Il prete del tempio e il levita: pendolari del sacro che smontano dal turno

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10,25-37)

Audio della riflessione

Siamo un poco tutti pendolari, siamo sempre una categoria troppo debole: spendiamo un sacco di tempo sulla strada e siamo soggetti a tutto … ingorghi, ritardi, persone balzane, ladri, prepotenti … te ne devi sempre aspettare una ogni giorno, sai quando parti la mattina e non sai come torni la sera.

In apertura e chiusura sempre una avventura: la strada. Per questo vediamo nella strada solo il punto di partenza per il nostro lavoro, per i nostri obblighi di società; ci sarà di nuovo ancora il luogo del ritorno, stanchi, ma soddisfatti di rimetterci nella serenità e nella gioia della vita che ritorna ad essere nostra, perché ritorniamo in famiglia, tra gli amici.

Il pericolo però … è che pensiamo che il tempo del viaggio sia proprio inutile, da vivere in apnea in attesa che passi: vivevano così anche i leviti che lavoravano al grande tempio di Gerusalemme: loro pure pensavano che la loro vita consistesse proprio nella gioia del tempio, del loro contatto con Dio, dei momenti belli, anche sinceri di preghiera nella pace del convento, le volute di incenso fatte salire per dire la gioia di servire il Signore, per aprire nella vita una finestra di eternità. Ma non pensavano che tutte queste belle esperienze di dialogo con Dio, di pace con se stessi  fossero in attesa di una autenticazione: il prossimo.

I due leviti, uomini religiosi escono dal tempio, pensano di aver dato a Dio tutta la lode possibile, tutto l’abbandono in Lui, pensano di aver dato alla vita interiore, al rapporto con il Signore tutto quanto era dovuto e finalmente si fanno i fatti loro, come facciamo tutti dopo aver lavorato, vissuto per la famiglia e terminati i tempi del quotidiano pendolarismo.

Quei due leviti ritornano a casa loro si immergono nel loro “pendolarismo” e non hanno più impegni. Che capita allora? Sulla strada del loro pendolarismo trovano un uomo riverso a terra mezzo morto: non pensano neanche lontanamente che il loro amore a Dio sviluppato nel tempio adesso esige una verifica, e scansano l’uomo ferito. Non capiscono che così spengono tutte le volute di incenso all’altare, rinnegano il loro dialogo con Dio.

Invece Dio sta proprio lì: quel ciglio della strada scandaglia loro il cuore e ne rivela la meschinità, l’astrattezza del loro rapporto con Dio, dello stesso servizio al Tempio. Sono “pendolari del sacro”.

Non si può essere pendolari del sacro, come non si può essere pendolari della vita: La vita e l’incontro con Dio non sono un lavoro 9-12/ pausa pranzo /15-18. E’ la tua coscienza, la tua umanità che dà sapore anche ai momenti più inutili. Sei sempre tu che vivi, che incontri, che scansi, eviti, ignori o accogli.

Non ti volti da nessuna parte, non cambi marciapiede per non inciampare, per non vedere, perché dall’altra parte ci sei sempre tu.

C’è un altro pendolare che si accompagna ai nostri passi distratti, affaticati, svenduti: è un mercante, senza il senso degli affari, senza preoccupazioni di “target” e di programmi, di profitti e di istogrammi di vendite, di nasdaq e di mibtel.

E’ Lui che si piega sull’uomo ferito, è lui che lo accoglie e lo consola, che non lo vede come un inciampo nella sua corsa veloce all’aeroporto.

Lui sa guardare la vita come una continua provocazione a dare significato al tempo e all’amore, ritiene più importante il tempo che lo spazio, il percorso invece che lo stare annoiati in uno spazio bellissimo, come dice papa Francesco.

Questo “pendolare”, che i leviti neanche lontanamente potevano intuire, era proprio Gesù: alla sua nascita non c’era posto per lui, Maria e Giuseppe nell’albergo; per questo raccoglie il ferito e ve lo porta. Si ferma e non ci abbandona, si carica e si fa carico di noi, e porta proprio là l’uomo ferito, e ciascuno di noi, e gli procura una ripresa per lui impensata.

