Ancora la croce, ma il Figlio dell’uomo alla fine trionferà

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16,24-28)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni. In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno».

Audio della riflessione

Abbiamo bisogno di felicità come dell’aria per respirare: non c’è pezzo della nostra carne, tratto del nostro vivere, tensione dei nostri istinti che non sia in ricerca della sua “soddisfazione” … eppure annaspiamo in un mare di sofferenza! Meno te l’aspetti ti arriva e ti sconvolge la vita: è dolore morale, è malattia, è ingiustizia subita, è pura casualità o ostinata cattiveria di qualcuno.

Doveva essere esperienza quotidiana anche per il gruppo che aveva seguito Gesù: forse però, quando hanno risposto con tanta schiettezza e generosità all’invito di Gesù, si erano illusi che con uno così si potesse dare una svolta decisiva e scrivere una pagina bianca nell’agenda dell’infelicità.

Pietro è il primo che s’immagina – a ragione – Dio dalla parte opposta del dolore … gli aveva appena detto: “Tu sei il figlio di Dio, il Messia che aspettiamo, sei la casa della felicità, sei tutta la bellezza che la vita può sprigionare, sei quello che noi da sempre sogniamo e non mi dire che anche tu ti devi adattare a soccombere alle nostre colline delle croci! Dio te ne scampi Gesù: questo a Te non succederà mai!”.

Gesù invece gli ridice che la croce è la strada scelta da Dio per far brillare in ogni coscienza il massimo di amore che nutre per gli uomini: questo è un altro punto centrale per la fede cristiana!

Si può confessare che Gesù è Dio, andando oltre i criteri di ogni corretta razionalità e accettare il mistero che questo uomo di carne e ossa si porta dentro …. è già molto, ma non è ancora la fede cristiana! È necessario confessare ancora che egli è un Dio crocifisso: il mondo ebreo uno scandalo così non lo sopporta, il mondo intellettuale greco lo ritiene un controsenso, una stupidità, un cristiano invece accetta di cambiare anche la logica dell’esistenza, accetta di rinunciare a quell’idea di Dio che razionalmente a fatica può correttamente costruire per accogliere l’idea di Gesù: non più un Dio glorioso e potente, ma un Dio che si svela nell’amore e nel dono di sé. Quella croce non è l’apoteosi del masochismo, del godere a farsi del male o a star male, ma il segno di una vita vissuta in dono, della vera felicità.

Oggi a Roma si celebra la dedicazione della prima grande basilica dell’occidente dedicata a Maria, la basilica di santa Maria Maggiore, molto cara a tutti i papi e a papa Francesco in particolare, le cui fondamenta sono state indicate da una prodigiosa nevicata in agosto, una festa popolarmente nota come Madonna della neve … a lei affidiamo questo mese di Agosto che al centro ha proprio la festa dell’Assunta.

5 Agosto 2022
+Domenico

Non cerco un sondaggio su chi crede in me, ma sapere chi sono per voi

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16, 13-23)

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

Siamo sempre tutti in cerca di sapere chi siamo per le persone che vivono con noi … e siamo sempre in cerca di conferme: il papà in casa non sa più chi è per i figli, la donna vorrebbe sapere chi è per l’uomo e per la società, la ragazza si domanda chi è per il suo ragazzo … i giovani vogliono sapere che cosa contano per gli adulti e gli adulti vogliono sentirsi dire dai giovani chi rappresentano per loro: se dei matusa, dei soprammobili, gente che è inutile coinvolgere tanto non capirebbero mai … o forse ancora compagni di strada, maestri di vita.

Anche Gesù domanda ai suoi discepoli: “la gente chi dice che io sia?”.

Chiede anche lui conferme perché si sente insicuro? Gli apostoli credono che sia un sondaggio innocuo e si lanciamo a dare percentuali: al primo posto ti vedono come il Battista, al secondo come Elia, a seguire un po’ tutti i profeti… “Sai, la gente si lascia impressionare da quel che fai, da quel che dici. Sono rimasti molto scossi quando hai affrontato con decisione i farisei, quando le hai cantate chiare riguardo alle tasse ai rappresentanti del governo, quando hai messo a tacere chi ti rimproverava che non eri ligio al sabato!”… ma Gesù non sta cercando audience, non ha bisogno di conferme, non dipende dai sondaggi di opinione, vuole sapere se i suoi discepoli hanno scandagliato nella sua vita e l’hanno conosciuto per il Figlio di Dio che Lui è.

