I cristiani sono sempre persone a vita “piena”

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 3, 1-6)

<<Entrò di nuovo nella sinagoga. C`era un uomo che aveva una mano inaridita, e lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato per poi accusarlo. Egli disse all`uomo che aveva la mano inaridita: “Mettiti nel mezzo!”. Poi domandò loro: “E` lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?”. Ma essi tacevano. E guardandoli tutt`intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell`uomo: “Stendi la mano!”. La stese e la sua mano fu risanata>>. 

Trasgressivo, impetuoso o provocatore.

Chi?

Il solito rivoluzionario datato, che esce da qualche centro sociale? Uno squatter che sogna ancora di potersi opporre alle decisioni della globalizzazione? Un giovane senza piedi per terra e arrabbiato con tutti?

No, stavolta, non solo ora e non a caso, è Gesù.

Dice il vangelo che proprio di sabato Gesù stava in una sinagoga.

Proprio di Domenica, diremmo noi, Gesù stava in Chiesa per le sue funzioni. 

Tra i banchi c’è un importuno che crede di essere arrivato in un ambulatorio con una mano rinsecchita, brutta da vedere, inutile e ingombrante.

Non prende, né stringe, non lavora né accarezza, non è più umana: È un peso.

Ha sentito parlare di Gesù, sa che fa cose straordinarie e lo insegue.

Chi sta male non bada a niente, va pure dal fattucchiere, sperpera tutto quello che ha per ritornare sano, per godere della vita. 

Gesù lo vede proprio mentre sta vivendo un momento religioso, liturgico, alto, pieno di dignità. “Mettiti nel mezzo” gli dice.

Gira uno sguardo che raggela molto più del professore in cerca della vittima da interrogare.

Gli faccio sto regalo della salute, o no?
Rimetto vita in questa mano, o no?

Tacciono tutti! Stavano pensando: ma non può aspettare domani? Questa sorta di monco non può tener duro ancora un poco?

E tu Gesù che vedi quanto la gente ormai va in Chiesa solo per interesse, per trarre vantaggi, non puoi farlo aspettare, farlo pregare, fargli capire che Dio sta al di sopra di tutto, che la malattia più grave è quella dello spirito, è il peccato, che una mano rattrappita, a cui si è da tempo abituato, può ben aspettare? 

Che ne sarà di questa nostra religione se la scambiano per una spalla su cui piangere? Che ne sarà della Chiesa se la scambiano per un ambulatorio? Che ne sarà della fede se la si baratta per un tornaconto?

Gesù s’arrabbia e si rattrista, si altera, perde la calma olimpica dei cinema: occhi azzurri, capelli biondi, passo danzante.

Perde il sorriso, si fa triste, non vede amore vede solo formalismo, la presunzione per principio, vede difensori di un Dio che hanno incastrato in comodità umane e dice «stendi la mano». La stese e fu guarito

Guarda! la religione di Gesù è l’uomo a vita piena ma soprattutto è lui il Signore che dispone anche del sabato. Ma se si va avanti così, che cosa resta? Resta Lui da interrogare sempre, su ogni questione della vita. 

Resta la nostra umanità da riportare alla sua piena dignità e scoprire e ringraziare Dio perché siamo fatti a sua immagine e dobbiamo ridiventarlo sempre, non solo nelle mani. 

22 Gennaio 2020
+Domenico

L’uomo non per la legge, ma è il centro anche di essa

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2,23-28)

C’è stato un tempo in cui tutto il nostro comportamento era definito da leggi, regole, precetti: Per la vita morale si mettevano in evidenza i comandamenti, per la vita sociale c’era una galateo o buona educazione che prevedeva regole minuziose.

Poi la spontaneità ha cominciato a dilagare, ma con la spontaneità anche la diseducazione, lo smarrimento, la mancanza di rispetto e l’incapacità di vivere serenamente assieme.