Per lui ogni piega della vita è una scommessa: non è un pendolare del sacro, ma il Signore di ogni voglia di vivere, soprattutto la più flebile e la più disarmata.

5 Ottobre 2020
+Domenico

Torniamo a dire e cantare sempre “Laudato si’ mi Signore”

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 21,33-43)

Audio della riflessione

Chi si immaginava che la sua vita e la vita del mondo in cui vive sarebbe stata una lenta costante graduale evoluzione verso un mondo sempre migliore, ordinato, tranquillo, o per lo meno verso una completezza e armonia più pervasiva, si deve ricredere: gli sconvolgimenti che i fatti impongono, le migrazioni inarrestabili, la scomparsa di confini per la correttezza delle informazioni, le finanze, i popoli rimettono sempre in dubbio ogni buona meta o aspirazione.

La nostra sicumera di avere in mano tutto e di soffrire solo perché ci stavamo annoiando della vita è stata messa a dura prova dalla pandemia: la tua stessa identità che hai cercato di costruirti a fatica, quando vedi che non è più spendibile o nel lavoro o nel campo dei tuoi affetti, ti sta addosso come un peso e vorresti avere agilità per cambiarla.

In questo gioco entra sicuramente anche il tuo mondo interiore: ti sembrava di aver trovato qualche certezza, di aver sistemato anche questa zona “religiosa” della tua esistenza con qualche buona lezione di catechismo e qualche buona abitudine, invece vedi che tutto questo non regge più.

La fede si porta dentro istanze di rinnovamento, esigenze non solo di restauro intelligente, ma di rifondazione. Invece tu la lasci andare alla deriva, nella insignificanza.

Così accade nella coscienza dei singoli, così accade nella famiglia, nella stessa comunità cristiana che cambia radicalmente volto: ci si abitua tra di noi come al colore delle pareti, si tiene in piedi qualche vecchia tradizione e si soffoca o annega in una sorta di “modernità liquida”, perchè ogni slancio profetico, ogni invito al rinnovamento, ogni tentativo di colpo di reni risolutivo … non c’è!

“Perciò io vi dico: vi sarà tolto il Regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare”. Mi pare di vedermi davanti Gesù, che dopo tutti i tentativi possibili di far svegliare l’elefante, di far scattare la corsa, ci saluta e va altrove; è il padrone della vigna, che s’aspettava uva pregiata e invece deve fare i conti con qualcosa di selvatico e di insipido.

Certo Dio è fedele al suo popolo, a ciascuno di noi, alla sua Chiesa, ma non al punto di annullare il suo disegno di amore per l’umanità o di mettere da parte le sue esigenze di verità e giustizia.

Se i cristiani rifiutano, se l’occidente gli volta le spalle, se la cosiddetta civiltà cristiana lo rinnega o lo rifiuta, troverà altri che l’ascolteranno e farà vivere la sua Chiesa, la sposa inseparabile, altrove.

Ecco … sentirci dire questa minaccia oggi che celebriamo la festa di san Francesco,  un dono inimmaginabile che Dio ha dato alla nostra vita, alla nostra Chiesa, alla nostra società, alla nostra patria, e anche alla nostra stessa natura, alla sua creazione ci deve far riprendere forza, coraggio, speranza, visioni di mondo belle come il suo cantico di lode che deve ritmare la nostra ripresa di fede, di vita e di cura del creato.

Torniamo a dire … a cantare contenti, e a vivere la vita di ogni giorno “Laudato sì mi Signore”, a risentire Dio nella nostra vita, la sua tenerezza, il suo amore, la sua bellezza.

4 Ottobre 2020
+Domenico

Sei ancora tentato di farti sbattezzare?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 23-24) dal Vangelo del giorno (Lc 10,17-24)

«Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

Non è raro, trovare gente che non riesce ad apprezzare l’esistenza che conduce, l’ambiente, la città, la cultura, il paesaggio, le possibilità di vita di cui possiamo godere: è una tendenza antropologica più forte di noi … da bambini ci sembrava sempre più buona la minestra della zia, da grandi al gusto uniamo il lamento, al lamento l’abitudine, all’abitudine l’ingratitudine e in questa sequenza non sappiamo più godere delle cose semplici della vita.

