Abbiamo sempre doni da Dio per rendere il mondo migliore

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 14-30)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni.
A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”»

Audio della riflessione.

Non era sicuramente un giovane quel personaggio della parabola dei talenti che ricevutone uno lo è andato a seppellire perché lo voleva conservare e restituire a un padrone che si immagina esigente, ma ingenuo! 

E’ difficile che un giovane seppellisca i suoi talenti; lui scatta, lavora, briga, è furbo, ha fantasia, creatività, non sta mai fermo, si entusiasma. Chi si tiene il suo talento stretto e lo va a sotterrare, proprio non lo capisco: è un poveraccio. E’ vero; tu hai sempre moltiplicato le doti che ti trovi in corpo: la bellezza, la giovinezza, l’intelligenza, l’affetto, la vivacità. Quando eri in compagnia era una gioia averti dei nostri. Spontaneità è la parola giusta. Un giovane è spontaneo, gli viene facile esserci simpaticamente. Non ha bisogno di sforzi e ascesi faticosa per lanciarsi. 

Ma possiamo farci una domanda? Per chi ha moltiplicato tutte le sue qualità questo giovane, che possiamo essere stati anche noi, quando avevamo la sua età? Quale era il motore di questa spontaneità? Quando si è trovato con la catena della vita a terra che ha fatto? Ha cambiato compagnia. Allora non moltiplicava che per sè, si faceva i fatti suoi, aveva le sue mire; secondi fini no, ma incoscienza molta, autocentratura massima e specchi a non finire. Era sempre lui il centro di tutto. Ha continuamente spostato il tempo delle sue decisioni, perché gli sembrava di andarsi a seppellire se decideva di sposarsi o di prendere un impegno serio nella vita. Forse non aveva sepolto i suoi talenti, ma li andava tutte le mattine a lucidare, a vedere se ancora c’erano, a calcolare che non si svalutassero, a mostrarli in vetrina per convincersi che il loro valore non diminuisse. 

Se abbiamo fatto così anche noi è come se li avessimo sepolti; quando Dio ci chiamerà non potremo dire: eccone altri cinque o altri due o altri dieci, perché ce li siamo usati e moltiplicati solo per noi e saranno ancora gli stessi. Ci sembrerà di averli moltiplicati, ma li abbiamo solo guardati con una lente di ingrandimento, sono sempre e solo quelli di partenza. 

Potevamo e possiamo tenere per noi l’amore? Potevamo e possiamo tenere per noi gli affetti, l’intelligenza, il sorriso, la gioia, la stessa giovinezza? Potevamo far girare attorno a noi tutto il mondo? Potevamo vivere continuamente di rendita, senza mai metterci a disposizione di tutti? Come abbiamo fatto a pensare che il mondo potesse diventare migliore senza il nostro semplice, ma necessario contributo? Donare non è seppellire, ma moltiplicare. Scegliere di donare la vita non è bruciarsi, ma ritrovarla sempre piena. 

Duro alla fine il padrone: li abbiamo sprecati e quindi ce li siamo giocati. E’ meglio che li passi a qualcun altro che li metta a disposizione. Spesso ci sentiamo vuoti anche per questo, per un nostro passato poco generoso. Dio non smette mai di volerci bene, ci accoglie ancora e ogni giorno di vita che ci dà è per rendere il mondo più buono e aiutare i giovani a vivere generosi sempre.

19 Novembre
+Domenico

La fede è pienezza di adesione, che non va mai incrinata

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 22-33)

Subito dopo costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: “È un fantasma!” e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”. Pietro allora gli rispose: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. Ed egli disse: “Vieni!”. Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”. E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: “Davvero tu sei Figlio di Dio!”.

Audio della riflessione.

Ti capita spesso di partire deciso, spavaldo, senza calcoli, convinto e poi perdere ogni ragione valida del tuo percorso. Resti fermo a metà strada, perdi ogni stimolo, cerchi invano motivi, ti senti vuoto e ti fermi. È il classico mettere mano all’aratro e voltarsi indietro. Pietro l’aveva provato sulla sua pelle quel giorno che deciso aveva chiesto a Gesù di poterlo raggiungere camminando sull’acqua; lo guardava fisso ed era talmente intenso lo sguardo, l’attrazione, il fascino che non ammetteva distanza o separazione da Gesù. Era stato in intimità con Gesù, aveva capito quanto fosse grande la sua forza e l’entusiasmo si cambiò in domanda, la domanda in passi sicuri. A un certo punto però gli vengono meno tutti i motivi dell’entusiasmo, abbassa gli occhi su di sé, si trova quel pover’uomo che siamo tutti e comincia ad affondare. 