Nel formarci una propria personalità e nell’edificazione di sè come soggetto umano maturo ed adulto, la legge, le norme, le regole hanno un ruolo ineliminabile: insegnano a non rimanere prigionieri delle proprie pulsioni e dei bisogni immediati e danno, così, l’accesso alla vera libertà. 

Se la legge diventa un idolo, fine a se stessa si trasforma in una gabbia, toglie la verità ai fatti, fa prevalere una visione ideologica, non vera della vita, dà la stura a partiti presi, a incapacità di ragionare sulla verità.

Era diventato così l’attaccamento al sabato da parte di molti ebrei al tempo di Gesù.

Il sabato per loro, come per noi la domenica, è un giorno grande, bello, rappresentativo.

Era l’irruzione del tempo sacro nel tempo profano, il giorno della pace donata da Dio, della pienezza della visione della gioia del suo volto, segno del tempo finale.  

Invece un po’ alla volta divenne una legge, come la nostra domenica che è diventata un precetto anziché essere un regalo di Dio, una finestra aperta sull’eternità.

Gesù riporta invece tutto alla centralità della persona umana.

La religione non è un insieme di riti, di osservanze, di precetti, di obblighi, ma è un aiuto alla verità piena dell’uomo

L’uomo non è per la legge, non è per il rito, non è per l’autorità o le istituzioni.

Tutte queste realtà sono dei valori, ma sempre relativi all’uomo.

Al sistema di osservanze esteriori Gesù oppone una religione fondata sull’amore e sulla libertà.

L’equilibro non è facile, va sempre cercato nel massimo della verità di se stessi. 

Se questo principio salta si diventa fanatici, si fa della religione un motivo di guerra, si creano talebani disposti anche a uccidere per salvare le strutture.

Noi cristiani fondiamo la religione sull’amore e per amore siamo capaci anche di morire, mai di far morire.

Abbiamo l’esempio in Dio, che ci ha amato fino al dono supremo della vita, per non abbandonarci mai. 

21 Gennaio 2020
+Domenico

Vita cristiana è essere felici in compagnia dello sposo

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2,18-22)

  

Col rimescolamento dei popoli, delle tradizioni e delle religioni cui stiamo assistendo, con la relativizzazione di ogni valore anche quello che ci ha aiutato finora a tenere in piedi la nostra vita, con questa post-modernità liquida in cui sembra che tutto perda forma, si adatti, si squagli  ci ritorna spesso la domanda: che significa oggi essere cristiani?

È la domanda dei figli, che crescono con altre abitudini, riferimenti, prospettive, ai genitori.

È la domanda che ciascuno fa alla propria coscienza di fronte alle situazioni nuove e dirompenti e agli interrogativi che esse fanno nascere.  

Qualcuno osa dire semplicemente che è meglio non credere in niente, perché pensa che la fede sia vendere la propria umanità a qualche fondamentalismo sottratto all’uso della ragione.

Poi, però, non sa a quale principio ancorare la propria vita.

Erano forse le domande che i discepoli di Giovanni il Battista e la gente che li vedeva così impegnati in una sorta di radicalismo, facevano a Gesù.

La questione era il digiuno, l’affrontare la vita con un impegno personale più definito di fronte a una impressione di leggerezza o di superficialità che sembrava caratterizzare i discepoli di Gesù.  

Avere fede, per noi oggi credere in Gesù Cristo, non è forse impegnarsi in una vita che sa sacrificarsi per gli altri, sforzarsi di controllare le passioni, comportarsi correttamente, andare a Messa la domenica, seguire principi morali impegnativi, darsi da fare per la parrocchia, scrivere nelle nostre abitudini una legge di buon comportamento? Digiunare, insomma. 

Gesù dice in maniera sconcertante:  Si può far diventare il digiuno la cosa più importante quando si fa festa a uno sposo?

La vita cristiana non è prima di tutto ascetica, sforzo titanico di  superamento di sé, ma mistica, contemplazione, essere felici in compagnia dello sposo.