Non scorgiamo più il miracolo di un giorno nuovo che comincia, la gioia di godere della salute, la bellezza di avere forza per fare tante cose: quando non le avremo più, saremo una lagna per tutti quelli che incontriamo.

È un difetto anche della nostra società opulenta: non siamo mai contenti di niente, non apprezziamo quello che abbiamo. Ora poi che siamo nella pandemia e di essa non scorgiamo la fine, siamo ancora più disperati, vediamo solo quello, non sappiamo alzare lo sguardo a un futuro migliore.

Sappiamo che Dio sta sempre seminando e proponendo il suo regno e noi non riusciamo più ad alzare lo sguardo per riprendere speranza.

Gesù nella sua predicazione si è scontrato con gente che non riusciva a capire la grandezza di quello che stava accadendo con la sua presenza nel mondo: avevano aspettato per secoli un segno, un futuro diverso, un messia e si erano stufati di attenderlo.

Quando è arrivato, non lo hanno riconosciuto. Ma tra la folla che lo seguiva c’era gente semplice senza tante “strutture di pensiero” o gabbie di abitudini. Solo questi lo hanno capito, hanno saputo scorgere in lui la novità di un Dio amabilissimo e vicino, di una Parola che va dritta al cuore.

Mi scrive un ateo convinto: “per me Dio non esiste, posso vivere senza inginocchiarmi, né di fronte a Dio, né di fronte ad altre divinità; la ragione è il contrario di una divinità che impone la genuflessione, lascia libero l’uomo di pensare ciò che vuole. Per me vivere senza Dio non è un tormento. Io trovo in me stesso, solo in me stesso la forza di emergere più forte da ogni prova.”

Certo … se la ragione diventa un assoluto non c’è spazio per la sorpresa, l’accoglienza di un gesto d’amore. Invece si può essere razionali fino in fondo e accogliere qualcuno che va oltre, non contro.

Molti avrebbero desiderato udire quel che voi udite e non l’udirono, conoscere la bellezza del Vangelo e invece hanno dovuto accontentarsi del buonsenso, dei talk show, delle fiction.

Quando siamo troppo pieni di noi, perdiamo la saggezza della vita: C’è una possibilità nel nostro mondo di poter tornare ad apprezzare la bellezza della nostra fede? O ci chiediamo tutti di farci “sbattezzare”?

Sicuramente possiamo tornare ad apprezzare la bellezza della nostra fede se tendiamo la vita come un arco. È una speranza da nutrire sempre!

3 Ottobre 2020
+Domenico

Un angelo custode ha sempre cura di noi

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18, 1-5.10)

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E’ bello sentirsi di qualcuno sempre, sapere che non sei mai solo, che hai qualcuno cui affidarti, che veglia su di te, che è disposto a faticare, a camminare, a crescere con te.

Questo sicuramente è un amico, è per una buona parte della nostra vita il papà, la mamma; qualcuno ha la grazia di avere un fratello o una sorella con cui si litiga,  ci si cerca, si bisticcia, ci si confida, ci si coalizza contro i grandi, ci si fanno confidenze.

Quando si è più grandi si cerca una guida: molti di noi ricordano di avere avuto nell’esistenza una persona che li ha sorretti, spronati, tenuti per mano.

Nella fede ciascuno di noi ha una presenza speciale, personale, di Dio: l’angelo custode. Dice Gesù, parlando dei bambini: non crediate di poter fare da padroni sulla vita di questi piccoli, di poterli strumentalizzare o disprezzare, perché i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio.

La storia di salvezza di Dio raggiunge ogni persona nella sua situazione concreta attraverso questi “messaggeri”, questi angeli, queste presenze personificate dell’amore di Dio.

Gesù nella sua vita ha esplicitato molte volte questo rapporto, soprattutto nell’ora suprema del dolore e dell’abbattimento, della possibile disperazione e del tradimento. Nell’orto del Getsemani, la notte della sua cattura da parte della soldataglia, Gesù viene confortato da un angelo.

