Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 8, 5-17)
Lettura del Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti». E Gesù disse al centurione: «Va’, avvenga per te come hai creduto». In quell’istante il suo servo fu guarito. Entrato nella casa di Pietro, Gesù vide la suocera di lui che era a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre la lasciò; poi ella si alzò e lo serviva. Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: “Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie”.
Audio della riflessione
Non possiamo non ricordare oggi che in molte parti d’Italia è la festa del cuore immacolato di Maria.
Abbiamo riflettuto, soprattutto il 25 di Marzo quando il Papa ha consacrato tutto il mondo al suo cuore immacolato, sull’importanza di questo nostro “atteggiamento” nei confronti della Madre di Gesù: il riconoscere il suo candore, il suo distacco assoluto da ogni ombra di male, il privilegio che Dio le ha dato di non avere nessuna parte del suo spirito, del suo corpo, della sua vita che fosse stato in possesso del demonio.
Il suo cuore è immacolato, e noi a Lei diamo tutta la nostra “stima” (ci mancherebbe!) ma anche il nostro affidamento, l’affidamento di tutte le nostre vite, l’affidamento di tutte le nostre grandi o piccole “difficoltà”, l’affidamento della Chiesa, l’affidamento del Papa, l’affidamento degli uomini in guerra, perchè nasca nel loro cuore un desiderio di pace e la volontà di pace, perchè nel cuore di coloro che hanno responsabilità risplenda sempre questo candore – infinito direi quasi – che ha voluto Dio per Maria, perchè nessuna macchia di peccato c’è stata in Lei, e quindi Lei è dentro nel paradiso di Dio, è dentro nella bontà del Signore da sempre e per sempre, e ci aiuti a raggiungerla nell’eternità beata!
25 Giugno 2022 – memoria obbligatoria del Cuore Immacolato di Maria +Domenico
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 15, 3-7)
Allora egli disse loro questa parabola: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.
Audio della riflessione
L’amore e il perdono di Dio, la sua ricerca appassionata di ciascuno di noi che si allontana, che si perde, che scappa o si nasconde, che brucia il patrimonio di bene in cui è immerso per prendersi soddisfazioni stupide, è la storia di Gesù che ha un cuore squarciato per amore; un cuore che non si è mai più ricomposto perché la cattiveria dell’uomo è sempre grande e la sua libertà è un dono da cui Dio non si ritrae mai.
Sei libero, ti ritrovi a fare sempre quello che ti piace di più, non ti interessa più niente delle persone che ti vogliono bene, ne vuoi sfruttare tante altre, ma sappi che da me puoi sempre tornare, che io non ti mollo, io, tutte le sere prima di chiudermi in paradiso faccio la conta e mi accorgo si ci sei o no, se sei tornato dai tuoi insani percorsi, se ancora una volta ti sei fatto i tuoi giri perversi, il tuo sballo per sentirti vivo, le tue comode isole in cui seppellisci il tuo cuore. Ma il mio cuore è sempre aperto ad accoglienza, a tenerezza, a gesti d’amore. Vorrei che quando tornerai ancora da me, anche il tuo cuore resti sempre aperto perché chiunque ci possa scavare e trovi quello di cui ha bisogno per vivere bene e per essere veramente felice.
Immaginiamo Gesù il buon Pastore così: ha lavorato e dialogato tutto il giorno con le sue pecore che siamo noi, che siete voi; ha ascoltato, ha aiutato, ha tenuto il suo sguardo buono, lieto su tutti sempre e torna a casa parlando con qualcuno, sorridendo a qualcun altro e quando passa in rassegna tutti a uno a uno e sorride, saluta, ricorda qualche cosa di importante da fare o da chiedere, si accorge che manchi proprio tu. Hai fatto la tua cavolata, ti sei voluto prendere la tua libertà, la tua strada; ti hanno fatto fastidio o qualche dispetto i tuoi amici e li hai lasciati. Oppure qualcuno senza che tu lo volessi, ti ha ingannato, ti ha teso una trappola e tu ci sei cascato.