Oggi, ci dice papa Francesco, ci ripetono spesso i Vescovi Italiani, dobbiamo metterci di più in contemplazione di Gesù.  

Abbiamo ridotto la vita Cristiana a una somma di impegni, al tormento di un’agenda sempre più fitta e abbiamo dimenticato di far festa con lo sposo, di lasciarci affascinare da Lui, di farci conquistare dal suo volto martoriato e risorto, dalla sua umanità, dalla sua bellezza.

Solo dopo questo incanto si scatena e diventa possibile ogni sforzo, ogni digiuno, ogni penitenza, ogni sacrificio finanche il dono della vita. 

20 Gennaio 2020
+Domenico

Perdono VERO, non terapia contro il rimorso

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 29-34)

Quante volte vorremmo che il male da noi fatto ad una persona  amata non fosse mai stato fatto.

Abbiamo sbagliato, ci rendiamo conto che tutto è capitato in piena coscienza, ma entro una visione sbagliata della vita, in un soprassalto di ira, di cattiveria.

E le conseguenze rimangono, spesso sono irrecuperabili.

Pensi a chi ha ammazzato per odio o per rubare, per idee politiche o per affari, ma anche a noi che grazie a Dio non uccidiamo, ma ci sentiamo spesso egoisti e cattivi, stracciamo affetti e sentimenti, vite e dedizioni.  

Potremo ancora ritornare innocenti?

Molti credono che l’unica possibilità sia il castigo, l’occhio per occhio, la vendetta.

Se anche la giustizia deve fare il suo corso, resta sempre un cuore ferito, una vita spenta, un’angoscia mortale.

“Peccato” chiamiamo noi cristiani  questa colpa che oltre a distruggere sentimenti, legami e vita distrugge lo spirito, l’anima; spegne speranza e cancella l’innocenza. 

Si alza un grido tra la folla al di là del Giordano.

E Giovanni il Battista, il battezzatore che vede Gesù e lo indica dicendo: Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo. 

E’ il gesto che ad ogni Messa viene preposto alla comunione: ecco l’agnello di Dio.

Non è un ricordo, ma una storia che si ripete ad ogni celebrazione eucaristica. 

È lui che ha la possibilità di sradicare dal cuore il peccato, di ridare l’innocenza perduta.

I tuoi peccati se anche fossero come scarlatto diventeranno bianchi come la neve.

Non è una medicina psicologica per far passare il senso di colpa, o una terapia contro il rimorso: È Dio l’unico che sa ricucire le ferite che il male provoca in noi, è lui che va oltre ogni riparazione, ogni castigo, è Lui che cambia il male della nostra vita nella prima tappa della rinascita. 

Gli ebrei nell’Antico Testamento credevano di potersi liberare dal male con questo rito: veniva preparato un capro da ammazzare e sgozzare.

Il rito consisteva nello stendere le mani  sul  capro per scaricare su di esso ogni colpa, ogni peccato, un capro da far cacciare nel deserto lontano da tutti caricato dei loro peccati. 

Toccò in forma definitiva fare il capro espiatorio proprio a Gesù. Infatti fu cacciato fuori dalle mura di Gerusalemme sul Golgota, crocifisso e ucciso. 

Dal primo Natale e sempre anche oggi invece è nessun capro, ma lo stesso Gesù che prende su di sé il nostro male, il cumulo dei nostri odi, delle nostre cattiverie infinite e ci ridona salvezza, serenità e innocenza. 

19 Gennaio 2020
+Domenico

Il perdono diventa il primo impatto tra Dio e l’umanità

Una riflessione del Vangelo secondo Marco (Mc 2, 13-17)

La nostra vita è fatta di accoglienza dei doni che Dio ci ha dato: la salute, la gioia di vivere, un lavoro, una famiglia, tanti sogni e desideri, e spesso anche tante difficoltà, tante strade da percorrere e da scegliere.