I bambini sono già grandi e intoccabili per se stessi, per la persona che essi sono: devono stare al centro della nostra attenzione, ma spesso vengono usati come ricatto nelle famiglie, nei litigi tra papà e mamma, vengono usati nelle pubblicità, vengono rapiti, vengono fatti  morire in mare da scafisti assassini, della loro vita non si tiene conto, le città sono costruite a misura di adulto, non sono fatte perché anche loro vi possano vivere felici, sono spesso lasciati soli, vengono affidati alla TV, anche quando  fa scempio della loro innocenza. Molti vengono usati a lavorare, in certi contesti vengono usati come soldati, invece di giocattoli imbracciano armi.

Il maggior male è sempre la pedofilia, di cui tutti dobbiamo chiedere perdono, perché la responsabilità è di chi la compie, ma anche di tutti noi che non ce ne facciamo carico e non la impediamo. Potremmo continuare a ricordare le nostre inadempienze, ma solo per richiamarci ciascuno alle nostre responsabilità. 

Ci sono anche però molti che vivono per loro, per loro danno il massimo dell’amore. Tanti genitori sono capaci di atti eroici, quotidiani, senza tanto clamore; sono imparentati e in buona compagnia, spesso senza saperlo, con i loro angeli che Dio ha messo come sicuro segno di speranza nelle loro vite.

2 Ottobre 2020
+Domenico

Il regno di Dio è destinato a tutto il mondo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 1-12)

 «Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”»

Audio della riflessione

Abbiamo sempre bisogno di speranza: la nostra vita spesso si svolge nell’incertezza, nella approssimazione … viviamo di tentativi, di scongiuri qualche volta, di fortuna …

Gesù invece è venuto con una decisione definitiva: lavorare per il regno di Dio; e in Lui c’era una certezza incrollabile: “è vicino a voi il regno di Dio”.

Regno di Dio è una realtà che racchiude in se tutte le attese del popolo di Israele: quando lo udivano dalle labbra di Gesù capivano immediatamente che si trattava della loro grande speranza, della aspirazione di secoli … per loro era la fine di un incubo, la realizzazione di un sogno di popolo, incarnato in ogni famiglia, in ogni pio ebreo.

Era la certezza della presenza misteriosa, ma reale di Dio nella storia del popolo e di ogni persona: Gesù voleva che tutti si orientassero a questa attesa sicura.

Anche noi credenti oggi dobbiamo avere questa certezza: tutta l’umanità è “messe matura per la salvezza”. Il dramma dell’amore non amato, che non rinuncia mai ad offrirsi  è l’orizzonte stesso della salvezza, negata a nessuno e donata a tutti.

Non è vero che il mondo va verso il peggio, che la vita diventa sempre più impossibile, che il male è destinato ad avere il sopravvento, che stiamo andando verso la barbarie. Non è vero che ci stiamo allontanando dalla salvezza.

Dio è fedele, il suo amore è senza se e senza ma. La sua promessa non è vana; il male non vincerà per quanto si faccia forte e usi tutte le astuzie per compiere la sua distruzione.

Riuscissimo a vivere con questa certezza, con la consapevolezza che il Regno di Dio, che la pace, la giustizia, la felicità non sono soltanto promesse, ma realtà che determineranno per sempre la vita dei giusti: avremmo più fiducia nel nostro semplice e povero operare il bene.

Certo, quello che vediamo ci può scoraggiare, ma abbiamo bisogno di apostoli che testimoniano il grande bene che c’è nelle vite donate di chi soffre, di chi lavora per la giustizia, di chi con semplicità ama i suoi figli, i suoi malati, di chi fa il suo dovere.

Le cronache dei giornali non sono il diario del regno di Dio, ma spesso sono soltanto il “negativo” che sta sotto un mare di bene che Dio semina in ogni creatura.

Occorre andare a due a due a rinfocolare la speranza nel mondo, perchè Dio sta con noi, è presente più di quanto lo possiamo scorgere nelle pieghe della vita.

Basta avere questo coraggio, di alzare gli occhi, di guardare il cielo, non per estraniarci, ma per avere la certezza, e l’incontro con il suo sguardo, che ci permette di essere pieni di speranza.

