Alza lo sguardo e lasciati interrogare e salvare da quella croce!

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,14-21)

E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio”.

Audio della riflessione.

Avere un ideale ti aiuta molto a vivere, avere un sogno che lancia la tua immaginazione oltre le ingessature della realtà ti può far rischiare la fuga, ma spesso ti permette di nutrire progetti, visioni di mondo belle, catalizzare le forze su prospettive nuove. Non abbiamo bisogno solo di mangiare, di riempire la pancia, ma anche di bellezza, di ideali, di simboli che ci richiamano la grandezza della vita oltre ogni miseria in cui la nostra insensatezza l’ha costretta. 

Mi sono sempre domandato perché nelle catapecchie più squallide delle bidonville, nelle capanne più sperdute e povere della savana, nei tuguri più puzzolenti, dove manca acqua corrente, igiene e il necessario per una vita civile, non manchi mai l’antenna parabolica. Ci sono più antenne paraboliche in un villaggio sperduto che in un paese cosiddetto civile. Proprio perché l’uomo ha bisogno di sogni, di allargare gli orizzonti. Rinuncia anche a qualche pasto pur di poter avere un segno di riscatto, una prospettiva di futuro. Solo che le TV vendono solo se stesse e non costruiscono spesso vera speranza. 

Così è stato per gli ebrei nel deserto. Mosè aveva levato un serpente su un palo, chi lo guardava guariva dai morsi dei serpenti che avevano invaso il loro accampamento. È una immagine ardita, ma usata dal vangelo, di Gesù sulla croce. La croce è quel simbolo, quel sogno, quell’ideale, quella prospettiva cui ogni uomo può guardare per avere salvezza, per poter avere forza di riscatto, per stringere i denti nel dolore, per contemplare non tanto la sofferenza che esprime, ma l’amore che vi è depositato nella persona del crocifisso. Lì l’uomo, noi nelle nostre pene quotidiane, troviamo avverata la promessa di Dio, guardando a quella croce vediamo realizzata la volontà di amore di Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Unigenito figlio. Lì Dio si è compromesso fino all’estremo per noi. Lì c’è l’immagine della morte, ma c’è anche la certezza della vita. 

Siamo stati segnati sulla nostra fronte e nei nostri sensi con il segno della croce, questa è distintivo della vita del cristiano. Noi non crediamo in un dio qualunque, astratto, senza volto, ma in un Dio Crocifisso, un Dio che ci ha amati fino a morire per noi. Nella nostra vita noi vogliamo sempre guardare a questa croce, per questo la abbiamo in ogni casa, in ogni luogo. Oggi fa fastidio, non faremo battaglie, ma a noi guardare a quella croce dà speranza e forza nell‘affrontare la vita, ci permette di aprire sempre una finestra nell’eternità. 

Deve diventare di meno un ornamento e di più un ideale quel crocifisso che portiamo al collo, che seminiamo nei nostri luoghi di vita comune, avremmo forse più coraggio nell’amare la vita, sicuramente molto di più che a guardarci nello specchio. Lo specchio ci può dare compiacimento o delusione, la croce invece è sempre una speranza.

10 Aprile
+Domenico

Il vento dello Spirito soffia dove vuole

Una riflessione sul vangelo secondo Giovanni (Gv 3,7b-15)

Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito”. 
Gli replicò Nicodèmo: “Come può accadere questo?”. Gli rispose Gesù: “Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Audio dela riflessione.

Ci capitano alcune volte delle esperienze di vita in cui diciamo: mi sembra di rinascere, mi sento rinato a una vita diversa. Può essere l’aver trovato un lavoro, l’essere uscito dall’incubo di una malattia, di cui non si vedeva la fine, l’esperienza gratificante dell’aver incontrato la persona cui dedicare l’amore della nostra vita, una forte esperienza spirituale. 