Solo la fede in Gesù lo sosteneva. Ma poco a poco è venuto meno quello sguardo fiducioso, si è incrinata la certezza, si è inscritto il dubbio. E Gesù, non solo in questa occasione, ma anche altre volte gli si rivolge, e si rivolge a tutti noi, chiamandolo uomo di poca fede. Siamo di poca fede, quando ci vogliamo sostituire a Dio, quando crediamo di essere noi i padroni della nostra vita, quando ci sentiamo il centro di tutto. Siamo di poca fede quando la riduciamo a ricetta per risolvere i nostri mali, a scaramanzia per le possibili disgrazie, ostentazione delle nostre sicurezze. Allora svanisce l’abbandono in Dio, non abbiamo più lo sguardo fisso su Gesù, ma lo abbassiamo alle nostre debolezze, ci fa paura l’impegno, ci assilla la sicurezza e cediamo. Ci rintaniamo nelle nostre visioni da miopia. Pietro forse voleva tentare il Signore, mettere in campo un po’ di spavalderia, ma Gesù lo prende sul serio, rende vero l’impossibile se tu ti abbandoni in Lui 

La fede non è una quantità, ma un modo di collocarsi nei confronti di Dio, una dimensione profonda dell’esistenza che non si misura a chili, ma a gesti di affidamento totale, a dialoghi fiduciosi, ad abbandono convinto senza riserve. E noi vogliamo sempre sentirci amati da Dio, affidati a Lui, fiduciosi del suo aiuto, accarezzati dalla sua mano, affascinati dalla sua bontà che non ci abbandona mai.

18 Novembre
+Domenico

Attendere Gesù non è un mestiere ma tutta una vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 1-13)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”.
Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”.
Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa.
Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose:
“In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Audio della riflessione.

La tendenza culturale del nostro tempo, caratterizzato dal pervasivo modello televisivo, dalla facilità con cui riusciamo a fare e spedire fotografie, dalla molteplicità di immagini senza di cui quasi non possiamo vivere, è quella della facciata, del farsi vedere, dell’apparire. Se vai in televisione allora esisti, altrimenti nessuno sa di te e se nessuno ti ha visto non ci sei. Le immagini hanno raccorciato le distanze, permettono di vivere in diretta fatti lontani, prendere coscienza di quello che avviene in ogni parte del mondo, aiuta la fantasia a galoppare, rende tutti capaci di immaginazione oltre le strettezze del luogo in cui si vive. Il pericolo però, non troppo calcolato è quello di dare importanza all’apparire e non all’essere, all’esteriorità e non all’interiorità. 

Il vangelo parla di 10 vergini, dieci ragazze, dedicate a fare corona a una festa di nozze. Tutte belle, tutte preparate, tutte ben vestite, ma solo cinque di esse vivono l’attesa come una molla della loro vita, le altre cinque invece si accontentano di esserci, di apparire, di fare coreografia, non pensano a vivere l’attesa dello sposo con intensità, con partecipazione, con occhio vigile. Non si preparano, danno tutto per contato, è un mestiere come un altro. E’ fin troppo facile cogliere l’insegnamento di Gesù. 

Capita così della nostra fede. E’ terribile pensare che sovente la facciata è salva, diciamo di essere credenti, cattolici pure, ma dentro, l’amore è finito e con esso la speranza. Si continua a vivere la vita per abitudine, con stanchezza, per quieto vivere o per puntiglio, per tradizione o per contrapposizione, ma manca dall’interno l’attesa vigilante e operosa dell’incontro con lo sposo, dell’incontro con Cristo. La vita di fede è un invito a nozze, ma non ci interessa più niente dello sposo. Siamo come una coppia che non trova più motivi per stupirsi l’uno dell’altra. La religione è diventata una abitudine di facciata. Le parole di Gesù a queste cinque ragazze sono tremende: “non vi conosco”, non mi interessa la facciata. Dio guarda il cuore e al posto del cuore c’è un sasso. 

