Il cristiano è uno specialista del servizio, non del potere!

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 23, 11-12) dal Vangelo del giorno (Mt 23, 1-12)

Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.

Audio (Video) della riflessione

Sembra una condanna da cui non si può facilmente sfuggire … quella di dedicarsi con generosità ai poveri, ai giovani, a far del bene e finire miseramente per farsi servire da coloro per i quali abbiamo dato la vita: si comincia con l’accoglienza, con un impegno che costa fatica e che non è spesso riconosciuto, con la dedizione senza orari … poi, a un certo punto, si insinua l’abitudine: si procede un po’ automaticamente e ci si trova non più a servire, ma a controllare, a imporre, a togliere libertà di espressione.

Capita forse lo stesso anche in casa con i figli: si passa dalla dedizione più generosa come è il dare la vita, il far crescere, il non risparmiarsi per ogni bisogno a diventare ingombranti, incapaci di dare autonomia, col legare a sé anziché lanciare nella vita.

I passi sono spesso impercettibili, ma alla fine diventano un piccolo sequestro biologico!

E’ la tentazione anche di noi credenti o uomini di Chiesa, che da entusiasti servitori possiamo diventare importanti e da importanti diventiamo persone  non più dedicate a un amore disinteressato: il servizio può spesso portare ad assumere responsabilità, a salire quindi anche posti di prestigio.

Le responsabilità vengono riconosciute da collocazioni nella gerarchia e il gioco è fatto: se uno non ha niente in testa arriva a credere di essere lui il centro e non più il Signore che serve nelle persone a lui affidate … per questo spesso nelle nostre comunità c’è corsa ai posti anziché ai servizi.

Era così ai tempi di Gesù, ed è così anche oggi, con una aggravante: che il nostro maestro e Signore Gesù, ci ha dato sempre un esempio deciso, chiaro, pagato sulla sua pelle del vivere sempre da servo … anzi è morto sulla croce proprio come il servo sofferente: Lui ci ricorda che non dobbiamo amare nessun primo posto, non dobbiamo fare i “pavoni”, ma tenere bene in mente che ”il più grande di voi sarà vostro servo”.

In questa direzione assolutamente obbligatoria per ogni cristiano si inscrive tutto il lavoro delle nostre chiese e della Chiesa Universale sulla sinodalità, sul camminare sempre assieme, immergersi in un percorso comune di servizio e di corresponsabilità verso se stessi, Chiesa e il mondo.

E’ allora alzando lo sguardo a Lui che possiamo purificare sempre le nostre intenzioni, tornare sempre all’incandescenza delle decisioni di autentico servizio che ci hanno fatto compiere i primi passi generosi e affidare a Dio la volontà di perseverare, perché Dio, anche in questo, non ci abbandona mai.

20 Agosto 2022
+Domenico

Chi è il cristiano vero?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 22, 34-40)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «”Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Audio della riflessione

Ci viene spesso spontanea la domanda: “quale è il punto più importante della vita cristiana?”

Chi è il vero cristiano? E’ chi va a messa? È chi paga le tasse? È chi si comporta bene? Chi non ruba? Chi fa il suo dovere?

La tentazione di semplificare è tanta, anche se è giusto puntare sempre all’essenziale: Vorremmo forse un cristianesimo in pillole per potercelo sistemare una volta per tutte … della serie: “la mia vita è un’altra, ho tante preoccupazioni, tanti interessi, programmi, ideali … non posso correre dietro ai preti …” però è giusto avere qualche principio proprio per mettere a posto anche questo: nella vita ci vuole una sorta di ordine!

La fede è vista come uno dei tanti tasselli dell’esistenza, dei tanti obblighi, delle tante cose che purtroppo occorre mettere in conto perché prima o poi ci devi incappare: o i sacramenti dei figli, o il matrimonio, o qualche malattia, o la morte dei nonni, o qualche confraternita in cui hai amici …. o perché sei imparentato con qualche frate o suora…

“C’è qualcosa che posso fare senza troppo impegno e che mi mette il cuore in pace?”.

