La povertà è sacramento della fede

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 7-13)

Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi. E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche.

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Chi ha dimestichezza con le vite dei santi sa che alla base della loro opera, che spesso è di grande portata, di grande impegno anche organizzativo, c’è sempre una assoluta fiducia in Dio, che chiamano Provvidenza. Soprattutto quando si interessano dei poveri riescono a portare avanti opere di assistenza grandiose solo con l’aiuto di Dio.

C’è un’altra opera nel mondo che è altrettanto importante come le opere di carità, perché ne sta alla sorgente: è l’opera di evangelizzazione, cioè l’impegno di far giungere a tutti il dono del vangelo, la conoscenza di Lui, la speranza. Per questa opera ogni cristiano si deve mettere a disposizione.

Nel vangelo si racconta di Gesù che dà mandato ai suoi discepoli di mettersi in viaggio per questa opera di sensibilizzazione della gente nei confronti della buona novella: li mandò a due a due. I suoi apostoli, il suo gruppo, la sua squadra doveva cominciare ad affrontare direttamente, e non stando sempre coperti dall’ombra del maestro, il compito dell’annuncio. Loro sono i primi missionari, i primi mandati, i primi continuatori del suo compito nel mondo. E vanno, ma con alcune indicazioni precise, che li collocano in un genere di vita povero ed evangelico, appunto.

La Parola di salvezza ha in sé soprattutto la sua potenza salvatrice, non è legata all’apparato degli strumenti, alla potenza dei mezzi, ma si basa solo sul potente aiuto di Dio. Chi va ad annunciare il vangelo, deve fare un atto di fede in Dio, deve sapersi abbandonare in lui, deve trovare la sua forza solo nella grazia di Dio. Bisaccia, denaro, borsa, sandali appesantiscono solo il cammino. La povertà è segno efficace della fede in Dio. Senza povertà non c’è fede, se non a parole. Noi non riusciamo mai a fare un salto di qualità nella vita di fede proprio perché siamo troppo attaccati a noi, non siamo disposti ad abbandonarci totalmente a Dio. L’annunciatore del vangelo, può avvalersi con modestia di una buona scienza; ma nella sostanza è e resta un grido di fede, fondato sulla testimonianza, che esplode dalla condivisione della propria vita con quella di Cristo e coi fratelli

Di fatto, dopo la morte di Gesù, Pietro e Giovanni sapranno offrire l’aiuto di Dio al povero storpio che incontrano dicendo semplicemente appunto: oro e argento non ho, ma quello che ho te lo do: nel nome di Dio alzati e cammina.

È Dio che salva, è Lui la nostra felicità, non sono i nostri accomodamenti o le nostre parole, i nostri apparati. Le opere più grandi la Chiesa le ha fatte quando era povera, ma ricca solo di Dio. Lui ci ha promesso che non ci abbandona mai.

11 Luglio 2021
+Domenico

Paura o fiducia costruiscono il volto pubblico del cristiano?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10,24-33)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: «Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia! Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

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Evitare i pericoli che ogni vita trova nel suo percorso è saggio: l’istinto di autoconservazione è una molla necessaria per ogni inizio di vita, ma è un principio insufficiente per una vita degna di essere vissuta.

Non è raro trovare un cristiano che ha paura a testimoniare la sua fede religiosa, il suo credere, il mondo di valori cui si affida, le convinzioni radicate nella sua educazione familiare: è un comportamento che si chiama vergogna, latitanza, nascondersi dietro un dito, mancanza di coraggio, anonimato … questa paura talvolta viene camuffata da dialogo, da ascolto, da umiltà, da libertà massima che vogliamo garantire a tutti.

Senza paura si può diventare sventati e temerari! Solo gli incoscienti, oltre i dittatori e i pazzi, non hanno paura, ma c’è da aver paura di loro e per loro.

Occorre però un altro principio per dare senso e gusto alla vita: la fiducia! E’ una virtù, un dono, che va sempre però … coniugato con una identità forte del cristiano, una identità non prevaricatoria, ma disponibile a offrire quella speranza che ci è stata data e che non è nostra, a offrire una Parola che viene da oltre.