“Come faranno ad affrontare tutte le sofferenze che dovranno patire in mio nome se mi ritengono un guaritore, se mi dipingono come un uomo interessante, un buon amico? chi darà loro la forza di donare la vita per il Regno di Dio? Chi annunceranno al mondo, che ha sete di infinito? Un altro sforzo titanico non riuscito per vincere il male o l’amore di Dio, mio Padre fatto carne, fatto vita piena per tutti?”

“E voi, chi dite che io sia?”

E Pietro che ha intuito tutto, che ha ricevuto in dono da Dio di capire Gesù fino in fondo, dice: “Tu sei colui che aspettiamo da sempre, il Cristo, il Figlio di Dio!”.

4 Agosto 2022
+Domenico

La donna coraggiosa e la nostra mentalità antiaccoglienza

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 15,21-28)

In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore, – disse la donna – eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Audio della riflessione

Gesù non era un personaggio “televisivo”: non bucava il video, ma stanava dai cuori speranza e per questo “non poteva restare nascosto, lo cercavano tutti” – dice il Vangelo.

C’è tra la folla una donna coraggiosa, decisa, sfacciata – direbbe qualcuno – che bada più alla sostanza che alla forma: è di origine greca, non è del giro degli ebrei, per questo si sente più libera, ma anche più disperata; non parla italiano – diremmo noi – va vestita fuori di ogni nostra moda, tenta di farsi capire a spinte e a sguardi, cosa che noi sicuramente disprezziamo. Le è stata strappata la figlia dal demonio, non è più la stessa da quando il demonio gliel’ha stregata, se ne è carpito il corpo, il cuore e l’anima. Si sente in casa non solo un corpo estraneo, il male in persona in sua figlia, in colei che ha partorito con dolore e segue con indomabile amore. Sa che c’è Gesù e va da Lui: non le importa niente delle convenzioni sociali, si butta ai suoi piedi, lei straniera, donna, intrusa, disperata … “non è italiana, stesse a casa sua, anche lei vuol venire a rubarci da vivere??” – diremmo noi … ma con la speranza puntata in Gesù e osa: osa dire quello che il suo cuore le chiede, quello che da tempo sente di affidargli…

“Gesù qui c’è mia figlia, ma il male me l’ha rapita, tu che sei la vita vera, tu che ami la gioia di vivere, tu che non hai niente in comune con il maligno, tu che sei l’innocente guariscila, restituiscila alla vita, alla bontà, non permettere che sia preda di un male più grande di noi e che noi non possiamo vincere.”

Gesù, sepolto dalla folla rumorosa dei suoi connazionali avverte che c’è una domanda pressante, una umanità ferita davanti a sé: coglie la disperazione, ma sa di essere circondato da una mentalità arroccata su un’alta concezione di sé. Dice alla donna quel che la gente pensa: “ti rendi conto che stai esagerando, non c’è pane per l’estraneo o per l’intruso. Ci sono figlie e figli che hanno bisogno di ritrovare salute, appartenenza piena al popolo santo di Dio.”

Sembra uno o l’altro dei nostri politici: “che pretendi, tu che non sei dei nostri?” Lo pensiamo sempre tutti e lo diciamo pure che vogliamo goderci quel che abbiamo e che non ne possiamo più degli intrusi, degli stranieri, dei poveracci che disturbano la nostra già fragile quiete ed equilibrio: “noi abbiamo sudato il nostro benessere e non vogliamo spartirlo. Non solo non siamo accoglienti, ma ci appropriamo anche di quello che Dio ci ha dato per tutti!”.

