Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 24,13-35)
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Audio della riflessione.
I due giovani di Emmaus avevano registrato tutto quello che aveva detto Gesù. C’erano alcuni file in testa indelebili, secretati, ma non avevano fatto molto caso a tutto quello che avevano sentito e credevano che dopo aver scoperto Gesù, dopo aver provato entusiasmo per Lui, la strada sarebbe stata in discesa. “Invece Lui l’han fatto fuori come tutti i nostri sogni –si dicono sfiduciati mentre se ne vanno da Gerusalemme- Noi sappiamo solo sognare, per noi è una condizione essenziale per rendere sempre più umano il mondo in cui viviamo. In una società disillusa e scettica che non crede ai sentimenti, che educa al narcisismo, che punta tutto sul successo e sulla carriera, noi ci ostiniamo a credere ancora all’amore, al voler bene”.
Hanno con sé telefonini con cui si mettono in contatto con tutti gli amici lasciati a Gerusalemme. Ogni tanto lanciano un sms a Giovanni, il più giovane degli apostoli, che li informa di tutte le novità che compaiono in Internet, alla TV. Continua a rimandare lo stesso messaggio: nella tomba non c’è più, le donne insistono nel dire che l’hanno visto, ma chi ci crede?
Tra un messaggio e l’altro si aggiunge al loro cammino un pellegrino un po’ strano. Colto, comunicativo, attento, curioso. Hanno le cuffie e il walkman, stanno ascoltando tutto quello che avevano registrato di Gesù con il loro cellulare e fanno ascoltare anche a questo pellegrino le parole che li aveva entusiasmati. Lui a sua volta si toglie le cuffie, ascolta, loro spengono il cellulare e si appassionano alla sua pazienza nell’aiutarli a capire il significato della vita. Si scalda loro il cuore. La parolaccia più brutta, che non avevano mai voluto dire e che ora continuano a ripetere, brucia dentro le loro anime. Non si deve più dire “ormai”. Basta usare l’imperfetto. Che è questo speravamo?
Avranno ancora l’impressione che il male, la prepotenza e la stupidità possano soffocare la verità, l’amore e la giustizia, ma non potranno dimenticare che qualcosa di simile è già accaduto nei confronti di Gesù. La malvagità degli uomini lo ha inchiodato alla croce, pensando in tal modo di toglierlo di mezzo; ma Dio lo ha risuscitato e la storia di Gesù continua a salvare l’uomo, a parlare al presente e al futuro non più al passato. E lo riconosceranno allo spezzare il pane, nell’Eucaristia.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,11-18)
In quel tempo, Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». Maria di Màgdala andò subito ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.
Audio della riflessione.
Morto proprio, senza più niente da fare. Discesa agli inferi dicono le sacre scritture. Partito, non ci sta più. Non è una sospensione, un momento di apnea dell’esistenza. La vita umana è chiusa. Non c’è più niente di quello che si può chiamare vita. È la sensazione che hai quando sei davanti al corpo senza vita di un amico con cui fino a un’ora prima hai giocato, ballato, sballato e bevuto.
Le donne, che accompagnavano Gesù, ne sono pienamente convinte tanto che stanno a calcolare quanti chili di aromi sono necessari per fissarlo in questa immobilità, perché anche questo corpo senza vita presto marcirà e sarà insopportabile da vedere. Guardando quel corpo disarticolato ti passa subito la sbornia e ti svegli senza un senso comprensibile. Non c’è più. È finito un pezzo della tua vita e tutto il pezzo intero della sua
Domani sarà senza lui, senza lei. Non ci posso credere! Non ci sono altri modi di pensare, di sperare. Ogni tanto ti distrai, perché chi ti accosta ti offre la sua amicizia, i suoi sentimenti, ti tocca, ti sta vicino, ti distoglie. Ma ripiombi subito nella realtà. Non c’è più.
È possibile una trasgressione anche qui? È possibile andare contro, buttare all’aria tutto, andarsene, rompere come ha fatto con la legge, come ho fatto coi miei genitori, come ho fatto quella volta che ho mandato al diavolo il mio datore di lavoro che mi pagava anche bene, ma sempre in nero e con una catena girata tre volte attorno alla mia vita, ai miei sentimenti, schiavo nelle idee, provocato sempre a dire che aveva ragione, anche se non la si vedeva nemmeno col cannocchiale.
