Il  peccato è paralisi, la grazia è libertà    

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 1-8)

In quel tempo, salito su una barca, Gesù passò all’altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portavano un paralitico disteso su un letto. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati».
Allora alcuni scribi dissero fra sé: «Costui bestemmia». Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa infatti è più facile: dire “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire: “Àlzati e cammina”? Ma, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati: Àlzati – disse allora al paralitico -, prendi il tuo letto e va’ a casa tua». Ed egli si alzò e andò a casa sua.
Le folle, vedendo questo, furono prese da timore e resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.

Paralisi è una parola brutta. Significa che tutto si ferma, che non puoi più muoverti, che resti bloccato. Siamo abituati alle paralisi del traffico, sbuffiamo, guardiamo l’orologio, tentiamo tutte le vie di uscita possibili, poi ci adattiamo. E’ una paralisi che ci fa soffrire, ma che si risolverà.

C’è un’altra paralisi invece più dura, quella del corpo, quella del restare  impossibilitato a muoverti, la percezione di impotenza perché i tuoi comandi che partono dal cervello non arrivano più alle braccia o alle gambe. Allora è disperazione nera, è prova dura. Devi dipendere dagli altri, non ti puoi più muovere, è saltato qualcosa nel tuo corpo e devi cambiare radicalmente il modo di vivere e soprattutto trovarti una speranza interiore per affrontare le prove e i dolori. Spesso è un incidente di automobile, altre volte in uno sport. Molte persone devono convivere con questo stato di privazione della propria autonomia, spesso nell’indifferenza di tutti noi che stiamo bene.

E’ così quell’uomo che entra di prepotenza nella scena del vangelo. Ha una fortuna però: per la solidarietà degli amici viene portato davanti a Gesù che parla. Lui, Gesù sta insegnando che il regno di Dio è imminente, sta facendo fiorire sulla bocca di tutti una lode a Dio perché si è ricordato di loro e si vede davanti una sofferenza, un volto implorante. L’uomo paralizzato che viene portato davanti a loro è l’immagine nostra, delle nostre infermità, della nostra immobilità di fronte al futuro, della nostra mancanza di libertà nell’affrontare la vita.

Quanti di noi sono schiavi, impediti di agire secondo i propri ideali o per povertà, o per mancanza di lavoro, o per vizio. La catena della droga è più di una paralisi, perchè ti si ghiaccia il cuore, si blocca ogni progetto, scambi la voglia di vivere in voglia di farti, credi di essere te stesso, ma sei solo la roba che ti consuma. La paralisi dell’alcolizzato non è da meno, è un’altra catena che ti lega e ti consuma, ti distrugge i sentimenti, ti isola.

Gesù lo guarisce, gli dice che perdona i suoi peccati, non perché le malattie siano conseguenza di un suo peccato personale, ma perché vuol andare ancora più in profondità nella nostra schiavitù. Certo le malattie ci fanno soffrire, ma c’è un male più grande cui purtroppo ci stiamo abituando è il male dell’anima. Questo solo Dio lo può guarire.

4 Luglio 2024
+Domenico

Seguire Gesù è l’annuncio fondamentale del Vangelo

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 8, 23-27)

In quel tempo, salito Gesù sulla barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco, avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva.
Allora si accostarono a lui e lo svegliarono, dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». Ed egli disse loro: «Perché avete paura, gente di poca fede?». Poi si alzò, minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia.
Tutti, pieni di stupore, dicevano: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?».

Audio della riflessione

Di tempeste ne capitano tante nella vita di ogni persona, di ogni comunità, di ogni famiglia e sappiamo che Gesù sa sempre sedare ogni tempesta, ma questo non è l’elemento più importante che ci vuol far capire l’evangelista Matteo. Lui ha soprattutto l’intenzione di presentarci Gesù, ì suoi discepoli, la sua Chiesa e dice che i suoi discepoli lo seguirono; questa frase indica il tratto essenziale del discepolo di Gesù: seguirlo; è il tratto essenziale di tutti i discepoli, della sua Chiesa.  

E siccome il verbo seguire è usato unicamente quando l’oggetto del verbo è Gesù, sta a sottolineare e a insegnare l’unione del discepolo col Gesù concreto della storia, la partecipazione al suo destino, l’entrata nel suo regno mediante l’appartenenza a Cristo attraverso l’ubbidienza e la fiducia.  