Gesù che fa? Con un cuore già squarciato per amore non ci pensa due volte. Ti cerca, usa tutti gli strumenti: facebook, twitter, sms; chiede ai tuoi amici, ma loro nemmeno si sono accorti che manchi. E ti lancia messaggi: non fare lo stupido, torna a casa che ci sono sempre io che ti voglio un bene infinito. Non crederti disprezzata o ignorata, non stare a specchiarti in una pozzanghera, qui c’è quello che cerchi. E tu magari spegni il cellulare, rivedi un altro messaggio, lo spegni ancora; poi finalmente dici: ma che sto qui a fare da solo in mezzo ai guai? Chi mi credo di essere? Che felicità mi sono trovato, che tutti mi sfruttano, mi fanno complimenti poi mi tagliano le gambe, ne approfittano, mi fanno le moine, ma solo per avermi e per farsi belli di me. Allora lanci un sms: arrivo subito, aspettami, ti voglio abbracciare.
E Gesù ti prende, ti accarezza, ti carica sulle spalle e ti porta a casa, convince i tuoi amici a volerti ancora bene e continui a vivere con Lui. Gesù non è una persona da internet, da twitter, da facebook, è una persona vera che abita in te. La vera vita è questa. Si può sbagliare, si può abbandonare qualche volta la chiesa, ma la casa è sempre questa! Ci sarà sempre qualcuno che aspetterà il vostro ritorno. E voi stessi diventerete dei buoni amici per tutti, racconterete la gioia che si ha a comportarsi bene, a seguire Gesù a diventare suoi amici, a sentirsi accolti da quel cuore squarciato, ma sempre aperto per scavare gioia e felicità per tutti.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1, 57-66.80)
Lettura del Vangelo secondo Giovanni
Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui. Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.
Audio della riflessione
Quando vivi degli avvenimenti intensi sembra che il tempo si fermi, l’attesa si fa spasmodica, conti i giorni, le ore, i minuti, poi ti guardi un attimo indietro e vedi che il tempo è passato, che gli avvenimenti procedono con una certa inesorabilità; la vita che è iniziata si radica, continua, ha i suoi ritmi che paiono lenti, ma che procedono inesorabili. E così avvenne anche per Elisabetta: la sorpresa, la vergogna di vedersi incinta alla sua età, la consolazione di avere Maria a farle compagnia, il grande evento che in Lei si sta compiendo…
Tutto continua e nessuno più ferma la nuova storia e viene il giorno in cui questo Giovanni nasce, le meraviglie, le incredulità, la sorpresa che pure ciascuno viveva nella sua interiorità prendono fuoco, perché ora Giovanni è lì, il suo pianto è vero, il suo corpo se lo coccola sua madre, se lo mangiano con gli occhi tutti. Zaccaria è muto, è un padre ancora senza parole, gli ripassa nella mente tutta la sequenza del Tempio, della promessa, tutte le attenzioni di questi nove mesi. Elisabetta si fa aiutare, Maria dopo tre mesi ritorna a casa sua. Ora la storia di Dio continua in Lei, anch’essa ha bisogno di rientrare nella sua intimità a custodire il futuro dell’umanità.
Il bambino di Elisabetta è nato e arriva anche il giorno della Legge, il giorno della circoncisione. Questo figlio fa parte di un popolo, non nasce in un deserto di relazioni e di storia, è dentro un nobile casato sia per parte di Zaccaria che di Elisabetta. Di nomi da ereditare ce n’è tanti e tutti nobili, tutti capaci di rievocare gesta, ruoli elevati, funzioni eminenti. A cominciare dai capostipiti Abia, per Zaccaria e Aronne per Elisabetta. Ma il bambino è destinato a far scoppiare il futuro, non a clonare il passato.
