Quale è la formula vincente della vita?  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 19, 16-22)

In quel tempo, un tale si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». Gli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Gli chiese: «Quali?». 
Gesù rispose: «Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!». 
Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze.

Audio della riflessione.

Voglio una vita alla grande, non mi bastano le mezze misure, non sono più appagato dallo stare a parlare. Questa vita mi passa via e non me ne accorgo. Sono stanco di stare a guardare, voglio mettermi nella mischia. Hai una ricetta di bontà da eseguire, il tuo segreto dove sta? Come fai tu ad essere così felice, a farti ascoltare da tutti? Quale è la formula vincente della vita? 

Era la domanda ingenua, ma vera che un giovane è andato a fare a Gesù. E’ la domanda che forse anche tanti di noi si sentono di dovere fare a Dio. Dove sta il segreto di una vita pienamente realizzata? Se vuoi entrare nella vita: osserva i comandamenti. Gli risponde Gesù 

Gesù lo mette di fronte alla sua vita, ai comportamenti normali di tutti, a quella legge naturale che fa da sola una certa bontà e il giovane è di quelli che queste cose le fa già, ma probabilmente non gli dicono niente. Tutte queste cose le ho osservate. Che cosa ancora mi manca?   

C’è un altro giovane nel vangelo che si trova in questa situazione: tutto a posto, tutto in regola, tutto casa e chiesa, azienda e babbo, tutto stalle e vitelli. Io non sono di quelli che fanno storie, quello che c’è da fare lo si fa. Ogni giorno ha i suoi contrattempi, ma si può ben resistere. E’ il figlio maggiore della parabola del padre misericordioso. Non s’accorge che è spento dentro, non c’è più niente che lo entusiasma. Si è abituato ad amare di più i vitelli del padre che suo padre. Non si fa più domande, ha soltanto da riscuotere nella vita.  

Il giovane ricco almeno si è accorto che c’è qualcosa che non gira. Che cosa mi manca?  E Gesù gli dice: sei troppo attaccato a te stesso: e gli spara quella raffica di verbi, che sono i verbi della felicità: va, vendi, regala, vieni e seguimi. Stàccati da tutto e sta con me. Sei infelice perché ti riempi di cose, non ti decidi per niente e per nessuno. La vita è bella se ne fai dono, non se la rubi agli altri. Qui sta la tua infelicità. Quel giovane sta troppo comodo nel suo loculo, col suo smartphone, coi suoi followers, con la sua automobile, con il suo cavallo o la sua moto, con le sue avventure e  non ha forza di fare niente di quello che gli chiede Gesù, si fa possedere dalle cose… pensa sempre che quelle sono la sua felicità e in esse ha rinchiuso la sua vita e resta infelice. Come spesso restiamo noi.  

La nostra speranza è proprio nel mettere al centro Lui, fargli regalo della nostra vita, fidarci: la felicità che ne deriva è immediata. 

21 Agosto
+Domenico

Starò sotto la tavola come i cagnolini

Una riflessione sul vangelo secondo Matteo (Mt 15,21-28)

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne.
Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». “È vero, Signore”, disse la donna, “eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”.
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Audio della riflessione.

Siamo infettati tutti da una vecchia malattia: quella di dividere gli uomini in buoni e cattivi, gli uni tutti da una parte e gli altri tutti dall’altra. Se è possibile tra gli uni e gli altri ci costruiamo un muro. Abbiamo tenuto per troppi anni senza tanti scrupoli il muro di Berlino. Era per non far fuggire le persone, ma alla fine ha diviso le coscienze; ne hanno costruito un altro per dividere Israeliani da Palestinesi; è per difendersi dal terrorismo ma alla fine è un giudizio. Negli stessi Stati Uniti c’è un muro infinito che li separa dal Messico: è per difendersi dall’assalto dei poveri, ma alla fine crea e applica un’altra volta il principio del bene e del male. Anche l’Europa che sembrava un poco più evoluta o più benedettina, pensando al suo Patrono, ne sta costruendo di nuovi, soprattutto nelle coscienze contro gli emigranti.  