Ecco, nel discorso notturno tra Gesù e Nicodemo si parla proprio di questo vento misterioso dello Spirito che entra nella vita di una persona inaspettatamente e la cambia. Nicodemo era andato da Lui di notte, forse la sua posizione di prestigio nel Sinedrio non gli permetteva di avere contatti ufficiali, forse voleva tenere per sé e non sbandierare a tutti i tentativi di ricerca della verità per trovare quella felicità cui tutti siamo chiamati, sicuramente Gesù lo aveva incantato e in Lui era sicuro di trovare risposta a tutti i suoi perché. Anche oggi i giovani amano la notte, molti lo fanno per sballare, non pochi per crescere e aiutare altri a vivere. 

La risposta non si fa attendere: occorre rinascere. La vita va riportata a un nuovo inizio. Non si può vivere di restauri, di pezze, di aggiustamenti, non siamo in lista prima delle elezioni comunali per turare le buche sugli asfalti delle strade; occorre accogliere la vita ex novo, guardandola con amore da un altro punto di vista. Capita spesso così anche a noi, quando vediamo che non ce la facciamo a cambiare, a dare una svolta positiva al nostro continuo tornare nel peccato, nel vizio, sulle strade dello spacciatore o del venditore di illusioni, del gioco o dell’alcool. Occorre rinascere, affidarsi allo Spirito. 

La risurrezione, che ancora sta al centro della riflessione e della esperienza pasquale, è questa novità che dobbiamo abituarci a fare nostra; non siamo destinati, ma chiamati; non siamo abbandonati, ma ricuperati; non siamo condannati, ma salvati. 

La tentazione di vivere come se non fossimo destinati alla risurrezione è grande. La nostra scarsa fantasia prevede sempre che tutto sia come prima, che si tratti di piccole correzioni di rotta, di qualche sentimento un po’ più buono che dopo Pasqua possiamo nutrire; invece è una vita nuova che deve risorgere. È una vera conversione. Questa forse è la parola che più permette di capire che cosa Dio sta scrivendo nelle nostre esistenze: un cambiamento, una nuova meta, una vita del tutto diversa, un insieme di desideri e di ideali alti cui sempre occorre rispondere. È lo Spirito che soffia dentro le nostre vite e le lancia su nuovi orizzonti, gli orizzonti di quel Dio che non ci abbandona mai.

09 Aprile
+Domenico

Lasciamo il posto a Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,26-38)

Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
 A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Audio della riflessione.

Il nostro modo di pensare di gente concreta, fatto di sogni e di progetti, ma soprattutto di realizzazioni concrete, di laboriosità contrasta un poco con il mondo della fede. Non è che chi crede debba essere un fatalista, uno che sta con le mani in mano a vedere se la vita cambia da sola, a starsene beatamente nell’inerzia più assoluta, ma sicuramente chi crede in Dio deve sicuramente mettere Dio al centro della sua esistenza e lasciarsi condurre da lui, dalla sua parola, lasciarsi convertire al suo piano e entrare nell’idea che è Dio che ha in mano le sorti del mondo e della vita e che noi spesso siamo solo di ostacolo, perché agiamo di testa nostra. Il male che c’è nel mondo è frutto di una nostra soggettività giocata male, del nostro esserci messi al posto di Lui. 

Non così, ma esattamente il contrario è stata la decisione di Maria di mettersi nelle mani di Dio. Quando l’angelo andò da Lei per chiederle a nome di Dio se volesse diventare la madre di Gesù, ella si offrì completamente. Aveva progettato nella sua vita di essere vergine e a Dio si offre così. La sua verginità indica che ciò che nasce da lei è puro dono, il futuro che inizia con lei è grazia e dono di Dio. Nelle coppie sterili dell’Antico Testamento Dio dà successo a una azione umana senza successo, qui invece Maria rinuncia ad agire, offre la sua verginità, una passività e una povertà totale che rinuncia ad agire proprio per lasciare il posto a Dio. È la fede. Questo vuoto assoluto è l’unica capacità in grado di contenere l’Assoluto. 

E Maria diventa la figura del credente, l’immagine della Chiesa, di chi nella fede concepisce l’inconcepibile: Dio stesso. Le domande che Maria fa sono nella direzione non di una volontà di agire e ancor meno di opporsi, ma nella direzione di una disponibilità massima di corpo e di spirito, di pensieri e di progetti. 

