Una riflessione sul vangelo secondo Matteo (Mt 18, 1-5.10)
In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me. Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».
Audio della riflessione.
E’ bello sentirsi di qualcuno sempre, sapere che non sei mai solo, che hai qualcuno cui affidarti, che veglia su di te, che è disposto a faticare, a camminare, a crescere con te. Questo sicuramente è un amico, è per una buona parte della nostra vita il papà, la mamma. Qualcuno ha la grazia di avere un fratello o una sorella con cui si litiga, ci si cerca, si bisticcia, ci si confida, ci si coalizza contro i grandi, ci si fanno confidenze. Quando si è più grandi si cerca una guida. Molti di noi ricordano di avere avuto nell’esistenza una persona che li ha sorretti, spronati, tenuti per mano.
Nella fede ciascuno di noi ha una presenza speciale, personale, di Dio, l’angelo custode. Dice Gesù, parlando dei bambini: non crediate di poter fare da padroni sulla vita di questi piccoli, di poterli strumentalizzare o disprezzare, perché i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio.
La storia di salvezza di Dio raggiunge ogni uomo nella sua situazione concreta attraverso questi messaggeri, questi angeli, queste presenze personificate dell’amore di Dio. Gesù nella sua vita ha esplicitato molte volte questo rapporto, soprattutto nell’ora suprema del dolore e dell’abbattimento, della possibile disperazione e del tradimento. Nell’orto del Getsemani, la notte della sua cattura da parte della soldataglia, Gesù viene confortato da un angelo.
I bambini sono già grandi e intoccabili per se stessi, per la persona che essi sono, devono stare al centro della nostra attenzione, ma spesso vengono usati come ricatto nelle famiglie, nei litigi tra papà e mamma, vengono usati nelle pubblicità, vengono rapiti, della loro vita non si tiene conto, le città sono costruite a misura di adulto, non sono fatte perché anche loro vi possano vivere felici, sono spesso lasciati soli, vengono affidati alla Tv, che fa scempio della loro innocenza. Molti vengono usati a lavorare, in certi contesti vengono usati come soldati, invece di giocattoli imbracciano armi. La pedofilia è una piaga più diffusa di quanto pensiamo, con tentativi di farla diventare passabile. Potremmo continuare a ricordare le nostre inadempienze, ma solo per richiamarci ciascuno alle nostre responsabilità.
Ci sono anche però molti che vivono per loro, per loro danno il massimo dell’amore. Tanti genitori sono capaci di atti eroici, quotidiani, senza tanto clamore; sono imparentati e in buona compagnia, spesso senza saperlo, con i loro angeli che Dio ha messo come sicuro segno di speranza nelle loro vite.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 21, 28-32)
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
Audio della riflessione.
Non è facile riconoscere i nostri sbagli ed essere sinceri con gli altri e spesso purtroppo anche con se stessi. Siamo facili costruttori di maschere, che facciamo fatica a toglierci e spesso la maschera la teniamo anche per noi stessi, ci convinciamo un po’ alla volta di essere giusti, di essere bravi, di poter guardare Dio dritto negli occhi. Queste maschere che portiamo non ci permettono allora di convertirci. Non ci sono esperienze, consigli, prediche che ti facciano cambiare idea, quando non hai il coraggio di guardare dentro di te.
Il vangelo ci pone davanti a un confronto paradossale, scandaloso. Alla fine ci dice che le persone palesemente ingiuste, peccatrici sono da preferire a quelle ritenute giuste. Noi che siamo giusti e buoni, ovviamente benpensanti perché siamo tutto sommato anche benestanti, davanti a Dio siamo molto più indietro dei furfanti e delle prostitute. Gesù usa ancora la storia di due figli: chi dice si e non fa e chi dice no e fa. Sono in realtà una sola persona, siamo noi stessi che ascoltiamo. Io sono quello che dice sì a parole e non con i fatti, quello che dice no perché non vuole fare la volontà di Dio e poi riesce a cambiare perché si pente.