E Dio da che parte sta? Sicuramente da una sola. Anche Dio lo vogliamo rinchiudere, vogliamo imprigionarne la presenza. Era quello che capitava ai tempi di Gesù. Gesù è solo per i buoni e quindi scandalizza quando va a mensa con i peccatori conclamati. Gesù è per il popolo eletto e se lo incontra una povera donna straniera, di altra cultura, di altre abitudini religiose, ma con una vita a pezzi, un cuore lancinante di sofferenza, una pena che alla lunga le avvelena la vita (e purtroppo il dolore, la sofferenza non possono essere tenute lontane da un muro) ebbene se una povera donna nell’afflizione si rivolge a Gesù, ha bisogno, secondo la mentalità comune, di presentare il passaporto.  

Gesù non le rivolse la parola: sta anche lui al gioco crudele del rinchiudere Dio da una parte. Ma la fede non ha muri, il suo silenzio è quel silenzio di Dio che spesso sentiamo nella vita, è la prova che spesso si abbatte sulla nostra fede, che non deve lasciarsi scoraggiare nemmeno dal silenzio di Dio, che scava coraggio e sicurezza, arditezza e fermezza proprio nella prova. 

 “Non sarò figlia di Israele, non sarò parte del popolo eletto, non andrò mai in chiesa, non conoscerò bene tutti i comandamenti, non appartengo a nessuna consorteria che mi ti può raccomandare, ma starò sotto la tavola come i cagnolini, perchè io so che in te posso avere fiducia, che tu sei troppo buono per lasciarti chiudere nelle divisioni degli uomini, hai occhi di grande amore verso tutti, non c’è nessun muro che ti limita lo sguardo. Mi bastano le tue briciole”.  

È la fede di chi sa di dipendere in tutto da Dio, di non avere nessuna pretesa. Queste, le abbiamo noi, quelli dentro, che crediamo di poter guardare Dio dritto negli occhi. E Gesù: “donna! grande è la tua fede” e sua figlia guarì. 

20 Agosto
+Domenico

Il centro della comunità cristiana sono i piccoli   

Una riflessione sul vangelo secondo Matteo (Matteo 19,13-15)

In quel tempo, furono portati a Gesù dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li rimproverarono. 
Gesù però disse: «Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli». 
E, dopo avere imposto loro le mani, andò via di là.

Audio della riflessione.

I discepoli seguono da qualche tempo Gesù e un po’ alla volta riescono a intuire la sua passione, la sua dedizione assoluta a una causa  e cominciano a intravvedere che si deve far strada un altro modo di pensare al vivere assieme di tutti coloro che si dedicano a questa grande causa, si prefigura cioè una nuova “patria” per la nuova vita credente. Questo nuovo modo di vivere, di pensare a Dio, di relazionarsi con Lui esige un assetto conseguente delle relazioni tra le persone. La Torah aveva costruito la società ebraica, il Vangelo che società può costruire? Questi sogni e progetti che i discepoli vagheggiavano in prima approssimazione si chiamavano: regno dei cieli 

“ Voi fate parte di un mondo strutturato in questa maniera perché la Torah esige quello che siete, che mettiate il Tempio al centro della vostra stessa vita sociale, che vi atteniate a tutta una serie di precetti secondo cui viene organizzato il servizio al Tempio, il sacrificio da offrire, le persone destinate al funzionamento di ogni pratica. Sono 613 le norme che dovete osservare e che strutturano la vostra stessa vita sociale in base alla Torah. C’è apposta una tribù sacerdotale, esistono innumerevoli riti.  

Io però vi ho detto e vi sto dimostrando che la Torah, sempre rispettabilissima e guai a chi la snobba, non è più in grado di dare salvezza all’uomo. E’ il vangelo, la bella notizia, il nuovo orizzonte. E questo orizzonte esige un nuovo assetto delle vostre relazioni, un nuovo modo  di vivere assieme, di rapportarsi, di convivere e progettare vita.” 

