Il Signore è proprio Gesù

Una riflessione sul vangelo secondo Marco (Mc 12,35-37)

In quel tempo, insegnando nel tempio, Gesù diceva: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo:
“Disse il Signore al mio Signore:
Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici
sotto i tuoi piedi”.
Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?».
E la folla numerosa lo ascoltava volentieri.

Audio della riflessione.

Fa parte di un buon modo di pensare, abbastanza accettabile anche nelle relazioni quotidiane il credere che Dio esista, pensare di non essere a questo mondo a caso, ma entro un sapiente piano di un Dio che ha creato cielo e terra. L’uomo è naturalmente religioso. È un Dio che sta bene ci sia, che entra abbastanza facilmente dentro i nostri modi di pensare, quasi una componente necessaria al funzionamento dei nostri ragionamenti.  

A un cristiano però è chiesto un passo più in profondità, è richiesto di pensare e di credere che questo Dio che sta al principio di ogni cosa, che dà identità al nostro stesso essere, è quel Gesù di Nazaret di cui parlano i vangeli, che è vissuto concretamente in un determinato popolo, entro le esperienze della nostra esistenza umana. 

Se non si sta attenti noi cristiani adoriamo sempre un Dio che ci costruiamo noi con le nostre fantasie, con le nostre devozioni, con i nostri sentimenti. La bibbia dice chiaramente che Dio nessuno lo ha mai visto. Non si dà a vedere, non è frutto di congetture umane, né di raffigurazioni esaltanti. L’unico che ce lo può mostrare è Gesù di Nazaret, questo uomo che fu crocifisso. 

L’atto di fede che ogni giorno siamo chiamati a fare è credere che il mio Signore, il senso della mia vita e della storia, l’unico in cui c’è salvezza, la roccia su cui poggiare la vita intera non è un’idea o un principio, anche molto nobile come la giustizia, la libertà, l’uguaglianza, ma è questo uomo di Nazaret, questo Gesù che nella sua morte da maledetto, nella sua vita normale e umile, ci rivela il volto di Dio, la sua grande bontà e la sua dedizione alla felicità di ogni uomo.  

In questa direzione andavano le diatribe che i farisei facevano con Gesù e lui si è dedicato a chiarire questo con un linguaggio molto popolare e che la gente seguiva volentieri. Dice il vangelo: e la numerosa folla lo ascoltava con gusto. Certo ti fa piacere che qualcuno faccia luce nei tuoi pensieri, ti aiuti a svelare il senso della vita.  

Qualcuno purtroppo crede ancora che queste cose siano un di più: quello che conta è avere un lavoro, aver salute, avere soldi sufficienti per vivere, possibilmente anche un po’ di più per stare bene. Crediamo che la fede in Dio sia un soprammobile. Invece credere nel Dio di Gesù Cristo ci permette di collocarci al posto giusto nella vita, di definirci chi siamo, di guardare con speranza al nostro futuro, di dare senso alle cose che ci capitano tutti i santi giorni del nostro pendolarismo esistenziale.  

S. Giovanni Paolo II è stato un uomo che a Gesù ha dedicato tutta la sua vita che si è speso per riaccendere le speranze di tutti in lui, non nella magia, non nel devozionismo, non nelle belle maniere, ma in Lui, morto e risorto, sofferente e gioioso.  

09 Giugno
+Domenico

Dio e il prossimo: l’unico vero amore della vita  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12,28-34)

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio».
E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Audio della riflessione.

La necessità di semplificare, non di fare i leggeroni, oggi è assolutamente necessaria. In un mondo pieno di informazioni, invaso da immagini, destabilizzato dall’esasperazione delle emozioni e dei sentimenti è necessario avere qualche punto fisso da cui guardare la vita, soprattutto è necessario avere capacità di sintesi, cioè la possibilità di dare unificazione al nostro pensare. La vita non è una somma di fatti, un susseguirsi disordinato di eventi, ma è una storia composta di avvenimenti nella coscienza di ciascuno, un filo d’amore che Dio tesse nella vita di tutti e tocca a noi intercettare, rendere consistente, offrire quasi una corda di solidarietà a tutti. Così è della nostra vita cristiana.  