Il padre è sempre al centro; è il nostro amatissimo Dio creatore, il padre buono, abitato solo da amore infinito, che, oggi, chiama ad operare nella vigna. E’ l’oggi di tutti noi che siamo chiamati a deciderci per questa vigna, dove lavorare significa amare Dio e servirlo nei fratelli. E’ un oggi di un mondo che tende ad allontanarsi da Dio e a credersi autosufficiente, un oggi fatto di paure del futuro, di depressioni, di confusione, ma anche di desideri di cambiamento. Siamo tentati di dire no, ma nessuno di noi deve dire un si forzato, nessuno guarda il padre come un padrone al quale non può dire di no. Nessuno si deve sentire in obbligo di compiacere a Dio, non è un dovere. Nessuno mai saprà amare solo per dovere.
Il paragone con le prostitute è duro; ma non è difficile riconoscere che spesso il nostro amore a Dio è commerciale. Veniamo in chiesa, ci affidiamo a Dio solo se ne possiamo ottenere favori, miracoli, benefici e non ci accorgiamo che stiamo continuamente rifiutando di lavorare per il bene. Scambiamo i sacramenti per affari, li facciamo diventare solo facciata e non decisione di conversione, li celebriamo per farci vedere e non per guardarci dentro e scoprire il grande amore di Dio. Spendiamo una barca di soldi per il matrimonio e mascheriamo già il tradimento o lo scioglimento.
La conversione, il capire che dobbiamo ritornare a Dio, è la strada da compiere ed è la nostra speranza.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 20,1-16)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perchè ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perchè io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
Audio della riflessione.
Precari nel lavoro è il nostro destino, siamo presi a giornata e buttati, dobbiamo fare cento lavori per sperarne uno un po’ più serio. Cinque mesi di qua, da giornalista, per una pubblicazione che deve convincere a far emergere il lavoro nero e io puntualmente pagato in nero; un anno dall’amico di papà che ti ha promesso mari e monti e poi ti liquida dalla mattina alla sera; una stagione a fare animazione, senza assicurazione; un anno finalmente a fare quel che mi è sempre piaciuto e poi la ditta è stata assorbita e mi hanno relegato al magazzino.
Stavolta me ne sono andato io. Ho fatto mille colloqui e tutti mi dicevano che mi avrebbero preso se avessi avuto qualche esperienza di lavoro in quel campo. Ma, me ne fate cominciare almeno una? Finalmente in internet ho trovato un bel lavoro, purtroppo è a progetto, prima o poi occorrerà cambiare. Liberi di prenderci e di lasciarci, ingiusti con noi ci tentano un po’ tutti. Con Dio sarà la stessa cosa?
Ditemelo, perché sono stufo di impegnarmi senza portare a casa un po’ di futuro e di vedere che tutti gli altri mi passano davanti. Erano precari anche quei lavoratori che stavano sulla piazza ogni mattina ad aspettare che qualcuno li andasse a invitare. Oggi la cosa si fa ancora più triste, perché non sei nemmeno precario, ma disoccupato. Nel vangelo però stavolta c’è proprio lavoro per tutti. Non ne resta fuori nessuno. Anche il solito che sta in discoteca fino a mattina, anche lui la sera va in piazza e viene preso a lavorare. Non s’è mai dato una mossa e ha sempre trovato di sbarcare il lunario. Sembra tutto casuale, ma chissà quante raccomandazioni ci stanno dietro. Ebbene tutti al lavoro; bello, oggi abbiamo riempito la vita, abbiamo dato un orario al nostro stare ad aspettare.
Il problema però non è finito: uno che lavora si vuol sentire anche riconosciuto. Qui, con Dio non solo c’è precarietà, non solo non sai mai quando Dio ti assume, ma non sai nemmeno che cosa ne ricavi. Il nottambulo pazzo che s’è dato una mossa solo verso sera prende come me che sono lì dal mattino, che ho programmato tutto, che ho impostato il lavoro, che ho potuto anche dialogare e valutare col padrone. Questa è pura ingiustizia!