Così si sentivano i discepoli di Gesù. “I sogni che ci hai messo in cuore non riusciamo più a tradurli seriamente nella struttura rigida, ormai diventata ritualistica soltanto, del Tempio. Un modo di organizzare la vita così va bene se è più importante il sabato che l’uomo, l’offerta che poni sull’altare piuttosto che il cuore che  la porta, il sacrificio e non l’uomo.. 

Proviamo allora a pensare come si deve riorganizzare una comunità che si condensa e trova ragion d’essere solo nella buona notizia che tu ci hai portato. 

Per esempio: ci sarà anche in questa nuova comunità un principio gerarchico. Allora chi sta al centro, al vertice? 

Chi è il più grande nel regno dei cieli? La risposta: Chi si fa piccolo come un bambino. Il bambino presso gli ebrei e visto come una appendice della donna che a sua volta è possesso del maschio, è pressoché una nullità. E’ il simbolo del bisogno, dell’indigenza, della piccolezza, della fragilità, della vulnerabilità, della non autosufficienza, del bisogno dell’altro. Esiste solo se appartiene a un altro, è la debolezza fatta persona. Essere piccoli è anche sentirsi figli, sentirsi limitati, avere un rapporto con qualcuno da cui dipendiamo. 

Questo principio allora va messo in pratica, ma alla prima occasione i bambini disturbano, come sempre, cambiano il modo di fare esigono attenzioni, un loro posto. E Gesù interviene di nuovo e dice: se sono loro il centro lasciateli venire, io sto dalla loro parte.

19 Agosto
+Domenico

Dio ci rinnovi sempre il dono della famiglia e del matrimonio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 19, 3-12)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?».
Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: “Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne”? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». 
Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?».
Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio». 
Gli dissero i suoi discepoli: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». 
Egli rispose loro: «Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».

Audio della riflessione.

Che la vita delle nostre famiglie sia in difficoltà è un fatto che tutti conosciamo. Il mondo che a questo riguardo era più solido è sempre più lontano. Non c’erano divorzio e separazione, non c’erano famiglie di fatto. Le difficoltà del vivere assieme, della fedeltà coniugale ci sono sempre state, ma il modo di reagire, il contesto culturale permetteva di mantenere anche se a fatica l’unità, la indissolubilità del matrimonio.  

Gesù nel vangelo è molto preciso. Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non separi. Oggi invece metà famiglie o quasi si sono formate dopo divisioni, il divorzio diventa un fatto normale. I figli non sanno più a chi fare riferimento e si sentono abbandonati o contesi. Anche se si tenta di ridurre i danni, non si può capire fino in fondo quanta sofferenza si crea nei figli.  

Ragionando umanamente in certi casi sembra che la separazione sia la cosa migliore, spesso però la separazione viene da abbandono, da fuga, da avventura, da leggerezza, da immaturità che si sperimenta anche in età matura. Che molti matrimoni siano stati impostati male fin dall’inizio, che cioè non siamo veri matrimoni può anche essere, ma occorre ritornare a pensare alla bellezza del dono d’amore che si fanno due persone quando si sposano. Nessun vero innamorato pensa che il suo amore non sia per sempre.  

L’amore ce l’ha scritto nel suo DNA. Certo se è avventura, se è imbroglio, se è calcolo per avere comodità o soldi o interessi il per sempre è sprecato. In questo caso però non è amore, non è vero matrimonio come lo vuole Dio. Dio stravede per due persone che si sposano, perché il matrimonio è l’unica vera immagine che viene scritta nel mondo del suo amore e non può vederlo buttare via per ogni difficoltà 

Ho conosciuto persone che hanno avuto crisi, ma sono state capaci di ritornare, di rimettersi assieme, di perdonarsi, di accettarsi di nuovo. Certo hanno pensato che Dio poteva essere la loro forza, che l’amore lo si impara da Lui, dalla sua parola, non dalle riviste erotiche.  

C’è qualcuno che è disposto a sostenere questo cammino, quando trova ostacoli? Le coppie cristiane non sono quelle che guardano con rimprovero chi sta in difficoltà, ma quelle che si fanno in quattro per aiutare a sperare, come fanno loro giorno per giorno, senza sicurezza, ma con la certezza di avere l’aiuto di Dio. La famiglia è sempre un dono da reinventare, ma sempre un grande regalo per genitori, figli, nonni e amici. 