1 Ottobre 2020
+Domenico

Dio sempre al primo posto e attende risposte, non tergiversazioni

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 57-62)

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Ogni nostra esistenza prima o poi viene messa di fronte a delle scelte da fare; ogni età ha le sue, ogni situazione pure; ogni ideale che ti proponi diventa sempre più esigente perché una scelta ne esige un’altra, un’altra ancora: così si cresce, si diventa adulti, si diventa soprattutto persone sempre ad ogni età.

La persona insomma non cresce “a caso”, ma sempre con una capacità di prendere decisioni: la riuscita nella vita non te la regala nessuno, mentre la vita ti è sempre regalata.

Ti vengono fatte  proposte precise e tu devi scegliere: se non scegli tu, la vita sceglie per te.

Così è anche la vita di fede. La fede te la dona Dio, la vita di fede ti chiede di scegliere, perché Dio non ti lascia mai solo e senza futuro.

Gesù nella sua vita, carica di bella umanità e chiarissima bontà, incontra ciascuno di noi e ci fa proposte precise e noi possiamo usare la nostra libertà per rispondere generosamente.

Una persona gli dice: ti seguirò, dovunque ti allontani. Gesù gli dice che Lui non ha dove posare il capo e che quindi, se lo vuol seguire, non deve porre la sua sicurezza nelle cose materiali, ha bisogno di porre la propria fiducia sopra di sé. Ma al credente non basta avere il proprio tesoro presso Dio: egli ha Dio come tesoro!

Ad un altro dice “seguimi”: è una chiamata chiara e precisa, che Gesù rivolge a tutti, anche ai peccatori. Colui, cui è rivolta, non mette in questione la chiamata, né il fine, né i mezzi, è disposto a stare senza sapere dove posare il capo, ma chiede una proroga: prima di seguire il Signore desidera fare un’altra cosa, compiere i suoi doveri, anteporre i suoi affetti … c’è un dovere di pietà filiale: lascia che mi allontani per seppellire mio padre; cioè vuol fare prima ciò che più gli sta a cuore, che praticamente diventa la sua prima preoccupazione, il suo volere, il suo piccolo o grande regno.

Se c’è sempre qualcosa d’altro prima del Signore, il Signore non è più il Signore, che può anche essere trascurato, ma mai secondo a nessuno.

La realtà umana anche la più grande non va assolutizzata: è sempre una realtà riflessa, come la luna che scompare quando appare il sole.

Se non abbandoni il padre, non diventi adulto e non ti sposi. Se non abbandoni ogni affetto prioritario rispetto a Dio e non ordinato a Lui, non sei libero e fallisci il senso della vita.

Il terzo gli risponde: Ti seguirò (al futuro), lascia prima congedarmi da quelli di casa mia. Gesù che ha in mente bene che cosa ha chiesto Eliseo ad Elia e da lui l’ha ottenuto – di salutare i suoi di casa prima – col discorso del mettere mano all’aratro e voltarsi indietro, fa capire che non è più concessa dilazione se si tratta di seguire Gesù e soprattutto non attaccarsi mai al proprio io, alle proprie vedute, al proprio interesse che diventa sempre il primo.

Non per niente Gesù ha detto: chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso.

Occorre volere il fine e i mezzi, obbedire a Dio, mosso unicamente dal desiderio di seguirlo e anteporre Lui, Dio, anche a te stesso.

30 Settembre 2020
+Domenico

San Michele – forza di Dio, San Raffaele – medicina di Dio, San Gabriele – l’inviato di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 47-51)

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E’ una festa molto popolare quella che si celebra oggi nel nome dei tre arcangeli di cui esplicitamente parla la Bibbia: il Vangelo riporta una frase di Gesù in dialogo franco e schietto con Natanaele, che si meraviglia di Gesù che lui non ha mai visto e che invece lo conosce profondamente.

A Gesù è bastato infatti sentire la sua frase schietta di scarso, se non addirittura nullo, apprezzamento per un abitante di Nazareth come Gesù e averlo visto sotto il fico, e lo invita a riservare la sua meraviglia, il suo stupore, la sua franchezza a cose ben più grandi, come la grande dedizione di servizio degli angeli, che salgono e scendono, cioè venerano e riconoscono nella sua umanità il Figlio di Dio.