Amico, non ti ho dato quello che avevo pattuito… oppure sei invidioso perché io sono buono?
Dio ha un altro modo di ragionare, sa che la nostra vita è precaria. Quello che Dio ha pattuito con noi è tutto, è molto di più di quello che ci meritiamo. Il paradiso non lo guadagniamo, ma ci viene dato in aggiunta. Non ti mancherà assolutamente niente nella felicità dell’abbraccio con Dio. Solo che devi guardare con altrettanto amore agli altri. Non perderti a guardare le differenze o a fare sequenze di merito. Godi che tutti possano incontrare Dio, anche a sera tarda. Saranno ancor più felici se incontreranno anche te ad accoglierli con gioia.
Ma c’è un punto di vista molto interessante per capire questo nostro Dio che non ci fa mai del male, che ci è padre, che non possiamo mettere sempre alla sbarra perché secondo noi ci fa dei torti: la famiglia. Oggi la mettiamo al centro non per far battaglie, ma per riscoprire di più la bontà di Dio
La famiglia è proprio il luogo in cui si può capire di più Dio. Il lavoratore della prima ora che resta deluso e si arrabbia con Dio per me era un single: tutto concentrato su di sé. Abbiamo in mente la parabola del padre misericordioso? Questo lavoratore della prima ora assomiglia proprio al figlio più grande tutto casa e chiesa, campi e vitelli, azienda e profitto. Come? Vieni qui ancora a dividere la mia eredità, dopo che ti sei fatta fuori la tua? Che giustizia è far festa al figlio pazzo e vagabondo. Questo tuo figlio!
Un papà, una mamma, un fratello sanno che in famiglia ci si rapporta molto diversamente e non si mette in atto nessuna ingiustizia, ma si vede che la giustizia ha bisogno di amore per essere una regola di vita.
Non decidono i figli quando nascere in una famiglia, dove non è un errore o un merito l’essere nati prima o dopo: l’amore di papà e mamma è sempre al massimo per tutti. Dio ci dona sempre il massimo, non fa differenza di persone; il suo amore non si baratta, non si taglia a fette, non si conta come gli euro: è la sua bontà infinita per noi, per tutti quelli che lo amano anche all’ultimo momento.
Nel nostro mondo a modello commerciale dove quello che più conta è la capacità di barattare, di stabilire accordi, scambi vantaggiosi, condizioni favorevoli, sfruttare l’occasione, intuire le debolezze del compratore per fare guadagni, farsi creativi nel collocare la nostra merce, pensiamo che il nostro rapporto con Dio sia un grande commercio.
L’idea forse la danno anche certe nostre abitudini di rapporto con le cose sacre, con i sacramenti, con le offerte, con i servizi liturgici, con gli oggetti sacri, le visite ai santuari. Spesso li facciamo diventare luoghi di commercio anziché di incontro tra la nostra povera vita e la grandezza di Dio.
Crediamo di poter commerciare la nostra salvezza, di comperare la sua misericordia, di sostituire l’amore vero profondo, con le nostre cose, di tenerci il cuore e di dare a Dio solo le nostre cose. E allora accampiamo diritti, rimproveriamo Dio perché non tiene conto di quello che abbiamo fatto, riteniamo di esserci guadagnati il paradiso, una vita bella, felice, solo perchè noi abbiamo dato, abbiamo fatto, abbiamo vissuto in un certo modo.
Vogliamo un rapporto con Dio non a modello commerciale, ma a modello famigliare; perché Lui è famiglia; è Trinità. Il paradiso Dio ce lo regala sempre; è più grande di ogni nostro merito; è dono del suo amore che decidiamo di accettare nella nostra vita.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 9-13)
In quel tempo, mentre andava via, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».
Audio della riflessione.