La paura cresce poi se si sperimenta il rifiuto … il Signore invece è venuto a donarci una fiducia in Lui che ci libera dalla paura della morte, con la quale il nemico ci tiene in schiavitù per tutta la vita.

L’invio in missione da parte di Gesù, infatti, non garantisce necessariamente ai discepoli il successo, così come non li mette al riparo dal fallimento e dalle sofferenze … per cui essi devono mettere in conto sia la possibilità del rifiuto, come la possibilità e perfino l’inevitabilità della persecuzione.

E’ sempre stata storia delle nostre comunità e associazioni quella di far crescere persone disposte fino al martirio a difendere e proporre la nostra fede: lo è anche oggi nei contesti di intolleranza nei confronti della fede cristiana!

Molte ragazze hanno dato la vita per difendere la propria verginità, del resto un discepolo di Cristo non può che conformare la sua vita a Lui.

Qualche momento prima infatti Gesù aveva detto: “Un discepolo non è più grande del maestro, ma è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro (Mt6,40).

Il discepolo deve seguire il modello che è Cristo: respinto e perseguitato dagli uomini, che ha conosciuto il rifiuto, l’ostilità, l’abbandono, e la prova più atroce, che è la croce!

La persecuzione non è eventualità remota, ma una possibilità sempre attuale: non esiste missione all’insegna della tranquillità.

Forse per molti di noi il coraggio della fede non ci chiede eroismi, ma di confrontarci con l’indifferenza, con l’irrilevanza, con una corrente contro cui si deve andare sempre; ci chiede di essere sempre attaccati alla Parola, di difendere il povero, l’immigrato, il rom, il lavoratore … di offrire riferimenti scomodi, ma roccia su cui si può fondare una crescita.

Noi non siamo assetati di morte, ma desiderosi di spenderci  sempre per la vita di tutti, mettendo la nostra vita nelle mani di Dio.

10 Luglio 2021
+Domenico

Il cristiano è sempre sotto pressione per tanti lupi che lo circondano

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 16-23)

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Il cristiano, uomo e donna pacifico è sempre stato osteggiato dalla mentalità comune o per non conoscenza della fede cristiana o per aperta opposizione o per incapacità degli stessi cristiani che non vivono all’altezza degli ideali evangelici. Ancora molti pagano con la loro vita la fede in Gesù che professano. Molti anche di noi sono osteggiati o mal sopportati  in indice di gradimento, in posti di lavoro, in possibilità di fare carriera a causa della appartenenza alla comunità cristiana.

Di fronte a chi fa della fede un paravento per far passare tutti i suoi interessi, per giustificare guerre e calcoli commerciali, per fare battaglie elettorali esistono luoghi in questo nostro mondo progredito in cui ai cristiani è chiesta una scelta tra la vita o la fede in Gesù e molti scelgono Gesù: “Vi mando come pecore in mezzo ai lupi” dice il vangelo. La forza del male è sempre più agguerrita della forza del bene. Di fronte alla potenza dell’impero romano la parola di Gesù, in quella lontana provincia ai margini dell’impero e delle cose che contano, era del tutto insignificante, ma lungo i secoli ha saputo farsi strada tra uomini e donne, giovani e adulti; ha saputo parlare al cuore e cambiare modi di vita e superare idolatrie e schiavitù.

La vita di Gesù al riguardo è esemplare; se hanno fatto così al maestro, la stessa sarà la sorte di chi lo vuol seguire.  Gesù però mentre offre uno scenario non molto attraente per gli uomini, garantisce anche la forza e l’intelligenza del bene. Non siete soli, io sono con voi, non preoccupatevi di cosa dovrete dire, di come riuscire a difendervi, perché lo Spirito metterà sulla vostra bocca le parole giuste, la difesa imbattibile, la pace insospettabile, la forza impensata.