Gesù è molto preciso, ma come sempre destabilizzante: il centro della vita cristiana non è qualcosa da fare, ma un modo di essere, per cui non è un gesto da compiere una volta per tutte così che ti sei messo a posto, ma è una vita di amore: è amare Dio! Amare Dio non è una preghierina del mattino, non è un soprammobile sul comodino, non è una scaramanzia da fare ogni giorno prima di salire in automobile … è mettere Dio al centro della vita!

E’ sorprendente e bello , il comando di amare Dio: fa tenerezza un Dio che insegue l’uomo per dirgli “ti do un comando, un ordine tassativo, grande e terribile: per favore voglimi bene, perché anch’io ti voglio bene”.

E’ un comando che indica una concezione sublime di Dio e dell’uomo: Dio è amore e l’uomo è fatto per amare Lui.

Il desiderio dell’uomo di essere simile a Dio è proprio lo stesso di Dio che lo ha creato come sua parte: diventiamo per amore ciò che Dio è per natura!

Ma ancora di più dice Gesù: essere cristiani è amare allo stesso modo anche il prossimo.

Sapere che gli altri fanno parte della nostra vita e non posso vivere senza stabilire con loro rapporti di amore, di dono, di amicizia, di convivenza positiva e generosa.

Chi voleva la formuletta “mordi e fuggi”, “prendi e sigilla” … se la deve scordare: essere cristiani è semplice, non è un insieme di adempimenti complicati, ma è vivere in modo completamente diverso da quanto ci suggerisce il mondo: per questo la vita cristiana è una vita di speranza, perché sa puntare al cuore della costituzione di un modo di vivere, e questo cuore è l’amore.

19 Agosto 2022
+Domenico

La vita è un invito alla festa con Dio Padre

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt. 22, 4-6) dal Vangelo giorno (Mt. 22, 1-14)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.

Audio della riflessione

Il senso del nostro vivere sarà sempre un grande e affascinante mistero: qualcuno ci dovrà sempre aiutare a capire perché un giorno abbiamo cominciato a vivere, come questa vita che ci sembra tanto fragile non si spegnerà più, ma rimarrà indelebile nell’universo … c’è stato qualcuno che ci ha chiamato all’esistenza o siamo frutto di una combinazione tra le infinite possibili?

Non solo questa vita non è nata a caso, ma questa nostra esistenza è un invito per ogni uomo e per ogni donna a un banchetto di nozze! Non siamo nel mondo a caso e non ci siamo senza meta! Non solo, ma la vita dell’uomo sulla terra si configura come regno di Dio, come regalo di amore di un Padre.

Accettare la vita, quando non sapevamo che cosa era, è stato facile: ci siamo mostrati subito entusiasti, esigenti, egocentrici, attaccati … non abbiamo detto di no! Da bambini ci ha pensato l’istinto della conservazione a sostenerci, l’amore di chi ci ha generato a coltivarci … poi viene per tutti  l’invito a un salto di qualità: “Ci stai a fare della tua vita un dono? Un’opera d’arte? ci stai a passare dall’istinto all’amore, dalla necessità al progetto, dalla dipendenza obbligata alla collaborazione, dalla barbarie dell’egoismo alla civiltà dell’amore?”.

E’ l’invito a nozze del Vangelo, è la passione d’amore incontenibile che ha riempito la vita di Gesù, che lo ha portato sulla croce … e sono cominciate le nostre risposte: “ma io che ci guadagno a lasciare i miei affari, a uscire dal mio comodo loculo, a tagliare le fasciature dorate delle mie abitudini? Perché non mi posso costruire i miei piaceri, o godere la mia sessualità, o accumulare soldi e comprare affetti? Perché non bado solo ai fatti miei e mi costruisco il mio regno, il mio mondo?”.

La vita non è più stata vista come un invito, ma come un possesso: due tappi alle orecchie, due mani sugli occhi, e una pietra al posto del cuore!