Prendere decisioni per la propria vita, il proprio futuro, per quella felicità cui tutti siamo chiamati, consapevoli di dare un senso bello e pieno alla vita è sempre molto difficile. Si procede spesso per tentativi, dentro incertezza e rischio. Quale è la mia vera strada? C’è qualcuno che mi aiuta a trovare la strada giusta? C’è un satellitare infallibile? Spesso forse siamo in attesa che sia qualcun altro che decide per noi. Non è bello non caricarci della responsabilità della scelta, e nemmeno pensare di scaricare su altri i nostri fallimenti.
Qualcuno invece sembra abbia deciso bene, se ne sta tranquillo a fare i fatti suoi, a un certo punto però si accorge che c’è qualcosa che non quadra nella vita oppure viene posto di fronte con evidenza a una luce, a una intuizione, a una verità, mai finora percepita, che gli fa cambiare radicalmente strada, gli si aprono gli occhi, si sente dentro una voce, una spinta che non lo lascia tranquillo.
Matteo era uno di questi. Pacifico, stava a contare i suoi soldi in banca, aveva un lavoro fisso, disprezzato da tutti perché se la intendeva per forza di cose con i romani, potenza occupante della Palestina; un avvenire sicuro, una cerchia di amici della stessa risma che gli faceva da cortina di fumo per non vedere i problemi, qualche bella cena, qualche buona avventura e guadagno sicuro.
Ma un giorno gli capita al banco dove sta contando euro a non finire Gesù. E Gesù punta su di lui lo sguardo, il dito, la sua persona, la sua voce perentoria, tutto il suo fascino e gli dice: Seguimi! e lui alzatosi, messosi dritto davanti a Gesù, davanti alla vita, davanti a un nuovo futuro, nella dignità di tutta la sua umanità, messa in discussione da questo invito, lo seguì.
Continua ancora la sua vita di relazione, ha ancora i suoi amici, sicuramente deve giustificare loro perché abbandona la sua ricca posizione sociale per correre dietro a un predicatore che non si sa quanto raccomandabile sia; sta di fatto che vuole che Gesù incontri questa sua potente fasciatura, tutto il mondo di pubblicani che lo accerchia.
E Gesù va con grande scandalo dei benpensanti a sradicare certezze e a portare la sua speranza. Gesù non disdegna nessuna delle nostre mense, si fa compagno di tutti, non ha paura, vuole solo la nostra felicità.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18, 21-35)
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Audio della riflessione.
Ci rappresenta un po’ tutti quella parabola che narra di quel servitore perdonato alla grande dal suo creditore, che fa lo strozzino con un suo debitore che in confronto gli deve solo quattro miseri spiccioli. Vagonate di oro era il suo debito, pochi soldi il suo credito. Questa è la nostra fotografia di fronte a Dio. Il nostro debito verso di Lui è senza misura e Lui se lo carica sulle spalle e ce lo cancella. Siamo stati perdonati, ma non abbiamo ancora capito che cosa è il perdono, non lo abbiamo ancora accolto, ci è rimasta dentro una mentalità da schiavo, calchiamo sempre con i nostri passi il perimetro della prigione che ci siamo fatti allontanandoci da Dio. Siamo abituati a vivere in una pozzanghera e non sappiamo renderci conto del mare aperto. Giochiamo ancora con le barchette di carta.
Chi ci permette di accettare la pienezza del perdono è lo Spirito. Dio ci fa liberi, noi a mala pena ci sentiamo liberati, abbiamo ancora addosso tutta la fasciatura del male, tutta la nostra mentalità da galeotti, da gente che deve sfruttare le occasioni, deve calcolare, deve farsi rincrescere la bontà. Siamo ancora ammalati di delirio di onnipotenza, il modello di ragionamento non è affatto cambiato. Quello che lo strozzino descritto nel vangelo fa al suo debitore è ancora legato al suo falso “ti restituirò tutto” detto al padrone, a Dio, una falsità consapevole, con la pretesa di imbrogliare il Signore, che è tanto buono da far finta di niente, sapendo che purtroppo si sta rovinando con le sue stesse falsità.
