I cristiani amano anche i nemici

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 43-48)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo, e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.
Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Audio della riflessione

È così radicato in noi l’agire sempre per qualche forma di interesse che è importante prenderci tutto il tempo per fare una sorta di “vuoto” in noi, nelle nostre stesse fantasie, per riuscire a fare pensieri di gratuità.

Le nostre domande sono quasi sempre:

  • Questo che sto facendo che cosa mi fa guadagnare, mi porta qualche vantaggio?
  • Come potrei trasformare questo che sto facendo per guadagnare qualcosa?

L’amore di Dio Padre invece è gratuito con una tale assolutezza da darci le vertigini! Quando troviamo qualche riflesso di questo indicibile amore nelle persone che ci vivono accanto proviamo un qualcosa che ci commuove e che ci scuote.

La “legge”, il comandamento dell’amore ci presenta Gesù proprio come una rivelazione inaudita, sorprendente dell’amore gratuito del Padre.

Certo … noi siamo troppo meschini … ma questo amore non è qualcosa di nostro: è una corrente che scendendo dal Padre spinge la nostra coscienza, il nostro povero essere a farla arrivare attraverso di noi, a ogni “prossimo”.

Se la sorgente di questa inondazione di amore è il Padre non ci meraviglia che dobbiamo amare anche i nostri nemici, che cioè dobbiamo invadere anche quel campo delle nostre relazioni, che altrimenti sarebbe immerso in un odio o un rancore che … non è assolutamente degno di un cristiano.

I nostri nemici non devono essere sempre privati di questo flusso di amore del Padre che passa anche dentro di noi per loro … ecco perché uno dei momenti più belli e intensi, importanti e coinvolgenti, della celebrazione eucaristica – che significa appunto ringraziamento – è un atto solenne di lode, di gloria che rendiamo a Dio attraverso il Corpo e il Sangue di Cristo, che ci riempie di questa inondazione di amore! A questo “per Cristo, con Cristo e in Cristo” deve corrispondere un esplosivo “Amen” da parte di tutti i fedeli e per tutte le persone: non andiamo a Messa per prolungare le nostre lamentele, per continuare a lagnarci delle sfortune che ci assalgono, del male da cui non riusciamo a liberarci, ma per rendere grazie a Dio Padre e riconoscere la gratuità del dono d’amore che Dio ci ha regalato in Gesù Cristo.

Allora sarà più facile verificare la sincerità con cui riconosciamo la gratuità dell’amore di Dio Padre e lo facciamo arrivare ad ogni nostro fratello, nessuno escluso, nemici compresi.

18 Giugno 2024
+Domenico

Un gesto di coraggio: porgere l’altra guancia

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 38-42)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio” e “dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pòrgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.
E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due.
Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle».

Audio della riflessione

Nel nostro mondo di oggi sta aumentando vertiginosamente il contenzioso: più una società diventa – per così dire – “civile”, più cresce il numero degli avvocati e degli assicuratori: vuoi essere garantito su tutto, perché l’altro lo vedi sempre in agguato contro di te.

Assistiamo a una esasperazione dei diritti del singolo contro la possibilità di far interagire le persone in una convivenza, possibilmente in una comunità.

  • C’è una divergenza? Faccio mandare la lettera dall’avvocato;
  • Penso di aver subito un torto? Mi consulto su quale potrei anch’io ritorcere per essere almeno alla pari.

Una volta questo comportamento lo chiamavano la legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente; oggi lo si chiama rispetto dei diritti!

La legge del taglione ci fa tornare alla barbarie, anche se forse la situazione in cui viviamo è ancora peggio, perché lo strapotere di qualcuno a ogni occhio ne fa corrispondere due e a ogni dente rovinato si prende il diritto di devastare tutta l’arcata dentaria: ad ogni torto una condanna a morte; ad ogni sgarro una ritorsione che distrugge una vita.

Gesù anche qui è sempre grande: porgi l’altra guancia.

Non è un gesto di paura o di ignavia, ma di grande coraggio: rispondere col perdono al torto subito è l’unica possibilità spesso di fermare la catena di vendette, di guerre, di violenze che insanguinano paesi, nazioni e spesso famiglie.