Maria realizza il mistero della fede. Quando siamo proprio decisi a lasciarci fare da Dio, a mettere in animo il suo disegno, il suo modo di vedere la realtà, Dio si fa presente. È la fede pura che attira in noi il Salvatore. La fede rompe i limiti di ogni incapacità umana per renderci capaci di Dio. 

E Dio quando coglie la nostra disponibilità decide di stare con noi di diventare l’Emmanuele, il Dio che non ci abbandona mai.

08 Aprile
+Domenico

Soffriamo astinenza da fede

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Certe feste vorremmo che non finissero mai … è la festa di matrimonio, è la festa di una prima messa, è la festa di una nuova nascita … è stata attesa, preparata a lungo e quando giunge sembra debba chiudersi in un baleno: l’attesa alla velocità del suono, la festa alla velocità della luce, come i momenti di felicità della nostra vita … 

… ebbene, il Vangelo: la liturgia in questa settimana ci ha prolungato la festa di Pasqua, per noi oggi è ancora Pasqua e Giovanni ci aiuta a porre la nostra fede in parallelo con gli avvenimenti di quella giornata interminabile, piena di sorprese: era iniziata con una notizia sconvolgente, si era prolungata in corse, constatazioni, meraviglie, emozioni, esperienze … ora il gruppetto degli apostoli tira le somme, si ritrova nella Santa Sion, in questo luogo che tramite l’interessamento di Gesù era diventato il luogo in cui questo gruppo sparuto di Galilei si erano rifugiati per la Pasqua … e arriva Gesù: pace a voi

Dona loro la pace, la massima aspirazione dell’uomo della terra! 

E oggi ci rendiamo conto quanto la guerra ci intorbida le coscienze, ci imbroglia i pensieri, fa soffrire innocenti, scatena odi e ritorsioni.

Un compito ci dobbiamo dare anche oggi: supplicare Dio che ci dia la pace! Noi siamo capaci solo di fare gli interventisti o i non interventisti se Lui non ci cambia il cuore.

Credo che oggi come cristiani siamo anche chiamati a una grande responsabilità: noi costruiamo armi, noi non vorremmo che il nostro benessere fosse dovuto alla morte dei bambini come lo è stato per tanti anni con le mine fabbricate in Italia.

Siamo davanti a Dio a supplicarlo di farci capire il dono della pace, di aiutarci a cambiare il cuore, a ritenerci tutti responsabili di questo grande male che c’è nel mondo. 

L’altra grande parola che dice Gesù è il dono dello Spirito per rimettere i nostri peccati. 

Sappiamo quanto è dono togliersi dal cuore il male che abbiamo fatto: Ci possiamo ubriacare, drogare, ma la coscienza pulita è un’altra cosa.

Solo Dio col suo perdono può davvero mettere una pietra sopra il nostro passato! Può riportarci alla innocenza primitiva, e questo lo ha dato alla Chiesa: abbiamo tutti provato questa gioia confessandoci a Pasqua!

I cristiani oggi stanno dimenticandosi di avere bisogno del perdono e assillano gli studi degli psichiatri o degli psicologi: è Gesù solo che ci può dare la pace del cuore!

Certe nostre inquietudini non sono di origine psicologica, sono consapevolezza di un male più grande di noi: occorre curarsi se si è ammalati, ma spesso la nostra malattia è spirituale.

Diceva il sociologo Andreoli: i giovani sono in crisi di astinenza da fede … “Perché sono così inquieto nella mia vita? Perché sono sempre infelice? Come mai sono sempre arrabbiato con tutti, sono cattivo dentro?”.

Ti sei mai chiesto che posto ha Dio nella tua vita?

Se l’hai buttato fuori che felicità speri, se è solo lui la pace e la felicità?

7 Aprile 2024
+Domenico

La risurrezione di ogni persona è la grande verità da dire a tutti

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16,9-15)

Risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva scacciato sette demòni. Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero.
Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunciarlo agli altri; ma non credettero neppure a loro.
Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto. E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura».

Audio della riflessione.