Il suo comportamento con il suo piccolo debitore è evidentemente crudele, ma è più sottile e infido di quanto pensiamo. Ha considerato il condono ottenuto, una sua furbizia, un suo merito dovuto alla sua richiesta e non assolutamente un invito a cambiare il suo cuore. Crede di essere lui il salvatore, ma non ha ancora capito di essere un salvato, un comprensivo e non ha capito di essere un perdonato, uno che accoglie e non ha capito di essere stato accolto, un giusto e non ha capito di essere stato giustificato, uno che può esprimere amore, ma non ha capito che è stato tanto amato. Ma salvatore, comprensivo, accogliente, giusto, amabile è Dio, non Lui. Non ci passa nemmeno per la testa che queste qualità devono essere d’ora in avanti le nostre, che il dono più grande del perdono è il cambiamento del cuore.
Proprio per questo il perdono di Dio è legato al nostro perdonare, è quel gesto di Dio che è legato indissolubilmente alla nostra libertà; Dio non riesce a perdonare se nella nostra libertà non ci lasciamo cambiare dal suo perdono. Il perdono torna indietro.
Toccherà ancora a Dio riprenderci perché Lui non ci abbandona mai.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18, 15-20)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Audio della riflessione.
Essere cristiani non è mai stata una esperienza da single. E’ importante la coscienza personale, la libertà di decisione. Sei tu che sei chiamato non il tuo gruppo o la tua famiglia. E’ verissimo che occorre partire sempre dalla propria libertà personale. Sono finiti i tempi in cui si diventava cristiani perché lo erano tutti quelli del nostro ambiente, paese, città, famiglia, anche se la cultura ha il suo influsso sempre, e così le tradizioni. Ma quello che è assolutamente sempre vero è che la fede non è un fatto privato, non si chiude nella coscienza, non si isola dal mondo. Non si può essere cristiani senza creare relazioni positive con gli altri, non si può amare Dio se non si ama il prossimo.
Essere credenti in Cristo esige aprire la propria vita a una relazione di bontà con gli altri. Proprio perché la fede è un atto d’amore e l’amore è vero se non termina su se stessi, ma si apre all’altro. Ecco allora i tanti insegnamenti del vangelo sulla necessità dell’amore a Dio e al prossimo contestualmente, del vivere uniti per chiamare nell’esistenza la presenza di Dio. Dove sono due o tre riuniti nel mio nome lì ci sono io. Ci si domanda spesso, dove sta Dio? Ci aiuta? È a noi vicino? Il modo più sicuro per sperimentare la sua presenza è stare assieme nel suo nome e lì c’è Lui. Le nostre comunità cristiane allora diventano palestre di comunione, anche se è la comunione più impossibile perché ci stiamo tutti noi con le nostre divergenze, i nostri difetti, le visioni opposte di vita, le condizioni contrastanti. Eppure Dio fa il miracolo di tenerci assieme, come ha tenuto assieme gli apostoli, i primi cristiani, popoli barbari e civili, potenti e deboli, schiavi e liberi.
Spesso la nostra testimonianza non è compresa dal mondo perché viviamo disuniti, perché non siamo capaci di mostrare il dono dell’unità. Se non siamo capaci di stare uniti nel suo nome, lui non c’è, non può starci, è contrario al suo stesso essere; siamo noi che lo buttiamo fuori. Come è bello che i fratelli vivano assieme diceva il salmo, è un unguento sulle nostre ferite, un balsamo per la nostra cattiveria, una speranza per le nostre solitudini, una certezza della sua presenza tra noi.