C’è un punto unificatore di tutto? Esiste una scelta di base che dà significato a tutta l’esistenza, che permette di valutare e rivedere, di riorientare e ritrovare forza dopo le immancabili cadute e defezioni, dopo lo smarrimento e la debolezza dei nostri comportamenti? C’è nel cristianesimo un principio base che giudica tutte le alterne vicende della nostra vita? L’aveva anche il popolo di Israele. Era lo Shemà Israel: ricordati, ascolta Israele: il Signore Dio nostro è l’unico Signore.  

Anche Gesù lo ha imparato dalle labbra della mamma, lo ha ripetuto tante volte quando andava in sinagoga come ogni bambino ebreo e lo ripropone carico della novità assoluta dell’amore di Dio fatto carne in Lui al nuovo popolo dell’alleanza, a tutti i cristiani che erano allora, che sono e che verranno.  

\Ama Dio e ama il prossimo. Non fare separazioni che sarebbero ben comode, non fissarti sull’ uno o sull’altro se vuoi rispondere seriamente alle esigenze che io ho seminato in te: ti ho messo dentro una nostalgia di Dio grandissima e non sarai felice se non la seguirai; ti ho messo dentro una assoluta necessità di stare con gli altri, di amare e vivere in pace con tutti gli uomini e la loro compagnia ti sarà strada di felicità se li amerai. Sono un unico amore, ma attento: non viverli mai in alternativa, non dare all’uomo quel che è di Dio e non depositare in Dio quello che devi assolutamente ai tuoi simili. È un riferimento semplice, ma è impegnativo, come si è sempre impegnato Dio per noi. Non si tratta di fare fifty-fifty, metà ciascuno, ma di fare quell’unità che riconosce a Dio la pienezza e nell’amore del prossimo la concretezza sperimentabile nella nostra umanità.

08 Giugno
+Domenico

La vita eterna si snoda al sole di Dio, non ai nostri aggiustamenti

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12,18-27)

In quel tempo, vennero da Gesù alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e lo interrogavano dicendo: «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo ugualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: “Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”? Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».

Audio della riflessione.

La nostra vita finisce qui tra queste quattro strade che percorriamo ogni giorno per andare a lavorare, a studiare, a fare la spesa? I nostri giorni sono inscritti e delimitati da questi orizzonti pur belli, ma chiusi su cui ci muoviamo? C’è un futuro a questi giorni, la polvere di ossa consumate o cremate, i tristi loculi di un cimitero sono la nostra fine? Abbiamo in cuore una insopprimibile esigenza di oltre, di futuro, di apertura a orizzonti e spazi infiniti. Il cielo che ci sovrasta, che tentiamo di bucare con ogni sorta di sforzo tecnico e che ci meraviglia per le dimensioni grandissime che ha, ci apre a sogni di eternità. La nostra vita non può ridursi al niente. È il desiderio di ogni uomo. L’avevano anche i contemporanei di Gesù. “Vennero a Lui dei sadducei, i quali dicono che non c’è risurrezione”. 

 In un mondo religiosissimo come quello di Gesù, in cui la presenza di Dio era parte integrante della vita personale e pubblica e non era assolutamente messa in dubbio, si stentava a credere in un futuro di risurrezione. Allora Gesù molto semplicemente li fa ragionare. Che Dio è quello di Abramo, di Isacco, di Giacobbe? È il custode di un cimitero, assiste imperturbabile alla distruzione definitiva della vita delle sue creature? Si accontenta di mettere al mondo dei giocattoli che alla fine si rompono irreparabilmente e spariscono? Che vanno collocati per un po’ di tempo in loculi tristi e caduchi? O è un Dio che costruisce eternità, vita per sempre? Oggi noi facciamo più fatica a credere nella risurrezione, perché abbiamo tolto dall’orizzonte Dio, ma se Dio sta nella nostra fede, allora è bello pensare che la nostra vita non avrà mai fine, ma si troverà al suo vero posto in Lui. È sicuramente un fatto non immaginabile e tutte le nostre congetture peccano sempre di adattamento al ribasso. 