“Chiedevano con cenni a suo padre”… i muti ora sono tutti, come si fa di solito con chi non parla, con chi deve esprimersi a cenni. Pensano forse che Zaccaria sia sordo e lo seppelliscono nell’isolamento, lo privano di qualsiasi normalità. Zaccaria esprime ancora per l’ultima volta la sua tensione di non essere capace di dire e scrive: Giovanni sarà il suo nome. Lui deve annunciare la novità assoluta, definitiva per l’umanità, non sarà cultore del tempio, non si metterà in fila come tutti a ripetere un passato anche glorioso, non farà come suo padre i turni settimanali dell’offerta dell’incenso, intuirà invece e indicherà con forza la venuta del Salvatore, brucerà di ardore per l’attesa del compimento. E il vangelo conclude la narrazione della sua nascita: Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.
Zaccaria torna a parlare e la gente, noi, a riflettere a domandarci: ma Dio che vuole da noi? Che vuole da noi con tutti i doni che ci fa?
23 Giugno 2022 – Natività di San Giovanni Battista +Domenico
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 7, 21. 24-27)
Lettura del Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».
Audio della riflessione
Si continua a dire che oggi mancano i valori, mancano i riferimenti, i giovani non hanno nessuna certezza cui aggrapparsi, ciascuno naviga a vista, senza bussola, senza sapere dove sta andando. Mai come oggi si sente la necessità di ancorare l’esistenza a qualcosa di solido, di incrollabile, a qualcosa che ti dà sicurezza.
Vuoi affrontare la vita di famiglia, vuoi affrontare un nuovo lavoro, ti vuoi impegnare in una attività sociale, ma vuoi sapere su che basi solide. Quando si applicano queste ansie al mondo economico, alla vita fisica, agli interessi della produzione si esce il prima possibile dall’incertezza. Le banche si abbarbicano a principi solidi di credito, non si possono permettere avventure, anche se qualcuno le tenta ingannando tutti. Nella conduzione delle nostre piccole o grandi economie domestiche si cercano punti solidi, lavori sicuri, impegno di piccoli o grandi capitali con tanta oculatezza e spesso si sperimenta il fallimento, manca il lavoro, vengono meno le solidarietà.
E nella vita spirituale? Purtroppo ci adattiamo a tutto, seguiamo la moda, ci facciamo ingannare dalle pubblicità, da stili di vita ingannevoli, i classici specchietti per le allodole. Il mondo dei mass media spesso è complice a ragion veduta, distribuisce ricette di felicità insospettabili, ti fa balenare davanti agli occhi una falsa felicità.
Gesù ha una immagine che stigmatizza molto bene questa situazione: stiamo costruendo la casa sulla sabbia. Stiamo costruendo la nostra vita sul niente, sull’effimero, sull’inconsistenza, sui disvalori, sull’inganno. Non regge, non è possibile avere futuro. Puoi stare a galla in tempi normali, forse, ma basta una piccola difficoltà che tutto crolla. E siamo sufficientemente smagati per vedere quanto maggiori sono i tempi di burrasca nella vita che i tempi di tranquillità. Sembriamo gente che si mette in viaggio con un bel cielo sereno e crede che sia sempre così, non si ricorda del vento, della pioggia, del freddo, della bufera. Crede sufficiente la solita maglietta, affronta l’inverno in maniche di camicia.
Altra sabbia è far la pace con le armi, con la sopraffazione, con la menzogna, con il pugno di ferro. Prima o poi la pace crollerà di nuovo.
La nostra vita va fondata sulla roccia, non può rischiare di franare per il primo colpo di vento. E la roccia, i valori, il riferimento, la sicurezza è Gesù, è la sua parola, accolta, messa in pratica, stimata, diffusa; queste sono fondamenta solide. È fondare la vita su Gesù. Se facciamo questo stiamo sicuri che la roccia che è Dio non cederà. Il suo amore è per sempre.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 7, 15-20)
Lettura del Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li riconoscerete».