Ho avuto la forza di rompere le catene e ho ritrovato la libertà anche se di un pollaio, sempre meglio che strisciare e consumare la lingua a leccare. È possibile ribellarmi a questa morte, scriverne la condanna, disposto a pagare tutti i costi; so pagare per quel che voglio e mi dà gioia.
Lui, Gesù ha potuto. Il punto più alto della sua trasgressione, del far scoppiare l’universo intero nelle sue sicurezze, dell’incendiare e far saltare in aria tutti gli apparati di morte degli uomini lui l’ha raggiunto. Ha minato il Pentagono, ha minato tutti gli eserciti, ha minato gli arsenali, le armi intelligenti e quelle stupide, ma sempre troppe, e ha vinto. La risurrezione è la sua trasgressione più grande. Ha spuntato le armi alla morte, all’odio. Un dono “insperato” del Padre, un cambiamento radicale della creazione dell’universo e dell’uomo, della vita e della storia. È risorto.
Non è un fantasma, una sorta di presenza da x-file. Non è la forza del ricordo. Non è un morto ritornato in vita. Lazzaro ci ha sorpreso, ma ha spostato solo la data della sua morte.
Lui, Gesù, c’è ed è in vita, una vita nuova piena, inedita: quella di prima tutta in carne, pelle, ossa, corpo e sentimenti, sguardi e affetti, ma radicalmente nuova, inserita in una esplosiva novità. È un modello nuovo di vivente, l’apice cui doveva giungere la vita umana, da quando Dio l’aveva creata. Ed è vita definitiva per tutti noi.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 28,8-15)
In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno». Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi.
Audio della riflessione.
Quanto più importante è una notizia tanto più si fa urgente il suo annuncio … quanto più si è coinvolti nella notizia, tanto più si fa impellente trasmetterla a chi ci è vicino, a quanti amiamo.
Il Signore è risorto!
L’ascolto di questa notizia e l’esperienza concreta fatta personalmente dell’incontro con Gesù vivo, spinge prepotentemente le donne in questa fretta di trasmettere lo stesso annuncio; è la stessa fretta della Vergine Maria: anche Lei, con l’annuncio fecondo fatto dall’angelo Gabriele appena accolto nel grembo, si reca in fretta a sperimentare che è autentico, a vedere l’impossibile che si stava compiendo in sua cugina Elisabetta; è l’impossibile che capita incontrando Gesù risorto alle donne che portano addolorate la mirra per la sua sepoltura (mirrofore), è l’impossibile che si avvera per Elisabetta incinta sulla soglia di casa ad accogliere Maria vergine la Piena di Grazia, incinta dello Spirito Santo; è una sorta di arcobaleno tra la terra e il cielo in cui si stende il miracolo dell’impossibile divenuto possibile, tra l’aurora della vita di Gesù e il compimento della vicenda di Gesù Salvatore.
Il Vangelo è questa Buona Notizia: è vero che “nulla è impossibile a Dio”!
Non vi è nulla che possa qualcosa di fronte al potere di Dio: non lo può la morte di un grembo sterile, non lo può la verginità serrata sulla fecondità biologica, non lo può nemmeno una pietra rotolata davanti ad un sepolcro.
Chi ha rotolato con le sue mani la pietra dal sepolcro? Chi ha fatto seccare il fico? Chi ha risanato la mano inaridita? Chi ha saziato un giorno la folla nel deserto? Chi se non il Cristo che fa risorgere i morti?
Chi ha dato la luce ai ciechi, purificato i lebbrosi, drizzato gli storpi e camminato a piedi asciutti sul mare come su terra ferma? Non forse il Cristo Dio che risuscita i morti?
Chi ha risuscitato dalla tomba Lazzaro, morto di quattro giorni, e il figlio della vedova? Chi, come Dio, ha drizzato il paralitico costretto a letto?