Ma la forza di Dio è inarrestabile, non pone condizioni: al suo banchetto ci possono stare tutti. L’invito deve arrivare, non c’è ufficio postale che seleziona, la sua mailing list ha gli indirizzi di tutti! Nessuno può fare da filtro, soprattutto quelli che hanno accettato il suo invito.

Con chi lo segue è esigente: nessuno può illudersi di sentirsi a posto!

La vita è sempre una sorpresa, si porta dentro sfide nuove… se poi questo banchetto è la vita cristiana, è l’esperienza di una comunità credente, è la vita di fede … questa ha sempre bisogno di prendere il largo, ha bisogno di conversione, di vigilanza, di misura alta!

E noi anche oggi siamo chiamati a cercare e proporre modi di vivere questa misura alta della vita cristiana: vogliamo invocare Dio perché in Gesù morto e risorto ci illumini il cammino, sostenga le nostre famiglie, le aggregazioni, le comunità, le orienti tutte a compiere sempre la sua volontà, a costruire il suo regno.

18 Agosto 2022
+Domenico

Padrone o padre è per noi Dio?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 20, 1-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Video della riflessione

Facciamo sempre troppa fatica a capire questa parabola in cui ogni lavoratore prende la stessa paga anche se ha orari diversissimi di lavoro … proviamo a partire da una esperienza che a tutti auguriamo di fare … partiamo dalla famiglia: non decidono i figli quando nascere in una famiglia, dove non è un errore o un merito l’essere nati prima o dopo! L’amore di papà e mamma è sempre al massimo per tutti.

Dio ci dona sempre il massimo, non fa differenza di persone: il suo amore non si baratta, non si taglia a fette, non si conta come gli euro … è la sua bontà infinita per noi, per tutti quelli che lo amano anche all’ultimo momento.

Vogliamo un rapporto con Dio non a modello commerciale, ma a modello famigliare, perché Lui è famiglia, è Trinità, dove padre, Figlio e Spirito si amano di amore immenso senza misura, sempre al massimo, come Dio con ciascuno di noi.

Il paradiso Dio ce lo regala sempre: è più grande di ogni nostro merito; è dono del suo amore che decidiamo di accettare nella nostra esistenza!

La famiglia è proprio il luogo in cui si può capire di più Dio. Il lavoratore della prima ora che resta deluso e si arrabbia con Dio per me era un single: tutto concentrato su di sé. Questo lavoratore della prima ora assomiglia proprio al figlio più grande, tutto casa e chiesa, campi e vitelli, azienda e profitto della parabola del figliol prodigo: “Come? Vieni qui ancora a dividere la mia eredità, dopo che ti sei fatta fuori la tua? Che giustizia è far festa al figlio pazzo e vagabondo? Questo tuo figlio …”

Un papà, una mamma, un fratello sanno che in famiglia ci si rapporta molto diversamente e non si mette in atto nessuna ingiustizia, ma si vede che la giustizia  ha bisogno di amore per essere una regola di vita!

Nel nostro mondo a modello commerciale dove quello che più conta è la capacità di barattare, di stabilire accordi,di … fare scambi vantaggiosi, avere condizioni favorevoli, sfruttare l’occasione, intuire le debolezze del compratore per fare guadagni, farsi creativi nel collocare la nostra merce …. pensiamo che il nostro rapporto con Dio sia un grande commercio! L’idea forse la danno anche certe nostre abitudini di rapporto con le cose sacre, con i sacramenti, con le offerte, con i servizi liturgici, con gli oggetti sacri, le visite ai santuari … spesso li facciamo diventare luoghi di commercio anziché di incontro tra la nostra povera vita e la grandezza di Dio.

Crediamo di poter commerciare la nostra salvezza, di comperare la sua misericordia, di sostituire l’amore vero profondo, di tenerci il cuore e di dare a Dio solo le nostre cose …

…. e allora accampiamo diritti, rimproveriamo Dio perché non tiene conto di quello che abbiamo fatto, riteniamo di esserci guadagnati il paradiso, una vita bella, felice, solo perché noi abbiamo dato, abbiamo fatto, abbiamo vissuto in un certo modo.