Audio della riflessione
Distinguere il vero dal falso è un grande problema soprattutto da quando, ma forse è sempre stato così, le parole non vengono più caricate di impegno di verità. Si parla, si dice, si approssima, si sospende, si ammicca, non c’è quasi mai un parlare responsabile. La persona spesso si difende e mente, fa il fabulatore, ti giura sul suo onore cose non vere. Se sei abituato a dare fiducia resti ingannato. Deve allora nascere qualche criterio di verità, di discernimento, di affidamento a quello che dicono di essere le persone che incontri o che collaborano con te. Il vangelo dice molto semplicemente: li potrete riconoscere dai loro frutti. Possono parlare e dire, incantare e affascinare, ma se non si vedono frutti, se non c’è una vita coerente con quello che si predica, se non appaiono cose ben fatte, esperienze di cambiamento radicale, comportamenti oggettivi che si possono valutare, non cresce la fiducia e si rimane nell’incertezza.
Si può ingannare anche con qualche frutto provvisorio, con qualche messa in scena, ma, una vita donata è diversa. Gente falsa ce n’è sempre, e persone ingenue che si fidano pure, ma la vita cristiana è una forza che risana alla radice ogni malizia, toglie ogni maschera, permette al bene e alla verità di splendere.
Il discernimento ha bisogno di intelligenza, ma soprattutto di comunione, di scambio, di confronto, di comunità. Da soli saremo sempre in balia della malvagità, assieme potremo dare forza alla voce dello Spirito, aiutarci gli uni gli altri ad ascoltarla, a individuarla tra le tante sirene che spesso ci ingannano.
Il tornare con impegno e stima alla vita di comunione che ogni parrocchia a fatica sta ritessendo dopo la pandemia è più di un impegno, è una scelta che porta frutti di pace e di sostegno vicendevole sia per la vita che per la fede.
Di questi tempi è troppo facile cadere vittime di promesse di salvezza, proprio perché o siamo disperati o abbiamo perso fiducia in tutto. Anche San Paolo rimproverava le prime comunità cristiane di essere troppo facili a farsi accarezzare le orecchie da vanità e falsità. Molti dicono il Signore è qui o è là, in base a fenomeni strani. Abbiamo bisogno di stranezze, di miracoli, di fenomeni sorprendenti o ci deve bastare solo al Parola di Dio come è annunciata e vissuta nella chiesa e tra la gente semplice? Al cristiano basta constatare i frutti dello Spirito che vengono dall’ascolto obbediente della Parola di Gesù.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 7, 13-14) dal Vangelo del giorno (Mt 7, 6.12-14)
Lettura del Vangelo secondo Matteo
Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!
Audio della riflessione
La porta è una fessura in un muro che divide, difende, separa, chiude, ostacola. La porta è il luogo in cui si affaccia l’amico, la madre, l’ospite che ti accoglie, la porta è un varco che apre a un futuro o chiude a un passato. C’è una porta larga facile da passare, che non ti impone nessun cambiamento, nessuno sforzo, non è quasi un passaggio o una entrata, ma ancora una parte della strada; e c’è una porta stretta invece che ti obbliga a orientarti, a cambiare, a riflettere se ne val la pena, a che cosa cambiare per entrare e a come disporsi. La porta larga è quella che porta verso il male: tutto è facile, tutto scorrevole, non devi opporti a niente, anzi sei invitato da tante lusinghe, poi però lentamente ti stringe la vita fino a togliertela. I colpi di fortuna spesso sono questa porta larga, che ti fanno entrare nel successo senza fatica, senza averlo sudato, senza aver reso il tuo corpo e il tuo cuore forte contro ogni avversità. Basta una difficoltà per distruggerti, per lasciarti solo.
Invece la porta stretta ti chiede sacrificio all’inizio, ma poi ti allarga la vita, te la rende spaziosa, piena di luce. Gesù dice che occorre decidersi per quale porta entrare nell’esistenza; è stata stretta anche la porta da cui siamo entrati nella vita umana. La nostra nascita ha procurato dolore a nostra madre, ma l’ha riempita di gioia.