Grida la pietra stessa, gridano i sigilli che avete messo, aggiungendo guardie per sorvegliare il sepolcro: Cristo è veramente risorto e vive nei secoli” (S. Andrea di Creta, Canone orientale dei vespri della domenica delle mirrofore).
Grida la gioia!
Gesù incontra le donne che, con timore e gioia grande, correvano a portare l’annuncio ai discepoli: la “gioia grande” delle donne incontra la Gioia infinita, Colui che, vincendo la tristezza e il dolore distruggendone la morte da cui hanno origine, è divenuto Egli stesso gioia pura, sottratta alla contaminazione della fine, sottratta alla corruzione del sepolcro.
Gesù viene incontro alle donne, ed è un cortocircuito esplosivo: Quel “Rallegratevi!” che dice Gesù alle donne è lo stesso invito rivolto dall’Arcangelo Gabriele alla Vergine Maria e che ora investe loro, le prime testimoni della risurrezione… e lo stesso stupore e timore dinanzi a quelle parole e a quell’evento inaspettato, a quel Cielo piombato d’improvviso sulla terra, a quella Vita apparsa nel seno vergine di Maria e nella carne crocifissa di Gesù, lo stesso impatto con l’impossibile che s’era fatto possibile.
Non conosceva uomo Maria, e ha generato l’Uomo!
Nessuno a ribaltare la pietra del sepolcro, e una vittoria che rovescia ogni lapide e fa di ogni sepolcro la porta spalancata sulla vita che non muore.
Di fronte a tutto questo non poteva essere che la gioia l’unica risposta delle donne, esattamente come è stata quella di Maria: gioia che non si può contenere e che si fa, naturalmente, fretta e corsa per annunciare il prodigio che cambia, definitivamente, il corso della storia e dell’esistenza di ogni uomo: la morte è vinta!
Così anche per ciascuno di noi, immerso nell’incertezza di fronte alle tante pietre che sigillano i sepolcri delle situazioni dove respiriamo odore di morte, corruzione nelle relazioni, i fallimenti che sembrano decretare la fine delle speranze.
La pietra che grava sul cuore è stata rovesciata, dall’ombra della morte che schiaccia nella sofferenza è risorto Cristo!
La Chiesa ce lo ha annunciato nella notte delle notti: le letture proclamate, come angeli, hanno illuminato la nostra storia indicandoci i luoghi di morte del nostro passato e presente trasformati in santi sepolcri, vuoti come quello di Gesù a Gerusalemme; nella solennità della liturgia pasquale, cui abbiamo partecipato, nello splendore dei suoi segni, abbiamo visto stupiti, deposti le bende e il sudario con i quali avevamo avvolto pietosamente la nostra vita, le fragili supposizioni e interpretazioni dei fatti, la rassegnazione, la rabbia ormai senza forza per i troppi tentativi di rianimare situazioni irreversibilmente compromesse; abbiamo visto la tomba vuota, un senso di leggerezza dentro, che quanto ci stava schiacciando, aveva smesso di angustiarci; e, nutriti nel sacramento di quella carne e di quel sangue liberati dalla morte, siamo ritornati di corsa alla nostra vita, con gioia e timore grandi, ad annunciare il miracolo avvenuto in noi, lo stesso che aveva raggiunto Maria a Nazaret e alle donne dinanzi al sepolcro di Gesù.
Ed eccoci oggi, sul cammino uguale a quello di ogni giorno, la casa, la famiglia, e poi il lavoro, gli amici, la nostra storia. Eccoci pronti ad incontrare Gesù in persona, su questo concreto cammino che descrive ogni nostro giorno, come Maria incontro alla sua cugina sterile, come le donne di corsa verso i discepoli. Eccoci esattamente dove siamo, così come siamo, per incontrare il Signore risorto, per sperimentare l’autenticità dell’annuncio che ci ha colmati di gioia. Elisabetta è davvero incinta, il Signore è davvero risorto, la nostra vita, anche se in apparenza nulla è cambiato, non è più come prima! Ci viene incontro il Signore e ci fissa con uno sguardo che sa di Cielo, e libera in noi la gioia. Sì, è tutto vero, non è un sogno, un’illusione, un’altra speranza prodotta dalla nostra disperazione. È risorto, è qui vivo sul nostro cammino, nella storia di oggi, da oggi luogo dove accogliere e sperimentare la sua vittoria.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-9)
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Audio della riflessione.