18 Agosto
+Domenico

Non capiremo mai abbastanza di essere dei perdonati

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18,21-19.1)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?».
E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano.

Audio della riflessione.

Ci rappresenta un po’ tutti questa parabola che narra di quel servitore perdonato alla grande dal suo creditore, che fa lo strozzino con un suo debitore che in confronto gli deve solo quattro miseri spiccioli. Vagonate di oro era il suo debito, pochi soldi il suo credito. Questa è la nostra fotografia di fronte a Dio. Il nostro debito verso di Lui è senza misura e Lui se lo carica sulle spalle e ce lo cancella. Se lo porta sulla croce, ne soffre, ma ce ne libera definitivamente.  

Siamo stati perdonati, ma non abbiamo ancora capito che cosa è il perdono, non lo abbiamo ancora accolto, ci è rimasta dentro una mentalità da schiavo, calchiamo sempre con i nostri passi il perimetro della prigione che ci siamo fatti allontanandoci da Dio. Siamo abituati a vivere in una pozzanghera e non sappiamo renderci conto del mare aperto. Giochiamo ancora con le barchette di carta.   

Chi ci permette di accettare la pienezza del perdono è lo Spirito. Dio ci fa liberi, noi a mala pena ci sentiamo liberati, abbiamo ancora addosso tutta la fasciatura del male, tutta la nostra mentalità da galeotti, da gente che deve sfruttare le occasioni, deve calcolare, deve farsi rincrescere la bontà. Siamo ancora ammalati di delirio di onnipotenza, il modello di ragionamento non è affatto cambiato. Quello che lo strozzino descritto nel vangelo fa al suo debitore è ancora legato al suo insincero e volutamente ingannatore: “ti restituirò tutto”.  

Il suo comportamento è evidentemente crudele, ma è più sottile e infido di quanto pensiamo. Crede di essere già un salvatore, ma non ha ancora capito di essere un salvato, un comprensivo e non ha capito di essere un perdonato, uno che accoglie e non ha capito di essere stato accolto, un giusto e non ha capito di essere stato giustificato, uno che può esprimere amore, ma non ha capito che è stato tanto amato. Ma salvatore, comprensivo, accogliente, giusto, amabile è Dio, non lui. Non ci passa nemmeno per la testa che queste qualità devono essere d’ora in avanti le nostre, che il dono più grande del perdono è il cambiamento del cuore. 

Proprio per questo il perdono di Dio è legato al nostro perdonare, è quel gesto di Dio che è legato indissolubilmente alla nostra libertà; Dio non riesce a perdonare se nella nostra libertà non ci lasciamo cambiare dal suo perdono. Il perdono torna indietro. Toccherà ancora a Dio riprenderci perché Lui non ci abbandona mai. 

17 Agosto
+Domenico

Siamo devoti di san Rocco e vogliamo tenere viva la fede in Gesù in ogni epidemia 

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18,15-20)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

Audio della riflessione.

Nessuno può scordare per la sua vita e per la vita dell’umanità l’epidemia in cui siamo stati sommersi per almeno due o tre lunghi anni; nessuno può minimizzare il grande impegno dei medici, degli operatori sanitari e sociali e nessuno può lavarsi le mani dagli sciacalli che la nostra società opulenta, predatrice, fa nascere dai suoi egoismi inveterati. 