Una delle cose che ci sorprendono di più quando dobbiamo fare discernimento su alcuni fatti raccontati da testimoni che hanno visto, sentito, partecipato è la discordanza quasi naturale del racconto di ciascuno e soprattutto la grande diversità delle reazioni. Rilevare l’oggettività di un fatto è impossibile, accettarne una versione raccontata ancora di più. 

Di fronte all’annuncio della risurrezione di Gesù avviene la stessa cosa: lo vede Maria Maddalena, ma “non le credettero”, dice lapidario Marco. Lo raccontano con grande coinvolgimento e meraviglia gli apostoli a Tommaso, ma questi non si fida e vuol mettere mano e dita nelle piaghe prima di crederci. L’ho visto morire come un disperato con i miei occhi, non venitemi a raccontare visioni consolatorie per cancellare quel tremendo ricordo. Lo hanno visto i due di Emmaus, mentre erano in cammino per andare in campagna, ma non sono stati creduti. 

Finalmente Gesù si dà a vedere a tutti e li rimprovera di incredulità e durezza di cuore. Sono rimproveri che alla fine della settimana di Pasqua ci meritiamo anche noi. Ce li meritiamo come chiesa, quando non siamo disposti a fare un solenne atto di fede, con la vita e la testimonianza. Ce li meritiamo come singoli che non riusciamo a fare nostra la consapevolezza che la vita va oltre la morte, che la vita non viene tolta, ma trasformata e viviamo come se la vita terrena fosse per sempre. Risorgere non è solo immortalità dell’anima, ma una vita definitiva di tutto le persone e per tutte le persone. Non è una teoria filosofica, anche se deve essere detta con tutti gli elementi razionali che la rendono plausibile. 

Risorgere è la certezza che Gesù ci dà di poterlo seguire nella nuova vita, è vincere ogni disperazione, è essere convinti che la vita può giungere alla sua pienezza per sempre. Risorgere è dare ad ogni persona una dignità assoluta, un futuro definitivo, una speranza certa. Una certezza così non la si può tenere nascosta. Ecco allora il perentorio: “andate”, ditelo a tutti, annunciate che il male è vinto, fatevi messaggeri di questa grande novità, della vittoria della vita su qualsiasi morte, della forza del debole di fronte ad ogni ingiustizia, della vacuità e inconsistenza di ogni trama, di ogni guerra, di ogni violenza, della gioia di poter godere infinitamente della bontà di Dio.

06 Aprile
+Domenico

Tornare a vivere, ma mai come prima

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 21, 1-14)

In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.

Audio della riflessione.

Erano tornati a pescare. È finito il tempo della avventura con Gesù. Storditi dalla morte e dal dileggio dei benpensanti che vedevano in loro, gli apostoli, dei poveri illusi avevano ripreso la vecchia amicizia e il vecchio sodalizio del lavoro. Occorreva tornare a vivere; avevano dentro la certezza della risurrezione, ma ancora non riuscivano a capirne il vero significato, le conseguenze per la loro vita, per il futuro della esperienza credente, quasi che la risurrezione fosse stata solo una rivincita di Gesù nei confronti dei suoi nemici. Non avevano ancora capito che tutto doveva cambiare, che la prospettiva del loro vivere, del loro credere e del loro sperare era completamente nuova, diversa, non mai prima sperimentata. Vivere da risorti non era continuare a adattarsi, ma sprigionare nuova vita, nuovo rapporto con Dio, mettere al centro Gesù, ancor più di quando era vivo tra loro. Non avevano ancora capito che toccava a loro fare quel che aveva fatto il maestro, che non potevano starsene più a casa loro a ridirsi la bella esperienza e a sentirsi gratificati di una bella avventura che avevano vissuto. 

Cominciavano forse troppo presto ad aspettare il suo ritorno, come aveva sempre promesso e se lo immaginavano imminente, quasi a riempire il loro futuro. Ma Gesù non li lascia soli, ritorna a definire mete grandi e a condurre la loro vita al largo. Gettate le reti dall’altra parte. Come? abbiamo lavorato tutta notte da professionisti, abbiamo raschiato inutilmente il fondo di questo lago e non abbiamo ricavato niente. Adesso viene lui questo turista sconosciuto a darci consigli. La forza del comando di quell’uomo però li ha stregati. Della serie: le abbiamo tentate tutte possiamo tentare anche questa. Non si erano accorti che era Gesù. Il primo ad accorgersene è Giovanni il più giovane, quello che ne era innamorato perso; l’amore pulisce la vista sempre, ti fa guardare col cuore, trapassa tutte le nebbie e le oscurità. Quel che occhio non vede, cuore sente. 