  I sadducei hanno fatto a Gesù la classica domanda di chi poteva essere moglie nell’aldilà una donna che aveva sposato sette fratelli dopo la morte di ciascuno di essi. Non abbiamo proprio fantasia, o non vogliamo averla. Immaginiamo la vita in Dio come un tranquillo accomodamento delle nostre vite nel tempo. È come quando sei nella nebbia e continui a pensare che è meglio avere fari sempre più capaci di fenderla, mentre invece la vera risposta è il sole, qualcosa che va al di là e al di sopra delle nebbie.  Così sarà la nostra vita in Dio oltre le nostre piccole fantasie, nella sua grandezza e bontà, nella radice di ogni nostro amore che è solo una pallida idea di quello di Dio. Non ci serve più l’immaginazione, ma una grande fiducia in Dio, nella sua paternità e nel suo amore unico per ciascuna delle sue creature.

07 Giugno
+Domenico

Oltre le tasse, il regno di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12,13-17)

In quel tempo, mandarono da Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso.
 Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?».
 Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». Ed essi glielo portarono.
 Allora disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio».
E rimasero ammirati di lui.

Audio della riflessione.

Pagare le tasse è sempre un problema di tutti. Fai parte di un comune e ti arriva l’IMU, fai una compera e c’è sempre l’IVA, inizi una attività e metti un cartellone e c’è la tassa sulla pubblicità, devi collocare correttamente i rifiuti, devi separarli bene e ti mettono un’altra tassa…. Il tema è vecchio come il mondo e molti cristiani non si fanno nemmeno la domanda che fanno a Gesù e non le pagano.  

Nel vangelo sono i farisei e gli erodiani, i sudditi di Roma e di Erode che fanno la domanda non troppo innocente a Gesù per coglierlo in fallo; non hanno dubbi che bisogna pagare le tasse, e in questo sono più onesti di molti di noi, ma, a seconda di colui a cui le paghi, passi per ebreo irriducibile o per sobillatore politico. “È lecito o no dare il tributo a Cesare?”. Come sempre Gesù non abbocca, non solo per evitare il tranello che gli hanno posto, ma per fare della domanda un momento umano, serio, religioso di ricerca della propria condizione umana. A Gesù non interessa dare solo e soprattutto la ricetta per un comportamento civico; non raccomanda né la rassegnazione di fronte all’ordine costituito (punto di vista dei farisei) né il rifiuto (opinione degli zeloti) e neppure benedice lo stato imperiale (tendenza degli erodiani). 

Gesù fa capire che anche a partire dal pagamento delle tasse occorre alzare il livello del comportamento umano. C’è sicuramente una responsabilità di cui farsi carico se si vive in una comunità; c’è da convivere con altri e questa convivenza se vien orientata a dei beni comuni come la difesa della salute, della sicurezza del lavoro di tutti i principali diritti umani… ha diritto di chiedere a chi ne fa parte di partecipare ai costi della vita sociale. La risposta di Gesù non è una semplice astuzia per eludere il problema e non cadere nel tranello teso dai farisei e dagli erodiani. Non dice semplicemente: «Date a ciascuno ciò che gli spetta», senza determinare ciò che spetta a ciascuno. 

Per Gesù il problema è un altro: dare a Dio ciò che è di Dio. Come la moneta del tributo porta l’immagine di Cesare e appartiene a Cesare, così l’uomo è immagine di Dio e appartiene a Dio. Il tributo da non lesinare al Signore è quello di darsi a Lui, amando Lui con tutto il cuore e il prossimo come se stessi. Le forme di servizio al bene comune di uno stato saranno tante, è importante che siano ben fatte, oneste, che non siano un latrocinio. La partecipazione alle spese è legittimamente voluta da Dio.  

Gesù ci dà un criterio in base al quale fare le nostre scelte: prima dare a Dio ciò che è di Dio. Solo così sapremo cosa dare al Cesare di turno. È importante sapere che l’uomo, immagine di Dio, è di Dio e deve ritornare a lui. Il titolo regale di Gesù non lo troveremo scritto su alcuna moneta, ma sulla croce.

06 Giugno
+Domenico

La vita è possesso o dono?