17 Agosto 2022
+Domenico

I beni di questo mondo: i soldi

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 19,23-30)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». A queste parole i discepoli rimasero molto stupiti e dicevano: «Allora, chi può essere salvato?». Gesù li guardò e disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile». Allora Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi».

Audio della riflessione

Potremmo fingere che i soldi non ci toccano, allora vuol dire che ne abbiamo abbastanza; magari ci disturbano, allora ne abbiamo troppi, spesso però non ne abbiamo abbastanza e ne soffriamo. Gesù ci invita a vivere come “da principio” non solo per i nostri affetti, per i rapporti tra marito e moglie, con gli altri fratelli e con noi stessi, ma anche con i beni del mondo.

Non sono certo il fine cui sacrificare la nostra vita e quella degli altri, ma solo il mezzo da usare tanto quanto serve per vivere da figli e da fratelli, senza lasciarci prendere troppo o addirittura farci dominare e rovinare. Sappiamo tutti che quello che teniamo in proprio ci divide dagli altri e ciò che doniamo invece ci unisce. I beni materiali sono benedizione e vita se li condividiamo liberamente e generosamente, diventano maledizione e morte se li accumuliamo con avidità e compulsione.

Gesù ci invita ad essere liberi, che sappiamo servirci di tutto, ma non farci schiavi dei beni che abbiamo. Certo, questo potrebbe sembrare un discorso da ricchi, da gente che sta bene, che è fortunato nella vita, che è nato dalla parte giusta. Gesù però impegna tutti a mettere a disposizione non solo il superfluo, ma quello che abbiamo e possiamo condividere, perché tutti abbiano il necessario

Perché il ricco non può salvarsi? Non può arrivare nel regno dei cieli, soprattutto perché c’è genmte che muore per la sua avidità, il suo egoismo. Chi non ha è sempre per tutti un fratello, ha sempre per padre Dio e il mondo è stato fatto da Dio perchè tutti ne possano godere, tutti abbiano un pane, un bicchiere d’acqua, un cibo. Tante volte Gesù incontrando la gente provava compassione, proprio perché la vedeva assillata per la fame del corpo e anche per la fame dell’anima. E Gesù si è presentato come risposta per ogni fame, di Lui e del pane di ogni uomo.

Noi oggi  ricordiamo san Rocco,  celebriamo la sua santità che lo rese famoso e che inondò tutto il mondo cattolico allora conosciuto, ma troppo poco riandiamo alla sua vita del tutto normale, semplice, attenta al prossimo e radicata nel Signore. Rocco si accompagnava ai poveri pellegrini, che ansimando raggiungevano Roma per incontrarsi col perdono di Dio. Era diventato loro amico, ancor prima di giungere lui stesso alla meta, anzi mettendo la meta in secondo piano rispetto a una amicizia di compassione e di solidarietà. Aveva capito che la prima povertà per un pellegrino era bisogno di amicizia, un antidoto all’assenza di punti di riferimento, e all’insopprimibile desiderio di essere capiti e aiutati senza essere giudicati e demoralizzati. Per questo mentre curava le piaghe dei pellegrini e li nutriva faceva loro sperimentare la compagnia di Dio. Oggi, l’aumento delle povertà spirituali, può diventare aumento di relazioni spirituali. Papa Francesco ci dice che la santità non è frutto dell’isolamento. «Nessuno si salva da solo. Rocco ha saputo mettere a disposizione dei poveri, compagnia di vita, conforto nella malattia e affidamento filiale a Dio.

16 Agosto 2022
+Domenico

Dei bambini è il regno dei cieli

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 19, 13-15)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, furono portati a Gesù dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li rimproverarono. Gesù però disse: «Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli».
E, dopo avere imposto loro le mani, andò via di là.

Audio della riflessione

Nel bambino si manifesta l’essenza dell’uomo, perchè esiste in quanto è riconosciuto, accolto e amato: vive di fiducia assoluta nell’amore di chi lo accoglie.