Prudenti come serpenti, perché occorre applicare tutta la nostra intelligenza e umanità, ma senza affanno, perché Gesù è il nostro pastore. Intelligenti nell’offrire il vangelo e non le nostre fisime o elucubrazioni o i nostri difetti e interessi camuffati, ma sempre nell’intelligenza di Dio, nell’ascolto fedele della sua Parola. Noi cristiani dobbiamo guardarci dal complesso del perseguitato perché spesso sono i nostri difetti presi di mira non la nostra fede, è il nostro cattivo essere cristiani, la nostra pratica religiosa ipocrita che è osteggiata non sempre la nostra fede in Gesù. Ben vengano queste difficoltà se servono a purificare la fede. 

 Solo così può rinascere speranza, può essere ridetta con forza la Parola che gli uomini aspettano da Dio per la loro salvezza. Se si deve sempre stare all’erta per essere cristiani veri, vuol dire che ne val la pena, che essere cristiani è un dono inestimabile che molti potrebbero avere, ma non ne conoscono la bellezza; la potranno intuire, vedere, apprezzare dal nostro comportamento sempre fragile, ma sempre convinto e umile

9 Luglio 2021
+Domenico

La casa dell’apostolo (e lo è ogni cristiano) è la via

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 7-15)

E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l’operaio ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città.

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Durante la pandemia facemmo molta fatica a dover restare ora entro i confini della regione, ora della provincia, ora del comune ora pure della casa e dintorni. Fortunato chi aveva una casa con cortile e orto o giardino, come me, ma non certo chi doveva stare al 5 ° piano con bambini e ragazzi in tre o quattro stanze. Senza una via da percorrere, una strada da calpestare per andare altrove, per uscire era una tortura. Oggi, grazie a Dio ritornano ad essere popolate le strade, a fare da collegamento ai nostri incontri con le persone. Ricordiamo come sono state chiuse le nostre relazioni per comunicare con gli altri. Ci hanno aiutato i social, benedetti! Ci hanno forse allentato la nostra voglia di contatto, di presenza, di corporeità anche solo di uno sguardo vero, non in fotografia. Eppure non ci siamo mai accorti che dentro i nostri innumerevoli incontri di prima passava troppo raramente un dialogo, un contatto di fede, che avesse al centro una Parola viva come quella di Gesù, il suo vangelo, la Parola che rende autentica e vera la vita di ogni persona. Non torniamo oggi sulle vie, sulla strada a portare solo le nostre povertà, a colorarle delle nostre miserie. Gesù ci conceda di fare diventare le nostre strade spazi di vangelo:

curate infermi, coloro che non stanno in piedi, le persone che perdono la loro posizione eretta, perché proni sotto il giogo di una legge di schiavitù, carponi sotto il peso dell’egoismo. Il loro male non deve essere più luogo di divisione, di prevaricazione, ma di cura e di rispetto.

Risvegliate morti, farsi fratelli è risuscitare Gesù in noi e nei fratelli, perché tutti per Lui e in Lui possiamo passare da morte a vita

Mondate i lebbrosi, c’è una lebbra di morte e di peccato da risanare, da toccare come ha fatto Gesù per risanarla in noi e in loro, per cambiare moncherini in mani che nell’abbraccio si stringono

Scacciate i demoni, portiamo come battezzati in noi lo Spirito di verità e il fuoco suo che distrugge ogni presenza diabolica e maligna

In dono avete preso, in dono date, ogni cristiano è in seno alla Trinità dove la legge del dare e ricevere raggiunge concretezze di vita e di amore che cambiano ogni relazione in benedizione e in gioia dello Spirito.

Né oro, né argento, né rame, l’assenza di danaro nelle nostre relazioni fa sì che i nostri rapporti, quelli nuovi che andiamo instaurando, di cui abbiamo tutti sete, saranno solo di grazia e di amore, non di interesse o di legamenti. Presentarsi poveri significa poter ricevere il dono di essere accolti. La povertà è libertà dal Dio di questo mondo

Né bisaccia da viaggio, se il danaro è la sicurezza del ricco, la bisaccia è la sicurezza del povero, in cui pone le sue provviste; la nostra bisaccia è solo il Signore e una grande fiducia in Lui

Né due tuniche, la seconda non è tua è del fratello che non l’ha, cui l’hai già data; non far la figura del mercante di vestiti usati

Insomma il cristiano deve sempre improntare le sue nuove relazioni sul “pedigree”, l’immagine plastica dell’apostolo che ne fa Gesù, carcandola di ogni suo dono personale che sta in questa bella prospettiva evangelica

8 Luglio 2021
+Domenico

La squadra che Gesù si sceglie

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10,1-7)

Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì. Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino.