Vi sarà capitato qualche volta di alzarvi presto la mattina della domenica. Sembra un altro mondo: tutto tace, non c’è traffico le saracinesche dei bar sono ancora abbassate, anzi fai fatica a trovarti un caffè da bere. La notte prima s’è fatto tardi, è festa si può riposare di più, si interrompe il lavoro, si respira un’altra aria. Doveva essere una mattina strana anche quel primo giorno dopo il sabato, ancora feriale per lo sparuto numero di seguaci di Cristo che si erano rifugiati senza speranze, delusi e tristi dopo il dramma dell’esecuzione efferata di Gesù.
Ricominciava la settimana, ma non per loro. Per loro continuava la disperazione ma non ancora per molto: presto quel primo giorno dopo il sabato cambierà nome, si chiamerà domenica; da giorno del pianto diventerà giorno di festa. Capiterà qualcosa che avrà la forza straordinaria di spostare nella comunità degli uomini il giorno stesso della festa settimanale, cambierà una tradizione di secoli, proprio in un popolo che per conservare la tradizione si faceva perfino ammazzare.
Ebbene quel mattino è caratterizzato da gente che corre. Corre Maria di Magdala sconvolta, dopo che con calma si era recata al sepolcro continuando la tradizione di vestale del pianto, di custode del dolore e di ultimo grembo di un cadavere. Non c’è più da piangere, da dolersi, da imbalsamare, da fissare pietosamente nella morte nessun corpo martoriato. Lui non c’è più, la tomba è vuota.
Corrono nel senso opposto Pietro e Giovanni. Pietro appesantito dagli anni e forse più dal dolore e dalla disperazione, Giovanni più giovane più agile, più cocciuto, più ingenuo, innamorato perso.
La constatazione è uguale, anzi ancora più meticolosa. Non solo è ribaltata la grossa pietra, ma il sudario, il lenzuolo, le bende che avevano frettolosamente ricoperto quel corpo dilaniato in maniera efferata sono adagiate in forma strana, come se il corpo che contenevano se ne sia sottratto e il lenzuolo sia ricaduto su sé stesso, vuoto.
È vuota la tomba, sono svuotate le bende. È la prima impressione di Pietro, che se ne esce ancora confuso, ma la prima fotografia di Giovanni ha un titolo: Vide e credette, dice il Vangelo. La tomba vuota era solo un segno, non è la constatazione scientifica di un evento. Giovanni il giovane, ha capito subito il segno e ha dato la sua adesione di fede, che verrà riconfermata la sera alla vista dello stesso Gesù risorto. Se ne aggiungeranno presto tanti altri di segni, ma questo giorno di Pasqua ci basta questo per guardare alla vita con lo stupore di una speranza. La morte non è l’ultima parola su ogni nostra esistenza umana.
Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16, 1-7)
Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare ad ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto».
Audio della riflessione.
Abbiamo vissuto una settimana all’insegna dei ricordi, delle tradizioni, delle usanze ereditate dai nostri genitori, ci siamo improvvisati attori, registi, sceneggiatori di fatti più grandi di noi e siamo potuti risalire alla nostra infanzia, all’incanto di ogni fanciullezza. Abbiamo visto giovani interpretare Gesù Cristo, uomini maturi fare Pilato, anziani fare i sommi sacerdoti, il solito, segnato a dito, fare Giuda. Poi ci siamo fatti passare di mano in mano quella croce. Potevamo essere tentati solo di esprimere tradizioni, folklore, appuntamenti con la storia. Abbiamo potuto fare a anche a scuola qualche gesto. Stasera la cosa cambia di netto: ieri era possibile stare indifferenti, stare sulle nostre, non scomodarci troppo; oggi non è più possibile, dobbiamo fare il salto della fede.