Una riflessione sul vangelo secondo Marco (Mc 12,1-12)

In quel tempo, Gesù si mise a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti, agli scribi e agli anziani]:
«Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a ritirare da loro la sua parte del raccolto della vigna. Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. Mandò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo insultarono. Ne mandò un altro, e questo lo uccisero; poi molti altri: alcuni li bastonarono, altri li uccisero.
Ne aveva ancora uno, un figlio amato; lo inviò loro per ultimo, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra”. Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna.
Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto questa Scrittura: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?».
E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro. Lo lasciarono e se ne andarono.

Audio della riflessione.

Nella vita siamo chiamati sempre a scegliere tra due traiettorie: tra la traiettoria del dono e quella del possesso, tra la traiettoria dell’amore e quella dell’odio, della gratitudine o del sopruso, e siamo chiamati a calcolare soprattutto come queste due traiettorie si incrociano nel cuore di Dio e lasciano segni nella carne di Gesù. 

Ti capita questo quando guardi la natura o la apprezzi e ti esalta o la sfrutti e ti abbruttisce; quando hai relazione con le persone: o le ami e le fai felici oppure le usi e ti rendi infelice; quando ti elevi a Dio; o lo canti e benedici e ti si aprono nuovi orizzonti oppure credi di fartene oggetto di inganno e distruggi la tua stessa dignità umana. Il teatro di queste scelte è la vita, è la vigna del Signore. 

La vita è sua, non nostra: ce l’ha affidata, l’ha curata, ne ha fatto capolavoro, l’ha architettata entro questo grande e meraviglioso universo; l’ha incastonata come un gioiello, in un cielo che ci pare infinito. 

In questo grande ordine ha messo noi e ci ha dato capacità di sognare, di stupore, di iniziativa, soprattutto di libertà. 

Abbiamo cominciato a sognare, ma invece di sognare un dono, una gratitudine un regalo, abbiamo concepito una morte. Si sono incrociati due grandi sogni su questa stessa vigna:  

– Il sogno di Dio: manderò mio figlio, è tutta la mia vita, io vivo per lui; è lui l’amato sopra ogni cosa, è la pienezza della vita, lui è la bellezza, la bontà, la santità, il sapore di ogni cosa. Mio figlio mi ha detto subito senza esitazione quando alla mensa della trinità è risuonata la mia domanda: chi manderò? Chi andrà per me? Eccomi manda me. Mi ha scelto lui di entrare in questa vigna, ho capito quanto ci tenesse a questo uomo, alla perla del creato, a questa storia di libertà.  

Gesù viene da questo oceano di amore, da questa sconfinata vastità di bellezza e di bontà.  Invece dai filari della vita, già resi tortuosi e imbrattai di sangue si formula un altro sogno 

Il sogno dei vignaioli, (che Dio non voglia che sia pure il nostro) Ecco il sognatore uccidiamolo. Questa vita è nostra e la vogliamo distillare e torchiare fino a spremerne l’ultima goccia. Dio aveva creato nei vignaioli l’abilità del torchio, una capacità innata di chiedere alla vita tutto e, illusi di poter possedere la vita come una cosa hanno mescolato il mosto con il sangue del figlio; hanno scatenato sul corpo del figlio il livore degli sforzi adirati, ma frustrati, di poter possedere la vita. E la vigna si è inaridita, ha incominciato a produrre veleno e non più vino.  

È la nostra storia, è il punto di arrivo della nostra mancanza di dono, della nostra miopia. È il mistero della nostra libertà, è il rischio in cui Dio ogni giorno gioca il suo amore. È una storia personale, che sta nel diario della nostra anima e diventa la storia di una comunità, di una società, di un mondo. Quando Dio dice le mie vie non sono le tue vie anche a questi due sogni contrastanti si rifà. 

Gesù si è messo di mezzo per svelare la contraddizione di questi sogni, la traiettoria sbagliata della nostra vita. È lui che svela le nostre intenzioni che ci spinge a prendere posizione.  

05 Giugno
+Domenico

Trinità, una comunità d’amore

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,16-18)

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Audio della riflessione.