Non siamo automi, abbiamo una libertà da educare, da difendere e da vivere: Ci si impone spesso una scelta “decisiva”

Qualcuno sembra abbia deciso bene, se ne sta tranquillo a fare i fatti suoi, a un certo punto però si accorge che c’è qualcosa che non quadra nella vita oppure viene posto di fronte con evidenza a una luce, a una intuizione, a una verità che gli fa cambiare radicalmente strada, gli si aprono gli occhi,  percepisce dentro una voce, una spinta che non lo lascia tranquillo.  

Matteo era uno di questi: Pacifico, stava a contare i suoi soldi in banca, aveva un “lavoro fisso”, era disprezzato da tutti perché se la intendeva per forza di cose con i romani, che occupavano la Palestina; un avvenire sicuro, una cerchia di amici della stessa risma che gli faceva da cortina di fumo per non vedere i problemi, qualche bella cena, qualche buona avventura e guadagno sicuro. 

Ma un giorno gli capita al banco, dove sta contando euro a non finire, Gesù: E Gesù punta su di lui lo sguardo, il dito, la sua persona, la sua voce perentoria, tutto il suo fascino e gli dice: Seguimi!

E lui alzatosi, messosi dritto davanti a Gesù, davanti alla vita, davanti a un nuovo futuro, nella dignità di tutta la sua umanità, messa in discussione da questo invito, lo seguì

Continua ancora la sua vita di relazione, ha ancora i suoi amici, sicuramente deve giustificare loro perché abbandona la sua ricca posizione sociale per correre dietro a un predicatore che non si sa quanto raccomandabile sia; sta di fatto che vuole che Gesù incontri questa sua potente fasciatura, tutto il mondo di pubblicani che lo accerchia.  

E Gesù va con grande scandalo dei benpensanti a mescolarsi con ogni fondo di galera, va a sradicare certezze e a portare la sua speranza.

Gesù non disdegna nessuna delle nostre mense, si fa compagno di tutti, non ha paura, vuole solo la nostra felicità: Ci vede spaesati, ma lui ci aiuta ad alzare lo sguardo al cielo. 

Il perdono, l’accoglienza di chi ha sbagliato, di noi che non ce la facciamo a fare della nostra vita un dono, ma spesso operiamo ricatti, se non estorsioni di ogni tipo, di affetto, di danaro, di posizione sociale, di amicizie, di interessi.

Se Dio intuisce, e sappiamo che ci conosce bene, che nel nostro cuore c’è anche una piccola feritoia di pentimento, entra subito e ci porta perdono, amicizia e gioia.  

18 Gennaio 2020
+Domenico

Restiamo tutti paralizzati, se Gesù non ci guarisce

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 2, 1-12)

Paralisi è malattia brutta, è immobilità spesso assoluta; è dipendere in tutto dagli altri; è spesso una disperazione.

Ma la speranza deve essere sempre l’ultima a morire.

Così capitò a quel paralizzato che sapeva di Gesù e che  dovunque andava  spopolava, la gente lo seguiva, lo ascoltava, soprattutto sapeva che lui guariva.

Quando si diffonde una voce del genere, anche ai nostri giorni, si diffonde un tam tam tra i disperati e tutti si va in quel luogo a vedere se c’è una risposta alla nostra sofferenza. 

Certe notizie non arrivano mai, queste le sanno subito tutti

Al passaggio di Gesù tutti tirano fuori dai loro tuguri i malati che hanno sempre nascosto in casa, tutti gli mettono davanti le loro miserie.

Il Vangelo spesso è una fotografia di questa pressione del dolore nei confronti di Gesù.

E c’è anche un uomo paralizzato.: Lui non si può muovere, ma ha quattro amici che gli vogliono bene; non ha gambe buone, ma ne ha otto in prestito, non solo, può contare su quattro teste che hanno chiaro come giungere a Gesù.