Porgere l’altra guancia è togliere ogni ragione di continuare a fare del male: spegnere la lite con l’amore.

L’invito di Gesù è liberante! Sei tu che deve decidere che cosa significa per te porgere l’altra guancia; talvolta vuol dire resistere, altre volte accettare, altre ancora opporsi, ma sempre con l’intenzione di offrire pace, ravvedimento, perdono.

Il perdono esige forza: è un vero dono di Dio! Infatti, è nato da Lui e noi tutti siamo vivi, siamo felici, abbiamo speranza proprio perché siamo frutto del perdono di Dio!

Dio ha messo a nudo la sua guancia quando ha messo Gesù nelle mani dei suoi crocifissori … noi, del resto: Pensavamo di aver vinto, ma quel suo amore ci ha cambiati.

Possiamo sicuramente sperare di essere così anche tra di noi, sempre.

17 Giugno 2024
+Domenico

Il valore della parola data

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 33-37)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”; “No, no”; il di più viene dal Maligno».

Audio della riflessione

Che valore hanno le parole che diciamo?

Quando a un amico diciamo una parola, la parola diventa legge: la manteniamo – caschi il mondo – ma vi rimaniamo fedeli!

I nostri padri facevano contratti sulla parola: bastava una stretta di mano, una parola detta e non c’era niente che potesse scalfirla … oggi invece la parola è usata per imbrogliare, per dire e non dire, per prolungare inutilmente le incertezze e gli inganni, per nascondere la propria incapacità di prendere posizione …. ti pare spesso di cozzare contro un muro di gomma: le parole promettono, attutiscono, sentono il colpo e lo deviano, ti imboniscono e alla fine hai la netta sensazione di aver parlato con nessuno, di non essere in grado di ottenere una risposta.

È una parola che ti lega: ti paralizza ogni azione!

Il Vangelo è deciso: il vostro parlare sia sì se è sì, no se è no … invece molta gente moltiplica le parole, per trarre in inganno, per promettere, legare a sé, far nascere speranze e poi seminare delusioni e far crescere odio.

L’insegnamento del vangelo parte dal comando di non giurare, perché giurare è chiamare a testimone Dio: se quel che si dice è una falsità allora si offende Dio perché lo si porta a dare valore alle nostre menzogne; se quel che diciamo è vero, Dio è già dentro questa verità, perché Lui è la verità in persona.

Non si chiama Dio a testimoniare di noi, ma siamo noi che parliamo per testimoniare Lui, la sua Verità, la sua Parola.

I mass-media sono spesso un esempio di questa confusione: dell’insinuazione, del dire e non dire … lanciare una notizia non vera per trarre in inganno, dire mezze verità perché trionfi l’interesse personale, moltiplicare le parole per non farsi capire, per tendere trappole … invece ogni parola che esce dalla bocca dell’uomo deve essere un servizio alla verità, alla comunione, all’intelligenza per aprirla, al cuore per amare, alla sensibilità per scatenare solidarietà … ricerca del bello, del vero, del bene.

Per questo la Parola si è fatta carne:

  • perché non passasse inosservata e potesse essere incontrata accolta, capita e amata;
  • perché potesse entrare come una spada a doppio taglio per dirimere il vero della nostra vita dal falso che la disorienta,
  • perché tornasse a Dio dopo avere provocato in noi quella felicità per cui è stata mandata.

15 Giugno 2024
+Domenico

Adulterio nel cuore

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 27-32)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio».

Ricordo che un giorno fece molto scalpore una frase di Giovanni Paolo II, che cito a memoria, in cui diceva che può esserci adulterio anche nel rapporto intimo tra marito e moglie, quando cioè uno dei due pensa che l’altro sia solo oggetto di un possesso e non dell’amore, quando il rapporto di amore diventa solo un modo per costringere, sopraffare, dominare. Il rapporto di amore è sempre cosa del cuore, è sempre altamente delicato, profondamente libero e appassionato.