Ognuno di noi respira nella misura in cui la sua fiducia è corrisposta da un sorriso materno che non delude: noi abbiamo bisogno assoluto di fiducia, perché consapevoli di essere relativi! L’uomo diventa adulto quando accoglie il bambino che è anche in lui, che è lui e diventa adulto quando accetta di essere amato nella sua piccolezza: il bambino vive spontaneamente ciò che l’adulto dovrà realizzare liberamente.

Il regno dei cieli è di chi si butta nelle braccia del Padre come un bambino si butta nelle braccia di suo papà: Gesù non accoglie i bambini perché sono buoni, sono carini, ti commuovono, hanno una sincerità innata … ma perché la loro è una vita tutta abbandonata in qualcuno, fanno della fiducia nel loro papà il massino desiderio da poter esprimere.

Le nostre crisi di fede non sono sempre intellettuali, legate a filosofie pur documentate, ma il venir meno di una fiducia generale nella vita! Sentirsi dire: “venite a me voi che siete affaticati” non è solo un invito di giornate impossibili, quali ogni tanto ci capitano, ma essere chiamati a vivere di fiducia, a buttarci nelle braccia di Gesù, di Dio Padre, della vita vera che ci sorprenderà sempre e che ora non ci appaga.

C’è da scoprire un cuore che ama l’uomo, la donna, le creature: non siamo a caso in questo mondo, non siamo abbandonati; ci dobbiamo sentire sempre figli, capaci di riconoscere che il principio del nostro vivere ci è sempre stato regalato.

Siamo un dono, non un self-made man, un uomo fatto-da-solo: siamo nati da una mamma e da un papà e soprattutto se camminiamo in questa consapevolezza apprezziamo che questo Dio pure ci ha fatto nascere dal suo sangue, dal suo amore sconfinato.

C’è stato un male che ci ha privato di Lui: ci sono stati momenti in cui abbiamo voluto farne a meno … siamo fuggiti, abbiamo sbattuto la porta di casa e facciamo fatica a ritornare bambini, a rimettere tutta la nostra fiducia in Dio! Ci siamo lasciati incantare da noi stessi: abbiamo pensato che tutto iniziasse e finisse in noi, invece siamo sempre frutti di un dono, siamo un regalo e abbiamo un Padre che non ci abbandona mai.

Siamo capaci di gesti generosi, di sentimenti di accoglienza, di voglia di collaborare, di sentirci di qualcuno, di sentirci di Dio.

Il messaggio più bello e più decisivo di Gesù e del Vangelo è che noi abbiamo un padre, che Dio è nostro padre, che il futuro nostro è già garantito nelle sue braccia da cui non possiamo più cadere.

13 Agosto 2022
+Domenico

La sessualità umana, ambito della libera realizzazione della persona, come relazione di amore  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 19, 3-12)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?».
Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: “Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne”? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?». Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio». Gli dissero i suoi discepoli: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». Egli rispose loro: «Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».

Audio della riflessione

La sessualità umana non è per la semplice conservazione della specie, non è l’istinto alla cui soddisfazione è connesso un piacere, ma indicando l’insufficienza radicale dell’uomo nei confronti della vita, il limite di un sesso è rimando all’altro diverso: Questo sentirsi e vedersi diverso, altro,  può essere vissuto da ambedue le parti come minaccia o aggressione, un collocarsi in difesa o in attacco, ma anche come attrazione e cura, in comunione e dono reciproco.

Quell’ “in principio non era così“richiama la bellezza della creazione, dell’essere l’uomo e la donna creati a immagine di Dio e che quando come nel libro della genesi si rendono conto di essere fatti l’uno per l’altra, nel sonno profondo e mistico, dopo il quale “ish” e “ishshah” si contemplano estasiati e cantano il primo canto d’amore: “questa è carne della mia carne, ossa delle mie ossa”, che, detto con maggiore coinvolgimento, può essere: “Ho una grande gioia nel cuore, ci scopriamo creati come regalo l’uno per l’altra, tu sei come me e io come te, ma siamo fatti diversamente, riconosco ed esulto per la nostra comune identità, dal momento che proveniamo dalla medesima radice. Nella nostra differenza destinata a farsi unità, liberamente scelta, io canto la  nostra vocazione a diventare immagine il più possibile simile al creatore, il Signore Iddio!”.