I discepoli che stanno nella barca non hanno fiducia, sono uomini di poca fede. Il tempo in cui Matteo scrive il suo vangelo era il tempo in cui la Chiesa era perseguitata, lottava con coraggio per non andare a fondo come la barca tra le onde della tempesta che infuriava, tempo in cui si fece sentire lo scoraggiamento, la sfiducia e anche la defezione di alcuni. Questo brano di vangelo continua a parlare per tutti i tempi, per tutte le circostanze, anche dell’oggi ad ognuno dei discepoli.  

Caratteristica del discepolo è la fede, la fiducia e il coraggio di fidarsi del potere di Dio, che è al di sopra del potere del mare. E qui abbiamo la conferma che Dio è presente, particolarmente in Gesù con tutto il suo potere di vittoria sulla morte e sui pericoli mortali. Questa è la convinzione profonda che dobbiamo avere come discepoli di Gesù e partecipi della chiesa come tale. Ci resta forse ancora la domanda o il dubbio del chi è mai costui? Un interrogativo ancora troppo razionale di incredulità, che si supera con l’insieme del racconto, col tratto essenziale del discepolo: seguire sempre Gesù. 

02 Luglio
+Domenico

Sentinelle decise e non demotivati in rinuncia

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 8, 18-22)

In quel tempo, vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all’altra riva.
Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, ti seguirò dovunque tu vada». Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
E un altro dei suoi discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Ma Gesù gli rispose: «Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti».

Audio della riflessione

La comparsa di Gesù presso il mare di Galilea, a Cafarnao, aveva scoperchiato tutte le miserie umane: zoppi, storpi, ciechi, sordi, indemoniati. E’ zoppo chi non cammina e chi non trova la strada della vita; è cieco chi non vede e chi non trova la verità, è storpio chi è ricurvo su di sé e chi non riesce a stare diritto nella sua dignità, è sordo chi non  sente e chi non vuol sentire, chi si isola nel suo mondo, chi si aliena, è indemoniato che si sente prigioniero di quello spirito del male che solo Dio può vincere. Gesù quando gli si para davanti tutta questa povera umanità gli si contorcono le viscere, così si può tradurre quel termine compassione, ha le reazioni dolorose e piena di partecipazione di una madre verso i suoi figli. 

Gesù guarisce e consola, sfama e nutre, si colloca nella vita degli uomini e ne diventa il cibo, il sostegno, la forza. Nello stesso tempo, questo Gesù, così attento alle povertà e alle debolezze, è severo, deciso nel fare la proposta del Regno. Non vuole mezze misure, è travolgente con la sua passione e decisione. Il suo linguaggio non è per nulla accomodante, non è politicamente corretto. Il buon senso dovrebbe addomesticare queste affermazioni. Occorrerebbe ogni tanto aggiungere alle sue sparate un “si fa per dire”. 

Va’ vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri poi vieni e seguimi! Si fa per dire.  

Non c’è amore più grande di colui che dà la vita per i fratelli. Si fa per dire. 

Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me. Si fa per dire. 

È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli. Si fa per dire. 

No, non si fa proprio per dire. È così.  

E quando Gesù trova le nostre domande e le nostre riserve impaurite non comincia da attenuare come fa ogni pessimo educatore: sì, ma vedrai che poi non è proprio così come pensi, si trova sempre una via mediana, un compromesso. Gesù rincara la dose e in un’altra decisione da prendere provoca con un’altra domanda i suoi discepoli impauriti: volete andarvene anche voi?  

C’è un’arte che sta imperversando ai nostri giorni: quella di non decidersi mai, di tenere sempre il piede in due scarpe, di rimandare all’infinito quello che è necessario fare oggi. E’ indeciso il giovane che non riesce a trovare la forza di distaccarsi dalla sua famiglia per crearsene una nuova, in Italia si arriva a una media di 34 anni, è indeciso il giovane che si vuol donare a una missione radicale, chi vuol vivere la verginità per il Regno, chi deve orientare una comunità verso mete che esigono prendere o lasciare, è indeciso il politico che cerca di cavalcare tutte le possibilità e stare a galla sempre, è indeciso forse anche chi non ha il coraggio della verità e fa il tappezziere: mette pezze a tutti, accontenta tutti, anche quelli che dicono e fanno il contrario.  