Occorre riattivare la vita, il sentimento, occorre tornare a sperare e Dio la forza ce la dà sempre.

12 Novembre
+Domenico

Abbiamo tutti un solo maestro: Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 23,1-12)

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Audio della riflessione.

La voglia di occupare sempre il centro, di farsi vedere, di apparire, di essere onorato e considerato, di stare al di sopra della media è sempre una grande tentazione per tutti. La vita che abbiamo sembra non abbia sapore se non siamo gente che conta, senza il plauso degli altri. Capita allora che abbiamo un compito importante da fare e quel che conta è la nostra persona e non il compito che dobbiamo fare. 

Così era dei farisei, che erano dedicati a far conoscere al popolo la Legge, la Parola dei profeti, ma mettevano al centro se stessi, non più la Parola di Dio. I cristiani invece sanno che il centro di ogni servizio della fede è Gesù, Lui solo è il maestro e noi dobbiamo sempre essere discepoli, Lui solo è buono e noi abbiamo sempre bisogno della sua bontà, Lui è il nostro Dio e noi siamo sue creature. Questo ci dà forza quando cadiamo per la nostra debolezza e dobbiamo sempre avere il coraggio di annunciare la sua parola. 

Se annunciassimo solo la Parola che sappiamo mettere in pratica saremmo sempre tutti muti; invece, se mettiamo Dio al centro, se Gesù occupa il primo posto nella nostra vita potremo sempre dire a tutti che noi con loro dipendiamo da Lui, che assieme abbiamo bisogno di farci salvare da Lui, chi è genitore e chi è figlio, chi è vescovo e chi è fedele laico o prete, perché Lui solo è il maestro e lo supplichiamo di darci la grazia di potergli essere fedeli 

Tanti di noi sono papà, sono padri, ma sappiamo che uno solo è il vero padre di Tutti, Dio. Da Lui impariamo la paternità, è Lui che ci aiuta a fare il padre, oggi soprattutto che è difficile esserlo con amore, ma anche con decisione, con forza, con lungimiranza e con generosità, pensando al vero bene dei figli e non a ricatti affettivi. 

Molti di noi sono insegnanti, maestri, presbiteri e vescovi, ma uno solo è colui che ci insegna la verità, noi spesso la tradiamo, la abbassiamo alle nostre opinioni, ai nostri mutevoli sentimenti. Il nostro insegnare deve essere sempre ispirato a Gesù, alla sua tenacia nel vivere e morire per la verità, non per le ideologie che vogliamo imporre senza rispetto della libertà. Paternità e insegnamento sono sempre servizi e mai poteri. 

Alzare sempre lo sguardo a Lui irrobustisce la nostra vita; se guardiamo sempre a noi e facciamo di tutto per stare al centro, saremo sempre dei poveracci frustrati e non felici di vivere per qualcuno, come esige la nostra vocazione e la nostra felicità.

05 Novembre
+Domenico

Ognissanti

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 1-12)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Audio della riflessione.

Gesù subito quando si presenta alla gente sulle rive del lago di Galilea, non punta sui 10 comandamenti; sono dei buoni paletti dentro i quali è definito un grande spazio di vita di azione da colorare. Non lancia fulmini e saette come aveva fatto Giovanni il Battista nel deserto, dice solo gli appuntamenti con la felicità che Dio offre a tutti gli uomini. 

Le chiamiamo beatitudini nel nostro linguaggio. Non sono soprattutto cose da fare, non sono lo scontro tra ricchi e poveri, tra oppressi e oppressori, ma sono soprattutto Lui, Gesù, sono uno stato, una pienezza di vita, la vera felicità. Se hai dimenticato che cosa ti insegnavano da bambino quando frequentavi la chiesa è questa felicità ti indicavano. 