E’ guardando invece a san Rocco che osiamo sperare in una conversione e in una nuova mentalità nei confronti della natura, degli altri e dello stesso Dio. San Rocco, dentro epidemie ancora più virulente e devastatrici di quelle odierne, cristiano convinto, deciso, capace di mettere al centro delle sue cure anche la sua vita spirituale, non è stato a bilanciare vantaggi e  svantaggi, pericoli e fortune, devozioni alle tombe degli Apostoli a Roma  e morti che continuamente incontrava sulla strada del suo pellegrinare. Si è messo immediatamente a servizio del sofferente, povero o ricco, giusto o malvagio, strafottente o condiscendente, il povero insomma che incontrava mezzo morto nel suo cammino e così si fermò, cambiò direzione, sensibilizzò il giro dei sani per recare sollievo ai colpiti dall’epidemia. Fu tale la sua opera e tanto pericolosa l’epidemia dei suoi tempi, da renderlo la mano di Dio in soccorso per tutta la sua vita dei malati di lebbra e di ogni altra malattia contagiosa 

Non era medico, ma portava ai malati l’affetto di un uomo, la forza di un lavoratore che presta mani e piedi a chi purtroppo nemmeno si può muovere, e portava anche tanta misericordia, la misericordia di un Dio che  nei giorni del dolore spalancava le porte di tutti i conventi per favorire un incontro di ogni frate con le donne e gli uomini tormentati dalle epidemie, perchè non perdessero mai la speranza. Invocava per tutti la misericordia di Dio, aiutava gli uomini ad abbassare la testa del loro smisurato orgoglio, convinceva i poveri a non perdere la speranza, aiutava i fragili a mettere assieme le forze e le preghiere, faceva risuonare nelle strade del lutto il canto di speranza che era forse allora anche solo il miserere, il Signore pietà, convinto che dietro ogni morte non c’era soprattutto il caso o la sfortuna, ma precise colpe dell’umanità, come per noi c’è la responsabilità di aver distrutto la bontà del creato per la nostra cupidigia e smania di potere.. Aiutava a sognare un mondo nuovo e diverso.  

Rocco metteva assieme le forze disponibili, una sorta di task force per i  momenti più impossibili e gravi. Convinto che era Dio come sempre a guidare la storia convertiva gli strafottenti al servizio di Dio nei poveri abbandonati a se stessi. Noi oggi che ci ispiriamo ancora a lui ci sentiamo ancora maggiormente impegnati come credenti a metterci a disposizione dei bisogni spirituali, morali e curativi di tutti e soprattutto delle vittime di ogni isolamento, di ogni . 

Noi oggi  ricordiamo san Rocco,  celebriamo la sua santità che lo rese famoso e che inondò tutto il mondo cattolico allora conosciuto, ma troppo poco riandiamo alla sua vita del tutto normale, semplice, attenta al prossimo e radicata nel Signore. Rocco si accompagnava ai poveri pellegrini, che ansimando raggiungevano Roma per incontrarsi col perdono di Dio. Era diventato loro amico, ancor prima di giungere lui stesso alla meta, anzi mettendo la meta in secondo piano rispetto a una amicizia di compassione e di solidarietà. Aveva capito che la prima povertà per un pellegrino era bisogno di amicizia, un antidoto all’assenza di punti di riferimento, e all’insopprimibile desiderio di essere capiti e aiutati senza essere giudicati e demoralizzati. Per questo mentre curava le piaghe dei pellegrini e li nutriva faceva loro sperimentare la compagnia di Dio. Oggi, l’aumento delle povertà spirituali, può diventare aumento di relazioni spirituali. Papa Francesco ci dice che la santità non è frutto dell’isolamento. «Nessuno si salva da solo. Rocco ha saputo mettere a disposizione dei poveri, compagnia di vita, conforto nella malattia e affidamento filiale a Dio. 

16 Agosto
+Domenico

Non cantatemi il de prufundis, ma il magnificat.

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Luca 1, 39-56

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Audio della riflessione.

Della piccola famiglia di Nazareth non resta più nessuno. Di Giuseppe non s’è più detto niente da tempo. Gesù è finito tragicamente sulla croce, nonostante le promesse che aveva fatto di un regno di Dio intramontabile, molto più vero di quello di Davide. Maria, che era stata presente nel Cenacolo in quella comunità di disperati e traditori, che facevano fatica a capire come tutto fosse potuto finire così tragicamente, conclude la sua vita. I discepoli si rifanno vedere a lavorare sulle rive del lago.  