Sarà forse l’arte di governare, non è certo l’arte della sequela di Cristo.  

Ci provano in tre a presentare le loro tergiversazioni, le loro indecisioni a Gesù. Io ti seguirei… si sta bene con te. E’ un po’ che ti sento, ho visto quanto bene vuoi alla gente. Tu non ti lasci sopraffare dal dolore, ma lo vinci. E Lui: le volpi hanno tana e gli uccelli nidi, con me non c’è nessun loculo protettivo dove puoi stare tranquillo con i tuoi social 

E l’altro: ti verrei dietro, ma fammi sistemare i miei affetti, non voglio rompere così di netto, non vorrei ferire.  E Gesù: se hai deciso non continuare a voltarti indietro credi di fare il delicato, il sensibile, ma non t’accorgi che continui a rimandare, a lasciarti fasciare. Credi di decidere, ma continui a crearti alibi.  

E l’altro ancora: ho deciso di seguirti, ma prima devo seppellire mio padre. E Gesù: guarda che la cosa più importante è che tu dia la tua vita per incendiare il mondo non per stare ad aspettare gli eventi. Sei una sentinella del mattino o il becchino di un cimitero? Gesù è così. Non distrugge i sentimenti, ma non si adatta al buonismo. Non spegne il lucignolo, lo stoppino che fa fatica ad ardere, ma vuole radicalità; non gli vanno le mezze misure, le nostre melasse. 

1 Luglio 2024
+Domenico

Santi Pietro e Paolo, fedeli al vangelo e colonne della Chiesa

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16, 13-19)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Gesù pone la domanda fondamentale, sulla quale si decide il destino di ogni uomo: “Voi chi dite che io sia?”. Dire chi è Gesù è collocare la propria esistenza su un terreno solido, incrollabile.

La risposta di Pietro è decisa e sicura. Ma il suo discernimento non deriva dalla “carne” e dal “sangue”, cioè dalle proprie forze, ma dal fatto che ha accolto in sé la fede che il Padre dona.

Gesù costituisce Pietro come roccia della sua Chiesa: la casa fondata sopra la roccia (cfr 7,24) comincia a prendere il suo vero significato. Non è fuori luogo chiedersi se Pietro era pienamente cosciente di ciò che gli veniva rivelato e di ciò che diceva. Notiamo il forte contrasto tra questa professione di fede seguita dall’elogio di Gesù: “Beato te, Simone…” e l’incomprensione del v. 22: “Dio te ne scampi, Signore…” e infine l’aspro rimprovero di Gesù: “Via da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”.

Questo contrasto mette in evidenza la differenza tra la fede apparente e quella vera: non basta professare la messianicità di Gesù. Bisogna credere e accettare che il progetto del Padre si realizza attraverso la morte e la risurrezione del Figlio.

Pietro riceve le chiavi del regno dei cieli. Le chiavi sono segno di sovranità e di potere. Pietro dunque insieme alle chiavi riceve piena autorità sul regno dei cieli. Egli esercita tale autorità sulla terra e non in funzione di portinaio del cielo, come comunemente si pensa. In qualità di trasmettitore e garante della dottrina e dei comandamenti di Gesù, la cui osservanza apre all’uomo il regno dei cieli, egli vincola alla loro osservanza.

Gli scribi e i farisei, in quanto detentori delle chiavi fino a quel momento, avevano esercitato la medesima autorità. Ma, rifiutando il vangelo, essi non fanno altro che chiudere il regno dei cieli agli uomini. Simon Pietro subentra al loro posto.

Se si considera attentamente questa contrapposizione, risulta che il compito principale di cui è incaricato Pietro è quello di aprire il regno dei cieli. Il suo incarico va descritto in senso positivo.

Non si potrà identificare la Chiesa con il regno dei cieli. Ma il loro accostamento in quest’unico brano del vangelo offre l’opportunità di riflettere sul loro reciproco rapporto. Alla Chiesa, quale popolo di Dio, è affidato il regno dei cieli (cfr 21,43). In essa vivono gli uomini destinati al Regno. Pietro assolve il proprio sevizio nella Chiesa quando invita a ricordarsi della dottrina di Gesù, che permette agli uomini l’ingresso nel Regno.