Che cos’è quella insopprimibile spinta che sentiamo a incontrare gli altri? Perché con tutta la confusione e il frastuono che ci circonda non riusciamo a star chiusi nei nostri comodi loculi, dove ci monta una nostalgia di dialogo, di serenità di solidarietà? Stereo, parabolica, internet, e-mail, fax, Facebook, Twitter che già sono tutti strumenti di comunicazione con l’altro, non ci bastano.  

Sentiamo un bisogno viscerale di contatto, di relazione di stare con qualcuno. Abbiamo bisogno degli altri per vivere, per crescere, per essere. Gli altri sono per noi necessari come l’aria che respiriamo. Il nostro cuore non può essere riempito da un bel quadro, da un gatto o da un cane o da un coniglietto che ci portiamo appassionatamente anche in aereo in apposite gabbiette, con tutte le tutele della legge. Sono tutti dei placebo.  

Il cuore vuole in maniera insopprimibile un’altra persona come noi, da guardare, da toccare, da incontrare, da amare. E la gioia comincia a dischiudersi solo quando stiamo con lui, con lei, con loro. Le immagini, le fiction, le televisioni sono solo simulazioni, strumenti, rimandi. Sembra che ci riempiano di vita, ma ci distorcono solo se non sono accompagnati da relazioni nuove e buone.  

È una constatazione molto semplice pure banale, anche se dà ragione della causa di tanta infelicità di bambini che non vedono mai i genitori, di giovani, che sono senza amici, di anziani che possono solo ascoltare una radio, di uomini e donne mature che si incrociano senza incontrarsi. Se alziamo lo sguardo a Dio questa nostra sete di relazione assume una sorprendente profondità. Noi siamo fatti a immagine di Dio, e Dio è una comunità di amore. Siamo fatti per dialogare, incontrarci amare perché Dio è Trinità. Il Dio dei cristiani non è un single, non teme politeismi idolatrici, è un Dio che è Padre, che è Figlio, che è Spirito Santo.  

È una comunità di amore, è relazione assoluta, è un dialogo di conoscenza e amore fra tre persone: così Gesù ci ha aiutato sorprendentemente a conoscere il volto di Dio. La creazione di Dio Padre, il dono fino alla morte di Gesù, la comunione d’amore che tutto avvolge dello Spirito sono il nostro futuro di uomini e donne, il nostro habitat, la nostra felicità. Il mistero di Dio non è un mistero di solitudine, ma di convivenza, di creatività, di conoscenza, di amore, di dare e ricevere; è per questo che noi siamo come siamo. 

Nella diocesi di Palestrina da pellegrini si va quasi tutti, non una volta sola nella vita, alla Santissima Trinità, un bellissimo santuario a 1400 mt. Durante il percorso si canta un inno che avrà almeno una trentina di strofe tentando di spiegare le tre persone divine;  quando cerchiamo attraverso la solidarietà di un cammino faticoso di portare alla Santissima le nostre pene, le nostre famiglie, i nostri pianti e le nostre gioie, stiamo facendo comunione tra noi come vuole la santissima Trinità, stiamo uscendo dai nostri gusci ben protetti e rinforzati per diventare per gli altri il sorriso e la forza di Dio, la sua carezza e il suo conforto.

04 Giugno
+Domenico

La vita è una domanda da affrontare seriamente

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 11,27-33)

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli andarono di nuovo a Gerusalemme. E, mentre egli camminava nel tempio, vennero da lui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?».
Ma Gesù disse loro: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi».
Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Diciamo dunque: “Dagli uomini”?». Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo».
E Gesù disse loro: «Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

Audio della riflessione

Capita spesso di trovarci sotto inchiesta. La gente vuol sapere di te, vuole informarsi; magari ha capito che le puoi essere utile o l’hai incuriosita oppure anche senza saperlo l’hai importunata e vuole quindi difendersi. Siamo sempre sotto inchiesta? O deve essere più limpida la nostra esistenza, più attenta alle persone, più coinvolta nella vita di tutti? 