Questo potrebbe essere stato scritto nell’anagrafe del tempo e questo potevano pensare quegli ebrei che si erano riabituati alla routine quotidiana della vita. Non così aveva letto i fatti la piccola comunità dei discepoli di Cristo. Gesù era risorto, aveva vinto la morte, era esploso in una nuova vita definitiva, sperimentabile, offerta a tutta l’umanità, lo Spirito aveva bruciato paure ed egoismi e aveva lanciato la piccola comunità nel mondo, Maria, la madre tenerissima e forte, aveva chiuso gli occhi a questa vita, ma la sua vita nel suo vero corpo aveva seguito la strada indicata dal Figlio; non poteva subire la corruzione della morte, colei che era stata la madre del Dio della vita.  

Una tradizione ininterrotta, documentata da tanti luoghi di culto e tradizioni orali e scritte, descrive il sepolcro di Maria pieno di fiori, mentre il suo corpo e la sua anima salgono a Dio. Il suo corpo segue il nuovo corso aperto da Gesù. E’ una creatura in cui non c’è mai stata macchia di peccato. La catena del male si era infranta e la nuova creazione aveva potuto in Lei essere di nuovo sperimentata come vita piena, definitiva, eternamente in Dio. Così oggi la contempliamo. E’ il nostro corpo, che ci attardiamo tanto a curare e spesso ad idolatrare senza speranza di fronte alla decadenza che lo assale ogni anno di più, è il nostro spirito che vediamo sempre più spesso carico di peccati che oggi contempla quel corpo e quello spirito che ci trascina verso la nostra vera destinazione, le braccia di Dio. Il canto di Maria può ben essere ancora la nostra speranza. Dio ha fatto in noi cose grandi, non si è lasciato ingannare dalla nostra pochezza e miseria, dal nostro egoismo, ci ha chiamati a un destino di felicità. Non è il ricco, il potente, il superbo che decide la storia dell’umanità, ma gli umili, gli affamati, coloro che sanno continuamente scavare sete di bontà, desideri di giustizia nelle loro vite, piene di guai.  

Questo canto accompagna la nostra processione finale, questa melodia devono percepire tutti i mesti cortei che accompagnano alla terra coloro che ci lasciano. Nella terra resteremo, ma per poco, perché la processione non ci accompagna alla sepoltura, ma alla  felicità con Dio che Maria già gode per la risurrezione di Gesù. Non siamo specialisti del De profundis, il salmo che ci accompagna in ogni nostro funerale e chiede a Dio di non ricordare le nostre colpe, ma incantati dal Magnificat, il Canto che Maria cantava a Gesù ancora quando era nella culla e che la esalta nelle braccia di Dio in anima e corpo.

15 Agosto
+Domenico

Gesù e Pietro, il cristiano e la chiesa pagano le tasse  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 17, 22-27)

In quel giorno, mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse loro: «Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà». Ed essi furono molto rattristati.
Quando furono giunti a Cafàrnao, quelli che riscuotevano la tassa per il tempio si avvicinarono a Pietro e gli dissero: «Il vostro maestro non paga la tassa?». Rispose: «Sì».
Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli estranei?». Rispose: «Dagli estranei».
E Gesù replicò: «Quindi i figli sono liberi. Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te».

Audio della riflessione.

Pagare le tasse è sempre una pena, un problema, un fastidio. Non sai mai se sono giuste, se le useranno bene, se, come spesso si viene a sapere che qualcuno dilapida sempre il bene di tutti e speso resta impunito. Ma noi cristiani paghiamo le tasse come è giusto. Tanto più che le ha pagate anche Gesù a un governo di occupazione. Curiosissimo questo Gesù che paga le tasse assieme al primo papa S. Pietro. Gesù va al tempio, ha appena detto che va a morire e gli si presentano a chiedere l’obolo che ogni pio ebreo era tenuto a versare.  Strana cosa, ma anche oggi quando chiedi contributi per mantenere la chiesa si scatena ogni cattiveria possibile contro il vaticano, e su su fino a Dio, che tutto sommato non ha bisogno di chiese, ma siamo noi che abbiamo bisogno di Lui.  