Ma la donna ha una disperazione nel cuore: “non aspiro al pane, mi bastano le briciole. Non mi arrogo diritti di figliolanza, mi basta fare il cagnolino che gira tra le gambe dei commensali, prendendo qualche volta calci tra i denti. Non ho pretese di privilegi o di doni: mi accontento di ciò che avanza dalla tua mensa, perché per me anche una briciola del tuo amore, fa la mia felicità. So che qui si buttano via quintali di cibo e si sciupano quintali di medicine, e si buttano anche le tue parole di compassione e di condivisione”.

Questa è fede pura, lo dice anche Gesù e le briciole che la donna sperava si trasformano in pane della vita, e la straniera, la siro-fenicia, la pagana, l’immigrata si rivede donata, libera, vera, guarita, ricostruita nella sua dignità e nella sua figliolanza la sua creatura che prima era del demonio.

Non solo, ma sa aprire anche i nostri cuori a quella speranza, che noi nemmeno più gli chiediamo!

3 Agosto 2022
+Domenico

La fede può avere una malattia: oligopistia, fede piccina,piccina

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 28-31) dal Vangelo del giorno (Mt 14, 22-36)

…Pietro allora gli rispose: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. Ed egli disse: “Vieni!”. Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”. E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”.

Audio della riflessione

Ti capita spesso di partire deciso, spavaldo, senza calcoli, convinto e poi perdere ogni ragione valida del tuo percorso. Resti fermo a metà strada, perdi ogni stimolo, cerchi invano motivi, ti senti vuoto e ti fermi. E’ il classico mettere mano all’aratro e voltarsi indietro. Pietro l’aveva provato sulla sua pelle quel giorno che deciso aveva chiesto a Gesù di poterlo raggiungere camminando sull’acqua; lo guardava fisso ed era talmente intenso lo sguardo, l’attrazione, il fascino che non ammetteva distanza o separazione da Gesù. Era stato in intimità con Gesù, aveva capito quanto fosse grande la sua forza e l’entusiasmo si cambiò in domanda, la domanda in passi sicuri. Aveva in breve tempo risposto alla sua domanda o meglio alla sua sfida: se sei tu. Aveva sperimentato che era lui, aveva dato risposta a una sua curiosità, diventata provocazione, assolutamente molto lontana ancora dalla fede, da quell’abbandono fiducioso senza riserve, senza se e senza ma, affidamento di un figlio al Padre. In questa fede da sfida si nasconde già il suo possibile tradimento nel cortile del pretorio. Questa fede approssimata non lo tiene a galla abbassa gli occhi su di sé, si trova quel pover’uomo che siamo tutti e comincia ad affondare. Si sente davvero quel fragile uomo che è e si mette a gridare. Ora è il grido della fede e non della sfida o della pretesa o del miracolismo.

Solo una vera fede in Gesù poteva sostenerlo. Ma poco a poco è venuto meno quello sguardo fiducioso, si è incrinata la certezza, si è inscritto il dubbio. E Gesù, non solo in questa occasione, ma anche altre volte gli si rivolge, e si rivolge a tutti noi, chiamandolo uomo di poca fede. E’ una malattia che abbiamo tutti: in greco i vangeli la chiamano oligopisti’a, fede piccola, piccola. Siamo malati di poca fede, quando ci vogliamo sostituire a Dio, quando crediamo di essere noi i padroni della nostra vita, quando ci sentiamo il centro di tutto. Siamo malati di poca fede quando la riduciamo a ricetta per risolvere i nostri mali, a scaramanzia per le possibili disgrazie, ostentazione delle nostre sicurezze. Allora svanisce l’abbandono in Dio,  non abbiamo più lo sguardo fisso su Gesù, lo abbassiamo alle nostre debolezze, ci fa paura l’impegno, ci assilla la sicurezza e cediamo. Ci rintaniamo nelle nostre visioni da miopia. Pietro forse voleva tentare il Signore, mettere in campo un po’ di spavalderia, ma Gesù lo prende sul serio, rende vero l’impossibile se tu ti abbandoni in Lui. La fede non è una quantità, ma un modo di collocarsi nei confronti di Dio, una dimensione profonda dell’esistenza che non si misura a chili, ma a gesti di affidamento totale, a dialoghi fiduciosi, ad abbandono convinto senza riserve, a fiducia in un papà. E noi vogliamo sempre sentirci amati da Dio, affidati a Lui, fiduciosi del suo aiuto, accarezzati dalla sua mano, affascinati dalla sua bontà che non ci abbandona mai.