La cultura nella quale siamo esalta troppo la componente fisica, materiale, corporea. Certo non c’è vero amore tra due sposi se non nella unione dei corpi, ma senza lo spirito potrebbe diventare solo abitudine e cavarsi la voglia. L’amore non è mai cavarsi la voglia, ma è disponibilità a un dialogo e a un dono. È talmente deviante certo nostro parlare di amore che della vera capacità di dono non si parla più, l’erotismo, che pure è una componente essenziale, ha soppiantato l’amore.

La carne ha spento l’anima. E Gesù non teme di andare controcorrente quando richiama l’importanza delle intenzioni, del cuore, dei significati che diamo ai nostri gesti, del contesto in cui collochiamo le passioni. Lo sbaglio è già nel cuore prima che essere nei gesti. Dice Gesù: Chiunque guarda una donna per desiderarla già ha commesso adulterio con lei nel suo cuore.

Siamo in un tempo che valorizza poco i sentimenti tenui, le attenzioni delicate, i pensieri. È forse frutto della pubblicità che ha sempre bisogno di cavare stimoli dalle dimensioni più intime della vita delle persone. È anche la deriva dell’educazione che non sa andare ai significati delle cose.

Due ragazzi si baciano, ma del bacio non sanno il significato; mettono assieme i corpi, ma non sanno che il corpo si porta dietro l’anima. Si sentono infelici, perché non sanno che la felicità non è seguire l’istinto: quello è appagamento, c’è ancora tanta strada per arrivare alla felicità. La felicità la si gioca con l’anima, con l’interiorità, e io, che credo, dico anche che la si gioca con la sua sorgente, che è sempre e solo Dio.

È possibile cambiare le abitudini perché la sorgente dell’amore è sempre Dio e ne costituisce l’unica speranza.

14 Giugno 2024
+Domenico

L’altro è sempre fratello

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 20-26) nella memoria di Sant’Antonio di Padova, Presbitero e Dottore della Chiesa

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!».

Audio della riflessione

I rapporti tra di noi spesso sono senza un minimo di gentilezza, di rispetto, di accoglienza reciproca; sono i toni della vita di relazione in famiglia, tra gli amici, a scuola o sul lavoro, spesso nella politica o nel mondo degli affari. Gli uomini sono sempre in lite. Liti verbali, si dice, ma sicuramente di rapporti tra di noi avvelenati si tratta. Non è questione di galateo, anche se un po’ di educazione non guasterebbe, ma di dignità delle persone. È sempre violenza che si scatena e che pone le basi per una impossibilità di convivenza pacifica.

Il discorso della montagna parte da un altro punto di vista, non sta a vedere quali sono i comportamenti essenziali per poter sopravvivere in rapporti passabili, ma ci dice che siamo tutti figli di Dio, che il nostro ideale è la perfezione del Padre. Per questo l’ira con il proprio fratello è un omicidio del cuore. Se l’altro è il nemico da abbattere, non è più un fratello e quindi io non sono più figlio. Il disprezzo è già l’uccisione dell’altro; descrivermi l’altro dentro di me come non degno di vivere è già prepararne la morte. Fanno così tutte le campagne che vogliono accreditare la guerra: inventano delitti orribili, nefandezze, stragi che il nemico dovrebbe aver fatto così che si è autorizzati a uccidere. Descrivono l’altro, il fratello come un assassino, un senza cuore, un ingiusto per poter avere il diritto di ammazzarlo.

Ma l’altro è sempre un fratello, è sempre un figlio di Dio come me. Per vivere da fratelli occorre fare un salto di qualità nei rapporti; è necessario passare dalla sopportazione o dalla convivenza all’amore.

E Gesù nel vangelo si propone con grande autorità. Qui si vede che è il Figlio di Dio, non un profeta qualunque. Gesù si esprime come un legislatore della nuova legge: Avete sentito che fu detto…ma io vi dico

Un profeta non si poteva permettere di parlare in prima persona, doveva sempre e solo riecheggiare nei suoi discorsi la Parola di Dio; era un mandato che trasmetteva. Invece Gesù è l’inviato, il Cristo che ha la stessa autorità di Dio. Questa sarà la grande accusa per farlo morire, ma questa è la consolante verità che ci consegna Gesù come il Figlio dell’eterno Padre, il Salvatore, il Dio che non ci abbandona mai. 