Gesù non risponde come se fosse un quiz alla domanda se in paradiso, nel regno dei cieli c’è tanta o poca gente, ma dice solo che la porta è stretta, come tutte le porte della vita e si propone lui stesso come porta. Bisogna passare da Cristo per avere la vita, la religiosità trova risposta in Gesù, la ricerca del senso dell’esistere trova approdo in Lui. E’ Lui, la sua carne crocifissa, la porta stretta di ogni vita. Purtroppo molti cristiani si costruiscono un cristianesimo senza Cristo, fatto di visioni e devozioni strane, di apparizioni e di emozioni, di fenomeni straordinari, di potere e di controllo, di esteriorità, di adattamenti.
Altri ancora, dirà lo stesso Gesù, inventeranno orpelli inutili, ingabbiando la religione nelle tradizioni e nei costumi umani, caricheranno sulle spalle degli uomini pesi inutili. Gesù invece è lì a dire a tutti: venite a me, passate di qua, qui c’è il segreto della vita, non vi deve preoccupare se la porta è stretta, ci sono io, il figlio di Dio che non vi abbandona mai.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 7, 1-5)
Lettura del Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».
Audio della riflessione
E’ molto facile oggi lanciare giudizi su tutti: ci sentiamo sempre autorizzati a farlo, a intervenire non solo nel pensiero, ma anche con parole che possono ascoltare tutti, tranciando giudizi sulla vita di tutte le persone che vogliamo.
Gesù non è di questo parere: con un perentorio non giudicate pone un ordine per vivere la paternità di Dio nel rapporto con i fratelli.
Due motivi almeno vengono sottolineati: primo perché il giudizio condiziona l’altra persona, che tende a diventare come io lo vedo e condiziona pure me che sono come vedo l’altra persona … invece siamo chiamati a stimare l’altra persona come figlio di Dio, come mio fratello.
Il mio giudizio cattivo sull’altro è contro me stesso!
Non giudicare significa essere con Dio, nostro Padre che accetta incondizionatamente ogni persona, sentirci sempre suoi figli!
Giudicare significa non essergli figlio. Il mio giudizio buono con l’altro è la misura del mio essergli figlio di Dio, perché il giudizio futuro che Dio darà su di me sarà il giudizio che io ho sul fratello.
Pensate: sarò io a scrivere il giudizio di Dio su di me, perché Lui leggerà nient’altro che il giudizio che ho dato al mio fratello! Siamo noi che mettiamo in bocca a Dio il giudizio sulla nostra persona e il metro con cui saremo misurati.
Non giudicare non è che ci toglie la capacità di capire dove sta il bene o dove sta il male, cioè di discernere, di capire anche che comportamenti devo avere: se non giudico tra buoni e cattivi, posso vedere meglio che cosa sta in me, guardarmi dentro e vedere che cosa di bene posso fare per l’altra persona.
Dio piuttosto che giudicare e condannare i fratelli si fa giudicare e condannare da loro, li stima tanto da dare la vita per chi gliela toglie.
Il fascino di questo “non giudicare” è misericordia per tutti: Noi tutti, come Chiesa siamo chiamati a conoscere, vivere sia tra noi che con tutte le persone, una simpatia senza limiti per ogni essere altro da noi, non giudicare mai l’altro per il quale il giudizio di Dio è sempre misericordia assoluta per tutti.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9, 11b-17)
Lettura del Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.
Audio della riflessione
A gente che lo seguiva da tre giorni, affamata da svenire, Gesù disse agli apostoli: “date loro voi stessi da mangiare” … e loro che risposero? “Arrangiatevi, ognuno si prenda le sue responsabilità, non devo mantenerli io tutti questi accattoni. Ognuno deve tirar fuori la sua grinta per vivere, anch’io sono partito da niente e ho creato tutto quello che vedete, datevi una mossa! Non ti avremo per caso seguito per dar da mangiare a questa manica di fannulloni che non sono capaci nemmeno di pensare a se stessi?”.