2 Agosto 2022
+Domenico

Sempre gli uni per gli altri o saremo sempre perdenti

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 13-21)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. Ma Gesù disse loro: “Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare”. Gli risposero: “Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!”. Ed egli disse: “Portatemeli qui”. E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Audio della riflessione

Sempre più angoscianti sono le domande che ci facciamo quando la natura sconvolta miete vittime innocenti, prudenti, attrezzate contro i pericoli normali che prevedono un percorso. Il fatto nuovo che forse la storia qualche altra volta ha segnalato oggi ci è parso impossibile da prevedere. La nostra terra, la pianura, i laghi vengono tutti da ghiacciai ritirati, da movimenti tellurici naturali. Eppure non abbiamo messo a sufficienza l’attenzione nostra ai cambiamenti, alla storia della nostra terra. Capovolgimenti enormi oggi sono previsti, ma preferiamo guardare l’arco delle nostre pur brevi giornate e non il futuro. Rendiamoci conto che siamo fragili e che occorre sempre tenere alta la guardia della nostra vita. La ricerca della verità deve sempre appassionarci e la verità è più grande di noi, va cercata anche là dove ci sembra di essere sicuri.

I tempi di Gesù non avevano questi nostri gravi problemi, ma ne avevano altri pure importanti, di tensione a una vita vera, a una umanità nuova, a una storia di libertà, di riscatto, di sopravvivenza, come l’hanno avuto i nostri genitori o nonni con le guerre, le pestilenze

Gesù così ha sentito la sete della gente che lo seguiva: sentì compassione per loro. E loro lo seguivano anche perdendo il senso del tempo, dimenticandosi quasi di mangiare. Tanta era la speranza di chi lo ascoltava, lo seguiva, beveva le sue parole. I discepoli si accorgono di questa pressione incontenibile attorno a Gesù e gli dicono: ti rendi conto che questi ci stanno addosso tutto il giorno? Dovranno ben pensare a se stessi. Hanno in testa che tu devi anche dar loro da mangiare.

E qui Gesù propone una scelta da fare che deve esserci sempre anche nelle nostre vite complicate di oggi. I discepoli dicono in pratica che ciascuno si deve arrangiare, Gesù dice invece dobbiamo condividere quello che siamo e quello che abbiamo.

Vi ho insegnato finora che ciascuno si arrangi o a condividere? Che cosa possiamo condividere se abbiamo solo cinque pani e due pesci? A Gesù basta questo poco, perché è tutto quello che c’è, non è un superfluo, è il necessario per la fame di un ragazzo e lo moltiplica. La gente si toglie la fame. Sono ancora i discepoli che distribuiscono e raccolgono i resti.

È l’anticipazione dell’ultima cena, è la prima assemblea “domenicale”, che va oltre la risonanza storica di un prodigio per una folla affamata, è il segno della presenza permanente di Cristo per dare all’umanità di ogni tempo il vero pane di vita. Questo pane divino che sazia l’uomo lo rende capace di amare di più i suoi fratelli. Arrangiarsi non è verbo da cristiano, condividere invece si’ e ci dà la forza di superare ogni nostra disgrazia, assieme gli uni per gli altri.

Gesù è la nostra guida, se ci sentiamo pecore senza pastore, alziamo lo sguardo a lui, tendiamo l’orecchio alle sue parole. Basteranno quelle a darci vita, a sfamarci. La vera fame per noi oggi non è proprio quella del cibo se passiamo un sacco di tempo preoccupati di non ingrassare. La vera fame è quella della verità e Gesù ce la offre nel suo vangelo, che ci porta sempre alla solidarietà e a sentirci tutti fratelli..