13 Giugno 2024
+Domenico

Barnaba: testimone coraggioso di vita cristiana

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 17-19)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento.
In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».

Siamo in tempi di grandi cambiamenti, ancora più destabilizzanti perché avvengono in fretta. Noi adulti facciamo fatica a adattarci. Ieri i nostri genitori ci facevano da maestri per tutte le cose della vita, oggi con i giovani dobbiamo farci insegnare tutto: a fare gli sms sul cellulare, a usare il computer, a leggere Internet, a fare la spesa più conveniente, a impostare la stessa azienda. Ma papà non si fa più così oggi. Sei fermo ancora al secolo scorso. È vero anche se non sono passati ancora 25 anni. Quello però che ci mette più in difficoltà è questa liquidazione del passato, questo continuo orientarsi al moderno quasi fosse per natura sua sempre più adatto, più bello, più vero perché è di oggi.

Gesù vive in tempi di grandi cambiamenti, di assoluta novità. È Lui che lo provoca, è lui che continuamente annuncia la buona notizia, la novità assoluta, la presenza di Dio nel mondo nella sua persona. Lui è il nuovo per eccellenza e spinge gli uomini a cambiare tutto, a fare nuove tutte le cose, a non vivere di pezze come sempre ci si accontenta di fare.

Ma una cosa chiara dice Gesù: il nuovo che lui porta non è trascurare la legge che Dio da sempre ha scritto nel cuore degli uomini, non è liquidare il passato con il suo bagaglio di esperienze necessarie per capire il futuro. Lui non disprezza nessun comandamento che Dio nella sua delicatissima pedagogia ha voluto come tappe di un cammino di crescita. Si mette nella stessa linea e la porta a compimento.

I figli portano a compimento ciò che i genitori hanno iniziato e lo volgono al meglio, come appare alle loro nuove esperienze, non disprezzano il passato, le tradizioni; sanno andare in profondità a cercare le ragioni che hanno dato calore a quei comportamenti che oggi nella loro attuazione sembrano superati, ma sempre utili per superare eventuali semplificazioni o sviste. Il mondo va avanti così. Il presente è la necessaria elaborazione del passato per creare un vero futuro, è il discernimento di tutti le energie, i doni che Dio ha fatto crescere nella storia per far crescere il suo Regno. La speranza è proprio basata sulla certezza che Dio sta sotto questa continuità e la fa crescere verso nuove mete. A noi apprezzarle, non buttarle e imparare nuove soluzioni, tenendo conto di un creato che dobbiamo sempre curare e custodire.

12 Giugno 2024
+Domenico

Festa di San Barnaba

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 7-13)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento.
In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi».

Audio della riflessione

Oggi riflettiamo sulla figura di san Barnaba, che ha realizzato nella sua vita alla lettera il brano di Vangelo di oggi, che invita ogni annunciatore del Regno di Dio di offrire gratuitamente e con coraggio la propria vita intera per testimoniare Gesù.

Uno dei termini che ricorrono più volte negli Atti degli Apostoli, che descrivono la chiesa primitiva dei primi tempi dopo la morte e risurrezione di Gesù Cristo, è il termine franchezza, una parola che ricorre spesso quando si parla di primi cristiani, un po’ meno quando si parla di noi cristiani del 2000. In greco si dice “parresia”, per noi significa coraggio, forza, decisione, dinamicità, franchezza, radicalità…, metterci la faccia, resistere, affrontare, guardare in faccia le situazioni, prenderle di petto, sapersi sacrificare… E vorremmo essere tutti così.

Invece noi ci specializziamo nel contrario, cioè paura, rispetto umano, compromesso, debolezza, nascondersi, mimetizzarsi, scantonare, far finta di niente, cedere, adattarsi, usare verbi al condizionale, infarcire il discorso e la vita di tanti “se” e tanti “ma”, attutire le frasi forti, optare per la mediocrità. 