Stasera ci viene chiesta la fede. Non possiamo appendere nelle scuole o negli edifici pubblici il risorto, ci vuole un atto di fede; appendiamo solo un crocifisso, che richiama solo storia e pietà, anche se molti ci negano anche quella. Stasera facciamo il salto nell’oltre. Riconosciamo che l’uomo della debolezza e della croce, l’immagine dei nostri infiniti dolori è il Dio della risurrezione, è il nostro liberatore, è la vita piena e senza fine. Colui che è morto così miseramente senza nessun stoico coraggio è il Figlio di Dio.Dice uno dei quattro vangeli nel racconto di questa giornata memorabile: Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro. Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa
È un discorso difficile, perché occorre affidarsi; occorre avere il coraggio di leggere il terremoto di cui si parla nel vangelo come definitivo, come quello che ci toglie da ogni disperazione. Questo terremoto ci consola, questo terremoto vogliamo chiedere a Dio. È il terremoto della vita che dà inizio alla costruzione di un nuovo mondo.
È il cambiamento radicale del nostro modo di pensare, degli stili della nostra esistenza, della speranza oltre ogni paura e dolore. Non è il terremoto che ci fa paura e che ogni tanto colpisce il nostro mondo e soprattutto l’Italia. È questo terremoto di Pasqua, il terremoto della vittoria sul male e sulla morte, il terremoto che ha fatto saltare i macigni dalle tombe e dal cuore. “Ognuno di noi ha il suo macigno. Una pietra enorme messa all’imboccatura dell’anima che non lascia filtrare l’ossigeno, che opprime in una morsa di gelo; che blocca ogni lama di luce, che impedisce la comunicazione con l’altro. È il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell’odio, della disperazione, del peccato”
È questo terremoto che noi vogliamo augurare a tutti, che imploreremo con forza da Dio per tutti i martiri. Non posso dimenticare quei ragazzi copti sgozzati e crocifissi solo perché cristiani, ricordati da papa Francesco in questi giorni, ma nemmeno quei giovani incontrati in una scuola che a fatica hanno fatto un segno di croce, per non farsi tirare in giro dopo dai compagni. Questo spesso è il coraggio della nostra fede, il nostro coraggio quando siamo nella movida o nelle nostre vite private, la nostra fede per mestiere, il nostro forzato credere per non creare problemi dove siamo.
Ma Dio è grande e ci dimostra continuamente il suo amore e la sua misericordia. Risurrezione è sapere che abbiamo un futuro più grande di ogni nostra attesa, più forte delle nostre miserie, più autentico dei nostri giuramenti. Resurrezione è non permetterci in nessuna situazione di dire la parolaccia “ormai”. Perché risurrezione significa che c’è sempre più futuro che passato, perché la vita non è la quantità di giorni che ci rimangono, ma la qualità dell’esistenza che viviamo e che si prolungherà senza fine nelle braccia di Dio. Resurrezione è uno spazio di futuro che ci garantisce da ogni morte definitiva e questo ce lo ha regalato Gesù, il Nazzareno, il condannato a morte, sepolto e risuscitato.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 18, 1-19, 42)
In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cèdron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?». Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno. Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo». Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. E la giovane portinaia disse a Pietro: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava. Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento. Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote. Non sei anche tu uno dei suoi discepoli? Non lo sono! Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò. Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?». Gli risposero: «Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato». Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno». Così si compivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire. Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?». E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna. Vi è tra voi l’usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi: volete dunque che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante. Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi. Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna». Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!». Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa». Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio». All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura. Entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: «Di dove sei tu?». Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande». Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà. Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare». Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Parascève della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”». Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto». I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato –, e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: “Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte”. E i soldati fecero così. Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé. Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito. E subito ne uscì sangue e acqua Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: “Non gli sarà spezzato alcun osso”. E un altro passo della Scrittura dice ancora: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”. Presero il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli insieme ad aromi Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di áloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parascève dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.
Audio della riflessione.
Ti capita ancora se abiti in qualche bel paese di campagna o di periferia di sentire ogni tanto dei rintocchi gravi di campana, quel rimbombo lento, talvolta straziante perché ti ricorda che vai a seppellire un amico, un familiare, Dio non voglia, un figlio. E attorno si fa silenzio. Il paese si ferma, la gente si stringe attorno per darti quel poco di solidarietà che può. Si crea quell’atmosfera surreale, ma vera, di bisogno di superare lo smarrimento, che fa parte della nostra vita. Noi veniamo al mondo a suon di campane di allegria per il battesimo e siamo portati a sepoltura da rintocco di tristezza.