Questo amore che porta  a una grande nuova unità è un mistero, nel senso che è un fatto che va oltre la nostra portata, ed è un fatto divino: così lo definisce la sacra scrittura (Ef,5,12); è sorgente di ogni desiderio e gioia che nella relazione di coppia è determinante per il bene e per il male della società umana, della famiglia.

Occorre allora scoprire la bellezza e le difficoltà, assieme a determinazione nel creare condizioni adatte alla vita di coppia in ogni tipo di società, sempre più complessa e frammentata, che tende quindi a dividere piuttosto che a riunire.

Ecco perché la fedeltà indissolubile nel matrimonio, Gesù non la propone come una legge, ma come il Vangelo, una buona notizia, in cui Lui Gesù è il Dio che salva e risana in radice il nostro male, che è sempre chiusura egoistica in noi stessi e non accettazione dell’altro: Ne consegue allora tutto l’impegno formativo, che anche papa Francesco propone con una sorta di catecumenato, per i giovani che intendono sposarsi da cristiani, da innamorati di Gesù Cristo, con  il sacramento del matrimonio in Chiesa.

La preparazione al matrimonio dice ancora papa Francesco sarà sempre artigianale, non fatta in serie! La relazione di coppia è rivelazione e partecipazione alla vita del Signore, per questo Gesù invita a puntare in alto, a non adattarsi alle mode.

12 Agosto 2022
+Domenic
o

Il Signore ha un modello nuovo di giustizia per l’umanità

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18,21-19,1)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?».
E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano.

Audio della riflessione

A ciascuna persona piace, ed è una esigenza forte, quella di essere trattato con giustizia. Sono tanti i soprusi cui il debole è soggetto, tante le situazioni in cui non puoi difenderti da torti subiti che desideri con forza per te e per gli amici di essere riconosciuti nella propria unicità, personalità, individualità. Ed è giusto che chi sbaglia paghi. La giustizia del Figlio di Dio, di Gesù invece è una giustizia superiore, propria di chi ama, che è in debito verso tutti: all’avversario deve la riconciliazione, al piccolo l’accoglienza, allo smarrito la possibilità di trovare il senso perduto, al colpevole un aiuto con la correzione, al debitore sommerso dai suoi debiti, la possibilità di un condono. E’ una giustizia che introduce una grande disparità, che si chiama misericordia, dono e perdono. Il male che faccio è l’occasione che, facendomi sentire perdonato di più, mi farà amare di più il Signore e il male che subisco è l’opportunità di amare di più i fratelli. Il perdono che ricevo e che accordo è il respiro di Dio. Il perdono è il cuore della vita cristiana, mi rende figlio  del Padre e fratello dei miei simili. Un amore che non perdona non è amore.

Fa proprio pena questo ricco sfondato che è vissuto di debiti, 10.000 talenti sono tonnellate di oro; finge di poter ripagare, ma non sa che vuol dire essere perdonato. Noi siamo questo ricco sfondato, questa persona che alla leggera accoglie il grande perdono di Dio, si crede furbo solo e fortunato solo lui e continua a indebitarsi verso Dio, non perdonando al prossimo. Se pensiamo a quanto ci ha dato Dio: la vita, la salute, l’aria che respiriamo, il creato in cui viviamo, la luce e il calore della esperienza di umanità condivisa… Sono una pallida idea delle vagonate di oro che Dio ci ha regalato di fronte a quei miseri centesimi che possiamo aver speso per il prossimo e che non siamo capaci di perdonare per condonare.