Non si scoraggiano, non mollano l’amico davanti alla prima difficoltà, il suo problema lo hanno fatto proprio: Non possono dire al paralizzato: vedi che ressa, vedi anche tu che è impossibile, accontentati, abbiamo fatto di tutto per portarti da Gesù, ma questo muro di gente non cede di un millimetro dalla sua posizione.  

Invece, salgono sul tetto, lo squarciano; si immaginano che il giorno dopo dovranno ricostruirglielo al padrone, ma non conta niente; quando si vuol fare del bene lo si fa fino in fondo.

Non vogliono più portare a casa la solita barella, con dentro sofferente il loro amico.

E lo calano davanti a Gesù: gli interrompono la predica.  

Gesù stava dicendo che c’è un male più grande nel cuore dell’uomo, molto più di ogni malattia.

Per quello Lui era venuto.

E gli calano davanti un volto di dolore, un corpo negato alla sua autonomia, una vita distrutta nelle sua libertà di essere, di muoversi, di gestire le sue relazioni.

E Gesù lo fa camminare diritto.

Un uomo piegato dalla sofferenza torna a camminare diritto nella gioia. Vedete: questo uomo torna a camminare, ma c’è un male più grande nel vostro cuore, che vi distrugge la dignità, che vi tarpa le ali, che vi fa star male tra di voi, che procura all’uomo incalcolabili sofferenze e che voi non riuscite a vincere: è il peccato

Noi uomini moderni lo abbiamo cancellato dai nostri pensieri e progetti, siamo marci dentro, finché non guariamo il cuore non riusciremo a guarire la vita.

Gesù dice alla gente che lo ascolta:  io sono qui perché ho il potere,che nessuno di voi ha, di guarirvi dentro, di togliere l’odio dal vostro cuore, di cambiare il vostro sguardo predatore sull’innocente in sguardo d’amore, di cambiare il vostro attaccamento al denaro in attaccamento al bene, al povero, alla poesia, al sogno. 

Per farvi capire che io posso rimettere i peccati dico a te: alzati e cammina, ma questo alzati lo voglio dire a tutti quelli che razzolano a terra nel vizio, a tutti voi che avete ridotto la religione a potere sui deboli e inganno sui poveri, a tutti voi che mettete speranza solo nei soldi, a tutti voi che non avete paura di rubare e di maltrattare, di togliere affetto a chi ne ha diritto e bisogno, che lasciate i figli nella solitudine, li private del diritto di avere un papà e una mamma,  perché avete deciso che non riuscite più a sopportarvi. 

17 Gennaio 2020
+Domenico

Il vangelo è Gesù, e va annunciato come si ama una persona

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1, 40-45)

Esistono nella esperienza umana situazioni di grande sofferenza cui siamo chiamati a rispondere con energia e non con la sola compassione che ci fa dire di fronte a una sofferenza ingiusta solo “poverino!” 

Ciò sa molto di adattamento impotente al dolore altrui.

Non era certo così la compassione di Gesù: Era un rivoltarsi delle sue viscere di fronte ai drammi umani.

In questo brano si dice di Gesù che fu mosso a compassione (la traduzione letterale è  “adiratosi “) sia di fronte allo stato di sofferenza del lebbroso perché era isolato da tutti e privato di un minimo di solidarietà, sia di fronte all’indemoniato per definire la sua opposizione senza tentennamenti al demonio che usurpava la vita di una persona. 

L’azione di Gesù è energica e controcorrente, “tocca” il lebbroso e intima al demonio un esci imperativo, senza condizioni.

Il lebbroso esce dalla solitudine forzata cui la malattia l’aveva relegato, era un uomo costretto a vivere ai margini della società, ritenuto un rottame o una larva messo nella pattumiera dei rifiuti e, guarito, si pone al servizio del Vangelo, si mette ad annunciarlo, anche se ciò metterà in difficoltà Gesù, perché l’annuncio del Vangelo non deve correre sull’onda della curiosità o del meraviglioso, del miracolistico.