Ma sia ben chiaro che non siamo chiamati ad essere talebani, fondamentalisti, violenti, gente che conosce solo imposizione, costrizione, togliere libertà, stressare, fare ricatti…

È l’esperienza e la forza tipica che gli apostoli si trovano regalata da Dio e accolta con radicalità dopo la risurrezione, o meglio, dopo la discesa dello Spirito Santo nel Cenacolo a Pentecoste.

Parlano con franchezza gli apostoli che, dopo aver ricevuto umiliazioni e torture, sono lieti di averle subite nel nome di Gesù; ha questa franchezza san Paolo di fronte ai puri della fede d’Israele; riprende coraggio Pietro, dopo che era bastata una serva nel pretorio per demolire tutta la sua boria, che scambiava per fede in Gesù. È storia di coraggio e franchezza quella di Stefano che affronta la lapidazione per dire alto il nome di Gesù, come Signore. È coraggio quello di Giacomo che affronta il martirio a Gerusalemme, ancora prima che la comunità degli apostoli si disperda.

È franchezza quella di un altro personaggio poco noto della prima comunità cristiana, ma molto amato, e patrono di tante comunità cristiane: Barnaba, uno che infonde coraggio, come significa il nome. Era talmente entusiasta della vita, capacedi compagnia, convinto di quel che viveva, attento alle cose belle nell’esistenza, che gli amici l’avevano soprannominato così, nonostante si chiamasse Giuseppe, un nome di tutto rispetto e significato.

Con lui non potevi stare col morale ai tacchi, non potevi lasciarti andare alla lagna, al rimpianto: dovevi riprenderti, ritentare, osare. Avere coraggio nella vita è non lasciare dire l’ultima parola su di te a nessuno. Vuol dire convivere col rischio e l’incertezza, decidere di vivere sul trapezio della vita senza rete di protezione.

Avere un animo giovanile che guarda più al futuro che al passato, che affida la riuscita nella vita più ad una fionda che a un’armatura, come Davide contro Golia.

Avere coraggio è farsi conquistare dal discorso della montagna, avere quella marcia in più che una fiducia assoluta in Dio, ti dà.

Avere coraggio è aver dentro un fuoco che vuoi che bruci tutte le incertezze che ti tarpano le ali.

Avere coraggio della fede è sapersi amati da Dio senza riserve e sapere di avere la sua forza per affrontare l’esistenza.

Avere coraggio è essere contenti di vivere per un ideale e portarlo a tutti, farlo cantare nella tua vita perché diventi forza per tutti.

Ebbene Barnaba era fatto così.

Decide subito: ha un campo, un legame concretoe solido, un’àncora per la sua vita; un ebreo prima di rinunciare a un campo si faceva passare un esercito sul suo corpo: va, lo vende e pone il ricavato a disposizione. Non ha mezze misure. Mette in pratica alla lettera le parole di Gesù. Non si ritira triste nella sua tana, nella sua bellissima compagnia, coi suoi soldi, i suoi amici, il suo computer, i suoi CD, le sue notti brave, il suo sballo; parte deciso con i classici elementi di stile di ogni credente:

  • la gratuità: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
  • la libertà da pesantezze e da organizzazioni, da fasciature e da sentimenti intriganti; ha sentito Gesù dire: lascia che i morti seppelliscano i morti, io non ho tana, né nido come gli animali e gli uccelli, se mi vuoi seguire devi avere un animo libero
  • la fiducia in chi incontra: ogni uomo e donna che gli si para davanti è sempre un messaggio di Dio, un dono da accogliere piuttosto che una persona da convertire.
  • gli occhi fissi su Gesù, la speranza che non delude, la contemplazione della verità che fonda ogni libertà.

È tale il coraggio di vivere che con Paolo diffonde, che ad Antiochia per la prima volta, chi segue questa ventata di aria fresca viene chiamato Cristiano.

C’è sempre una prima volta e c’è sempre, dietro, uno che dà coraggio: o Barnaba o qualsiasi cristiano che ci crede.

11 Giugno 2024
+Domenico

La marcia in più

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 1-12)

Lettura dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».