“E’ forse mio questo popolo?” diceva Mosè nel deserto quando non ne poteva più degli sforzi per renderli un popolo e loro continuamente a lamentarsi.
La tradizione secolare che oggi ancora vogliamo rivivere si rapporta – come ci ha suggerito il Vangelo – al momento più drammatico della vita di Gesù: quella cena d’addio consumata nell’atmosfera di un tradimento e nell’anticipo della crocifissione.
“Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue.”
“Io sono il pane vivo. Hai fame? Ti senti in corpo un insaziabile desiderio di vita? Non c’è nessuna carne che ti può saziare, tornerai sempre a cercare e ad avere fame. Se vuoi avere la vita, ebbene è qui. Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Nel clima teso e intenso della sua ultima cena tra la constatazione del tradimento di Giuda e la profezia dell’abbandono dei discepoli, Gesù prende un pane spezzato e un calice di vino e dice: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue.
Il corpo e il sangue stanno per tutta la persona, nella sua identità e nella sua azione! È il dono – quindi – della sua persona e della sua intera esistenza!
Gesù non sta facendo un bel discorso metaforico edificante, magari in una piazza, utilizzando tutti gli accorgimenti della retorica, ma sta anticipando nel clima di una cena l’estremo dono di sé fino alla morte.
Noi cristiani chiamiamo tutto questo Eucaristia: Eucaristia è questa certezza di aver una presenza, un nutrimento, un centro che ci aiuta a condividere ogni giorno la sorte di Gesù per avere vita.
Mangiare e bere quel pane e quel vino, quel corpo e quel sangue, ci costringe a riconoscere Dio nella concretezza della umanità di Gesù: una vita donata, come tutte le vite, a partire da quelle dei nostri genitori, che hanno costruito le nostre esistenze.
D’ora in avanti il cristiano guardando la croce e facendone memoria nel gesto del pane e del vino, scorge la verità di Dio che è amore, la verità di Gesù che è dono, ma anche la verità di se stesso, la vita che deve a sua volta percorrere: prendere, mangiare, bere, fare memoria … esprimono la profonda condivisione dello stesso destino di Gesù.
Andiamo a Messa per ritrovare la strada della vita, per scoprire dove sta la felicità, per capire il segreto di chi vuol vivere per gli altri, per rivedere e incontrare di nuovo il Risorto.
In serata in molte parti del mondo si fa la processione del Corpus Domini: esponiamo in processione per le strade del paese o del quartiere l’ostia consacrata, sotto un baldacchino per grande rispetto.
La tradizione risale a quel prete slavo che cinque secoli fa, tentato di non credere che quel pezzo di pane consacrato fosse il corpo di Cristo, si reca a Roma in pellegrinaggio a fare penitenza e a supplicare Cristo che gli rinnovi questa fede; al ritorno, confortato della fede ritrovata, celebra una Messa di ringraziamento a Orvieto e qui accade l’inverosimile: l’ostia consacrata si mette a sanguinare abbondantemente e bagna l’altare, i sacri lini che proteggono il calice e il pavimento. Ne restano ancora oggi i lini insanguinati, le pietre segnate con tanto di autenticazione del papa stesso che si trovava – come capitava spesso in quegli anni – in Umbria a pochi chilometri di distanza. Ne nacque una autentica espressione di fede di tutto il popolo e della Chiesa del tempo nei confronti dell’ostia consacrata che facciamo oggi anche nostra.