Il bisogno del perdono cristiano non è “godere” di essere indegni, non è nemmeno dispiacersi di non aver avuto coerenza, ma è prima di tutto contemplazione di un amore, è capacità di lasciarci guardare con amore, è avere negli occhi lo sguardo di Gesù, risentire nel cuore il calore della sua amicizia, scomparire per far brillare la sua grazia. Il centro è Lui, non il nostro smacco o la nostra umiliazione. Spesso siamo più dispiaciuti di non essere stati all’altezza del nostro compito che di aver offeso Gesù. E’ Lui che dobbiamo mettere al centro. E’ Lui che dobbiamo contemplare in tutti i suoi gesti umanissimi di amore.

Allora solo questa contemplazione ci farà capaci e  desiderosi di perdonare chi ci ha fatto del male

11 Agosto 2022
+Domenico

Decisa per le nozze vere della vita, quelle con Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25,1-13) dal Vangelo del giorno (Mt 25,11-13)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

… Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Audio della riflessione

Essere preparati a vivere bene tutti gli avvenimenti che la vita ti porta non è sempre facile: talora siamo in ansia, come quando si aspetta la nascita di un bambino, la data di un esame … il giorno del matrimonio … altre volte invece ci si adatta, ci si spegne … e anche le cose più importanti ti passano senza che te ne accorga e perdi occasioni belle, determinanti e decisive: hai messo il silenziatore alla tua vita, ti sei collocato in “stand-by” e aspetti che la vita si faccia da sola, le decisioni si realizzino automaticamente … e invece la vita passa e non te ne accorgi.

Erano così anche quel gruppo di ragazze che dovevano fare festa allo sposo: dovevano aspettarlo per celebrare con lui le nozze, per dire con le loro grazie la bellezza della vita … cinque di loro erano sveglie, in attesa, preparate, sollecite … le altre invece tranquille, ancor peggio “adattate” e assopite, svogliate e pigre! Sembrano il ritratto del nostro tirare a campare: “Ma sì, vedrai che a tutto si trova un rimedio … molti si affannano, ma vedrai che noi all’ultimo momento troveremo di intrufolarci in qualche parte, riusciremo come sempre a soffiare il posto a qualcuno, a sfruttare l’occasione … se siamo in ritardo passiamo sulla corsia di emergenza!”.

Una vita che non prende mai decisioni, si adatta e naviga a vista, non progetta, né prevede, non costruisce, ma vive di rimedi, non collabora, ma sfrutta!

Il gioco può essere anche bello, ma lo sposo, il centro della festa, lo sposo che è il Signore Gesù, non lo si può aspettare addormentati sulle nostre comodità, invischiati nei nostri egoismi e pigrizie, calcolando inganni a danno dei buoni: il Signore passa e se non trova un cuore pulito che lo invita, gli fa posto, non forza, non costringe, non toglie la libertà che stiamo usando male, la rispetta e passa oltre!

Altri sono in attesa di lui, hanno fame della sua parola, sanno che le sue nozze sono determinanti per la loro vita: lo avranno, lo accoglieranno, faranno di lui il centro della loro festa! Infatti il Vangelo, in maniera quasi inaspettata per il nostro buonismo che non permette mai di dire “si, si, no, no” ma che continua con falsa pietà a giustificare tutto, dice perentorio: “e la porta fu chiusa!”

Fu chiusa la porta non della bontà e della misericordia di Dio, ma della coscienza, della libertà spesa bene, della vita generosa, della ricerca della vera felicità! Fu chiusa la porta delle scelte, per entrare nella delusione dell’adattamento …

E’ in gioco la nostra vera gioia, ma dobbiamo essere coscienti che Dio è sempre esigente, proprio perché non ci abbandona mai! 

Non è certo stata cosi la vita di santa Teresa Benedetta della croce, che oggi ricordiamo: grande studiosa di filosofia, ma anche grande credente, coraggiosa, pronta a incontrare lo sposo non per una coreografia di nozze, ma per vivere con lui la sua passione, la sua tragica morte in un campo di concentramento, offrendosi per una nuova Europa, senza guerre fratricide o ideologie crudeli, inumane, aberranti, come il nazismo.