Oggi ci dovrebbe essere questo silenzio: ancora in tante fabbriche, in tanti studi commerciali, in tanti luoghi istituzionali, si usa fare un momento di silenzio: ricordiamo la morte di Gesù. Possiamo essere credenti o no, ma tutti possiamo ricordare chi ha dato una svolta decisiva alla storia del mondo. Oggi per Lui c’è silenzio forse, non rintocco di campane. Non è morto come tutti e non è ricordato cadavere.
Vogliamo risentirci per l’ennesima volta la sua passione, la vogliamo vedere rappresentata, noi stessi ci mettiamo ad assumere una parte in questa storia: c’è chi fa Giuda e rappresenta tutti i nostri tradimenti, chi fa Maria e rappresenta tutte le nostre mamme che soffrono per la morte dei figli, chi fa il soldato o la canaglia che rappresenta le nostre violenze quotidiane, chi fa il traditore, per dare un volto a tutti i tradimenti della vita e della storia. Lì tutti andiamo a farci rappresentare, per farci giudicare.
È una catarsi necessaria, non è una fiction, lì ci andiamo con il cuore pentito, almeno una volta nella vita. Chissà che proprio a questi sentimenti di stasera sia legata la nostra felicità definitiva, quella vera. I sentimenti sono passeggeri, ma se hanno sotto un cuore che ama, sono tappe di una vita nuova.
Andiamo sotto quella croce a farci nascere speranza; perché quello che vediamo piagato e disprezzato non resta cadavere, ma trionfa sulla morte e dona vita piena; quella croce è segno di speranza e sconfigge ogni altra croce della nostra vita e ogni violenza sui giusti che rappresenta. Non siamo disperati per la morte del nostro fondatore defunto, ma coscienti che l’abbiamo fatto morire noi e sicuri che il suo perdono, la sua bontà non ce la farà mai mancare, travalicano i tempi, gli spazi, gli odi e le nostre continue cattiverie. Questa croce la vogliamo scrivere nella nostra carne perché scompaia dalla vita di ogni creatura.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 13, 1-15)
Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».
Audio della riflessione.
È sempre bello poter rifarsi a qualcosa che ti incanta e ti incatena nello stesso tempo. È l’amore, per esempio, tra un uomo e una donna, tra un ragazzo e una ragazza: sei passato per caso, s’è accesa una passione, uno spasimo, una gioia che non puoi più contenere, hai fatto pazzie per capire, per incontrarti, per vedere come saziare questo desiderio, come dargli un nome, come possederlo; non ce l’hai mai fatta perché ogni espressione non è mai stata capace di definirlo, di comprenderlo fino in fondo; c’è sempre stata una sete che non poteva esaurirsi. La vita è così: accende forti passioni per farci alzare lo sguardo all’infinito, anche se noi facciamo finta che ci possiamo accontentare di qualcosa che vale molto meno: i soldi, il potere, il sesso fine a sé stesso. Ma nessuno si inganna con sé stesso: sono tutte pezze di felicità che cercano di tappare un colabrodo che è la nostra vita e che fa acqua da tutte le parti.
Per un cristiano una esperienza così profonda è l’Eucaristia, questa semplicissima cena, in cui Gesù anticipa nei gesti, nei segni, nel pane e nel vino l’offerta di sé per la pienezza di vita del mondo, per colmare la sete di amore dell’uomo, per proporsi come riferimento alle nostre ricerche e alle nostre paure.
Vogliamo brevemente contemplare questo momento intenso, tragico, coinvolgente. Immaginiamo di esserci tutti noi. Siamo stati invitati dall’abitudine, dalla fede, da amici, dai genitori, dal cuore. Ci siamo magari detti: stasera ci vado anch’io. Non ci spero niente, però ci voglio stare. E siamo qui, ciascuno con il nostro pensiero, i nostri affanni, le nostre gioie, i nostri sogni. I giovani hanno fatto uno strappo alle loro solite abitudini, noi adulti alle nostre comodità, a quell’inerzia o pigrizia, che quando eravamo giovani giuravamo che non ci avrebbe preso, poi invece la vita ci fa mettere le pantofole e non ci fa più osare qualcosa di grintoso.