Audio della riflessione

Non so se avete mai fatto caso, soprattutto quando avete comperato la vostra prima automobile, al quadrante che segna la velocità, i Km che l’automobile può fare all’ora … c’è sempre scritto un numero spropositato: 200 Km/h oppure 250 Km/h.

Vi sarà capitato anche ingenuamente, su qualche rettilineo, in discesa, quando proprio non c’è nessuno, a motore caldo, di fare una pazzia: di premere al massimo l’acceleratore, contro tutte le indicazioni di meccanici, di amici,  nonostante i limiti di velocità, la paura di essere giustamente beccato dalla polizia stradale, di vedere insomma se questa lancetta della velocità, se questa automobile giunge fino al limite stabilito dal quadrante … rieni le marce al massimo: terza, quarta, quinta, fai crescere i giri del motore… rumore assordante, perdita di stabilità, vibrazioni sospette ti fanno – forse – desistere.

Non arriverà mai a quella velocità.

Sul quadrante è stato scritto 250 Km/h, ma l’ultima marcia che hai inserito non ha nessuna possibilità di portarti a quel risultato … vorresti cambiare marcia, ma non ce n’è più … dobbiamo concludere che era un comprensibile inganno aver scritto una velocità così spropositata e meno male!

È forse questa la sensazione che noi abbiamo quando leggiamo o sentiamo il discorso della montagna che ha fatto Gesù: Gesù, vedendo che c’era tanta gente, salì sopra uno spuntone di terra, si sedette e cominciò a parlare … direi io, cominciò a scrivere nella mia vita, nella tua, nella esistenza di ogni persona; se mi permettete di parlare così: cominciò a scrivere la velocità massima della nostra vita, il massimo di bontà, di felicità, di bene, di generosità cui possiamo aspirare … ha cominciato a scrivere il quadrante delle nostre possibilità.

Ma non è che anche a noi capiterà la stessa sorte dell’automobile?! Che Dio ci abbia scritto un massimo per ingannarci, per farci sentire piccoli, per schiacciarci nelle nostre debolezze … ricordo la rabbia, l’umiliazione quando giravo con la mitica Fiat 500 e in autostrada c’era scritto, indicando la corsia più a destra possibile, “piccole cilindrate viaggiate qui”.

Le cose grandi cui Dio ci chiama sono per dirci:”Piccolo uomo, piccola donna, ragazzo o ragazza, giovane o vecchio accontentati?”.

Il discorso della montagna dice che quando tu, ragazzo, ragazza, giovane adulto anziano o anziana, ti apri a Dio, ti metti in contatto con Gesù, aderisci a Lui, ti butti nella sua amicizia, ti fidi di Lui … solo a questo punto scoprirai che hai quella marcia in più che ti permette, non solo di arrivare al massimo della tua vita, del tuo quadrante, ma di spostarlo pure in avanti di tanti km/ora in più, perché la forza che ti dà il Signore e la bellezza della tua vita avrà dell’impossibile.

E nella vita, se andremo al massimo della capacità di bene, non dobbiamo temere multe per limiti di velocità o di attentare alla vita altrui, anzi… ne avrà vantaggio chiunque ci incontra.

10 Giugno 2024
+Domenico

Oh, grande sapienza e amore di Dio!

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 28,16-20)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Audio della riflessione

Siamo purtroppo abituati a prendere Dio sottobraccio, a pensarlo come uno di noi, anzi forse un po’ meno perché lo bestemmiamo con parole che non oseremmo dire ai nostri simili, lo mettiamo alle sbarre perché secondo noi è ingiusto con le nostre vite umane. Ci sostituiamo spesso a Lui perché noi avremmo sicuramente fatto il mondo in maniera diversa. Oggi lo vogliamo solo contemplare, non siamo andati o andremo in chiesa in questa domenica per parlarci addosso, per vuotare il sacco delle nostre infedeltà o per continuare quella sorda opposizione. Non potremo dire della Trinità tante cose astratte, tante definizioni che sono sempre e solo per intenderci. Ci hanno insegnato a catechismo che sei Unità indivisibile, Trinità distinta in una sola natura, sommo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo. Così il Signore si è rivelato a noi.  