Vogliamo ridire a noi stessi e comunicare a tutti che noi in questo sacramento crediamo, non solo, ma anche comunicare che l’Eucaristia è dono, gioia e centro della nostra vita … e usando le parole di san Tommaso D’Acquino possiamo rivolgerci a quest’ostia consacrata:
E Ti adoro con rispetto e dignità o divinità qui nascosta, che ti celi veramente sotto questi segni. Se cerchi di vederla, se cerchi di toccarla, se cerchi di gustarla perché ne mangi, i nostri sensi non riescono a dimostrartelo, ma io mi rifaccio con certezza a ciò che ho potuto sentire da quello che ha detto Gesù: Questo pane di vita sono io stesso, questo è il mio corpo e il mio sangue. Sulla croce era nascosta la divinità di Gesù, che si è lasciato crocifiggere, qui è nascosta pure la sua umanità. ma io qui credo che ci sia la sua umanità e la sua divinità e credo e chiedo ciò che ti ha chiesto il ladro che stava accanto a te mentre morivi in croce. Non posso mettere le mie dita nelle tue piaghe, ma io ti credo. Aiutami però a credere sempre di più e ad avere speranza irriducibile in te. Sei il memoriale vivo della morte di nostro Signore, concedi allora alla mia mente di avere ragioni di vita in te e di assaporare la dolcezza di gustarti. Sei come il pellicano che, per nutrire i suoi piccoli, si strappa pezzi del suo corpo col becco, perché anche tu ti cavi il tuo sangue per me. Ne basta una goccia non solo per me, ma per cancellare e perdonare il peccato di tutto il mondo. Allora o Signore alla fine ti chiedo che quel volto che ora vedo solo nascosto da un velo impenetrabile lo possa contemplare nella felicità della tua visione per sempre.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6, 24-34)
Lettura del Vangelo secondo Matteo
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».
Audio della riflessione
Possiamo guardare la vita da due punti di vista diversi, seguendo la lettura dell’Antico Testamento e del Vangelo: da una parte una esistenza basata tutta sul calcolo, sulla autosufficienza, senza riferimento che vada oltre le nostre pulsioni e interessi dall’altra una vita di fiducia, di abbandono; da una parte la deriva del potere ad ogni costo, dell’essere legge a se stessi, e quindi della violenza e del sopruso … dall’altra la consapevolezza di stare a cuore a Dio e una scelta di campo.
Non potete servire Dio e il denaro: o di qua o di là!
In mezzo ci siamo noi creature in cerca della luce e della felicità, orientati dalla fede nel Dio di Gesù Cristo, che smette di essere visto come il “vendicatore”, con un linguaggio bellico che traduce le mentalità di un popolo sempre distratto da infedeltà e peccato, ma come un papà, un padre pieno di cure e di attenzioni non solo per un popolo, ma in esso per ciascuna persona.
E’ ben diversa la vita se sappiamo di stare a cuore a qualcuno, di essere amati da Dio, di sentirci nelle sue braccia … se sappiamo affidare a qualcuno le nostre ansie e i nostri progetti …
Non affannatevi, dice il Vangelo: l’affanno non è segno di impegno, ma sfiducia negli altri, incapacità di affidarsi, senso di onnipotenza.
La fiducia in Dio è l’abbandono di Gesù nella braccia del Padre, è tentare tutto quello che è alla nostra portata, non restare comodi ad aspettare, ma nello stesso tempo sapere che c’è un progetto più grande nel nostro, il progetto della felicità di Dio, in cui ogni nostra azione o impegno è collocato.
Tante nostre vite crescono bene perché stanno nel grande piano dell’amore di Dio che non solo ci ha creato, ma ci sostiene in vita, ci ha mandato il suo Figlio Gesù a dimostrare con la croce l’amore senza limiti e ci mantiene in cuore il suo Santo Spirito.
Se abbiamo fiducia in Dio ci si “affina la vista” e diventa più ricco di bontà il cuore! Distogliendoci dalle preoccupazioni per noi si spalancano gli occhi sulle vere esigenze della vita e sulle risorse impensabili che Dio ci ha dato per affrontarle.
“Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta …”: è esperienza comune che quando ci impegniamo nel fare il bene agli altri, si risolvono anche i nostri problemi, le nostre ansie e soprattutto gli affanni, perché Dio abita il cielo delle nostre vite e le conduce verso il bene infinito che Lui è.