Il Vangelo è una forza, una novità, che va annunciata, è una apertura della vita al grande amore di Dio, è la rottura di ogni costrizione, una nuova esistenza regalata da Dio in Gesù.

Allora questa ingiunzione di Gesù è rivolta anche a noi e si fa in noi preghiera: 

Spirito di Gesù:  

Liberaci dal vangelo facile e scontato 
Liberaci dal vangelo ovvio e probabile 
Liberaci dal vangelo dei farisei e degli scribi 
Liberaci dal vangelo di chi non ha più né fame, né sete  
Liberaci dal vangelo che ci porta ad essere fanatici e ci fa ritenere giusti 
Liberaci dal vangelo che ci fa ritenere diversi dagli altri 
Liberaci dal vangelo che ci chiude in una razza e si esaurisce in una cultura 
Liberaci dal vangelo che ci impedisce di cercare ancora il vangelo  
Liberaci dal “nostro” vangelo (ce ne siamo fatti un possesso e non un dono) 

Amen!

16 Gennaio 2020
+Domenico

La preghiera della sera di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1,29-33)

A tutti capita di arrivare certe giornate a sera dopo innumerevoli attività, incontri con persone,  scontri frontali con qualcuno, dopo aver affrontato difficoltà di ogni specie cercare un luogo di pace in cui prendersi in mano la vita, fotografarla quasi dal di fuori e cercare di capirla e di capire come siamo dentro di essa.

Ancor di più dentro una vita cristiana convinta e impegnata, cercare, dopo il caos di certe giornate, la pace di un dialogo con Dio.

Gesù è alla fine della sua prima giornata faticosa, da vero operaio del Regno di Dio, la sua esplicita vocazione sulla terra, e trova necessario tornare alla sorgente della sua esistenza anche terrena: Dio suo Padre.

Sotto traccia appare la sua vittoria su una prima tentazione, come se ne narrerà di Gesù nel deserto, cioè il non lasciarsi incantare da quello che gli dirà Pietro: tutti ti cercano, quasi a incoraggiarlo a mietere gloria e vantaggi dai miracoli compiuti, la tentazione costante di far prevalere i pensieri dell’uomo contro il pensiero di Dio.  

La preghiera di Gesù deve essere stata un silenzio o un dialogo drammatico con Dio: Si, perché la preghiera è descritta nella Bibbia come una lotta per non fermarsi mai sul cammino per la libertà; avviene dopo una grande giornata di fatica ed esige di saper uscire fuori dalla  stessa fatica.

Il Vangelo dice: uscì in luogo deserto.

Quello di Gesù, quello della sua preghiera è un esodo continuo verso la luce di Dio che illumina ogni notte, che impedisce di cadere nella trappola del pensiero dell’uomo contro il progetto di Dio.  

Bello quel salmo che dice: <<Benedico il Signore che mi ha dato consiglio: nella notte ammonisce il mio cuore. Ho sempre il Signore innanzi ai miei occhi: coì con lui alla mia destra, non cadrò. Mi mostrerai il cammino della vita, la pienezza di gioia del tuo volto, le delizio perpetue della tua presenza (salmo 16..)>>

Le preghiere notturne di Gesù non sono le nostre “avemaria” ai piedi del letto prima di coricarci (fosse vero che tutti le facessimo anche queste).

Sono molto di più!

In Gesù sono esperienza di libertà, di gioia incontenibile che sale dal profondo, una luce e una forza necessaria nell’immersione sempre più decisa nella sua missione, che diventa sempre più chiara, si porta dentro la gioia del futuro che lo attira, perché per questo, dice, sono venuto dal Padre. 

E’ una scuola per tutti noi la preghiera di Gesù, perché ci indica che l’agire è sempre importante (ed ecco la sua giornata piena di lavoro di predicazione e di accoglienza e la cura delle ferite di ogni persona), ma occorre saper uscire nel deserto, perché in esso Dio ci parla e ci rinnova con la sua parola e fa sgorgare da noi una fonte perenne di acqua viva che non stagnerà mai. 