Beati se siete poveri perché siete padroni del cielo e della terra; 

beati se siete afflitti, sì proprio quelli che non riescono mai a tirare il fiato perché subiscono una disgrazia dietro l’altra, perché non riuscirete più a contenere la gioia della consolazione; 

beati se siete miti, se siete di quelli che non sanno arrabbiarsi mai, che non si scagliano contro nessuno, che non fanno i black-block; perché se hanno qualcosa da rimproverare è solo a sé stessi; 

beati se vi sentite sempre affamati, perché non trovate niente che vi sazi, per voi non c’è mai possibilità di star seduti perché nessuna situazione umana realizza piena giustizia; 

beati se siete misericordiosi, di quelli che hanno un cuore in cui tutti possono scavare amore, perdono, comprensione; 

beati i puri, quelli che ti guardano negli occhi, sanno stare mano nella mano, ti sanno coccolare, non stanno a sfruttare l’occasione, a indovinare le debolezze per rubarti la vita, non sono partiti con un disegno in cui devono inscatolarti; 

beati quelli che portano pace, quelli che non temono di sfilare sotto nessuna bandiera purché finiscano le guerre, si spengano gli odi, si blocchino le ritorsioni, vadano in bancarotta i fabbricanti di armi, quelli che sanno far pace nel loro cuore e tendono al cuore di tutti e sanno pagare e passare per imbecilli pur di spuntare anche solo un coltello; 

beati quelli che sono sempre presi di mira e privati della propria libertà, subiscono persecuzione, perché sono dei veri trasgressivi dell’ingiustizia; beati tutti quelli che sanno prendere posizione per me: sarete insultati, messi fuori giro, davanti a voi spegneranno le dirette televisive, non sarete trend, dovrete sempre ricominciare da capo. Ma sappiate che io sarò sempre lì con voi. Io nella mia vita ho sempre fatto così e voglio essere la vostra felicità. Io, non le mie cose, o i miei pensieri, io, nel massimo dell’intimità dell’esistenza. Queste otto strade di felicità non sono le mie idee, ma sono io stesso, la mia persona, la stessa Trinità che regola l’universo. 

Questa è la vita che noi sogniamo, per questa vita noi facciamo festa oggi, ma facciamo festa anche per un’altra vita che ci è stata donata, la vita di Gesù 

nell’Eucaristia, il suo corpo e il suo sangue donato per noi, da contemplare, da amare, da mangiare per avere pienezza di vita.

01 Novembre
+Domenico

Nella vita Cristiana occorre vivere un’attesa

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 22,34-40)  

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Audio della riflessione.

Ci sono dei periodi nella vita in cui le uniche cose che ti interessano sono quelle concrete, quelle che vedi, che tocchi, che possiedi. Rischi di farti ingoiare dal fare, dalle cose, dal denaro, dalle realizzazioni. Tutto quello che ha senso nella vita è qui dentro ben percepibile, palpabile. È immanente.  

In altri periodi invece hai bisogno di aria fresca, di poesia; hai sete di cose che non finiscono, di spiritualità; vedi fino all’evidenza che il senso non sta nelle cose, che quattro soldi non possono decidere tutto, che la tua vita è portata sulle mani di qualcuno che sta oltre. Hai bisogno di un trascendente. O ti schiacci su un orizzonte o ti astrai in una fuga.  

Era anche questa la domanda che la gente faceva a Gesù. Tu che te ne intendi, che dici parole che vanno dritte al cuore, ci aiuti a trovare la strada vera della vita? Siamo condannati a restare divisi in cerca di fragili equilibri che non ci lasciano mai soddisfatti o ci puoi indicare la strada vera della vita? Sono le cose che ci misurano o è possibile una fuga almeno consolatoria? 

E Gesù: amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente… Amerai il prossimo tuo come te stesso. Se hanno un senso le vostre tradizioni, se ha un senso quella legge che tanto venerate, se ha un significato per noi quanto ci hanno detto i Profeti è solo perché vi dicono questo.  

Né trascendenza, né immanenza, ma trasparenza. A Dio devi giungere, ma lo incontri se passi dall’uomo! L’uomo devi servire, ma non ti puoi fermare, lui è trasparenza di Dio, immagine, continuo rimando a lui. L’uomo vivente è gloria di Dio e vita dell’uomo è la visione di Dio, diceva S. Ireneo.  