Gesù a questa cena fa a noi alcune domande imbarazzanti: qualcuno di voi mi tradirà, vegliate, statemi vicini, chi mangia questa carne vivrà in eterno, volete andarvene anche voi. Dobbiamo scegliere. Non liquidiamo la nostra fede con la domanda. Sono forse il Signore, per lavarcene le mani. Ciascuno di noi vive il suo piccolo o grande tradimento. Stasera però Gesù vuol andare oltre e ci lava la vita, ci lava i piedi, ci purifica la coscienza perché abbandoniamo tutte le nostre miserie e ci apriamo all’ascolto, all’accoglienza.
La grande defezione dal Cristianesimo che si sta realizzando nelle nostre comunità avviene nella mentalità della nostra gente perché si crede che il Cristianesimo sia una opzione contro la vita. Con la Croce, con tutti i Comandamenti, con tutti i “No” che ci propone, ci chiude la porta della vita. Ma noi, vogliamo avere la vita, e scegliamo, optiamo, finalmente, per la vita liberandoci dalla Croce, liberandoci da tutti questi Comandamenti e da tutti questi “No”. Vogliamo avere la vita in abbondanza, nient’altro che la vita. Qui subito viene in mente la parola del Vangelo: “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà” (Lc 9, 24). Questo è il paradosso a cui siamo chiamati anche stasera. Se noi ci arroghiamo di essere i padroni della vita, la perdiamo. La storia del secolo passato, ma anche di questa guerra mondiale a pezzi, attentato, vendetta, carneficina ce lo insegna. Non arrogandoci la vita per noi, ma solo dando la vita, non avendola e prendendola, ma dandola, possiamo trovarla. Questo è il senso ultimo della Croce, che domani metteremo al centro ancora di più del nostro essere cristiani: non prendere per sé ma dare la vita.
È contemplazione soprattutto, ma anche decisione di mettersi al servizio degli altri. Frasi fatte, ma non sempre, perché in quell’ultima cena Gesù si mette a lavare i piedi agli apostoli.
Tra l’annuncio di un tradimento e la crocifissione, prende tra le mani quei piedi e li lava. Ha strofinato con le sue mani i piedi di Pietro, quelli che l’avrebbero fra poco portato lontano da lui nel tradimento, ha preso tra le mani i piedi di Giovanni, il giovane innocente e ingenuo che avrebbe preso il suo posto accanto alla mamma Maria, ha preso tra le mani i piedi di ciascuno di noi, ha pensato a tutti i nostri percorsi sbagliati, le nostre fughe da lui, le nostre avventure incoscienti, i nostri tradimenti e i nostri passi d’amore verso i poveri.
A quei piedi è affidato l’annuncio di speranza che dovrà varcare ogni confine del mondo. A noi questa speranza è arrivata e non dobbiamo tenerla per noi.
Una riflessione sul Vangelo secondo Mateo (Mt 26, 14-25)
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù. Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».
Audio della riflessione.
Siamo tutti piccoli o grandi traditori. Tutti un giorno o l’altro abbiamo venduto la fiducia che qualcuno ci aveva regalato per fare i nostri interessi, abbiamo tutti un tiro pronto alla schiena, una menzogna per salvarci la faccia, una amicizia che abbiamo usato per il nostro egoismo, un giuramento sulle cose che abbiamo più care, per salvarci in extremis da una verità che non abbiamo il coraggio di dire e che ci brucia dentro. Non ci interessa se facciamo del male, se feriamo, abbiamo solo urgenza di salvarci la faccia perché non abbiamo la forza di guardarci dentro e di accettarci per quello che siamo.