Gesù è l’infaticabile annunciatore della buona novella, va da un villaggio all’altro, guarisce, scaccia demoni, rincuora le persone.

Ma noi sappiamo che il fare ha bisogno di una teoria che lo illumini e lo orienti: Ha bisogno di una carica di speranza indomabile, di una forza superiore che rende possibile anche l’impensato.

Questo rapporto di Gesù col Padre è il cuore e l’anima di tutta la sua vita: Il contatto diretto con il Padre è per Gesù, e lo deve essere sempre anche per noi, il sole che illumina il suo cammino.

Ci domandiamo molto semplicemente, da Cristiani: è questa la nostra preghiera?

È questa paternità di Dio su cui poggiamo tutto il nostro operare?

Dio ce ne faccia dono!

15 Gennaio 2020
+Domenico
 

Gesù ha autorevolezza, e soprattutto è l’autorità

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc. 1, 21-28)

Ci capita spesso per risolvere alcuni problemi concreti del nostro vivere di far fatica a trovare qualcuno di cui hai fiducia e che ha competenza e serietà per aiutarti a cavartela bene.

Talvolta manca competenza, ma il più delle volte non trovi la persona adatta che ti rimanda sempre a qualcun altro vai da questo. 

E’ mai possibile poter parlare con chi ha piena competenza o ci si deve adattare sempre al buon senso? Se questo poi capita per la tua salute o per la tua stessa vita, il problema è ancora più serio.

C’è qualcuno che può dire sulla mia vita qualche parola definitiva?  

Capitava così anche ai buoni ebrei.

La religione era arrivata a un punto di non ritorno: I riti erano freddi, la gente andava in sinagoga (in Chiesa, diremmo noi), ascoltava la Parola di Do, ma pareva una parola spenta, ingessata.

Occorreva tornare a sperare e la speranza non poteva nascere dalla routine, dalla ripetitività, dal sentito dire.

Ormai quando parlavano gli scribi davano l’impressione di chi inizia un discorso con “mi dicono di dire”: Gli scribi avevano una sorta di “regia” che dovevano seguire … era la regia del riportare fedelmente i versetti della torah, di chiosarli con i pareri autorevoli della scuola rabbinica da cui provenivano, ne riportavano le flessioni, i punti e le virgole, portavano a conoscenza la sapienza concentrata nei commentari.

Veniva spesso il dubbio che ci credessero, che si battessero per qualcosa di nuovo, di importante, di inedito.

L’elogio migliore che si poteva fare di uno di loro era: “non proferì mai una parola che non avesse imparato dal suo maestro”. Mai una volta “io vi dico che… è stato detto sempre che, ma io

Sicuramente molto fedeli, ma senza autorità.  

Quando si presenta Gesù invece è tutta un’altra cosa.

Lui è diverso: intanto parla in prima persona, non si mette a dire: mi dicono di dirvi… oppure: secondo i pareri più importanti che sono stati espressi su questo argomento sembra utile, tenendo conto delle varie situazioni che … 

Gli va qualcuno a chiedere se c’è una speranza nella vita e lui non dice: vediamo che cosa dicono gli altri. Lui dice: Io sono la via, la verità e la vita; Lui parla in prima persona.

A chi ha terrore della morte Lui dice: Io sono la risurrezione e la vita e lo dimostra con la risurrezione di Lazzaro, del figlio unico di quella mamma vedova, soprattutto lo dimostrerà con la sua risurrezione, con la sua vittoria sulla morte.  

Gesù è l’autorità, la sorgente del suo dire e del suo potere. 

Un giorno gli portano un indemoniato: Gesù non prende il libro degli esorcismi, non moltiplica preghiere formule e scongiuri, non si dilunga in formule interminabili misteriose, spesso di sapore magico, con cui si tentava ai suoi tempi di liberare gli ossessi.