Nel giudaismo, gli equivalenti di legare e sciogliere (‘asar e sherà’) hanno il significato specifico di proibire e permettere, in riferimento ai pronunciamenti dottrinali. Accanto al potere di magistero si pone quello disciplinare. In questo campo i due verbi hanno il senso di scomunicare e togliere la scomunica.

Questo duplice potere viene assegnato a Pietro. Pietro è presentato come maestro supremo, tuttavia con una differenza non trascurabile rispetto al giudaismo: il ministero di Pietro non è ordinato alla legge, ma alla direttiva e all’insegnamento di Gesù.

Il legare e lo sciogliere di Pietro viene riconosciuto in cielo, cioè le decisioni di carattere dottrinale prese da Pietro vengono confermate nel presente da Dio. L’idea del giudizio finale è più lontana, proprio se si includono anche decisioni disciplinari.

Nel vangelo di Matteo, Pietro viene presentato come il discepolo che fa da esempio. Ciò che gli è accaduto è trasferibile ad ogni discepolo. Questo vale sia per i suoi pregi sia per le sue deficienze, che vengono impietosamente riferite. Ma a Pietro rimane una funzione esclusiva ed unica: egli è e resta la roccia della Chiesa del Messia Gesù. Pietro è il garante della tradizione su Cristo com’è presentata dal vangelo di Matteo.

Nel suo ufficio egli subentra agli scribi e ai farisei, che finora hanno portato le chiavi del regno dei cieli. A lui tocca far valere integro l’insegnamento di Gesù in tutta la sua forza.

29 Giugno 2024
+Domenico

Lo voglio: guarisci

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 8, 1-4)

Quando Gesù scese dal monte, molta folla lo seguì.
Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi».
Tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii purificato!». E subito la sua lebbra fu guarita.
Poi Gesù gli disse: «Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno; va’ invece a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè come testimonianza per loro».

La lebbra purtroppo è ancora un male che tormenta l’umanità, soprattutto là dove c’è povertà e miseria. Ancora esistono persone che vengono segregate, non fatte vedere, isolate, condannate ai margini, private della possibilità di vivere i propri rapporti sociali. Anni fa si erano segregati tali ammalati su un’isola dell’oceano Pacifico, lontani il più possibile dalla vista di tutti, in una sorta di inferno dei dannati. Non solo segregati per non infettare, ma anche lontani dalla vista per non vederli.

Così vivevano i lebbrosi al tempo di Gesù. Ed è grande il coraggio di quel lebbroso che alle porte di Cafarnao, disobbedisce a tutte le leggi di segregazione e di condanna e punta diritto su Gesù. Ne aveva sentito parlare, da lontano aveva seguito il vociare della gente al suo passaggio o al ritorno dagli incontri con Lui. Gesù scendeva dalla montagna dove aveva fatto rinascere speranza a tutti, dove aveva proposto la bellezza del regno dei cieli cui tutti erano chiamati a partecipare. Il lebbroso non si adattava a restarne escluso. Allora rompe le catene dell’isolamento in cui è costretto a vivere, lancia quella bella preghiera che può ben essere la nostra di tutti i giorni: Signore, basta che tu lo voglia, puoi mondarmi, se Tu lo vuoi io posso cambiare vita, tu hai la possibilità di ricrearmi non solo la pelle sul mio corpo, ma anche di ridarmi la gioia di vivere. E Gesù lo ascolta. Ripete le parole che il lebbroso gli ha suggerito: lo voglio, sii mondato. E il lebbroso torna a vivere.

Anche noi vorremmo sentirci dire sulla nostra vita, sui nostri mali, sulle nostre infedeltà, sulle nostre cattiverie, su tutto quello che distrugge la nostra vita interiore, sui nostri peccati: lo voglio sii mondato. Ti tolgo dal cuore il male che ci sta dentro da troppo tempo. Ti immagino e ti faccio diventare pulito, la tua carne diventa fresca come quella di un bambino, la tua vita diventa innocente come la sua.

Questa è la speranza che abita i nostri giorni, la speranza di avere un Dio che ci vuole tanto bene da dire sempre sulle nostre vite: sii mondato e di sperimentare cuore pulito, vita rinnovata, gioia e serenità.

28 Giugno 2024
+Domenico

Fondamenta per una vita senza senso

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 7,21-29)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».
Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.