Abbiamo sperimentato tutti la impossibilità di stare assieme anche in chiesa, abbiamo chiamato distanza “sociale”, una contraddizione, quella penitenza di non stare accanto, di non poterci dare la mano, di tenerci coperto il volto con la mascherina. I giovani l’hanno patito ancora di più, ma alla GMG di Lisbona hanno ricuperato alla grande lo stare assieme, la calca, lo sguardo di tutti alla stessa persona che capivano e ascoltavano con gioia, il papa, il messaggio della fede. Hanno ricuperato lo stesso isolamento dai giovani di altre nazioni e con gioia hanno celebrato assieme la stessa fede, compiuto gli stessi gesti espresso, la gioia con gli stessi canti, coi volti tutti fissi a quelle meravigliose via crucis, per rivivere assieme il dolore e condividerlo con gli addolorati di tutto il mondo.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16,21-27)
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».
Audio della riflessione.
Abbiamo bisogno di felicità come dell’aria per respirare. Non c’è pezzo della nostra carne, tratto del nostro vivere, tensione dei nostri istinti che non sia in ricerca della sua soddisfazione. Eppure annaspiamo in un mare di sofferenza. Meno te l’aspetti ti arriva e ti sconvolge la vita. È dolore morale, è malattia, è ingiustizia subita, è pura casualità o ostinata cattiveria di qualcuno.
Doveva essere esperienza quotidiana anche per il gruppo che aveva seguito Gesù. Forse però, quando hanno risposto con tanta schiettezza e generosità all’invito di Gesù, si erano illusi che con uno così si potesse dare una svolta decisiva e scrivere una pagina bianca nell’agenda dell’infelicità. Pietro è il primo che s’immagina a ragione Dio dalla parte opposta del dolore. Tu sei il figlio di Dio, il Messia che aspettiamo, sei la casa della felicità, sei tutta la bellezza che la vita può sprigionare. Sei quello che noi da sempre sogniamo e non mi dire che anche tu ti devi adattare a soccombere alle nostre colline delle croci. Dio te ne scampi Gesù: questo a te non succederà mai.
Gesù gli aveva invece appena detto che la croce era la strada scelta da Dio per far brillare in ogni coscienza il massimo di amore che nutre per gli uomini. Questo è un altro punto centrale per la fede cristiana. Si può confessare che Gesù è Dio, andando oltre i criteri di ogni corretta razionalità e accettare il mistero che questo uomo di carne e ossa si porta dentro. È già molto, ma non è ancora la fede cristiana.
È necessario confessare ancora che egli è un Dio crocifisso. Il mondo ebreo uno scandalo così non lo sopporta, il mondo intellettuale greco lo ritiene un controsenso, una stupidità, un cristiano invece accetta di cambiare anche la logica dell’esistenza, accetta di rinunciare a quell’idea di Dio che razionalmente a fatica può correttamente costruire per accogliere l’idea di Gesù: non più un Dio glorioso e potente, ma un Dio che si svela nell’amore e nel dono di sé.
Quella croce non è l’apoteosi del masochismo, del godere a farsi del male o a star male, ma il segno di una vita vissuta in dono, della vera felicità, dell’amore di Gesù. Un amore così disarmato e disinteressato, che è un amore anche scomodo, perché dice a noi persone umane la verità su di noi, il nostro bene e il nostro male; per come esso si esprime sconvolge i quadri di comportamento e di valore umani e ci fa capire la contraddizione che rivela ancora di più la miseria e il peccato dell’uomo di fronte all’amore incondizionato di Gesù. E la contraddizione la risolve con “Padre perdona loro”!
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 14-30)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».
Audio della riflessione.
C’è stato un tempo non molto lontano dai nostri giorni in cui si pensava che tutti gli uomini erano uguali, tutti con gli stessi diritti, tutti con gli stessi doveri, tutti alla pari. Venivamo da un mondo in cui tanti diritti fondamentali erano conculcati per molte persone: per esempio la vita, la cura della salute, il lavoro, lo studio, la giustizia… Era giusto che si lottasse perchè tutti potessero avere le stesse possibilità di fronte alla vita.