Ebbene Gesù vede la stranezza di doversi pagare pure il tempio che hanno costruito per suo Padre. Il figlio di Dio deve pagare anche chi gli rende lode. Ma per non dare scandalo dice a Pietro di prendersi nella bocca di un pesce un denaro e di pagare per tutti e due. Gesù paga le tasse molto di più di tanti cristiani che non le pagano e si sentono tranquillamente a posto. 

Pagare le tasse è sentirsi cittadini a pieno titolo. E’ comprendere di far parte di una comunità e dare il proprio contributo per la vita comune, per il bene comune, per la convivenza. E’ sentirsi responsabili degli altri, dell’ambiente, dell’ordine, della pacifica vita di una città, di una nazione. Certo spesso ci viene da pensare a come vengono usati i soldi dei contribuenti. Ma è troppo comodo evadere con la scusa che non sono usati bene. Usarli per sé, quando sono diritto di tutti è il primo non usarli bene.  

Ma la tassa forse più vera è quella di mettere a disposizione della comunità anche civile oltre che cristiana la propria intelligenza e il proprio cuore, la propria fede, perché tutti ne possano godere. Dobbiamo avere il coraggio nelle nostre chiese di fare una banca del tempo, ove ognuno mette a disposizione se stesso per fare opere buone, una banca del cuore per non lasciare nessuno solo con se stesso, una banca della saggezza perché ogni persona abbia qualcuno che lo aiuta a districarsi dagli imbrogli, una banca del timor di Dio, perché tutti sappiano di essere amati da Lui..  

Questo fa nascere speranza perché è la vera solidarietà di cui tutti abbiamo bisogno.

14 Agosto
+Domenico

Credere in Gesù è fare nostra la sua vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 22-33)

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Audio della riflessione.

Il mare e una barca sono stati molte volte  gli elementi che si sono prestati a Gesù per i suoi insegnamenti. Spesso in essi si affrontano tempeste, dialoghi serrati e insegnamenti di Gesù, rimproveri e ricerche appassionate degli apostoli che rappresentano la vita di tutti noi. Vogliamo porre attenzione alla impetuosa richiesta di Pietro di poter camminare sulle acque come sta facendo Gesù che dalla riva si avvicina alla loro barca, disturbata dalle onde non troppo calme. Gesù accondiscende alla richiesta di Pietro, dicendogli “Vieni!”.  

Quell’andare verso Gesù può essere inteso come una scelta di vita di seguire Gesù (sequela) o come  una un’imitazione quasi esteriore di capacità miracolistica che riguarda solo l’acqua, la gravità della persona e quindi una volontà di qualcosa di meraviglioso, di stupefacente. Pietro pensa che chi crede sicuramente farà cose meravigliose, che impressionano la gente. Non vi sembra che la manifestazione di Dio, di Gesù, come figlio di Dio, Pietro la interpreti come l’attesa di Dio del profeta Elia? Dio gli dà un appuntamento all’ingresso della grotta. Lui ci va e si aspettava qualcosa di sorprendente, di grandioso: vento, terremoto, fuoco. Invece è la brezza di una aura leggera. Dio si farà uomo, uno di noi. Ecco Pietro vuol mettersi anche lui a fare cose meravigliose. Pietro inizia a camminare sulle acque.  Finché Pietro presume di poter camminare sulle acque come Gesù, e quindi di essere capace di “copiarlo”, di poter essere o fare come lui, va incontro al fallimento: basta un colpo di vento e lui va a fondo. Egli comincia a capire che non si tratta di copiare Gesù nel far miracoli, ma di un invito più profondo di  “seguire” Gesù e gli grida: «Signore, salvami!». La differenza tra copiatura e sequela non consiste tanto in ciò che si fa’, ma nello spirito con cui lo si fa.  