Sono ancora loro due alla ricerca del risorto, sono ancora il vecchio e il giovane. Stavolta Giovanni intuisce e vede e Pietro si tuffa nel mare e a nuoto arriva a Gesù; chi nuota concentra tutte le sue energie verso la meta, i suoi muscoli, la sua intelligenza, la sua forza, il suo sguardo, tutto il suo corpo sono tesi verso il punto di arrivo. È una immagine della nostra vita che tende a Gesù. Forse però noi impegniamo tutte le energie per fuggirne, per altre cose che crediamo felicità invece sono inganni. 

A Pietro non sembrava vero di poterlo rivedere. Era ormai lontano il tempo del tradimento; la fiducia che Gesù gli aveva dimostrato aveva già invaso la sua vita e segnato il suo futuro. La speranza era diventata realtà e si cambiava in nuova speranza ogni giorno.

05 Aprile
+Domenico

Una nuova creazione, quella definitiva

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 24, 35-48)

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.
Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

Audio della riflessione.

L’esperienza tragica della morte è nostro pane quotidiano. Giustamente la nascondiamo perché vogliamo vivere, perché la vita dell’umanità è più forte delle morti che la ridefiniscono continuamente, ma non è nascondendola che la possiamo vincere, è guardandola nella vicenda di Gesù. I giorni dopo la Pasqua sono molto concitati, i discepoli si vedono ripopolare i loro momenti privati o comunitari, a Gerusalemme o in Galilea, dalla presenza del risorto: Lui si dà a vedere, si presenta inaspettato, torna a fare compagnia, soprattutto li vuol aiutare a sperimentarlo in questa nuova vita che ha conquistato. 

È Lui, Gesù, il crocifisso, risorto. Lui con la bellezza del suo volto. Visto così dopo quegli spasimi, quella devastazione è ancora più bello. Non è un fantasma, non è una presenza da X-file, non è una apparizione evanescente. È Lui. Non solo, ma qualcosa di più, non di diverso. Non è un altro, ma Lui ancora in una vita piena, definitiva, nuova, il punto più alto cui la nostra umanità è stata chiamata. Non è un morto ritornato in vita, che ha spostato la data della morte; su di lui la morte non può più niente, è sconfitta. È una nuova creazione, la nuova umanità della categoria d’ora in poi definitiva, insuperabile, senza concorrenza: la categoria del risorto a vita piena. 

Per questo torna a mangiare con loro, presenta loro i segni della passione. Quel corpo su cui tutti credevano di aver detto l’ultima parola, di aver scatenato tutto il male che potevano, ora è glorioso. Dio sa non solo ricostruire la sua immagine e la sua corporeità, ma la rende nuova e definitiva, per tutti noi. 

La risurrezione non è soprattutto un fatto di cui meravigliarsi, perché superiore alle nostre possibilità e alla nostra fantasia, ma diventa il punto di arrivo di tutti noi. C’è un mondo altro che bisogna lentamente creare, in cui in maniera impensata occorre traghettare ogni vita donata da Dio; ebbene il giorno della Risurrezione questa nuova vita ha fatto il suo ingresso nel mondo e ha trascinato con sé tutti gli uomini. Dio non ci aveva creati e buttati a caso nel mondo, ma ci aveva predestinati a questo, perché Lui non ci abbandona mai.

04 Aprile
+Domenico

La parolaccia impronunciabile: ormai

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 24,13-35)

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. 
Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Audio della riflessione.