È un modo originale di pensare Dio, di pensare la vita, di vivere atteggiamenti religiosi. Nel cristianesimo non c’è spazio per la fuga dalla vita né timore di restarne imprigionati, c’è sempre una trasparenza da guadagnare, un Dio da incontrare nell’uomo e un uomo da vedere in filigrana in Dio. Per questo il segreto della vita è l’amore, l’azione più alta in cui possiamo identificarci, sicuri che se è vero amore non è né una fuga, né una prigione ma la vita stessa di Dio, che ogni persona può sperimentare già oggi. 

29 Ottobre
+Domenico

Il cristiano sa di dover essere sempre un cittadino onesto

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 22,15-21)

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Audio della riflessione.

Ci domandiamo spesso in questi tempi che funzione ha la religione nella vita dell’uomo. Per qualcuno è una debolezza della capacità di ragionare, per altri è una sensazione insopprimibile cui dare un volto; per molti è una abitudine sociale creata ad arte per attutire le passioni. Per molti invece è ancora una dimensione della vita con una sua dignità. Forse oggi un certo positivismo materialista, che non ritiene degno dell’uomo accettare quello che non si può dimostrare quello che non è falsificabile si dice per chi se ne intende, lascia spazio a una ricerca meno ideologica, intellettualmente onesta e umanamente sensata.  

Una domanda ineludibile però è: come gioca la scelta di una fede con la vita di uno stato, con le leggi di una nazione Era forse una domanda sopita, perché troppo sbrigativamente si era liquidata la religione come un rimasuglio di ignoranza e la si era relegata a faccenda del tutto privata. Al massimo poteva essere vista solo come funzionale all’ordine costituito e per questo ancora più snaturata. Oggi invece è una domanda attuale per le altre religioni che si affacciano sulla nostra Europa con tutte queste emigrazioni non facilmente ospitabili. 

A Gesù un giorno sono proprio andati a chiedere: ma che c’entra la religione con le nostre leggi? che dici di questa schiavitù cui ci sottomettono i romani? Continui a predicare belle cose, ma alla prova dei fatti o si è talebani o la religione è un soprammobile, o serve a far la guerra a chi ci toglie libertà, o ci aiuta a liquidare i terroristi oppure che ci sta a fare? Usano una moneta per riassumere la diatriba e l’inganno. È lecito pagare il tributo a Cesare? E Gesù: dopo aver coinvolto chi gli domandava nel farsi dire di chi era l’effigie stampata sulla moneta, riconoscendola tutti come l’effigie dell’imperatore romano disse: date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. 

Riconosce Gesù che ci sono i diritti dello Stato e quando lo Stato rimane nel suo ambito i suoi diritti diventano doveri di coscienza anche per il credente, e non occorre che lo Stato sia governato da cristiani per far scattare l’obbligo. I cristiani non giocano nello Stato, ma lo servono. Non ci sono mai scuse per chi non paga le tasse o ruba allo stato.   

Ma lo Stato non può arrogarsi i diritti che competono a Dio, non può assorbire tutto l’uomo, non può sostituirsi alla coscienza, che ha il diritto di essere riconosciuta al di sopra delle leggi. Spesso lo Stato, meglio ancora la finanza, diventa l’assoluto, crede di essere una vecchia religione onnicomprensiva e si crea i suoi talebani. 

La radice della libertà di coscienza è il riconoscimento del primato di Dio. 

22 Ottobre
+Domenico

Dio vive di inviti alla sua gioia completa e supera i nostri spregevoli rifiuti  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 22, 1-14)

In quel tempo, Gesù riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Audio della riflessione.

Il senso del nostro vivere sarà sempre un grande e affascinante mistero. Qualcuno ci dovrà sempre aiutare a capire perché un giorno abbiamo cominciato a vivere, come questa vita che ci sembra tanto fragile non si spegnerà più, ma rimarrà indelebile nell’universo; c’è stato qualcuno che ci ha chiamato all’esistenza o siamo frutto di una combinazione tra le infinite possibili? 