9 Agosto 2022
+Domenico

Una esperienza di libertà vera

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 17, 22-27)

In quel tempo, mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà». Ed essi furono molto rattristati.
Quando furono giunti a Cafàrnao, quelli che riscuotevano la tassa per il tempio si avvicinarono a Pietro e gli dissero: «Il vostro maestro non paga la tassa?». Rispose: «Sì».
Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli estranei?». Rispose: «Dagli estranei».
E Gesù replicò: «Quindi i figli sono liberi. Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te».

Audio della riflessione

E’ proprio un gran bel dono di Dio la libertà: il non sentirsi schiavo di nessuno, disporre di sé con il massimo di libertà esteriore e soprattutto interiore.

Nei primi tempi dei cristiani si vede come ogni persona si trovava rispettato nella sua libertà: nella comunità di Matteo, di origine giudaica c’era ancora la tentazione di osservare rigorosamente le leggi e le tradizioni ebraiche, rischiando di dimenticare la libertà del Vangelo e dei figli di Dio … dall’altra le nuove comunità che venivano dal paganesimo avevano un eccessivo uso della libertà propria senza badare a come si trovavano gli altri e quindi senza avere rispettare i loro comportamenti.

Qui – nel tratto di vangelo che stiamo leggendo – si trova un ottimo esempio di libertà cattolica, aperta sia a quelli che provenivano dal paganesimo che alle comunità di origine giudaica.

I cristiani, per sé, sono liberi dal pagare il tributo al tempio, come dalle leggi giudaiche; tuttavia per non scandalizzare i fratelli giudei, limitano la loro libertà per rispettare i loro correligionari … farà così anche Paolo rispetto alla carne immolata agli idoli … la libertà cristiana infatti non è né l’osservanza della legge propria dei religiosi e degli stoici, né la sua trasgressione, propria dei libertini: E’ la libertà di amare il fratello, è la legge di libertà che ha come criterio ciò che giova all’altro.

Curiosissimo questo Gesù che paga le tasse assieme al primo Papa, San pietro: i farisei dovevano mantenere il tempio efficiente, era una costruzione grandiosa, ma come tutte le cose belle hanno bisogno di grossi impegni di capitali per essere mantenute.

Fu così dopo tanti anni anche per la grande basilica di San Pietro: per costruirla hanno dato fondo a tutto, hanno racimolato offerte in tutto il mondo allora conosciuto, che era solo in pratica l’europa o poco più – il nuovo mondo non era ancora autonomo – e su questa basilica quanto si è detto e rimproverato alla Chiesa Cattolica.

Gesù va al tempio, ha appena detto che va a morire e gli si presentano a chiedere l’obolo che ogni pio ebreo era tenuto a versare …. strana cosa, ma anche oggi quando chiedi i contributi per mantenere la Chiesa si scatena ogni cattiveria possibile contro il Vaticano, e su su fino a Dio, che tuttosommato non ha bisogno di chiese, ma siamo noi che abbiamo bisogno di Lui!

Ebbene Gesù vede la stranezza di doversi pagare pure il tempio che hanno costruito per suo Padre … il figlio di Dio deve pure pagare chi gli rende lode, ma per non fare scandalo dice a Pietro di prendersi nella bocca di un pesce un denaro e di pagare per tutti e due.

Gesù paga le tasse, molto di più di tanti cristiani che non le pagano e si sentono tranquillamente a posto!

Pagare le tasse è sentirsi cittadini a pieno titolo, è comprendere di far parte di una comunità e dare il proprio contributo per la vita comune, per il bene comune, per la convivenza.

Certo, speso ci viene da pensare a come vengono usati i soldi dei contribuenti, ma la tassa forse più vera è quella di mettere a disposizione della comunità anche civile, oltre che cristiana, la propria intelligenza, il proprio cuore, la propria fede, perchè tutti ne possano godere.

Dobbiamo avere coraggio, nelle nostre chiese, di fare una “banca del tempo”, ove ognuno mette a disposizione se stesso per fare opere buone: questo fa nascere speranza, perchè è la vera solidarietà di cui tutti abbiamo bisogno.

8 Agosto 2022
+Domenico