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Quando si fa una associazione, un gruppo che vuol dare gambe a una idea a un obiettivo, si mette assieme una squadra. Il capo, il responsabile, il presidente, ha bisogno di qualcuno su cui poggiare e di cui fidarsi che gli permetta di conseguire i fini e i sogni che gli stanno a cuore. E’ la sua forza, la sua compagnia, la sua squadra. Anche Gesù tra le varie persone che lo ascoltano, che lo seguono e tendono l’orecchio alle sue parole, che si fanno di lui discepoli se ne sceglie dodici e li manda, li invia, li carica della sua passione di annuncio del Regno di Dio. Lo stanno ad ascoltare, gli stanno volentieri assieme, ma a un certo punto dà loro un mandato preciso. Non statemi addosso, non fatevi una comoda tana, non cercate tende consolatorie: occorre andare, passare di casa in casa, stanare la gente dalla sua indifferenza, annunciare, dire, far nascere energie, creare strade nuove per il regno di Dio. L’annuncio a tutti era parte integrante del vangelo, come lo è di ogni nostra azione di chiesa, di popolo di Dio, di persona che si rifà al vangelo di Gesù. Il continuo e insistito invito per una chiesa in uscita di papa Francesco ha radici molto lontane e una persona del tutto autorevole da seguire.

La compagnia che Gesù si era scelta non era il meglio che poteva trovare. Nessun allenatore si creerebbe una squadra così diversa, così disomogenea fatta di gente semplice, non colta, nemmeno fedele. Giuda lo tradirà alla grande, Pietro non sarà una roccia di fedeltà, Giovanni è troppo giovane… ma Gesù sa di poter contare sulla vita di tutti: in ciascuno è impressa l’immagine di Dio e Gesù dà fiducia perché ognuno di loro sappia stanare la grandezza che ha dentro e soprattutto sappia rispettare l’altro per quello che è, accettarne la differenza e assieme, con l’apporto originale di ciascuno, costruire il Regno di Dio.

La vita di ogni comunità cristiana sarà sempre così. Dovrà mettere assieme diversità e doni particolari, culture e idee disparate, abitudini e stili di vita diversi, ritmi e coinvolgimenti di varia intensità. Già in quel gruppo di apostoli si cominciava a delineare la cattolicità della chiesa, la sua grande capacità di scrivere il vangelo in ogni popolo e cultura, accogliendo, purificando, trasformando, soprattutto annunciando il vangelo cui essa deve obbedire in fedeltà assoluta. Sarà la presenza viva e operante dello Spirito Santo che in tutti cesellerà i lineamenti della figura di Gesù, il suo volto, il suo amore per tutti, la sua fedeltà al Padre. Ogni discepolo pur diverso è imitatore del maestro. Tutti imiteranno Gesù nel donare la vita fino al sangue, in regioni diverse, in contesti diversi, ma tutti per quel Gesù che aveva riempito la loro vita di pescatori e peccatori. Alcuni hanno fatto una scelta diversa, libera e Dio ha messo sicuramente in moto sempre la sua misericordia.

7 Luglio 2021
+Domenico

Dio non lascia soli nessuno, nemmeno un assassino

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 36-37) dal Vangelo del giorno (Mt 9, 32-38)

Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!».

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E’ brutta la sensazione di non sentirti di nessuno, di cercare indicazioni e non trovarle. Abbiamo provato tante volte nonostante i satellitari a sentirci soli in una grande città, poi però qualcuno cui chiedere lo incontri e si riesce a trovare la strada. Nella vita invece è più difficile perché sperimentiamo spesso che nessuno ti aiuta a vivere, ad avere indicazioni di rotta da seguire, non abbiamo princìpi cui ancorarci.