Certo è un linguaggio molto simbolico che Natanaele capisce, apprezza, e vuol approfondire, perché il giorno dopo si presenta anche lui alle nozze di Cana e lì vedrà il primo grande segno del cambiamento dell’acqua in vino che dà inizio per il Vangelo di Giovanni alla missione umano-divina di Gesù.

La Chiesa però oggi vuole che fissiamo l’attenzione su una terna importante di arcangeli che stanno al servizio di Dio e dell’umanità, facendosi messaggeri della volontà di Dio presso gli uomini e custodi della stessa vita e cammino degli stessi uomini.

Sono san Michele, Forza di Dio, di cui nell’Apocalisse si ricorda il suo grande combattimento con gli angeli contro il drago, che insidia la bontà dell’umanità.

San Gabriele, l’inviato di Dio, che annuncia il cambiamento della storia di Dio con l’uomo con il suo dialogo preciso e impegnativo con Zaccaria – ricordate – nel tempio, quando gli annuncia, poco creduto, che diventerà padre del precursore di Gesù, Giovanni il Battista e lui ancora annuncia a Maria che diventerà la madre di Gesù.

San Raffaele medicina di Dio, che nella Bibbia viene descritto come colui che aiuterà Tobia nel suo viaggio per portare al vecchio padre una medicina per ricuperare la vista che aveva perso durante il sonno dopo un suo tormentato e faticoso atto di pietà nel seppellire, come era solito fare, persone ammazzate e negate di sepoltura.

Insomma … esiste un’altra moltitudine di creature, gli angeli, che Dio ha posto come custodi a ciascuno degli uomini, anch’essi dotati di libertà e volontà per servire al meglio Dio, ma come l’uomo tentati nell’uso della loro libertà.

Chi non usa bene la sua libertà, ma si mette contro Dio sarà cacciato nel regno delle tenebre e diventerà spirito di divisione e di male, cioè diavolo o demonio o satana.

Gli angeli comandati dagli arcangeli hanno fatto guerra agli spiriti del male, hanno vinto, sono stati precipitati lontano da Dio, mentre loro sono diventati particolari protettori di ogni persona. A noi il compito di essere attenti al loro aiuto e pregare perché siano sempre al nostro fianco contro le tentazioni al male.

29 Settembre 2020
+Domenico

Il fondamento di ogni cristiano e della chiesa è sempre Gesù Cristo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 46-50)

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Il desiderio di primeggiare, di essere una spanna al di sopra degli altri, la voglia di controllare tutto e tutti quelli che fanno del bene, perché sembra quasi che debbano chiedere il permesso a noi, prima o poi ci invade: siamo come persone, che come gruppo, come associazione, come partito e come comunità o società civile, ma è sempre la stessa cosa.

Né vale  la pena di camuffarsi in una sorta di umiltà falsa, da facciata, tipo collo torto, perché si vuol avere sempre la volontà di prevalere o di costringere anche coi guanti bianchi.

Gesù ha spiegato non una volta sola a tutti i suoi discepoli il mistero di povertà, umiliazione e umiltà che deve caratterizzare chi vuol far parte della sua “squadra”, ma noi sappiamo che al mistero di un Dio che si svuota e si mette al di sotto di tutti, si contrappone sempre il misterioso egoismo dell’uomo che si gonfia e mette il proprio io e il proprio noi al di sopra pure di Lui, e diventa principio di divisione anche tra noi e Dio Padre.

Lo stesso purtroppo avviene anche per la Chiesa, che deve rinnegare il proprio noi e farsi piccola, per essere al servizio del suo Signore: è il famoso peccato originale che si manifesta mettendo me al posto di Dio e in noi a livello comunitario al posto del Signore, cercando la propria grandezza e il potere.

La comunità dei discepoli corre sempre il pericolo di diventare un noi centrato su di sé, invece che sul Signore da seguire.

Nessuno invece può porre un diverso fondamento da quello che già vi si trova nella chiesa, che è Gesù Cristo: seguire Lui e stare con Lui è quello che fa l’unità del noi e definisce chi appartiene alla chiesa, che in quanto sta con Gesù è aperta a tutti e lo comunica a tutti senza escludere nessuno.