Dice perentorio: taci, esci da quest’uomo! Esci, non ti chiedo per favore: Non ammette discussioni e Satana sopraffatto non osa resistere. Anzi i demoni hanno paura.  

Lui parlava con autorità, non vendeva speranze a buon mercato, ma era lui la speranza; non cercava mediazioni, ma offriva soluzioni. 

Lui era ed è la porta della vita, la parola definitiva, assoluta, potente.

E’ Lui la sorgente del nostro essere e ha in mano tutti i segreti della nostra felicità. 

Per chi cerca ragioni di vita questa è l’unica strada possibile e noi con Gesù la possiamo percorrere. 

14 Gennaio 2020
+Domenico

E’ degno di ogni stima anche il lavoro dell’annuncio

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1,14-20)

Mai come oggi stiamo pensando al lavoro per tutti.

La nostra costituzione ci garantiva che la nostra patria era fondata sul lavoro e abbiamo sempre fatto di tutto per non farlo mancare a nessuno.

Ci hanno pensato anche con le guerre e le distruzioni e ogni poco ci si doveva impegnare a ricostruire, a lavorare per il bene minimo per tutti.

Lavoro è possibilità di vita, di sviluppo della persona, di creatività, di libertà di decidere di sé, di fatica, ma anche  di progetto, di futuro.

Quando lo perdi vai in crisi nera.

Oggi ti dicono che sei in esubero, che sei in cassa di integrazione, che se si vuole continuare con questo benessere generalizzato, qualcuno deve pagare per gli altri e si riduce il lavoro.  

In certe zone d’Italia puoi stare in area di parcheggio per una vita e spesso sei costretto ad emigrare. 

Proprio entro questa esperienza quotidiana, comune, intensa fa la sua irruzione Gesù: I lavoratori sono pescatori, proprietari e salariati; vita dura, esposta ai capricci della sorte, si può stare tutta notte a raschiare il fondo del lago senza prendere niente, qualche volta ti sorprende la burrasca e rischi la vita.

Ma è sempre il tuo lavoro, la tua possibilità di vivere e di essere.

Andrea e Pietro, Giacomo e Giovanni ci stanno da una vita … ma arriva Gesù nel mezzo della loro fatica, mentre gettano le reti o mentre le rassettano. “Ma vi rendete conto che siamo a una svolta della nostra storia? Non sapete che sta scoppiando una novità inaudita, nuova, impensabile? Avete posto orecchio e occhio a quel che capita? Non vi suggerisce niente il vostro cuore? Non percepite che la terra sta gemendo per le doglie di un parto? sta nascendo un mondo nuovo e voi state a tendere l’amo ai pesci, state a litigare con le correnti, a ingarbugliavi con le reti!? 

Il regno di Dio ci scoppia tra le mani e voi lo lasciate passare? Bisogna che vi lasciate rivoltare la vita, occorre guardarla da un altro orizzonte.

C’è qualcosa di ancora più importante del vostro lavoro: non sono i pesci da pescare,  ma gli uomini da salvare

Seguitemi, vi farò pescatori di uomini, Pietro il tuo posto è oltre le tue barche, i tuoi tradimenti e le tue cocciutaggini; è in una nuova casa per tutti gli uomini: la Chiesa. Ci state a darmi una mano? Non vedete quanti uomini hanno perso la speranza, si adattano alla mediocrità, si impantanano nei loro peccati?”. 

E questi, subito, lasciate le reti, lo seguirono.

Noi invece siamo esperti del calcolo, del rimando, del pesare bene tutte le opzioni, dell’indugiare, del lasciar passare la vita nella nostra inerzia.

Nel regno di Dio c’è lavoro per tutti, tanto che il nostro stesso lavoro ne è un cantiere se vi saranno dedizione alla giustizia e alla solidarietà. 

13 Gennaio 2020
+Domenico.