Si crede che navigare a vista sia meglio, ma si incappa in tante delusioni e errori, e ne basta uno da cui non puoi tornare indietro per segnarti tutta la vita. Molti giovani si trovano così per il matrimonio, molti per la scelta degli studi, altri per il modo di divertirsi. Hai sempre e solo attorno o giudizi che non ti rispettano o compiacimenti che ti deresponsabilizzano.

Gesù prova una grande compassione per la tanta gente che vede sola e abbandonata dalla vita, stanca e sfinita, pecore senza pastore abbandonate in balia del primo che capita. Questa impressione te la danno spesso i giovani: carichi di energie, pieni di vitalità, desiderosi di bene, pieni di sogni e di attese e purtroppo sbandati e sballati. Liberi, ma senza meta, intelligenti, ma annoiati. C’è qualcuno che si mette a disposizione di tutte le domande di vita, di pienezza, di verità che salgono dalle coscienze degli uomini? Certo ci sono tanti placebo, tante false risposte, ma soprattutto tanti assopimenti di coscienze. Si può dire che l’arte principale dell’uomo è di far tacere tutto quello che lo rende vivo e attivo per poterlo dominare, per incanalare le energie nel consumo e non nel dono.

Occorrono invece operai che vedono persone mature di fronte alla vita,  gente che è capace di cogliere il sussurro che sale, interpretarlo e offrire accoglienza e proposta. La vita degli uomini non è un abbandono al niente, non è indifferenza, ma è una messe pronta per essere colta e offerta al Signore della vita. Annunciatori della sua Parola, testimoni della sua forza, raggi della sua luce, ascoltatori dei desideri di eternità lo devono essere tutti i cristiani.

Se qualcuno poi vuole imitare Gesù anche nel fare da guida, da pastore, da prete oltre che da operaio in questa bella ricerca di comunione, si compie il disegno di Dio sul mondo e abbiamo ancora di più la certezza che Dio sta sempre con noi.

Oggi veneriamo santa Maria Goretti, una ragazza ammazzata crudelmente per difendere il suo corpo, la sua verginità, l’integrità della sua vita e della sua fede. L’assassino aveva abitato per qualche tempo nella diocesi di Palestrina, come lei e aveva migrato senza pace come lei in cerca di lavoro. Il datore di lavoro assicurava loro nell’ultima migrazione fatta da Maria Goretti nelle paludi pontine: il chinino di stato, farina per il pane e una bara. La prima bara servì al papà, la sua difesa autorevole. Il suo assassino la uccise, ma Maria gli perdonò e si diede con lui appuntamento in cielo. Alla fine si convertì, si pentì e sicuramente Dio ascoltò il candore di Marietta come dono di vita eterna  per l’assassino.

6 Luglio 2021
+Domenico

Le mani di Gesù salvano, il suo tocco guarisce

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 18-26)

Mentre diceva loro queste cose, giunse uno dei capi che gli si prostrò innanzi e gli disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano sopra di lei ed essa vivrà». Alzatosi, Gesù lo seguiva con i suoi discepoli. Ed ecco una donna, che soffriva d’emorragia da dodici anni, gli si accostò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Pensava infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». Gesù, voltatosi, la vide e disse: «Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita». E in quell’istante la donna guarì. Arrivato poi Gesù nella casa del capo e veduti i flautisti e la gente in agitazione, disse: «Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme». Quelli si misero a deriderlo. Ma dopo che fu cacciata via la gente egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E se ne sparse la fama in tutta quella regione.

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Le mani che Dio ci ha dato sono per aiutare, per lavorare, per chiamare, per gestire la nostra corporeità, ma soprattutto per stringere quelle degli altri e per accettare il loro aiuto. Se cadi in acqua, dice un vecchio guru, non puoi uscirne con le tue mani, stringendotele attorno ai fianchi per tirarti fuori, ma hai bisogno che qualcuno ti prenda per mano e ti tiri fuori.