La Chiesa forma un noi definibile e visibile, voluto dal Signore come sempre aperto e capace di uscire: L’essenza della chiesa è fuori di lei, è Gesù che va seguito, nel suo cammino che ci spinge sempre molto lontano, facendosi vicino ad ogni lontananza.

Ci sarà sempre una tensione tra libertà e istituzione e questo è un bene purchè la chiesa resti protesa ad accogliere il diverso e si mantenga nell’unità, corpo del Signore che abbraccia l’universo.

Questa unità nell’amore esige ed è capace di portare tanta diversità e pluralismo quanto è stretto il vincolo di amore dell’unico Signore: chi definisce chi sta dentro e chi sta fuori è soltanto l’unico Signore Gesù.

La diversità che caratterizza ogni chiesa, ogni popolo, ogni aggregazione con ideali alti sa di dover affrontare la tentazione  di diventare dominio e strumento di potere, deve tendere sempre a diventare invece disponibilità e ricchezza di doni spirituali.

Perché noi siamo innamorati e certi di poter diventare con il dono dello Spirito Santo, quel corpo di Cristo uno, armonioso, bello che è la Chiesa, una, santa e cattolica.

28 Settembre 2020
+Domenico

Gesù, ci affidiamo a te, senza condizioni

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 21,28-32)

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È possibile impostare tutta una vita in una direzione, costruirsi una personalità forte, una identità ben definita … ed accorgersi di aver sbagliato tutto?

Non si tratta di essere incerti sul chi diventare, o lasciarsi ingannare da ogni frusciar di vento, ma di percepire che la bontà sta da tutt’altra parte, che i nostri sogni di altruismo sono sempre stati un egoismo “truccato”.

Ti dicevano: devi essere tutto d’un pezzo, non devi ondeggiare come una canna, ti devi fare delle convinzioni … hai lavorato per una vita in questa direzione, ma ti capita oggi però sei di fronte a qualcosa di nuovo, che non avevi mai calcolato; scopri un lato oscuro di te che ti ha sempre dominato e ti ha chiuso nelle tue abitudini.

Ecco, questo è quello che capitava a molta gente che incontrava Gesù: Erano sicuri di sé, “noi non siamo mai stati schiavi di niente e di nessuno!” Sapevano distinguere tra una persona per bene e un ladro, tra una donna di strada e una buona moglie, tra chi osserva la legge e chi fa l’irregolare a vita … anzi andavano da lui per avere conferma. 

“Senti, se lapidiamo questa donna notoriamente  adultera non è forse un’opera buona che aiuta i nostri figli a crescere bene? Se facciamo rispettare il sabato non è meritorio di fronte a questo lassismo e utilitarismo imperante? se stiamo qui davanti all’altare facendo offerte e guardandoti negli occhi non è sempre meglio che nascondersi dietro le colonne come è giusto che facciano quelli che si devono vergognare della loro mala esistenza?!”

Ma Gesù va più in profondità: “Sì, avete dato alla vostra vita qualche bella regola, ma l’amore è qualcosa di più; vi fate paladini dell’ordine, ma vi si è seccato il cuore; sembra che mi diciate di sì, ma alla fine il centro siete voi. I peccatori e le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli. Questi almeno capiscono di sbagliare e si pentono, voi invece annegate nel vostro orgoglio, e non sapete dire: ho proprio sbagliato tutto! mi affido a te. A mala pena lasciate cadere le pietre dalle vostre mani, perché non è politicamente corretto lapidare, ma non avete il coraggio di ammettere che avete bisogno di cambiare. So che prima o poi vorrete avere anche su di me il vostro potere di annientamento, contro ogni novità che Dio vuole imprimere alle vostre vite, al vostro culto, alle vostre liturgie, alla stessa Torah – la legge – che non è definitiva, al vostro sabato che si sta attorcigliando su se stesso e non aprendosi all’amore di Dio. Il mio regno non è di questo mondo e ve lo dimostrerò mettendomi nelle vostre mani; solo che anche allora penserete di avere fatto un’opera buona uccidendo il Figlio di Dio, se non vi affidate a Lui senza condizioni.”