C’è un tradimento che oggi risuona nell’atmosfera severa delle chiese, che viene letto e riletto, messo davanti a nostra confusione, collocato in vetrina per potercisi specchiare. È il tradimento di Giuda. Lui, l’amico, il confidente, la persona che Gesù ha caricato di tutta la sua volontà di coinvolgerlo nel piano di salvezza. Lo conosceva, sapeva che era un sicario, che nel suo sangue bolliva urgenza di cambiamento, di rivoluzione. Aveva voluto trascinarlo nella rivoluzione dell’amore, ma non ce l’ha fatta. Lui Giuda si è ripreso la sua libertà. Ha seguito per un po’ Gesù, ma non è riuscito a trasformare il suo odio in amore, la sua ideologia della violenza in visione evangelica di cambiamento delle coscienze.
Quei trenta miseri denari, che gli scotteranno subito tra le mani appena monterà nella sua anima la vergogna al solo loro tocco, risuoneranno metallici e striduli sotto le arcate cupe dei palazzi del potere. Non saranno la musica dei singhiozzi di Pietro, ma il riso satanico di chi ha venduto la sua anima al Divisore.
Il mistero dell’iniquità si è fatto vivo e non smetterà mai di tormentare l’uomo, di tentarlo sempre di tradimento.
Ma Gesù tenterà l’ultima carta e lo chiamerà amico, rievocherà con quel nome tutti i tentativi di forzare la cattiveria che albergava nel cuore di Giuda. Amico, è una parola che ci vogliamo sempre sentire da Gesù, perché sappiamo che Lui è un Dio che non ci abbandona mai. Amico vogliamo dire anche noi, a chi ci fa del male, a chi trama contro di noi, a chi vediamo accecato di odio perché vogliamo sempre spegnere l’odio con l’amore.
In quel tempo, [mentre era a mensa con i suoi discepoli,] Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariòta. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto». Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte. Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire». Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte».
Audio della riflessione.
Vive sempre in noi un grande desiderio di bontà, di generosità … tante volte vedendo le situazioni di bisogno vorremmo impegnarci in prima linea, ci par di poter bruciare le tappe, ci sembra che niente possa fermarci: è entusiasmo sincero, è slancio immediato, ma spesso è senza radici … non fa conto della debolezza della vita, della fragilità delle nostre forze.
Un’altra figura che campeggia nella storia della passione di Gesù ci mette davanti alle nostre velleità e alla assoluta necessità di affidarci solo a Dio: è Pietro, un uomo tutto di un pezzo, deciso, immediato, entusiasta, ma debole.
“Darò la mia vita per te”.
Chi non l’ha detto qualche volta in uno slancio d’amore verso la persona amata? Chi non ha sentito crescere dentro di sé amore e dedizione per qualcuno che ti ha riempito il cuore della sua amicizia, che ti ha fatto intravedere un mondo bello, e ti ha fatto vivere una relazione profonda di amicizia?
“Gesù, come posso ripagare la sterzata decisiva che hai dato alla mia vita? Tu mi hai strappato da quel lago, mi hai fatto intravedere un regno di pace e di giustizia, mi hai mostrato il tuo volto raggiante di Figlio di Dio sul Tabor. Ricordi quanto ti supplicai di fissarci in quella beatitudine? Quanta nostalgia mi hai fatto crescere in cuore per il tuo mondo. E vuoi che io ora mi tiri indietro? Vuoi che mi faccia costare lo stare con te, credi che ci sia qualcuno che può cancellarmi dagli occhi e dal cuore, dagli orecchi e dall’intelligenza il tuo volto, le tue parole, la tua bellezza, la tua amicizia, la tua solidarietà? Darò la mia vita per te!”.
Purtroppo, già razzolava nella corte di Pilato, già beccava frumento nel pollaio dei sommi sacerdoti il gallo che avrebbe risvegliato Pietro dalla sua sicumera e lo avrebbe ridotto a uno straccio di traditore, per giunta sconfitto e disperato.
Mi avrai rinnegato tre volte.
Benedetto gallo che risvegli la coscienza dal torpore: ne avessimo sempre uno anche noi che ci potesse togliere da quella stupida abitudine al tradimento di cui molte volte non ci vogliamo accorgere!
C’era però già pronto ancora una volta uno sguardo di tenerezza e d’amore: il focoso Pietro, il generoso Pietro non sarebbe stato lasciato a sé stesso nella sua tragica consapevolezza del tradimento, ma sarebbe stato accolto dall’amore di Gesù, il Dio che non abbandona mai nessuno.