Molte volte Gesù prende per mano le persone che incontra: prende per mano il cieco di Betsaida e lo conduce fuori, prende per mano i bambini, che vuole lascino liberi di stare con lui, prende per mano una ragazza dodicenne, distesa cadavere, pronta per la sepoltura nel dolore disperato di una madre: la prese per mano e le disse: ragazza, alzati. La stretta di mano di Gesù non è mai un rito convenzionale, ma la chiamata a vivere

La mano potente di Gesù è la salvezza dell’umanità. Lui ci prende per mano, lui sa far passare la forza della vita nel corpo di quella ragazza tramite la sua mano. Anche noi abbiamo bisogno che Gesù ci prenda per mano,  che ci faccia passare dalle nostre morti quotidiane alla vita, che solo lui ci può donare.

Questo fatto, che all’inizio crea derisione, poi crea scalpore nella gente, il rischio, che lo scambino per un guaritore e che non ne vedano invece l’intenzione profonda di guarire l’anima, sempre si annida sul suo cammino. Per questo spesso si ritira in disparte a pregare. Vuole ritrovare la dolce intimità con Dio Padre, vuol scrivere nei suoi occhi il suo amore e la sua fiducia.

Ma l’insegnamento di Gesù non si ferma qui; se fa risorgere è perché ci decidiamo per la vera fede, perché teniamo alto lo sguardo su ciò che avverrà, quando tutti lo piangeranno cadavere e solo alcuni pochi crederanno e lo vedranno risorto.

Il capo della sinagoga, che era papà di questa ragazzina, avrà lodato Dio anche per questo dono, immeritato, ma dolcemente orientato. Gesù compie spesso segni e prodigi; sono tutti annuncio di quello che sta avvenendo, cioè che Dio inaugura il suo regno che è vita e pace e sta sempre con noi.

5 Luglio 2021
+Domenico

La fede è sempre uno scandalo

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,1-6)

Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù andava attorno per i villaggi, insegnando.

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Immersi nel nostro mondo in cui tutti si lamentano, si offendono, si vogliono superare a vicenda, ci si mette a discutere senza amore alla verità o solo si vive alla giornata, la fede ha scarso posto. E’ un capitolo riservato a dei “patiti”, così ci vogliono rappresentare quelli che passano per comunicatori.  

Al tempo di Gesù non era molto diversa la situazione, soprattutto quando, dopo aver iniziato il suo cammino di proposta del vangelo, della buona notizia, ritorna al suo paesello. Tra i suoi parenti, nella sua patria e in casa sua è motivo di scandalo. I suoi ammettono facilmente che quello che sta dicendo e facendo Gesù è qualcosa che non si può ridurre ad esperienza puramente umana, che i prodigi da lui compiuti vengono da altrove, che tutto sommato Gesù è una persona positiva, ma che spaventa e scandalizza è che solo in lui Dio possa incontrare l’uomo e l’uomo possa incontrare Dio. Un uomo grida al mondo incredulo che in lui Dio parla e agisce in maniera decisiva e ultima e il mondo non ci crede proprio. L’incarnazione è lo scandalo determinante. La rivelazione di Dio è sentita come un attacco alla mondanità, alla carnalità. L’uomo è provocato a lasciare da parte le sue norme, i suoi modelli di vita, i suoi criteri mondani. La carne, il sangue, la patria, il buon senso non superano lo scandalo della Parola fatta carne.

La fede è superamento di questo scandalo e Gesù orienta tutta la sua vita, la sua parola , i suoi gesti, i suoi miracoli a questo. Il Dio della filosofia è sconfitto, lo spirito assoluto è un vago pensiero filosofico per mettere delle pezze allo scandalo. Dio è libero da tutti gli schemi, si rivela in un pezzo di storia, che è proprio la storia di Gesù di Nazareth. I Nazarethani dovrebbe credere che Dio è quel povero uomo  Gesù che verrà messo a morte in croce!? Gli stessi semplici credenti in Dio, trovano proprio sconveniente doverlo riconoscere nel carpentiere Gesù.