I due giovani di Emmaus avevano registrato tutto quello che aveva detto Gesù. C’erano alcuni file in testa indelebili, secretati, ma non avevano fatto molto caso a tutto quello che avevano sentito e credevano che dopo aver scoperto Gesù, dopo aver provato entusiasmo per Lui, la strada sarebbe stata in discesa. “Invece Lui l’han fatto fuori come tutti i nostri sogni –si dicono sfiduciati mentre se ne vanno da Gerusalemme- Noi sappiamo solo sognare, per noi è una condizione essenziale per rendere sempre più umano il mondo in cui viviamo. In una società disillusa e scettica che non crede ai sentimenti, che educa al narcisismo, che punta tutto sul successo e sulla carriera, noi ci ostiniamo a credere ancora all’amore, al voler bene”. 

Hanno con sé telefonini con cui si mettono in contatto con tutti gli amici lasciati a Gerusalemme. Ogni tanto lanciano un sms a Giovanni, il più giovane degli apostoli, che li informa di tutte le novità che compaiono in Internet, alla TV. Continua a rimandare lo stesso messaggio: nella tomba non c’è più, le donne insistono nel dire che l’hanno visto, ma chi ci crede? 

Tra un messaggio e l’altro si aggiunge al loro cammino un pellegrino un po’ strano. Colto, comunicativo, attento, curioso. Hanno le cuffie e il walkman, stanno ascoltando tutto quello che avevano registrato di Gesù con il loro cellulare e fanno ascoltare anche a questo pellegrino le parole che li aveva entusiasmati. Lui a sua volta si toglie le cuffie, ascolta, loro spengono il cellulare e si appassionano alla sua pazienza nell’aiutarli a capire il significato della vita. Si scalda loro il cuore. La parolaccia più brutta, che non avevano mai voluto dire e che ora continuano a ripetere, brucia dentro le loro anime. Non si deve più dire “ormai”. Basta usare l’imperfetto. Che è questo speravamo? 

Avranno ancora l’impressione che il male, la prepotenza e la stupidità possano soffocare la verità, l’amore e la giustizia, ma non potranno dimenticare che qualcosa di simile è già accaduto nei confronti di Gesù. La malvagità degli uomini lo ha inchiodato alla croce, pensando in tal modo di toglierlo di mezzo; ma Dio lo ha risuscitato e la storia di Gesù continua a salvare l’uomo, a parlare al presente e al futuro non più al passato. E lo riconosceranno allo spezzare il pane, nell’Eucaristia.

03 Aprile
+Domenico

La grande vittoria sulla morte

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,11-18)

In quel tempo, Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».
Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”».
Maria di Màgdala andò subito ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

Audio della riflessione.

Morto proprio, senza più niente da fare. Discesa agli inferi dicono le sacre scritture. Partito, non ci sta più. Non è una sospensione, un momento di apnea dell’esistenza. La vita umana è chiusa. Non c’è più niente di quello che si può chiamare vita. È la sensazione che hai quando sei davanti al corpo senza vita di un amico con cui fino a un’ora prima hai giocato, ballato, sballato e bevuto. 

Le donne, che accompagnavano Gesù, ne sono pienamente convinte tanto che stanno a calcolare quanti chili di aromi sono necessari per fissarlo in questa immobilità, perché anche questo corpo senza vita presto marcirà e sarà insopportabile da vedere. Guardando quel corpo disarticolato ti passa subito la sbornia e ti svegli senza un senso comprensibile. Non c’è più. È finito un pezzo della tua vita e tutto il pezzo intero della sua 

Domani sarà senza lui, senza lei. Non ci posso credere! Non ci sono altri modi di pensare, di sperare. Ogni tanto ti distrai, perché chi ti accosta ti offre la sua amicizia, i suoi sentimenti, ti tocca, ti sta vicino, ti distoglie. Ma ripiombi subito nella realtà. Non c’è più. 

È possibile una trasgressione anche qui? È possibile andare contro, buttare all’aria tutto, andarsene, rompere come ha fatto con la legge, come ho fatto coi miei genitori, come ho fatto quella volta che ho mandato al diavolo il mio datore di lavoro che mi pagava anche bene, ma sempre in nero e con una catena girata tre volte attorno alla mia vita, ai miei sentimenti, schiavo nelle idee, provocato sempre a dire che aveva ragione, anche se non la si vedeva nemmeno col cannocchiale. 