A Gesù capitava spesso di trovarsi a dover rispondere a domande, spesso provocazioni, anche perché la sua vita voleva essere un messaggio di salvezza per tutti. Il mondo religioso di allora era sempre molto preoccupato delle sue affermazioni e a ragione, perché la sua missione era di dare una svolta radicale al modo di pensare Dio che vivevano gli ebrei colti. Questo Dio se lo erano imprigionato nei loro modi di pensare. Gesù spesso subisce un interrogatorio in piena regola. Il processo che gli intenteranno per ucciderlo era già cominciato prima del tempo. Gli argomenti erano vari, il tributo da pagare a Cesare, la risurrezione dei morti, il ruolo centrale e definitivo del Tempio, l’autorizzazione a lapidare una prostituta… e molte altre. Quella che oggi ci propone il vangelo è l’autorità di Gesù. Con quale autorità fai queste cose? La domanda gliela pongono i membri del Sinedrio, l’alta corte di giustizia, quindi la cupola della religione ebraica. Gesù infatti si era permesso, perché era anche il cuore della sua missione, di metterli sotto accusa perché si ritenevano gli unici a proporsi come maestri in questo campo specifico e si ritenevano depositari di un potere che proviene da Dio. Come sempre Gesù ritiene le domande dell’umanità, non come cosette che hanno bisogno di una rispostina, come dei tombini da coprire con delle botole, ma come esigenze di vita che vanno approfondite e su cui fare delle scelte. Chiama subito in causa, con un’altra domanda, la figura di Giovanni il Battista e la sua missione. Era tutta farina del suo sacco o proveniva dall’alto? Era stato mandato da Dio o era una sua iniziativa, mandato dagli uomini? Riporta cioè i sadducei a prendere posizione su una eventuale missione divina di Giovanni e quindi aprire la loro mente a pensare di origine divina la sua stessa missione di Figlio di Dio. Chiaro che non rispondono perché non vogliono mettersi in quella profonda conversione che lo stesso Giovanni non era ancora riuscito a provocare in loro, ma soprattutto li vuole aiutare ad andare al fondo delle loro stesse domande.  

“Quindi neanch’io vi dico con che autorità vi parlo!” Come a dire: scavate a fondo nelle vostre domande, che sono domande che Dio stesso vi fa nascere dentro per la vostra salvezza che voi continuate a rifiutare perché vi sentite padroni non solo della gente, ma anche di Dio.  

Questa sicumera l’abbiamo anche noi quando non ci decidiamo a fare una scelta vera di fede in Gesù, quando mettiamo Dio alla sbarra, lo riteniamo responsabile di tutti i nostri mali, ci crediamo di essere meglio di Lui a reggere l’universo sia della nostra vita che del mondo e non vogliamo convertirci alla sua Parola, al suo Figlio Gesù. 

03 Giugno
+Domenico

La fede per Gesù è ricercata dall’umanità, ma non è nell’ordine delle nostre evidenze o delle risposte ai nostri bisogni

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 11,11-25)

[Dopo essere stato acclamato dalla folla, Gesù] entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània.
La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi. Rivolto all’albero, disse: «Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!». E i suoi discepoli l’udirono.
Giunsero a Gerusalemme. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. E insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto:
“La mia casa sarà chiamata
casa di preghiera per tutte le nazioni”?
Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».
Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento. Quando venne la sera, uscirono fuori dalla città.
La mattina seguente, passando, videro l’albero di fichi seccato fin dalle radici. Pietro si ricordò e gli disse: «Maestro, guarda: l’albero di fichi che hai maledetto è seccato». Rispose loro Gesù: «Abbiate fede in Dio! In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, per- donate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe»
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Audio della riflessone

Abbiamo tutti dei sentimenti religiosi. Quasi tutte le ricerche sociologiche dicono che la domanda di Dio è dentro la vita di ogni uomo, fa quasi parte del suo statuto antropologico, del suo DNA. Dicono infatti molti scrittori e pensatori, molti uomini di scienza che nell’uomo c’è una inquietudine innata dovuta alla ricerca di un punto di riferimento solido, di un trascendente, che è necessario per capire la vita. Ci occorre salire su un albero per allargare gli orizzonti se vogliamo capire chi siamo e questo albero non è il tifo per la squadra del cuore o l’infatuazione per una star, ma la ricerca di un essere trascendente, di cui riuscire a scoprire le carte, il volto, meglio.  