Audio della riflessione

Su che cosa fondiamo la nostra vita, il nostro essere, il nostro futuro, i nostri progetti? Sulla sabbia o sulla roccia? È diventato ormai proverbiale un modo così di parlare a partire da una bella immagine di Gesù che descrive due case, due tipi di fondamenta e un unico immancabile tornado di venti, acqua, fiumi in piena, che le mette a prova. 

Siamo abituati di questi tempi a vederci franare addosso una riva, un pezzo di montagna, a vedere ingoiati in un attimo le fatiche di una vita, se non le vite stesse. E si grida sempre tutti al dissesto idrogeologico.  La casa fondata sulla sabbia scompare e quella fondata sulla roccia rimane. Quella casa è la nostra vita, il nostro amore, i nostri progetti.  

Che cosa è sabbia per la nostra vita? È l’apparenza, l’inganno, i soldi, la cattiveria, la superficialità, il disimpegno.  

Che cosa è sabbia per il nostro amore? È l’egoismo, il soggiogare l’altro e strumentalizzarlo, è la soddisfazione e il piacere fine a sé stesso, è l’avventura, è costringerlo a una prova. È sabbia per i nostri progetti l’aver smesso di sognare, di credere con tenacia, di lavorare sodo per realizzarli. È sempre una grande delusione quando ti tocca restaurare la tua vecchia casa e ti accorgi che mancano le fondamenta! Sembra bella, ti richiama tanti ricordi, ma non potrà reggere più di tanto. 

Allora la tua fatica è tutta nel costruire pezzo a pezzo le fondamenta. 

Si può ridare fondamenta a una vita senza senso, a una esistenza fatua, pronta a franare a ogni difficoltà? Si! Se si tratta di vere fondamenta che non sono certo l’alcol, o lo sballo o le sostanze chimiche o tutte le avventure che si fanno per dimenticare. 

Anche l’amore fondato sulla sabbia può ritrovare dignità se ha il coraggio del chiedere perdono, della tenerezza, del rifarsi alla sua vera sorgente. Gesù dice che la roccia è la sua parola accolta e attuata. 

Andiamo a cercare tante soluzioni ai nostri problemi di vuoto, leggiamo gli oroscopi, consultiamo maghi e fattucchiere. È ancora tutta sabbia.  

Ci serve una parola che dà speranza. Il Verbo stesso, la Parola, si è fatto carne. 

27 Giugno
+Domenico

Non calcolo, ma fiducia in Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6, 24-34)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre.
Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?
E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.
Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».

Audio della riflessione

Possiamo guardare la vita da due punti di vista diversi: da una parte una esistenza basata tutta sul calcolo, sulla autosufficienza, senza riferimento che vada oltre le nostre pulsioni e interessi dall’altra una vita di fiducia, di abbandono. Da una parte la deriva del potere ad ogni costo, dell’essere legge a sé stessi, e quindi della violenza e del sopruso dall’altra la consapevolezza di stare a cuore a Dio e una scelta di campo, cioè da che parte ci collochiamo. Non potete servire Dio e il denaro: o di qua o di là. In mezzo ci siamo noi creature in cerca della luce e della felicità, orientati dalla fede nel Dio di Gesù Cristo, che smette di essere visto come il vendicatore, con un linguaggio bellico che traduce le mentalità di un popolo sempre distratto da infedeltà e peccato, ma come un padre pieno di cure e di attenzioni non solo per un popolo, ma in esso per ciascuna persona.

È ben diversa la vita se sappiamo di stare a cuore a qualcuno, di essere amati da Dio, di sentirci nelle sue braccia, se sappiamo affidare a qualcuno le nostre ansie e i nostri progetti. Non affannatevi dice il vangelo; l’affanno non è segno di impegno, ma sfiducia negli altri, incapacità di affidarsi, senso di onnipotenza. Abbiamo un Padre in cielo che pensa a noi molto più che ai fiori del campo e agli uccelli del cielo. Siamo come un fanciullo che sta sereno e tranquillo nelle braccia di papà o mamma. Certo questa serenità va conquistata con atti di abbandono e di fiducia, non con dimostrazioni e conferme. Si tratta di un atto di fede, non di una fortuna bendata o di una sorte incontrollabile.