1 Agosto 2022
+Domenico

Ancora un adulto che gioca sulla pelle dei giovani

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 1-12)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo al tetrarca Erode giunse notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: «Costui è Giovanni il Battista. È risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi!». Erode infatti aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo. Giovanni infatti gli diceva: «Non ti è lecito tenerla con te!». Erode, benché volesse farlo morire, ebbe paura della folla perché lo considerava un profeta. Quando fu il compleanno di Erode, la figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode che egli le promise con giuramento di darle quello che avesse chiesto. Ella, istigata da sua madre, disse: «Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista».
Il re si rattristò, ma a motivo del giuramento e dei commensali ordinò che le venisse data e mandò a decapitare Giovanni nella prigione. La sua testa venne portata su un vassoio, fu data alla fanciulla e lei la portò a sua madre. I suoi discepoli si presentarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informare Gesù.

Audio della riflessione

Ogni martire è testimone che Dio ci ama alla follia. Giovanni Battista ancor di più. Era stato un dito puntato verso Gesù. L’uomo di Nazareth era apparso sulla scena del mondo e lui doveva scomparire. Era stato severo con se stesso, con la religione del tempio, con chi lo voleva seguire. Un po’ di serietà in questa religione! Dio non è un bene di consumo; che ne avete fatto? È un vento che spazza via la pula dall’aia delle nostre esistenze superficiali; è una scure che taglia di netto alla radice. La gente è stanca di riti morti, di assolutizzazioni cultuali, di commercio di cose di Dio. Chi ha ingessato il Signore? Chi tenta continuamente di farlo prigioniero? Faceva rinascere speranza, strappava la gente dal torpore dei supermercati del sacro, dal chiasso dei propri affari meschini. Avete in cuore una profonda sete di Dio, sentite urgere dentro una aspirazione insopprimibile e la spegnete con la droga, con l’ecstasi, con i compromessi! Avete una sete insaziabile di pace e la cercate con armi e tritolo! Sentite desiderio di interiorità e sperate di trovarla nei talk show! Giovanni non aveva mezze misure. Avete desideri di affetto pulito e profondo e vi prendete i mariti o le mogli degli altri? Poi è venuto Gesù. Non credeva ai suoi occhi e ha ceduto il passo.

Erode  lo imprigiona, ma lo ascolta volentieri. Incrocia la vita di Giovanni, una ragazzina, bella, agile, elegante, armoniosa. Vuole sfondare con la sua bellezza e la sua leggiadria. Si allena e finalmente arriva la sua grande occasione. Non si tratta del solito saggio col papà, la mamma, gli zii, i nonni alla festa di compleanno, ma oggi c’è tutto il governo, i notabili. E danza. Se la mangiano tutti con gli occhi. Erode stravede, i giovani sono sempre sorprendenti, ti incantano, meritano tutto: la metà del mio regno è tua. La ragazza è saggia, i complimenti non le danno alla testa. La sua danza è una sfida con se stessa, non con gli adulti. Sa di aver bisogno di tutti per crescere, per decidere e va da sua madre. Giovanni lei non lo conosce, sua madre purtroppo si

“Mamma è il momento più bello della mia vita”. Sono riuscita a superarmi; ti ricordi quanti allenamenti, quante volte volevo smettere e tu mi hai aiutato? Se non ci fossi stata tu starei ancora a divertirmi con l’orsacchiotto di pelouche. Il re è disposto a darmi la luna. Ho un avvenire sicuro, non sono in casa sua solo perchè vuole bene a te. Ho un  posto anch’io”. Non si sente più una vita da scarto, come capita a tanti giovani, non è destinata alla discarica, ma le si è aperta nella vita una strada. Non vuoi che sia questa anche l’aspirazione degli adulti che le vogliono bene, di colei cui tra una coccola e l’altra si confida?

E la madre, l’adulta, il maturo, quella che vede bene, che calcola, che è navigata nella vita, colei che si è lasciata indurire il cuore dall’interesse, che non sa più sognare e cambia i sogni dei giovani in incubi, dice tutto il suo odio per la vita, e per il futuro dei figli: la testa di Giovanni Battista. Una sentenza che prima di ammazzare Giovanni, distrugge speranza e uccide l’anima di sua figlia che non ha ancora il coraggio di ribellarsi, è ancora soffocata dall’affetto predatore di sua madre, dell’adulto senza scrupoli. Alla ragazza occorreva, come per tutti sempre avere una vista più lunga dei sentimenti.