Ho avuto la forza di rompere le catene e ho ritrovato la libertà anche se di un pollaio, sempre meglio che strisciare e consumare la lingua a leccare. È possibile ribellarmi a questa morte, scriverne la condanna, disposto a pagare tutti i costi; so pagare per quel che voglio e mi dà gioia. 

Lui, Gesù ha potuto. Il punto più alto della sua trasgressione, del far scoppiare l’universo intero nelle sue sicurezze, dell’incendiare e far saltare in aria tutti gli apparati di morte degli uomini lui l’ha raggiunto. Ha minato il Pentagono, ha minato tutti gli eserciti, ha minato gli arsenali, le armi intelligenti e quelle stupide, ma sempre troppe, e ha vinto. La risurrezione è la sua trasgressione più grande. Ha spuntato le armi alla morte, all’odio. Un dono “insperato” del Padre, un cambiamento radicale della creazione dell’universo e dell’uomo, della vita e della storia. È risorto. 

Non è un fantasma, una sorta di presenza da x-file. Non è la forza del ricordo. Non è un morto ritornato in vita. Lazzaro ci ha sorpreso, ma ha spostato solo la data della sua morte. 

Lui, Gesù, c’è ed è in vita, una vita nuova piena, inedita: quella di prima tutta in carne, pelle, ossa, corpo e sentimenti, sguardi e affetti, ma radicalmente nuova, inserita in una esplosiva novità. È un modello nuovo di vivente, l’apice cui doveva giungere la vita umana, da quando Dio l’aveva creata. Ed è vita definitiva per tutti noi.

02 Aprile
+Domenico

La risurrezione comincia a fare la storia nella gioia

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 28,8-15)

In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi.

Audio della riflessione.

Quanto più importante è una notizia tanto più si fa urgente il suo annuncio … quanto più si è coinvolti nella notizia, tanto più si fa impellente trasmetterla a chi ci è vicino, a quanti amiamo.

Il Signore è risorto!

L’ascolto di questa notizia e l’esperienza concreta fatta personalmente dell’incontro con Gesù vivo, spinge prepotentemente le donne in questa fretta di trasmettere lo stesso annuncio; è la stessa fretta della Vergine Maria: anche Lei, con l’annuncio fecondo fatto dall’angelo Gabriele appena accolto nel grembo, si reca in fretta a sperimentare che è autentico, a vedere l’impossibile che si stava compiendo in sua cugina Elisabetta; è l’impossibile che capita incontrando Gesù risorto alle donne che portano addolorate la mirra per la sua sepoltura (mirrofore), è l’impossibile che si avvera per Elisabetta incinta sulla soglia di casa ad accogliere Maria vergine la Piena di Grazia, incinta dello Spirito Santo; è una sorta di arcobaleno tra la terra e il cielo in cui si stende il miracolo dell’impossibile divenuto possibile, tra l’aurora della vita di Gesù e il compimento della vicenda di Gesù Salvatore.

Il Vangelo è questa Buona Notizia: è vero che “nulla è impossibile a Dio”!

Non vi è nulla che possa qualcosa di fronte al potere di Dio: non lo può la morte di un grembo sterile, non lo può la verginità serrata sulla fecondità biologica, non lo può nemmeno una pietra rotolata davanti ad un sepolcro.

Chi ha rotolato con le sue mani la pietra dal sepolcro? Chi ha fatto seccare il fico? Chi ha risanato la mano inaridita? Chi ha saziato un giorno la folla nel deserto? Chi se non il Cristo che fa risorgere i morti?

Chi ha dato la luce ai ciechi, purificato i lebbrosi, drizzato gli storpi e camminato a piedi asciutti sul mare come su terra ferma? Non forse il Cristo Dio che risuscita i morti?

Chi ha risuscitato dalla tomba Lazzaro, morto di quattro giorni, e il figlio della vedova? Chi, come Dio, ha drizzato il paralitico costretto a letto?

Grida la pietra stessa, gridano i sigilli che avete messo, aggiungendo guardie per sorvegliare il sepolcro: Cristo è veramente risorto e vive nei secoli” (S. Andrea di Creta, Canone orientale dei vespri della domenica delle mirrofore). 

Grida la gioia!