Non è però vero che tutti rispondono alle proprie risorse con lo stesso impegno, non solo, ma Dio ci ha creati diversi, con gusti e desideri, carattere e qualità diverse, e ci ha chiesto di far fruttare quello che ciascuno ha. Talenti chiama il vangelo tutte le risorse che l’uomo ha a disposizione. Chi ha dieci deve lavorare per dieci altrimenti non è fedele alla sua vita e a Dio che gliel’ha data, chi ha cinque deve lavorare per i suoi cinque, non si deve sentire inferiore se non ha tutte le qualità che hanno altri; purtroppo c’è chi ne ha solo uno e si crede furbo a non farlo fruttare, a star comodo a vivere di rendita.
La parabola del vangelo non è un testo di economia, ma un invito a sentirsi nella vita sempre a contatto con Dio con tutte le nostre forze. Dio ha dato a tutti la possibilità di rispondere al suo amore, anche se abbiamo avuto genitori cattivi, disgrazie impensabili, malattie, ingiustizie… Dio sa andare sempre al cuore, all’interiorità e lì ci siamo solo noi con la nostra coscienza che diciamo a Dio la nostra voglia di vivere, la nostra decisione di fare della nostra vita un dono, di scavare tutte le possibilità che Lui ci ha dato. Dio è esigente come è generoso, non vuole che noi ci adattiamo al ribasso, che il fuoco della sua vita divenga un fumo evanescente.
Molti di noi anziché far fruttare la propria vita per la felicità di tutti la buttano, la sperperano, stanno comodi, vivono alle spalle degli altri, si scoraggiano. E’ bello invece pensare che anche se ci sembra di avere poco quello che Dio ci ha dato può fare miracoli e salvare anche altri dalla disperazione e dall’infelicità
Occorre gente che aiuta sempre tutti ad alzare lo sguardo al cielo per vedervi la gioia di Dio che ci ha dato la possibilità di raggiungerlo per sempre
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25,1-13)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».
Audio della riflessione.
O la vita è una accozzaglia di eventi che si succedono a caso e noi cerchiamo di navigare a vista per cogliere le occasioni e sfruttarle al massimo per il nostro interesse oppure la vita è una storia con un centro, un inizio, una fine, una direzione e noi ci aspettiamo di dover rendere conto a qualcuno di come l’abbiamo vissuta.
Gesù ci ha insegnato che il mondo è nelle mani di Dio, che da Lui ha avuto inizio e in Lui si compirà. La vita che viviamo sulla terra è incerta, provvisoria, destinata ad essere superata in una situazione definitiva e certa in cui tutto verrà trasformato nei cieli nuovi e mondi nuovi verso cui siamo incamminati. Lui ci ha promesso che tornerà.
La nostra vita è meglio rappresentata da una attesa vigile piuttosto che da un annoiato torpore fatalistico. Non fare il fanatico papà, lasciami vivere, non crearmi stati ansiosi, vedrai che un colpo di fortuna ci sarà anche per me. Un allenatore ti avrebbe già buttato fuori di squadra. È segno di grande dignità per l’uomo sapere che deve rispondere a un giudizio, a una valutazione globale della sua vita, in una coscienza che permane come nucleo decisivo nell’evolversi degli eventi. Tutto passa, tu rimani e ogni fatto della tua vita lascia sulla tua spiaggia un segno, viene infilato come un grano di una lunga collana. Ma te la guardi ogni tanto questa collana? Riesci a legare i tuoi gesti in una storia? C’è una lampada nella tua esistenza che ti dissolve le ombre dell’insignificanza?
C’erano, dice Gesù, dieci ragazze in attesa dello sposo: cinque avevano fatto scorta di olio per le lampade, sapevano che l’attesa sarebbe stata indecifrabile, che la vita era in salita, che non si è mai preparati abbastanza per affrontare la notte. Altre cinque invece avevano preso l’invito a nozze con leggerezza. Troveremo sempre qualche rimedio. Non vale la pena di preoccuparsi tanto della vita, qualche furbizia, qualche terno al lotto, le debolezze di qualcuno possiamo sempre sfruttarle. Una vita lasciata continuamente al caso. Vivi alla giornata, vedrai che ci si potrà sempre arrangiare. Siamo in Italia, non siamo in Germania. Una leggina ci farà entrare per la porta giusta anche se ce ne siamo lasciate scappare tante. C’è sempre tempo per prendere la decisione giusta.