30 Luglio 2022
+Domenico

Trarre dal tesoro della vita la sapienza di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 47-52)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Terminate queste parabole, Gesù partì di là.

Audio della riflessione

La rete raccoglie pesci buoni e pesci cattivi. La rete è una icona del Regno di Dio. Il regno aggrega tutti senza discriminazione. La chiesa non sceglie chi è bravo, chi è bello, chi è buono. Non nega la fraternità a nessuno. La chiesa non è una setta di puri. Il male è nella nostra stessa vita, non nella vita di quello che abita a due isolati, non al di là del muro, non in oriente, se noi siamo a occidente, non nei Sud del mondo, se noi siamo al Nord, viene nel nostro mondo, nella nostra interiorità, nella nostra famiglia, nella nostra comunità.  

Non è la spietatezza, né l’accondiscendenza che risolve i problemi della compresenza costante di bene e male, ma la capacità enorme che Dio ha dato all’uomo di vincere il male con il bene, perché la presenza del male accanto al bene, rende più vero il bene, più cosciente l’uomo di aver bisogno di Dio, più convinto che è solo con l’aiuto di Dio che possiamo vivere una vita bella, beata e felice. Se Dio ha fatto il mondo bello, il male è l’occasione per renderlo migliore.

Dio non interviene con ira, non spezza la canna incrinata, non spegne il lucignolo fumigante. Non tocca all’uomo giudicare, ma solo a Dio. E’ per questo che solo alla fine si potrà fare la cernita tra i pesci buoni e quelli cattivi: lo deciderà lui, non l’uomo. Nessuno ha il diritto di dire: basta! Non c’è nessuna persona di cui ci si può liberare una volta per tutte, non c’è nessuno da buttare fuori. Per il Signore tutti si debbono sentire di qualcuno, di Lui sicuramente sempre. Il presente è sempre il tempo della pazienza.

La comunità cristiana non è una setta di puri, ma nemmeno una banda di malfattori. La misericordia è verso l’altro. Verso di noi ci vuole vigilanza e discernimento, sforzo continuo di fedeltà alla parola e disponibilità a fare la volontà di Dio. La misericordia non è da imputare a se stessi per vivere nella dissolutezza, per garantirci la nostra impunità nel male. Anche questo convivere con il male è il prezzo della libertà che Dio vuol assolutamente garantire ad ogni persona.

I santi questo lo vivevano a fondo. Sapevano bene che occorreva ricuperare valore all’umanità, alla ragione, alle grandi qualità che Dio ho scritto in ogni vita umana. Con le ragioni della fede non sbaragliavano nessun nemico, si mettevano maggiormente in umiltà. La luce della fede è luce di Dio, non tua, per te è debolezza, è accoglienza, è fiducia, è abbandono.

Ti sconvolge la vita e ti costringe a non esserne più tu il padrone, ma gli altri. E nello stesso tempo ti dà un punto di vista superiore che ti permette di superare il male, di cavare bene anche dal male, ma soprattutto di trarre dal tesoro della vita la sapienza che Dio vi ha immessa e dare contributi alla formulazione di nuovi approdi, di nuove sintesi, di nuove espressioni di umanità.

28 Luglio 2022
+Domenico

Si può davvero trovare non un tesoro, ma IL tesoro?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,44) dal Vangelo del giorno (Mt 13,44-46)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

 In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo…».

Audio della riflessione

Avevo un bel ragazzo, ho puntato tutto su di lui e poi mi ha lasciato come si abbandona uno straccio in lavanderia: Avevo in mente di diventare qualcuno: studia, stringi i pugni, non cedere, ho rinunciato a tutto e poi mi sono trovato con un pezzo di carta in mano di cui ridono tutti: il secchione senza un soldo e i navigatori a vista pieni di grana. Mi sono messo pure di impegno, quando ho trovato l’anima gemella, mi sembrava di aver toccato il cielo col dito, ma non ero troppo sicuro. Ci mettiamo a vivere assieme qualche anno per provare se siamo un tesoro l’una per l’altra. E’ come se fossimo andati dal gioielliere a presentare le nostre pepite. Erano verissime! Ci siamo sposati: durante il viaggio di nozze abbiamo cominciato a separarci. Mi sono stufato di tutto.