Gesù stesso si meraviglia che ora chi lo vuol uccidere non sono gli erodiani o i farisei, ma proprio quelli della sua casa, del suo parentado.

Nel mistero dei Nazareni che rifiutano Gesù è adombrato il mistero della chiesa stessa che tutta conosce Cristo, che lo maneggia nei sacramenti e che lo tocca, ma che non tutta sa riconoscerlo e lo rifiuta e lo vuol uccidere forse senza accorgersi in nome del buon senso. Quante volte noi rifiutiamo di vedere Cristo nel povero, nella persona sola, ammalata; nel mendicante  o nell’immigrato che sta per annegare e morire di stenti. Siamo come gli abitanti del suo paese e la nostra chiesa deve continuamente uscire da sé e mettersi sulle molteplici strade di Cristo per incontrarlo, per celebrarlo, per amarlo. Tornare all’Incarnazione, non solo a Natale con atmosfere eteree, ma in ogni giorno della nostra vita. Dio s’è fatto concreto di carne e ossa, di parola e di affetto, di amore e di condivisione.

4 Luglio 2021
+Domenico

Tommaso, buttati, va oltre il tuo toccare: affidati al mondo di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 24-29)

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».

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Fa parte anche dei nostri modi di dire popolari: sei proprio come Tommaso, ci vuoi sempre mettere il naso, non ti fidi di noi vuoi proprio essere tu a toccare e vedere per essere sicuro. Tommaso l’apostolo, che oggi ricordiamo, era proprio così. Aveva avuto la sfortuna di non farsi trovare da Gesù la sera di Pasqua nel Cenacolo con gli altri apostoli, quando Gesù, finalmente alla fine di quella giornata convulsa si è presentato vivo a tutti. Tomaso invece non c’era, lui non ce l’aveva più fatta a stare a raccontarsi la delusione, l’amarezza, la disperazione della sconfitta, della morte ignominiosa del maestro. Non s’adattava alla perdita di quello che era per lui il sogno della sua vita.

Invece Lui, Gesù ai suoi amici si mostra vivo. Ti bastano i tuoi amici, no? Con loro hai condiviso tutti i giorni lieti con Gesù, con loro lo hai sentito tante volte parlare di regno dei cieli, con loro hai visto malati guarire, ciechi tornare a vedere… Perché non condividi con loro la gioia pulita dell’aver  incontrato Cristo vivo?

Nemmeno se mi ammazzaste ci crederei. Ho troppo nei miei occhi il suo sguardo smarrito, negli orecchi i colpi di quella mazza sui chiodi, il suo urlo disperato di fronte alla morte.. Non può essere che sia ancora vivo. Erano le difese di fronte alla novità assoluta delle risurrezione. Quasi non voleva nemmeno pensarci per non rimettersi in discussione, per non ribaltare la sua vita.

Spesso siamo nel dolore e troviamo gusto a starci, a farci compatire, quasi che la soluzione alla nostra debolezza ci venga dalla compassione. Invece Gesù si ripresenta e prende in parola Tomaso. Volevi mettere le tue dita nelle mie piaghe? Volevi rinnovarmi questo dolore che ho definitivamente sconfitto? Volevi dare la stura a tutti i tuoi dubbi? Eccomi.

E Tomaso crolla in adorazione, gli è bastato uno sguardo, un dialogo franco e senza infingimenti a Gesù per uscire con quella bellissima preghiera che possiamo dire ogni giorno, che può stare a fior di labbra sempre per dire la nostra debole fede, ma anche la nostra certezza di affidarci senza paura: Mio Signore e mio Dio. E’ sempre un atto fi fede, di abbandono, non è una costatazione fotografica, ma è un salto nel mondo di Dio

E’ l’abbandono totale, è la speranza che rinasce nello stupore di una presenza; è un nuovo sguardo sulla vita, sulle cose che ci capitano, sul nostro rapporto con Dio: Tu sei Signore della mia vita.