Gesù, fa’ capire anche a noi che stiamo sbagliando, aiutaci ad affidarci a te senza condizioni e cambia il nostro cuore.

27 Settembre 2020
+Domenico

Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 43b-45)

Audio della riflessione

Siamo sempre portati, sia i credenti che chi non crede, a volere una chiarezza solare sulla nostra fede, ma soprattutto su tutto ciò che vi sta al centro: l’assolutamente necessario, l’indispensabile, la caratteristica che la definisce la nostra fede al meglio e la distingue da ogni altra fede, soprattutto noi adulti che siamo stati educati fin da piccoli alla vita cristiana. Crescendo in età si vuole andare sempre più al sodo, al centro, al nucleo fondamentale.

E Gesù è molto attento a fare in modo che i suoi apostoli, i suoi futuri missionari non si perdano in cose inutili o anche solo ornamentali, sentimentali o emotivamente provocatorie, ma vadano sempre al soldo, e il centro, che i discepoli non devono mai nascondere o dimenticare o mettere tra parentesi è questo: la necessità della croce sia per il maestro che per ogni cristiano.

Davanti alla incredulità della gente, ma anche degli apostoli e discepoli, Gesù ripropone le parole della fede; davanti alla nostra infedeltà, egli rinnova la sua fedeltà; davanti alla nostra sordità, egli ripete la sua Parola, la sua dichiarazione totale di amore.

E la sua Parola è questa: il Figlio dell’uomo consegnato nelle mani degli uomini.

E’ evidente perché siano rimasti stupiti tutti, folla e discepoli, per tutto quello che Gesù faceva in favore dell’umanità, anche perché davanti a questa sua decisione ultima occorre uscire dall’ambiguità: o si diventa discepoli credenti, accettando questa vera “grandezza” di Dio che è la sua umiltà e piccolezza nel suo consegnarsi a noi o ci si chiude alla vera fede. Ne teniamo magari una nostra più consolante, più adattata alle nostre piccole vedute, più gratificante, più comprensibile, senza fare un minimo sforzo di affidarsi alla volontà di Dio che è sempre provocatrice di nuovi orizzonti, e di coinvolgimenti senza riserve.

Gesù usa perfino dei termini molto pratici e plastici: “mettetevi dentro i vostri orecchi questa parola”. La parola infatti entra come un seme, porta il suo frutto e noi possiamo far parte così della famiglia di Gesù. E’ necessità di dare inizio a una impostazione nuova della fede e della vita. Questo conficcare, piantare rende anche l’idea che il terreno avrà pure una resistenza.

Sarà quindi anche una azione faticosa: non è un ascoltare della serie “sentiamo quello che dice”, ma una decisione che investe corpo e anima, vita e fede, amicizia con Gesù e partecipazione al suo annuncio del Regno, comprensione profonda dello stesso metodo e stile dell’amore di Gesù, non una immagine di potenza e di grandezza, ma di umiltà, povertà. La sua grandezza di amore infinito è farsi infinitamente piccolo per consegnarsi nelle nostre mani.

L’uomo allora non potrà mai dubitare della profondità dell’amore divino, dentro questa umanità di Gesù consegnata fino a morire: ciò che salva noi uomini e donne è il sentirsi amati da Dio. Questo deve essere l’annuncio che risolve ogni resistenza, che dà pace all’uomo, che gli apre anche il cuore più indurito, che gli permette di essere salvato. Soltanto così noi possiamo riconoscerci sue creature e accettare senza resistenze o drammi il nostro limite naturale, le sofferenze della vita, la stessa morte.

Accettare la morte è sempre difficile, ma abbiamo davanti Gesù che non ci fa particolari doni, che non ha delle cose da donarci, ma un Gesù, che è Dio e non avendo più altri doni che ci possano convincere e liberare dal terrore della morte, dona se stesso.

E per Gesù il dono di sé lo colloca nell’impotenza e nella povertà assoluta e ciò avviene, quando non c’è più nulla da dare.

Dice san Paolo “da ricco che era si è fatto povero per noi perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà”.

26 Settembre 2020
+Domenico