Dice il Catechismo della Chiesa Cattolica: “La creazione ha la sua propria bontà e perfezione, ma non è uscita dalle mani del Creatore interamente compiuta. È creata « in stato di via » verso una perfezione ultima alla quale Dio l’ha destinata, ma che ancora deve essere raggiunta. Chiamiamo divina provvidenza le disposizioni per mezzo delle quali Dio conduce la creazione verso questa perfezione…”
La testimonianza della Scrittura è unanime: la sollecitudine della divina Provvidenza è concreta e immediata: essa si prende cura di tutto, dalle più piccole cose fino ai grandi eventi del mondo e della storia.
Con forza, i Libri Sacri affermano la sovranità assoluta di Dio sul corso degli avvenimenti:
« Il nostro Dio è nei cieli, egli opera tutto ciò che vuole » (Salmo 115, 3), e di Cristo di dice:
« Quando egli apre, nessuno chiude, e quando chiude, nessuno apre » (Ap 3, 7);
« Molte sono le idee nella mente dell’uomo, ma solo il disegno del Signore resta saldo » (Pr 19, 21).
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6, 19-23)
Lettura del Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore. La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!».
Audio della riflessione
L’uomo, la donna non sono la vita, l’hanno ricevuta in dono e devono alimentarla; noi pensiamo di mantenerla accumulando beni, denaro, cose, senza accorgerci che in questa maniera con questa preoccupazione, che diventa assillo, immola la stessa vita per potersi procurare ciò che dovrebbe garantirla. Infatti chi fa delle cose il suo dio, le stacca dalla loro sorgente che è proprio il Signore e dalla loro destinazione che sono tutte le persone, che papa Francesco chiama Fratelli,tutti. La brama di possedere, di fare un posto principale nel nostro cuore alle cose non è che ateismo pratico, con tanto di idolatria collegata, che fa sparire dalla vita la cosa più bella che può fare una persona: Essere dono. Quel che è accumulato è un furto al Padre e ai fratelli. O il dono resta tale e si fa sempre dono, o diventa furto e richiama furto, subisce cioè quello che l’abbiamo fatto diventare.
Una qualsiasi persona abita più dove è col suo cuore, che col suo corpo. Se si amano le cose che periscono, finiscono, vanno in sfacelo, si va in perdizione. Se invece ami Dio che è vita, dimori in Dio e nella vita. In questa collocazione del sentirsi figli o no si accende una luce nel cuore che da esso esce e si proietta su tutta la realtà. Uno vede con la luce del suo cuore, con l’amore che lo illumina. Il nostro guardare, valutare, pensare, sentire, camminare, fare dipende certo anche dall’occhio, ma soprattutto dal cuore che ci siamo fatti, custoditi, curati.
Allora qui si fa chiara una decisione da prendere: che padrone servire, che scelta fare, bisogna decidere se seguire Dio o gli idoli, non si può tenere il piede in due scarpe. O Dio o gli idoli. Se il nostro fine è Dio, diventiamo come Lui; se è l’idolo diventiamo come l’idolo e ci possiamo permettere di descriverci come saremmo: volto scuro, bocca muta, occhio spento, orecchio sordo, mano chiusa, piede paralizzato, gola serrata e senza suono… Il fabbricatore di idoli, invece di essere figlio del Dio vivente, diventa una statua morta e fredda, un monumento funebre, la maschera mortuaria di se stesso. Senza accorgercene serviremmo l’idolo 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, tutta la vita, certo saremmo funzionari di un culto al lavoro per produrlo sempre e un culto indiretto nel riposo per consumarlo e riprodurlo. La nostra vita su fonda su Dio o sui vari titoli di credito.
Può sembrare esagerazione, ma esistono molte persone che consumano l’esistenza, la bellezza e la sorpresa della vita solo e sempre sull’idolo del denaro, con nomi anche più intelligenti e moderni, ma sempre idolo e prigione è. Il vangelo ci dice chiaramente da che parte stare come ha fatto Gesù.