Questa terra che noi abitiamo sente ogni giorno affermare chiaramente questo grande mistero. Se abbiamo il coraggio e la volontà di contemplare Dio nel silenzio della nostra anima proveremmo una felicità interiore, la pace che purtroppo ci viene sempre scippata dall’odio e dagli interessi egoistici della nostra umanità. L’intelligenza bella che abbiamo ha dovuto aspettare per lunghi secoli prima che la divina formula le fosse pienamente rivelata, ma la generazione alla quale noi apparteniamo finalmente viene a conoscere qualcosa della grandezza e misteriosità di Dio.  

Una volta la parola dello Scrittore sacro, simile al lampo che solca le nubi e lascia dietro di sé l’oscurità più profonda, attraversava l’orizzonte del nostro pensiero. Egli diceva: “Ignoro la vera Sapienza, non possiedo la scienza di ciò che è santo. Chi mai è salito al cielo e ne è ridisceso? Chi è colui che tiene nelle mani la tempesta? Chi trattiene le acque come in un involucro? Chi ha fissato i confini della terra? Sai tu quale è il suo nome? Conosci il nome del figlio suo?” (Prov 30,2-4). 

Oggi, grazie alla sua infinita misericordia noi conosciamo il suo nome: si chiama il Padre, e colui che eternamente da Lui viene generato si chiama il Verbo, la Sapienza., il Figlio. Sappiamo anche che dal Padre e dal Figlio procede lo Spirito d’amore. Il Figlio, rivestito della nostra carne, ha abitato questa terra ed è vissuto in mezzo a noi uomini e donne; questa terza persona della SS. Trinità, lo Spirito, rimane con noi fino alla consumazione dei destini della famiglia umana quaggiù. Ecco perché il canto che risuona nei cieli, nel mondo eterno di questa famiglia divina: “Santo, Santo, Santo è il Signore degli eserciti” (Is 4,3). Noi non siamo che uomini mortali, ma più fortunati di Isaia, senza essere profeti come lui, possiamo pronunciare le parole angeliche e dire: “Santo è il Padre, Santo è il Figlio, Santo è lo Spirito”. L’immagine che ci presenta l’Apocalisse è che gli angeli che elevano questo canto hanno sei ali con due si sostengono in volo, con altre due si velano rispettosamente il volto e con le ultime due coprono i loro i piedi. Anche noi vengono date sei ali, quando siamo fortificati dallo Spirito divino; con le due che tengono gli angeli sospesi cerchiamo di sollevare sulle ali del desiderio il peso della nostra mortalità, della nostra fragilità; con le due con cui gli angeli si velano il volto noi veliamo il debole occhio della nostra intelligenza, riceviamo nell’intimo una nuova luce che ci viene regalata; con le due che coprono i piedi noi copriamo con il pentimento la responsabilità delle nostre colpe,  

Solo con questa visione di cielo, di misericordia, di bellezza e grandezza, ringraziamo il Signore che non può essere mai un frutto delle nostre congetture, ma una realtà più grande di noi che si presenta con il massimo di paternità di cui abbiamo bisogno, con l’evidenza anche solo umana, di un amore senza limiti, perché lo contempliamo con il volto umanissimo di un uomo che ha saputo immedesimarsi nelle sofferenze di tutti nella croce ed entusiasmarci, il volto di Gesù, finalmente un vero ritratto del Padre e lo sentiamo interiormente come forza che ci dà coraggio nella vita nello Spirito Santo nuovo inquilino della nostra vita, della casa, del gioco, dello studio, del lavoro. 

26 Maggio 2024 – Solennità della Santissima Trinità
+Domenico

Giuseppe il sognatore lavoratore

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,54-58)

In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

Audio della riflessione

San Giuseppe, nei suoi sogni, ha incrociato i pensieri di Dio.

Giuseppe fidati! Hai ragione a non dubitare minimamente di Maria. È lo Spirito Santo, sono io che ho voluto cominciare a vivere da uomo in Cristo Gesù. Sì, così devi chiamare questo bambino: assumiti tu il compito di padre.

