.  

La fisionomia spirituale di S. Domenico è inconfondibile; egli stesso negli anni duri dell’apostolato albigese si era definito: “umile ministro della predicazione”. Dalle lunghe notti passate in chiesa accanto all’altare e da una tenerissima devozione verso Maria, aveva conosciuto la misericordia di Dio e “a quale prezzo siamo stati redenti”, per questo cercherà di testimoniare l’amore di Dio dinanzi ai fratelli. Il suo Ordine ha come scopo la salvezza delle anime mediante la predicazione che scaturisce dalla contemplazione.  S.Tommaso d’Aquino esprimerà l’ispirazione di s. Domenico e l’anima dell’Ordine con la felice formula: contemplata aliis tradere cioè offrire a tutti gli altri quello che abbiamo profondamente contemplato Per questo nell’Ordine da lui fondato hanno una grande importanza lo studio, la vita liturgica, la vita comune, la povertà evangelica. Ardito, prudente, risoluto e rispettoso verso l’altrui giudizio, geniale sulle iniziative e obbediente alle direttive della Chiesa, Domenico è l’apostolo che non conosce compromessi né irrigidimenti: “tenero come una mamma, forte come un diamante”, lo ha definito Lacordaire. 

Gregorio IX, a lui legato da una profonda amicizia, lo canonizzerà il 3 luglio 1234. Il suo corpo dal 5 giugno 1267 è custodito in una preziosa Arca marmorea. I numerosi miracoli e le continue grazie ottenute per l’intercessione del Santo fanno accorrere al suo sepolcro fedeli da ogni parte d’Italia e d’Europa, mentre il popolo bolognese lo proclama “Patrono e Difensore perpetuo della città;”. 

08 Agosto
+Domenico

Gesù è la nostra giuda: alziamo il nostro sguardo a Lui  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14,13-21

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Audio della riflessione.

Leggendo i giornali ogni giorno e ascoltando le informazioni che, a tutte le ore, ci mettono in contatto con l’universo; guardando tanti programmi televisivi, mai come oggi ci accorgiamo di essere frastornati. Ti sembrava di avere quattro idee buone, poi ti mettono davanti dei casi pietosi che mettono in dubbio le tue verità: “perché non è una cosa giusta che un prete si sposi?”; “perché non abortire se nascerà un infelice?”; “perché star qui a litigare con la moglie se mi trovo benissimo con un’altra donna che ho trovato?”. “Perché due che si vogliono bene non possono mettere su famiglia senza tante storie?”; “perché non posso ridurre le spese licenziando quanto voglio mentre sono in difficoltà?”. “Perché non ritorcere con la violenza il male che continuiamo a ricevere?”.  

Potremmo continuare a mettere sul tavolo della vita i nostri problemi, i nostri bisogni, le nostre domande; vorremmo ogni giorno ricostruire il mondo a seconda del problema che affrontiamo nel caso pietoso che ci si presenta… Vorremmo decidere, si dice, “col cuore”, col sentimento, con la fantasia, cose belle, ma spesso incomplete e unilaterali.  

Ci sentiamo un po’ confusi anche perché tutti vogliono dire la loro e vince chi ha maggiore possibilità di costringerci ad ascoltare. Siamo sbandati nella mente, vorremmo sentire una parola di Verità. I ragazzi, nella loro semplicità chiedono: “c’è qualcuno che ha qualcosa di vero da vendere?”. 

Gesù, così ha sentito la sete della gente che lo seguiva: “Sentì compassione per loro” e loro lo seguivano anche perdendo il senso del tempo, dimenticandosi quasi di mangiare; e i discepoli dicono a Gesù: “ti rendi conto che questi ci stanno addosso tutto il giorno? Dovranno ben pensare a sé stessi: hanno in testa che tu devi dar loro anche da mangiare!”  

E’ troppo intrigante la scena e il discorso, e quello che fa Gesù: lui si sente come Mosè nel deserto, si fa carico di tutta la loro vita; è il loro nuovo condottiero, la Guida, la Luce, la Legge. Mosè ha dato da bere e da mangiare ad un popolo affamato, perché non lo deve poter fare anche Lui?  

Gesù è la nostra guida: se ci sentiamo pecore senza pastore, alziamo lo sguardo a Lui, tendiamo l’orecchio alle sue parole; basteranno quelle a darci vita e a sfamarci. La vera fame per noi oggi non è proprio quella del cibo, se passiamo un sacco di tempo a preoccuparci di non ingrassare… La vera fame è quella della Verità e Gesù ce la offre nel suo Vangelo. 

Lui è sempre la nostra speranza di non restare confusi in questo mondo di predicatori e di ingannatori. 

07 Agosto
+Domenico