La dimensione religiosa insomma non è una forzatura o un partito preso, ma spontaneo e normale. Tanto più che là dove non si cura la dimensione religiosa, questa irrompe nella vita dell’uomo in molteplici forme anche violente. L’uomo è tendenzialmente religioso. Ha bisogno di rapportarsi un qualcosa di superiore.  

La storia dei popoli della terra è tutta una dimostrazione di questo. Il secolo 21esimo che stiamo vivendo sta caratterizzando di religiosità, talora impazzita, le nostre storie quotidiane. Non avremmo pensato dall’alto del nostro positivismo e materialismo viscerale del secolo scorso che ci sarebbe stata una impennata di religiosità, di spiritualità, di domande che vanno oltre le nostre esperienze o constatazioni. I giovani oggi, dopo la stagione del Covid hanno bisogno di spiritualità, di fare i conti con il senso dell’esistenza. Sono già passi importanti e spesso inquietanti 

Ma la fede in Gesù esige un ulteriore salto di qualità, non è in continuità con i nostri ragionamenti umani, è un fatto del tutto nuovo. Il Dio che la fede in Cristo invoca è un Dio sorprendente, che non sta negli schemi della storia delle religioni. È un Dio Crocifisso, è un amore che si inscrive nella debolezza, è un perdono gratuito, non è una riscossione di meriti, ma una agenda di gratuità, di sovrabbondanza di doni. 

Per questo quando Gesù parla di Giovanni, che è un campione di religiosità, di esperienza di Dio, lo dice grande, ma non tanto come colui che accetterà il dono di un Dio Crocifisso, la grazia della definitiva offerta di Gesù come senso completo della vita. Il più piccolo del regno dei cieli è più grande di Lui. Da quando Gesù è entrato nella nostra vita la religione ha fatto un salto di qualità.  Questo è un altro segno di un Dio che accompagna l’umanità nella sua esistenza. 

02 Giugno
+Domenico

A lezione di vita da un cieco

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 10,46-52)

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Audio della riflessione

Questo cieco è talmente concentrato su ogni piccolo brusio, su ogni tipo di passo che a distanza ti sa dire chi passa. È una vita che sta seduto sulla strada e mendicare.  

Alcuni si fermano a parlare con lui e soprattutto gli dicono che in altri paesi c’è un uomo di nome Gesù, che sa restituire ad ogni uomo la sua dignità; non fa il medico, non è un mago, non fa il prete del tempio, continua a parlare di Dio come nessuno mai ha fatto: non chiede soldi, ma fede; non gli interessano quelli che contano, ma quelli che stanno male e che soffrono.  

E per questo povero cieco, figlio di Timeo i giorni passano lunghi e tristi come tanti nostri giorni che passano su orizzonti chiusi senza mai capire dove siamo, verso che cosa andiamo, adattati al ribasso, ripiegati su noi stessi, in un vicolo chiuso, ciechi noi stessi perché non vogliamo o non possiamo vedere al di là del nostro interesse, della nostra passione, del nostro calcolo. Non è neanche una vita in bianco e nero, è solo tutto grigio. 

Ma all’improvviso sente un movimento strano, un vociare nuovo: è la gente che si lascia scappare sempre più forte il nome di Gesù. Gli scatta una molla dentro, non ce la fa più e si mette a gridare, non lo riesce a calmare nessuno. Lì c’è la luce, lì c’è la vita, lì sta passando lui. Non voglio monete, non ne posso più di questo orizzonte chiuso.  

Gesù s’accorge e lo chiama. Un balzo contro ogni prudenza, non gli interessa di sbattere contro un muro o un palo; butta là il mantello: Signore che io torni a vedere. E Gesù: la tua fede ti ha salvato e quello comincia a vedere. Ha voluto con tutto sé stesso quel dono e Gesù non glielo può negare. È balzato prepotentemente in una vita piena. 

 Noi invece crediamo di vederci, di avere una vista pure furba! Ma siamo proprio sicuri di vedere bene tutto? Siamo sicuri che abbiamo un orizzonte largo abbastanza da vedere le cose vere della vita? Riusciamo a vedere la strada da fare per diventare persone affidabili? Vediamo tutto il bene che c’è nelle persone o vediamo solo il male? Sappiamo vedere se c’è amore in chi mi sta accanto?  