3 Luglio 2021
+Domenico

 

Seguimi, pianta tutto e stammi dietro

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 9,9-13)

In quel tempo, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

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Che fatica decidersi nella vita. Che faccio? Dove vado? Che studio? Ci sarà uno sbocco positivo a questa strada? Sono padre o madre di famiglia, le scelte giuste le ho fatte a suo tempo e ne ringrazio Dio. Ma non riesco a capire bene che scelte fare in questi tempi difficili, dove tutto cambia e mi sembra di dover reimpostare tutto. Spesso forse siamo in attesa che sia qualcun altro che decide per noi, per non caricarci della responsabilità della scelta, e così scaricare su altri i nostri fallimenti.

Qualcuno invece sembra abbia deciso bene, se ne sta tranquillo a fare i fatti suoi, a un certo punto però si accorge che c’è qualcosa che non quadra nella vita oppure viene posto di fronte con evidenza a una luce, a una intuizione, a una verità che gli fa cambiare radicalmente strada, gli si aprono gli occhi,  percepisce dentro una voce, una spinta che non lo lascia tranquillo. E’ stato a Medjugorie e niente è stato più come prima e ha cambiato vita.

Matteo era uno di questi. Pacifico, stava a contare i suoi soldi in banca, aveva un lavoro fisso, disprezzato da tutti perché se la intendeva per forza di cose con i romani, che occupavano la Palestina; un avvenire sicuro, una cerchia di amici della stessa risma che gli faceva da cortina di fumo per non vedere i problemi, qualche bella cena, qualche buona avventura e guadagno sicuro.

Faceva il bancario, probabilmente il banchiere. Aveva messo assieme una buona squadra di riciclatori di danaro. La sua vita era l’esatto contrario di un timorato di Dio. Dove passava, dove metteva mano, sporcava, rendeva impuro, rovinava la limpidezza della vita. Se entravi nel suo giro avevi finito di essere a posto. Ce n’è anche oggi di gente così; da quando ti sei messo a frequentarla hai perso la pace in famiglia, ti è calata la stima degli amici, stai alla larga dalla polizia, non ti fai più vedere in Chiesa.

Ma un giorno gli capita al banco, dove sta facendo mazzette di tagli considerevoli di  euro, Gesù. E Gesù punta su di lui lo sguardo, il dito, la sua persona, la sua voce perentoria, tutto il suo fascino e gli dice: “Matteo che stai a fare dietro questo tavolo a consumare la vita a far bonifici, a giocare in borsa, a riciclare soldi sporchi, a finanziare armamenti, a sostenere terroristi o a commerciare droga? Non hai idea di quanto può essere più bella e più piena la vita che ti presento io! Seguimi”. È una parola magica: indica urgenza, distacco, decisione, cambiamento. Matteo si trova coinvolto alla grande, cambia vita. E, alzatosi, messosi dritto davanti a Gesù, davanti alla vita, davanti a un nuovo futuro, nella dignità di tutta la sua umanità, messa in discussione da questo invito, lo seguì.

Continua ancora la sua vita di relazione, ha ancora i suoi amici, sicuramente deve giustificare loro perché abbandona la sua ricca posizione sociale per correre dietro a un predicatore che non si sa quanto raccomandabile sia; prepara una grande cena e vi invita Gesù.

E Gesù va con grande scandalo dei benpensanti a portare la sua speranza. Gesù non disdegna nessuna delle nostre mense, si fa compagno di tutti, non ha paura, vuole solo la nostra felicità. Gesù siede a mensa con questi fondi di galera, compie quel gesto, delicatissimo, intimo, che farà soltanto con i suoi discepoli più cari. Nessuno è fuori dal regno di Dio. Non c’è peccato, carognata, assurdità, malvagità che tenga.

Gesù, il Vangelo, non è un premio per i buoni, ma una offerta per tutti. Con la scusa di difenderlo, noi cristiani spesso abbiamo chiuso il Vangelo in sacrestia. Invece è vita per tutti. Dove è morto alla fine Cristo? Tra due peccatori e ritenuto peccatore lui stesso.

2 Luglio 2021
+Domenico