Gesù incontra le donne che, con timore e gioia grande, correvano a portare l’annuncio ai discepoli: la “gioia grande” delle donne incontra la Gioia infinita, Colui che, vincendo la tristezza e il dolore distruggendone la morte da cui hanno origine, è divenuto Egli stesso gioia pura, sottratta alla contaminazione della fine, sottratta alla corruzione del sepolcro.

Gesù viene incontro alle donne, ed è un cortocircuito esplosivo: Quel “Rallegratevi!” che dice Gesù alle donne è lo stesso invito rivolto dall’Arcangelo Gabriele alla Vergine Maria e che ora investe loro, le prime testimoni della risurrezione… e lo stesso stupore e timore dinanzi a quelle parole e a quell’evento inaspettato, a quel Cielo piombato d’improvviso sulla terra, a quella Vita apparsa nel seno vergine di Maria e nella carne crocifissa di Gesù, lo stesso impatto con l’impossibile che s’era fatto possibile.

Non conosceva uomo Maria, e ha generato l’Uomo!

Nessuno a ribaltare la pietra del sepolcro, e una vittoria che rovescia ogni lapide e fa di ogni sepolcro la porta spalancata sulla vita che non muore.

Di fronte a tutto questo non poteva essere che la gioia l’unica risposta delle donne, esattamente come è stata quella di Maria: gioia che non si può contenere e che si fa, naturalmente, fretta e corsa per annunciare il prodigio che cambia, definitivamente, il corso della storia e dell’esistenza di ogni uomo: la morte è vinta!

Così anche per ciascuno di noi, immerso nell’incertezza di fronte alle tante pietre che sigillano i sepolcri delle situazioni dove respiriamo odore di morte, corruzione nelle relazioni, i fallimenti che sembrano decretare la fine delle speranze.

La pietra che grava sul cuore è stata rovesciata, dall’ombra della morte che schiaccia nella sofferenza è risorto Cristo!

La Chiesa ce lo ha annunciato nella notte delle notti: le letture proclamate, come angeli, hanno illuminato la nostra storia indicandoci i luoghi di morte del nostro passato e presente trasformati in santi sepolcri, vuoti come quello di Gesù a Gerusalemme; nella solennità della liturgia pasquale, cui abbiamo partecipato, nello splendore dei suoi segni, abbiamo visto stupiti, deposti le bende e il sudario con i quali avevamo avvolto pietosamente la nostra vita, le fragili supposizioni e interpretazioni dei fatti, la rassegnazione, la rabbia ormai senza forza per i troppi tentativi di rianimare situazioni irreversibilmente compromesse; abbiamo visto la tomba vuota, un senso di leggerezza dentro, che quanto ci stava schiacciando, aveva smesso di angustiarci; e, nutriti nel sacramento di quella carne e di quel sangue liberati dalla morte, siamo ritornati di corsa alla nostra vita, con gioia e timore grandi, ad annunciare il miracolo avvenuto in noi, lo stesso che aveva raggiunto Maria a Nazaret e alle donne dinanzi al sepolcro di Gesù. 

Ed eccoci oggi, sul cammino uguale a quello di ogni giorno, la casa, la famiglia, e poi il lavoro, gli amici, la nostra storia. Eccoci pronti ad incontrare Gesù in persona, su questo concreto cammino che descrive ogni nostro giorno, come Maria incontro alla sua cugina sterile, come le donne di corsa verso i discepoli. Eccoci esattamente dove siamo, così come siamo, per incontrare il Signore risorto, per sperimentare l’autenticità dell’annuncio che ci ha colmati di gioia. Elisabetta è davvero incinta, il Signore è davvero risorto, la nostra vita, anche se in apparenza nulla è cambiato, non è più come prima! Ci viene incontro il Signore e ci fissa con uno sguardo che sa di Cielo, e libera in noi la gioia. Sì, è tutto vero, non è un sogno, un’illusione, un’altra speranza prodotta dalla nostra disperazione. È risorto, è qui vivo sul nostro cammino, nella storia di oggi, da oggi luogo dove accogliere e sperimentare la sua vittoria.

1 Aprile 2024
+Domenico