O accettiamo di metterci umilmente al seguito di Gesù, oppure abbiamo la pretesa di essere o fare come lui. In questo caso si tratta proprio di copiatura e dimostriamo di non avere bisogno del suo aiuto, della sua guida, del suo soccorso e non possiamo che andare incontro al naufragio di tutte le nostre false sicurezze. Gesù chiama Pietro “uomo di poca fede”.  Ha fede scarsa, una malattia che molti interlocutori di Gesù presentano nei loro dialoghi e incontri con Lui. Pietro non è assolutamente diffidente, come invece si erano dimostrati i compaesani di Gesù, ma uno che non ha ancora imparato a crescere, a maturare un nuovo rapporto con Gesù, fatto anche di preghiera semplice, urlata con il suo grido: Signore salvami. E’ la condizione di ognuno di noi. Che ci limitiamo a fare qualche imitazione di Gesù e non a sentire di camminare sul suo passo, avere in Lui la massima fiducia, scegliere i suoi criteri di giudizio, la sua stessa preghiera al Padre.    Quando Gesù e Pietro salgono sulla barca il vento cessa e il mare si placa. Allora “quelli che stavano sulla barca” (cioè i discepoli) fanno la loro solenne confessione messianica, anticipatrice di quella che farà Pietro in forma solenne, quando Gesù lo farà papa. Essi riconoscono Gesù come il Figlio di Dio e si prostrano davanti a lui. Quello di prostrarsi è l’unico gesto autentico che si può compiere davanti a Gesù. Lo avevano fatto i Magi, lo faranno le donne quando incontreranno Gesù risorto e ci dobbiamo preparare a farlo sempre ciascuno di noi. 

13 Agosto
+Domenico

Non si aiutano i figli a vivere bene senza la preghiera  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 17,14-20)

In quel tempo, si avvicinò a Gesù un uomo che gli si gettò in ginocchio e disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio! È epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e sovente nell’acqua. L’ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo».
E Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo qui da me». Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito.
Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli rispose loro: «Per la vostra poca fede. In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spòstati da qui a là”, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile».

Audio della riflessione.

C’è un padre disperato che un giorno va da Gesù e gli consegna suo figlio. Per lui è un figlio perso, è intrattabile, non capisce ragione, è senza senso morale, ha perso ogni serenità, è condotto qual e là come uno straccio; non ha personalità, completamente dipendente da una cattiveria inspiegabile. Ha tentato di tutto, ma il male che abita nel figlio è più forte di qualsiasi ragionamento, di qualsiasi affetto.  

Le ho provate tutte, ma non ci riesco, l’ho fatto incontrare anche dai tuoi amici intimi, dai tuoi apostoli, ma non ho ottenuto nulla. Forse solo tu puoi fare qualcosa. Sembra la descrizione attuale di tanti rapporti tra genitori e figli, soprattutto quando nei figli entra un male che pare incurabile, una dipendenza che non si può vincere solo con la buona volontà, una assuefazione che ti si scrive nella carne, ti crea una natura somatica diversa come la droga. Questo figlio però non è drogato, è molto di più: è indemoniato, è posseduto da un male incurabile con le classiche medicine, è un diavolo che lo possiede. E non c’è che da andare da Gesù. 

Il papà che le ha provate tutte ingenuamente dice a Gesù: se puoi fare qualcosa. Non sa che ha davanti il figlio di Dio, ma il suo cuore disperato può anche non saperlo, gli si affida lo stesso. Ha consapevolezza di non avere fede, o per lo meno di far fatica a credere, come tanti di noi, ha bisogno di rigenerare la sua fede che si è affievolita, si è a mano a mano spenta, divorata dalle preoccupazioni, dalle cose, dal consumo, dalla vita dura che vive e che non ha mai avuto il coraggio di mettere nelle mani di Dio con la preghiera; forse anche per questo suo figlio è in queste condizioni, non ha mai avuto una parola di speranza. E la va a cercare da Gesù.  

Gesù dice che queste vite dei vostri figli si possono aiutare spesso solo con la preghiera. E’ una preghiera viva, di fiducia, insistente, fatta anche di lacrime. Chi non ricorda le lacrime di Santa Monica la mamma di S. Agostino che è riuscita a ottenere da Dio il dono della sua conversione? La speranza può tornare a far fiorire rapporti belli tra genitori e figli se si ha il coraggio di pregare.

12 Agosto
+Domenico