 Il Signore ci ha dato la luce vera e necessaria per vedere bene: Gesù è questa luce, che mi permette di guardare a fondo nella vita, di non stare alla superficie. Siamo ciechi sulle cose belle, importanti e vere perché ci accecano tutte le stupidate che andiamo a cercare in Internet o nei social. Ci è mai capitato di entrare in una stanza dopo essere stati al sole. Non ci si vede niente per un po’. Ecco di fronte alla vita siamo così. Abbagliati dal niente e non riusciamo a vedere il vero, il bello, quello che conta. 

 Gesù è questa luce nuova e noi gli chiediamo di farci vedere sempre il bello della vita. Come si fa a ingaggiare questa luce, dove è l’attacco a questo contatore? Noi siamo da sempre amati da Lui, basta che lo cerchiamo e lo invochiamo con fede come ha fatto questo cieco.  

1 Giugno
+Domenico

Un aiuto vicendevole tra Maria ed Elisabetta al servizio del Messia

Una riflessione sul vangelo secondo Luca (Lc 1,39-56)

In quei giorni, Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Audio della riflessione

C’è una forte intesa fra le donne quando si confidano le loro difficoltà, i loro segreti, le esperienze intime della loro vita, le apprensioni per quello che sta accadendo nella loro corporeità, quando sentono di avere in seno una vita che nasce. Non è solo connivenza, diventa subito solidarietà, desiderio di aiuto, condivisione dei pensieri e dei timori, delle cure e delle speranze.  

Chi si trova in questa situazione è una donna avanzata in età, Elisabetta, di origini nobili, della casta sacerdotale, sposa a un ministro dell’Altissimo, a un fedele servitore del tempio. Aveva aspettato tutta la vita un bambino, l’aveva desiderato tanto come ogni donna che vuol vivere in pienezza la sua vita, ma non le era stata data questa grazia e proprio quando aveva riposto nel cassetto ogni suo sogno si trova a registrare questo fatto sconvolgente, questa gioia incontenibile, questa sorpresa e stupore. Nasce però anche il timore: alla mia età? Che sarà di questo bambino, come nascerà? Il marito, il vecchio Zaccaria, era rimasto muto e la confortava con segni e i segni andavano sempre decifrati, capiti, inscritti in un disegno più grande di loro, nella grande bontà di Dio.  

Maria, la madre di Gesù viene a conoscere questa situazione bella e delicata, e decide di mettersi a fianco di Elisabetta per aiutarla a vivere serenamente l’attesa, perché anche lei è in attesa, anche lei è stata tirata nel vortice incontenibile della vita divina. E l’incontro tra le due madri è tra le scene più belle della storia umana di tutti i tempi: la giovanissima e l’anziana, il nuovo e il vecchio testamento, il compimento delle promesse e gli ultimi sospiri dell’attesa, la vita di Dio e la vita dell’uomo, il Magnificat e l’Ave Maria.  

Sono i due bambini, ancora all’inizio della vita, che si parlano, che cominciano a sconvolgere il mondo, che esprimono la gioia della terra per quello che Dio sta finalmente compiendo. Una benedizione nasce nella bocca di Elisabetta, un canto di lode in quella di Maria. Rallegrati Maria, dice Elisabetta; l’anima mia esulta nel Signore dice Maria. Benedetto il frutto del tuo grembo, benedetto il figlio di Dio, benedetto il futuro che nasce, dice Elisabetta; grandi cose ha fatto l’Altissimo e noi ne diamo a tutti testimonianza. Dio è grande, Dio è forte, Dio è la pienezza della nostra vita, dice Maria. La preghiera più nota che noi cristiani recitiamo, l’Ave Maria è stata iniziata dall’angelo Gabriele e continuata da Elisabetta e per noi è dolce completarla con la nostra consapevolezza di peccatori (prega per noi peccatori) per avere Maria a custodirci fino all’ultima ora della nostra esistenza. 

31 Maggio
+Domenico