La fiducia in Dio è l’abbandono di Gesù nelle braccia del Padre, è tentare tutto quello che è alla nostra portata, non restare comodi ad aspettare, ma nello stesso tempo sapere che c’è un progetto più grande nel nostro, il progetto della felicità di Dio, in cui ogni nostra azione o impegno è collocato. Tante nostre vite crescono bene perché stanno nel grande piano dell’amore di Dio che non solo ci ha creato, ma ci sostiene in vita, ci ha mandato il suo Figlio Gesù a dimostrare con la croce l’amore senza limiti e ci mantiene in cuore il suo Santo Spirito. Se abbiamo fiducia in Dio e ci abbandoniamo a Lui, allora possiamo dedicarci alle cose vere della vita, al suo regno, alla giustizia, alla solidarietà con i più poveri. Ci si affina la vista e diventa più ricco di bontà il cuore. Distogliendoci dalle preoccupazioni per noi ci si spalancano gli occhi sulle vere esigenze della vita e sulle risorse impensabili che Dio ci ha dato per affrontarle.

Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. È esperienza comune che quando ci impegniamo nel fare il bene agli altri, si risolvono anche i nostri problemi, le nostre ansie e soprattutto gli affanni. Perché Dio abita il cielo delle nostre vite e le conduce verso il bene infinito che Lui è.

22 Giugno 2024
+Domenico

Non accumulare niente per te

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6, 19-23)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.
La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!».

Audio della riflessione

“Non accumulare ricchezze” ci permette di delineare un nuovo aspetto della vera giustizia, cioè di una vita totalmente orientata al Signore, Dio Padre, per la quale il centro di tutto è proprio e solo Lui con quell’atteggiamento cristianamente naturale, che considera sempre Dio come Padre che ci porta con sé tutti come fratelli da amare e da servire.

Il non accumulare non è privazione, ma saggezza perché i tesori terreni passano presto e restiamo con le mani che non stringono nemmeno l’aria, ma forse solo il nostro cuore freddo e nello stesso tempo ci inaridiscono il cuore, ce lo accecano e spengono ogni luce di vita.

Con questo comando Gesù ci aiuta, a mettere sempre al centro la fede, a dare alla vita cristiana il suo vero sapore. Dobbiamo accumulare tesori in cielo, lassù non c’è ladro che tenga, non ci sono kamikaze o talebani che ci ammazzano. Certo noi siamo ora sulla terra e abbiamo assoluto bisogno dei beni della terra, per campare.

 Penso soprattutto a quelli, e sono tanti, che non ce la fanno a mantenere la famiglia, che devono affrontare mari e fiumi per sopravvivere, a quelli che da sempre sono sotto il rumore delle armi, allo stesso povero della porta accanto…

Allora questa luce che ci dà Cristo è proprio necessaria e ci aiuta a ricercare i beni della terra senza contraddire alle parole di Gesù. Ci fa vedere a che punto l’innata brama di possedere tenta di mascherarsi sotto la parvenza di necessità, di bisogno, di convenienza sociale o magari tenta di acquietare la coscienza che si fa sentire quando siamo di fronte a gente povera che sta molto male.

Tutti sono chiamati a far parte delle loro sostanze a chi ne ha bisogno. Non si tratta solo di superfluo, ma come quella povera vedova nel tempio, anche del necessario. L’amore non ha confini, siamo noi che facciamo i mucchietti e mettiamo muri anziché ponti. Dio ci aiuti ad imitare il suo cuore che fu squarciato per noi.

21 Giugno 2024
+Domenico

Sei nostro papà

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6, 7-15)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».

Audio della riflessione

La preghiera è un atteggiamento tipico di ogni uomo. Ciascuno di noi prega qualche volta nella vita. È una reazione spontanea a un momento di dolore, un canto per un momento di gioia. Sentiamo che la vita non ce la siamo data noi, il mondo non è opera nostra; ci sentiamo regalati in ogni momento. Chi pensa al caso forse può fare a meno di pregare, allora si affida spesso alla scaramanzia, alla magia, a qualche pratica irrazionale.

Gesù pregava molto e passava notti in dialogo con Dio. Faceva impressione ai suoi discepoli vederlo assorto e beato in Dio, tanto che gli hanno chiesto: insegnaci a pregare. E ne è nata una preghiera che abbiamo imparato e che a fior di labbra ogni tanto diciamo. Padre nostro, né solo mio, né solo tuo, ma di tutti noi che viviamo su questa terra, che ci hanno preceduto e che ci seguiranno.