Non solo questa vita non è nata a caso, ma questa nostra esistenza è un invito per ogni donna e per ogni uomo a un banchetto di nozze. Non siamo nel mondo a caso e non ci siamo senza meta. Non solo, ma la vita dell’uomo sulla terra si configura come regno di Dio, come regalo di amore di un Padre. Il Padre che invita è disposto a tutto, anche a sentirsi rifiutato, ma il suo invito tramite Gesù deve arrivare a tutti. Accettare la vita, quando non sapevamo che cosa era, è stato facile. Ci siamo mostrati subito entusiasti, esigenti, egocentrici, attaccati; non abbiamo detto di no. Da bambini ci ha pensato l’istinto della conservazione a sostenerci, l’amore di chi ci ha generato a coltivarci. Poi viene per tutti l’invito a un salto di qualità. Ci stai a fare della tua vita un dono? Un’opera d’arte? ci stai a passare dall’istinto all’amore, dalla necessità al progetto, dalla dipendenza obbligata alla collaborazione, dalla barbarie dell’egoismo alla civiltà dell’amore? E’ l’invito a nozze del vangelo, è la passione d’amore incontenibile che ha riempito la vita di Gesù, che lo ha portato sulla croce. 

E sono cominciate le nostre risposte: ma io che ci guadagno a lasciare i miei affari, a uscire dal mio comodo loculo, a tagliare le fasciature dorate delle mie abitudini? Perché non mi posso costruire i miei piaceri, o godere la mia sessualità, o accumulare soldi e comprare affetti? Perché non bado solo ai fatti miei e mi costruisco il mio regno, il mio mondo? 

La vita non è più stata vista come un invito, ma come un possesso. Due tappi alle orecchie, due mani sugli occhi, e una pietra al posto del cuore. Voi pensate che Dio si scoraggi? Accetti i nostri rifiuti? Ci lascia liberi, ma va oltre i nostri dinieghi e manda a raccattare storpi, ciechi, senza fissa dimora 

Ma la forza di Dio è inarrestabile non pone condizioni; al suo banchetto ci possono stare tutti. L’invito deve arrivare, non c’è ufficio postale che seleziona, la sua mailing list ha gli indirizzi di tutti. Nessuno può fare da filtro, soprattutto quelli che hanno accettato il suo invito. Con chi lo segue è esigente, nessuno può illudersi di sentirsi a posto. La vita è sempre una sorpresa, si porta dentro sfide nuove. Se poi questo banchetto è la vita cristiana, è l’esperienza di una comunità credente, è la vita di fede, questa ha sempre bisogno di prendere il largo, ha bisogno di conversione, di vigilanza, di misura alta. Noi vogliamo vivere questa misura alta della vita cristiana; in questa celebrazione festiva, che non sempre tutti viviamo nelle nostre comunità, o in famiglia, vogliamo invocare Dio perché in Gesù morto e risorto ci illumini il cammino, sostenga tutti noi, le nostre famiglie e associazioni, le orienti a compiere sempre la sua volontà, a costruire il suo regno. 

15 Ottobre
+Domenico

Il Regno di Dio sicuramente si realizza, forse non più da noi?

Una riflessione sul vangelo secondo Matteo (Mt 21,33-43)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto per mio figlio!. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

Audio della riflessione.

Chi si immaginava che la sua vita e la vita del mondo in cui vive sarebbe stata una lenta costante graduale evoluzione verso un mondo sempre migliore, ordinato, tranquillo o per lo meno verso una completezza e armonia più pervasiva si deve ricredere. Gli sconvolgimenti che i fatti impongono, le lotte e le guerre fatte in nome di Dio, la dannazione dei popoli sfruttati e torturati, la scomparsa di confini per le informazioni, le finanze, i popoli rimettono sempre in dubbio ogni buona meta o aspirazione. Le migrazioni di popoli interi, lo sconvolgimento degli equilibri mondiali, il ricorso alle armi sempre, sapendo che non risolvono nessun problema, ma ne creano di insolubili… La tua stessa identità che hai cercato di costruirti a fatica quando vedi che non è più spendibile o nel lavoro o nel campo dei tuoi affetti, ti sta addosso come un peso e vorresti avere agilità per cambiarla. In questo gioco entra sicuramente anche il tuo mondo interiore. 

Ti sembrava di aver trovato qualche certezza, di aver sistemato anche questa zona religiosa della tua vita con qualche buona lezione di catechismo e qualche buona abitudine, invece vedi che tutto questo non regge più. La fede si porta dentro istanze di rinnovamento, deve continuamente ridescriversi viva per ogni tempo e ogni luogo, ma tu la lasci andare alla deriva, nella insignificanza. Così accade nella coscienza dei singoli, così accade nella stessa comunità. Ci si abitua come al calore delle pareti, si tiene in piedi qualche vecchia tradizione e si soffoca o annega in una sorta di modernità liquida ogni slancio profetico, ogni invito al rinnovamento, ogni tentativo di colpo di reni risolutivo. 