E Giuseppe accettò di entrare in questo percorso, assolutamente sconosciuto e difficile: aveva espresso il massimo di docilità al piano esigente di Dio, sapeva che la strada imboccata era in salita! Questa, infatti, gli chiede una decisione drammatica di pensare a una sua famiglia in maniera del tutto inaspettata. 

La nascita del figlio poi avverrà in un mare di difficoltà, scardinato dal suo paese in una concentrazione di povertà in quell’anfratto per pastori, che a casa sua sarebbe stata meno ossessiva: povertà ancora, ma più vivibile.

Ma non è ancora finita: Un altro sogno!

Ma non è forse meglio adattarsi che sognare? E dal sogno la fuga: indesiderato, ricercato, scomodo, fragile, indifeso e pericoloso.

È la prima pagina di diario che Giuseppe deve scrivere di Gesù: è l’atmosfera che caratterizza la festa per il suo figlio primogenito al ritorno della madre dalla clinica. Si deve fuggire. E Giuseppe, il capofamiglia, il sognatore, docile, forte si assume le sue responsabilità, fa l’immigrato; non prende una carretta del mare, ma affronta un mare di sabbia.

Ormai sono una famiglia, in Gesù resteranno indelebili la sua dedizione, la sua cura, il suo cuore in tumulto, la sua obbedienza al piano di Dio; lo preparano al suo deserto, al suo orto del Getsemani, al suo abbandono nelle braccia del Padre. Anche Gesù ha avuto una famiglia che gli ha segnato la vita e gli ha dato la forza di spendersi fino alla morte. Giuseppe sicuramente ha raccontato i suoi sogni a Gesù se ne è uscito un figlio più sognatore di lui.

Oggi però ricordando e pregando san Giuseppe non possiamo non fare una riflessione sul lavoro che il Signore stesso ci invita a fare. Intanto è lavoro non solo quello manuale, sempre prezioso e nobilissimo, tanto che Gesù era noto come il figlio del carpentiere, carpentiere anche lui con la bellissima figura di un uomo giusto e generoso come san Giuseppe. Per questo la chiesa si è quasi allineata dando al primo maggio la sua adesione di fede oltre che di civile partecipazione ponendo davanti questa figura di padre, di lavoratore, di uomo onesto.

Lavoro, quindi per noi è qualsiasi attività rivolta a trasformare il mondo in cui viviamo per metterlo in condizione di servire l’uomo sempre più e sempre meglio, aiutandolo a conseguire i suoi fini inalienabili, secondo l’alto disegno del Creatore. Perché, come dice il Concilio Vaticano II, “tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all’uomo come a suo centro e a suo vertice” (Gaudium et Spes, 12). Anzi, non è solo il mondo a essere trasformato e migliorato dal lavoro, ma anche il lavoratore. È ancora lo stesso documento conciliare a ricordarcelo: “L’uomo, quando lavora, non soltanto modifica le cose e la società, ma anche perfeziona sé stesso. Apprende molte cose, sviluppa le sue facoltà, è portato a uscire da sé e a superarsi. Ma soprattutto il lavoro deve essere più sicuro per la stessa vita. In Italia sono ancora troppi i morti per incidenti sul lavoro. Basterebbe anche solo un ferito per ridirci che occorre più sicurezza sul lavoro. È una necessità che deve avere il contributo e la partecipazione di tutti, lavoratori compresi. Non bastano le leggi, non bastano le multe, non bastano le denunce: occorre cambiare mentalità. Il lavoratore è più importante di tutta l’impresa, dei suoi fini, della sua utilità, della sua urgenza. Bisogna che tutti: datori di lavoro, ditte di appalto o coadiuvanti di carico e scarico, di progettazione e revisione…. ispettori, autorità locali se ne facciano carico appassionatamente e intelligentemente. Con gli strumenti di oggi deve essere impossibile che una persona si faccia anche solo male, non solo che perda la vita. In una convergenza di forze necessarie e obbligatorie noi cristiani possiamo affidare tutti i lavoratori alle cure e alla custodia di san Giuseppe, che ha fatto il carpentiere assieme a Gesù.

1 Maggio 2024
+Domenico