Per noi sei il papà; ci sentiamo bisognosi di essere sorretti dalle tue braccia forti e amorose, ci possiamo perdere, ma vogliamo essere sicuri che fuori dalle tue braccia non cadremo mai. Abbiamo un padre e una madre che tu ci hai regalato, ci sostengono nella vita, ci accompagnano, ma poi ci devono lasciare soli; anche noi diventiamo padre e madri a nostra volta, facciamo fatica ad esserlo sempre come vuoi tu, per questo delle tue braccia solide abbiamo sempre bisogno.

Sappiamo di stare a cuore a te, sappiamo che non ci abbandoni, anche quando non riusciamo a capire che cosa ci capita nella vita, quando siamo provati da sofferenze che pensiamo ingiuste e inutili, insopportabili e esagerate. Ma sappiamo che anche tu da padre hai visto soffrire tuo figlio e non lo hai abbandonato, lo hai sorretto e gli hai dato la risurrezione, gli hai regalato una vita piena, inimmaginabile, la vita che vuoi dare a tutti noi.

Non conosciamo la tua volontà, tu reggi il mondo, tu non sei amato da tutti, molti ti odiano e ti offendono, ma sappiamo che tu vuoi a tutti solo bene e la tua volontà è sempre e solo amore nei nostri confronti anche se non riusciamo a capirla e a viverla. Siamo sempre in attesa di un mondo nuovo che vogliamo costruire assieme con te e che tu ci regali oltre ogni nostro merito. Tu tienici sempre come tuoi figli, noi ci fidiamo di te, perché tu non ci abbandoni mai.

20 Gennaio 2024
+Domenico

Una compagnia che non ti molla mai

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6,1-6.16-18)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Audio della riflessione

Il culto della immagine è una sorta di malattia del secolo, anche se, per come ce ne parla il Vangelo, è una tipica trappola tesa ad ogni uomo di ogni tempo: fare del bene per farsi vedere, fare gesti buoni per accreditare una immagine bella di sé, fare elemosina per commuovere e ottenere riconoscimento, pregare per dare l’idea di essere religioso, evidentemente solo là dove questo atteggiamento è valorizzato.

La tentazione costante è quella di uscire da sé non per altruismo, ma per un bisogno di riconoscimento! Se non hai l’approvazione di chi sta fuori di te non ti muovi, non osi andare controcorrente, tutto deve essere omologato da altri: è la tentazione di un adolescente che sta ore allo specchio per immaginare che cosa gli altri penseranno di Lui, che non riesce ad andare contro la banda;  è una vita controllata, senza interiorità, senza spazio intimo di crescita e di dialogo con la propria coscienza, con quel sacrario interiore che giudica la nostra vita nella sua profondità.

È un atteggiamento subdolo di idolatria, perché si mette al centro se stessi e a sé stessi si sacrificano tutti i nostri pensieri e per il nostro vantaggio si intessono relazioni e calcoli … e da idoli, si subiscono i ricatti degli altri che diventano tiranni da servire.

Gesù è di altro avviso: “non sappia la tua sinistra quello che fa la tua destra; quando fai elemosina non suonare la tromba, quando digiuni non presentare una faccia triste, ma profumati il capo e le vesti”. Non è l’occhio dell’altro il tuo specchio, ma l’occhio di Dio, quello che ti penetra fin nel midollo, quello che sprofonda nella tua interiorità.

Noi dobbiamo scegliere da chi farci giudicare: non sono le lapidi l’attestato del nostro operare e della nostra vita. Quelle servono forse a fare la storia dei grandi, ma non il tessuto d’amore che tiene assieme la vita del mondo.

Siamo sempre chiamati a stare davanti a noi stessi e a stare davanti a Dio: lui è il nostro giudice, Lui è da contemplare per avere luce e discernimento su ogni nostra azione, Lui è il Signore di tutto e di tutti, Lui è la nostra felicità, Lui è anche la nostra strada della vita.

Lui ha detto: io sono la Via, la Verità e la Vita.

Non è un riferimento esterno, una indicazione di come orientarci, ma la certezza di una compagnia nell’esistenza di tutti i giorni: è il cielo aperto su di noi e dentro di noi sempre.

19 Giugno 2024
+Domenico