“Perciò io vi dico: vi sarà tolto il Regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare”. Mi pare di vedermi davanti Gesù, che dopo tutti i tentativi possibili di far svegliare l’elefante, di far scattare la corsa, ci saluta e va altrove. È il padrone della vigna che s’aspettava uva pregiata e invece deve fare i conti con qualcosa di insipido. Certo Dio è fedele al suo popolo, a ciascuno di noi, alla sua Chiesa, ma non al punto di annullare il suo disegno di amore per l’umanità o di mettere da parte le sue esigenze di verità e giustizia. Se noi cristiani europei rifiutiamo, se l’occidente gli volta le spalle, se la cosiddetta civiltà cristiana lo rinnega o lo rifiuta, troverà altri che l’ascolteranno,  farà vivere la sua Chiesa, la sposa inseparabile, altrove, dove la gente lo aspetta, lo invoca e viene uccisa per la fede forte e tenace che ha in Lui.

08 Ottobre
+Domenico

Dimorate con me come S. Francesco e saremo operatori di pace e serenità

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 25-30

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

La fatica della vita spesso è tanta e non ne vedi un sollievo: la casa, i figli, il lavoro, lo studio, le avversità, le incomprensioni, le sventure e quando ti sembra che tutto fili liscio, la malattia o la morte. Altre volte invece c’è serenità, gioia, comprensione, collaborazione, intesa, amore. Purtroppo sembrano più frequenti le sfortune che le fortune.  

I discepoli di Gesù da un po’ di tempo stanno con lui e cominciano a sentire la dolcezza della sua persona e l’arditezza dell’impegno che loro chiede e si avventurano da soli per le strade della Palestina a predicare, a preparare la via a Gesù. Tornano stanchi e desiderosi di parlare, di confidarsi, di confrontarsi con Lui, di sentire il suo sostegno. Il vangelo è così difficile da annunciare? Perchè incontriamo tanti ostacoli? Non stiamo parlando e offrendo pace e serenità, vita serena e amore di Dio? Perché troviamo persecuzioni e molestie? Il male viene sconfitto, ma il mistero del male non vuol cedere e scatena nell’uomo tutte le reazioni possibili. La vita è una lotta continua. Il male non vince il bene perché Gesù lo ha già sconfitto, ma vincere le resistenze del cuore è una scelta di libertà che parte dalla convinzione della persona.  

Gesù si pone come interlocutore della fatica del vivere e della lotta contro il male. Lui è forza e balsamo, ristoro e serenità, fiducia e consolazione. Se avete qualcosa che vi pesa nella vita io vi aiuto a portarla, non vi lascio soli, non vi lancio appelli, non vi faccio una video conferenza dal cielo, ma sto con voi; non vi seguo dall’esterno dei problemi e della vita, ma mi accompagno ai vostri passi. Vedrete poi che il mio giogo è lieve e la vita cristiana una fontana di luce e di gioia. Se siete stanchi passate da qui, Io non ho altro che accogliervi e farvi dimorare con me. Anch’io mi sento sempre accolto dalle braccia forti e sicure, amorevoli e rappacificatrici del Padre mio. 

Star dietro a me può sembrare difficile, ma questa è la strada della felicità; le difficoltà le semina nel vostro cuore il principe del male, vi ho dimostrato che lo posso vincere. Fidatevi di me. Mitezza, umiltà, semplicità, povertà, la stessa vostra debolezza sono titoli di assoluta presenza mia nelle vostre vite.  

Questo rapporto con Gesù, questa quasi identificazione con Lui è la meravigliosa figura di san Francesco. Diceva di Lui papa Francesco al momento di chiamarsi da papa come lui: “E’ per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato; in questo momento anche noi abbiamo con il creato una relazione non tanto buona, no? E’ l’uomo che ci dà questo spirito di pace, l’uomo povero … Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri! 

Che Dio ce ne conceda la grazia e vi lavoriamo per custodire creato, pace e chiesa povera 

04 Ottobre
+Domenico