Un giorno trovo una amica che mi dice di aver trovato la risposta vera della vita. Dilla anche a me. E’ cominciata una ricerca seria. Mi par di aver trovato qualcosa di autentico: la fede. Ma mi nasce ancora un dubbio. E’ un abbaglio anche la fede o è un vero tesoro? Sono disposto a vendere tutto, perché sono stufo marcio di non credere in niente. Sono incapace di amare, di vivere, di pensare: tutti mi morsicano un pezzo di vita, mi par di essere un torsolo di mela. C’è qualcuno cui sto a cuore?

La fede è un tesoro, ma ti deve dare felicità, altrimenti è un’altra fuga, un altro inganno, un tesoro falso. Il vangelo dice che quel fortunato cercatore di tesori, dopo averlo trovato, se ne va pieno di gioia a vendere tutto. Capisci? trova la gioia nel puntare tutto sul tesoro, nell’investire, nel tagliarsi i ponti dietro le spalle, nel pensare a una vita senza ritorno. Pazzo! Che aveva intuito di così grande? Che tipo di tesoro era? Che vita di fame devastante aveva alle spalle? Che intuizione gli era folgorata nel cervello? Che voragini aveva sperimentato dentro di sé per trovare non una botola che metteva a tacere tutto, ma una pienezza che rilanciava la sua vita? Che sguardo aveva incrociato per decidersi così?

Aveva trovato Gesù! Non aveva trovato un equilibrio, ma un fuoco; non aveva incontrato un placebo o una medicina, ma una forza risolutiva; non aveva individuato l’ultima spiaggia per disperazione, ma la provocazione a scegliere nel massimo della libertà. E ha scelto con gioia. Gesù così si propone ai suoi discepoli, perché anche Lui aveva lasciato tutto con gioia per buttarsi nell’avventura del Regno del Padre.

Gli apostoli stanno ancora a tergiversare, a misurare col bilancino, a calcolare vantaggi e fatiche. Ma Lui spara a tutti le sue raffiche di verbi: va, vendi, regala, vieni e seguimi; taglia, butta in mare, cava ‘sto occhio che ti intorbida la vita. Chi l’ha fatto non è rimasto né zoppo, né cieco, ma è diventato gioia incontenibile per tutti.

27 Luglio 2022
+Domenico

Zizzania una parola che ci ferisce, ma che esige attesa

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 36-43)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo».
Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

Audio della riflessione

La nostra vita è un grande campo di grano in cui attecchisce anche l’erba cattiva che prende linfa nei nostri cuori. Dio è pieno di misericordia. Lascia che crescano assieme! Diamo un’altra possibilità di cambiare, di orientarsi alla bontà! Solo alla fine si farà il giudizio, e allora Dio interverrà. Per ora dobbiamo convivere con il peccatore, pure dentro di noi, anche se prendiamo tutte le distanze dal peccato.

 Questo grano siamo noi, con i nostri pregi e difetti. Anche noi ci troviamo intrisi di bene e di male. Diceva San Paolo, colgo l’attrazione verso il bene, ma in me vince spesso la forza del male. L’inizio della conversione, del cambiamento è proprio uno sguardo misericordioso su di noi. E’ accettare che solo Dio è capace di cambiare anche il nostro cuore e che occorre sempre un amore senza condizioni per cambiare. Nella storia i maggiori disastri li hanno compiuti quelli che volevano estirpare il male e piantare un mondo solo di buoni.

Con grande candore diceva papa Ratzinger: “meno male che esiste questa parabola della zizzania, perché almeno posso starci anch’io nella chiesa”. Questa visione di fede genera allora speranza per una incrollabile fiducia della vittoria del bene sul male.

Qualcuno potrebbe pensare che ogni male è zizzania. E la sofferenza? Sicuramente fa male, ma non è assolutamente zizzania. Il beato Luigi Novarese diceva di costruire coi mattoni della sofferenza un ponte di salvezza verso il cielo.