Ma non è vero. Esiste un momento in cui la vita decide per te e ti trova impreparato. Si sente un grido nella notte: è qui, la vita è al suo culmine, la pienezza è giunta, la festa senza fine comincia, la tua lampada accesa ti fa trovare la strada, mentre il buio in cui ti sei adattato ti toglie ogni prospettiva. I rimedi dell’ultima ora sono pezze che si sfilacciano. E la porta fu chiusa. Il rumore di quei catenacci non sono solo quelli di un inammissibile ritardo, impossibilità, ma hanno il rumore di una perdita di futuro. Vigilate perché non sapete né il giorno, né l’ora. C’erano dei segni e non li abbiamo visti. I segni della venuta di Gesù nella vita di ogni persona ci sono, bisogna farsi aiutare a leggerli, porre attenzione, forare il quotidiano per carpire il segreto dell’esistenza che si porta.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 24, 42-51)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo. Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni. Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti».
Audio della riflessione.
La vita dell’uomo è fatta di tante attese, non tutte vere, non tutte capaci di tenere l’animo sveglio e attento al bene, alla manifestazione di Dio. Attende la mamma il suo bambino nella lunga gestazione, attende il ragazzo la sua ragazza all’uscita dalla scuola, attende il malato i risultati delle analisi, attende il giovane l’esito dell’ennesimo colloquio di lavoro, attendono i genitori che cigoli la porta di casa alle cinque del mattino per tirare un sospiro di sollievo: è tornato vivo! Attende il bambino il sorriso del papà al suo ritorno da scuola, attendono gli immigrati il permesso di soggiorno in fila fin dalle prime luci del mattino, attende l’anziano nella casa di riposo la visita di qualcuno che gli ricordi di essere vivo; attendono gli affamati un pane, gli esiliati la patria, tanti bambini la pace e non la sanno nemmeno immaginare tanto sono abituati a vivere sotto i colpi dei mortai.
Non è attesa invece quella del terrorista che ha già la mano sulla cintura esplosiva o sul telecomando del detonatore, non è attesa quella del pedofilo che sta tirando le maglie dei suoi ricatti, non è attesa la lunga coda di automobili che dobbiamo subire ogni giorno per andare e tornare dal lavoro; non è attesa l’aria greve che prende la piazza per l’arrivo dello spacciatore o l’appostamento lungo la strada per comperare il corpo di qualcuna o di qualcuno; non è attesa la solitudine di chi dopo tante tergiversazioni prende la finestra di corsa; e nemmeno quella dell’usuraio che ogni giorno torna a misurare il sangue succhiato ai poveri…
E’ attesa la tensione verso la vita, quella degli altri, la mia, quella del mondo; non è attesa la velocità dissennata per le strade, che disprezza la vita degli altri e la propria, quella percezione o orientamento alla morte che spesso abita le nostre esistenze. L’attesa vera di una meta alta, dello stesso Signore che viene, ha la capacità di tirarti dentro tutto, di trasformarti, di ridefinire la tua stessa identità, di farti crescere e di rimodulare la tua esistenza su quello che attendi. E’ una forza potente per concentrare energie, per dare organicità ai nostri molteplici impulsi, per canalizzare le qualità personali e di gruppo. Questo ci dice Gesù quando ci invita a vegliare ad attendere il Signore che passa sicuramente nella vita di ogni uomo, perché Lui non ci abbandona mai. Questo vegliate in un tempo ancora di ferie la dice lunga sul nostro esserci addormentai nello spirito in questo mese che termina. Ci stimola a riprendere la cura della vita spirituale a tener desto sempre lo spirito e l’attenzione agli altri.