Chi è ammalato non è zizzania, anzi 

È figlio di Dio

Erede del cielo

Lievito di grazia per il mondo

Potenziale atomico per la causa della chiesa

\Certo occorre guarire dal di dentro per pensare così, guarire nell’anima e avere la certezza e il coraggio di appoggiare la nostra croce a quella di Gesù, per far diventare più buono il mondo. E noi questo lo vogliamo sempre fare anche se non ne abbiamo sempre la forza.

Oggi facciamo la festa di tutti i nonni a partire da quelli di Gesù : i Santi Gioacchino e Anna. Essi hanno potuto aprirsi alla novità assoluta di Dio e dovuto cambiare le loro aspettative, i loro sogni, le loro relazioni, proprio perché Dio ha voluto inscrivere nella loro vita l’Immacolata figura della mamma di Gesù e hanno cominciato ad orientarsi totalmente non solo alla figlia, ma a tutta la causa cui lei era stata chiamata. I nonni di Gesù sono sempre un bell’impegno nei confronti di Dio e nei confronti di Gesù e possiamo immaginare la fede, l’attesa, la trepidazione che li ha sempre coinvolti e resi vivi, grati e donati alla causa di Gesù. Papa Francesco desidera che oggi facciamo festa ai nostri nonni, alla loro compagnia, siamo aiuto per le loro fragilità, ma anche attenti discepoli della loro saggezza.

26 Luglio 2022
+Domenico

Il più grande tra voi è vostro servo

una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 20,20-28)

Audio della riflessione

In quel tempo, si avvicinò a Gesù la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Ci capita spesso di sentirci domandare o di domandarci se l’essere cristiani diventa sempre più complicato per le tante questioni di vita che si presentano oggi: la guerra, la pandemia, l’eutanasia, i migranti… Certo sono tutti temi che esigono riflessione, dialogo, confronto , ma anche punti di vista solidi da cui guardare il tutto.

 Non si può accusare il vangelo di non essere concreto, chiaro e comprensibile. Gesù si trova a dover aiutare i suoi discepoli a seguire il suo insegnamento molto chiaro. E’ la mamma di Giacomo e Giovanni che mette a prova gli apostoli tra loro e  tira in ballo Gesù. Come tutte le mamme chiede un posto dignitoso per i suoi due figli in questo famoso regno di cui Gesù parla spesso. Gli apostoli sono irritati da questa richiesta e Gesù  prende posizione molto ferma.

Il regno dei cieli, il punto di arrivo del vangelo non è un regno che distribuisce posti di prestigio, ma posti di servizio. La vera grandezza è quella di Dio, la cui gloria è servire, ciò esprime la concretezza dell’amore. Non solo si deve essere grandi nel regno di Dio, nella vita cristiana, anzi perfetti, come colui del quale siamo figli; dobbiamo essere perfino primi. Il primo è colui che si è fatto ultimo per amore.  Chi vuol essere grande sarà vostro servo. Il Signore sta in mezzo a voi come colui che serve. Dà la vita, fa vivere l’altro; questa è la più bella immagine di Dio: datore di vita, a partire dalla sua per gli altri. Sarà difficile, ma molto chiaro. Il Signore non chiede mai più di quello che possiamo dare e se vogliamo essere cristiani questa è la strada.

San Giacomo, che oggi ricordiamo nella sua festa, ha imparato subito la lezione di Gesù e si è messo proprio a servire e dare la vita per gli altri. Ha avuto un seguito grandissimo in Europa a partire da Santiago che significa giusto san Giacomo, il luogo della sua sepoltura. Non pochi pellegrini fanno tantissima strada a piedi per arrivare a questa bellissima cattedrale. Durante il pellegrinaggio fanno amicizia, solidarietà con chi incontrano sul cammino, ti senti aiutato anche da chi non ti conosce. E’ un santuario che ha unito nei secoli passati l’Europa e san Giovanni Paolo II ci ha convocato per una delle prime Giornate Mondiali della Gioventù proprio a Santiago per aiutarci a ritrovare le radici cristiane della nostra vecchia Europa, che oggi si vogliono cancellare. Per ridire a tutti che essere primi nel regno di Dio è essere servi di tutti. Essere Europa, non è comandare, ma indicare a tutti la strada di Gesù, il suo vangelo.

25 Luglio 2022
+Domenico