L’ultimo gesto d’amore dell’umanità a Gesù  

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12, 1-11)

Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Làzzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo.
Allora Giuda Iscariòta, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro.
Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Làzzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Làzzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.

Audio della riflessione.

È bello ascoltare storie, evocare sentimenti, osservare descrizioni di personaggi, vedersi rispecchiare in figure che ci aiutano a leggere più in profondità le nostre stesse emozioni e a dare voce ai nostri sentimenti … la settimana più decisiva della vita di Gesù ce ne presenta tanti.  

Sei giorni prima della grande festa ancora tutto è normale: non è ancora esplosa la cattiveria umana che porterà Gesù in croce, c’è una scena intima di amicizia, dove si mescolano tenerezza e triste presagio.

Gesù sente di essere braccato: quell’ingresso trionfale a Gerusalemme ha messo in allarme il sinedrio … non staranno con le mani in mano a farsi cogliere di sorpresa … “O adesso o mai più” – pensano i sommi sacerdoti – “Quel che Gesù ha fatto è troppo!” … e Gesù si concede un momento di intimità con gli amici: va a Betania nella casa dell’amico Lazzaro.

La casa è piena di tanti amici, ma la scena è occupata da due persone: Maria, la sorella di Lazzaro e Giuda; da una parte la tenerezza, un cuore ansioso, pieno di presagi, una sensazione di qualcosa di irreparabile che sta capitando, dall’altra un freddo calcolatore pieno di sicurezza e di disprezzo, frustato e tentato di tradimento.

Maria rompe un vaso di nardo preziosissimo e riempie la sala di profumo: sono i piedi di Gesù che meritano tanto, ma è tutta la casa che ne viene saturata, la vita di quel gruppo di disperati che viene inondata da un profumo che nei loro ricordi resterà indimenticabile! È un gesto d’amore, è l’ultimo vero gesto d’amore che viene rivolto dall’umanità a Gesù.

Ce ne sarà tra poco un altro, il bacio di Giuda, quello non sarà amore, ma tradimento! C’è un conteggio che passa per la mente di Giuda: un profumo sprecato questo unguento, con tutti i poveri che ci sono e che potrebbero avvantaggiarsi del suo valore: vale ben trecento denari.

Il prossimo conteggio lo farà ancora il Sinedrio, quando gli conterà trenta miseri denari come prezzo del tradimento …

La nostra vita si snoda tra un atto di amore e un tradimento: siamo Maria che si vota a Cristo e nello stesso tempo siamo Giuda che calcola.

Per Maria e per noi spesso Gesù è tutto, ma purtroppo abbiamo la tragica possibilità di essere anche Giuda, di non capire Gesù, di vendicarci su di Lui con la nostra cattiveria.

È la Settimana Santa … dobbiamo prendere posizione: o contro Gesù o con Lui, il Dio che non ci abbandona mai. 

25 Marzo 2024
+Domenico

Le Palme, i giovani fanno festa a Gesù  

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 11,1-11)

Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, mandò due dei suoi discepoli e disse loro: “Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui. E se qualcuno vi dirà: “Perché fate questo?”, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito””. Andarono e trovarono un puledro legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo slegarono. Alcuni dei presenti dissero loro: “Perché slegate questo puledro?”. Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù. E li lasciarono fare. Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra. Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano:

Osanna!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
1Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide!
Osanna nel più alto dei cieli!“.

Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània.

Audio della riflessione.

Le feste ci attirano sempre. Veniamo da giorni di dolore, talvolta di noia, spesso di routine. Vedere qualcuno felice, vedere gente che si scioglie uscendo dalla sua solitudine in atteggiamenti di festa ci fa sempre piacere, per lo meno ci incuriosisce. Vediamo i particolari del tragitto di Gesù. Sono partiti da Betania, a pochi chilometri da Gerusalemme, un villaggio sul versante orientale del monte degli ulivi, dov’era la dimora ospitale delle sorelle Marta e Maria, e del loro fratello Lazzaro, da poco risuscitato da Gesù, e dove la gente curiosa si addensava stupita ed eccitata: vi erano gli amici, i discepoli con quelli che ammiravano Lazzaro redivivo per la popolarità che Gesù andava acquistando, c’erano anche quelli che erano decisi a sopprimere tanto Gesù, quanto Lazzaro, per mettere fine al successo crescente del Maestro (Io. 12, 10). In quest’atmosfera, carica di entusiasmo esplosivo da una parte e di odio radicale e segreto dall’altra, partendo da Betania si formò un corteo, e con grande gioia dei seguaci di Gesù. Gesù, contrariamente ad altri momenti ci sta e dà un ordine insolito ai discepoli: procuratemi una cavalcatura per proseguire festosamente verso Gerusalemme. A Betfage infatti, fu preso a prestito un asinello, non mai prima d’allora cavalcato da alcuno, e vi fu fatto sedere il Maestro stesso; e immediatamente la scena si trasformò in una manifestazione popolare, resa solenne nella sua povera semplicità da due circostanze: la ressa di popolo accampata intorno a Gerusalemme per la Pasqua ebraica, e proveniente dalla città rigurgitante di popolo e di forestieri, e accorsa tutta verso la comitiva in arrivo; e, seconda circostanza, le acclamazioni spontanee e gaudiose di tutta quella gente, dei giovani e dei ragazzi soprattutto, che applaudiva con grida assai significative, e per i nemici di Gesù assai fastidiose: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore». 

Che cosa significava questa accoglienza, così gioiosa e così clamorosa? Questo è importante notare. Il momento si fa drammatico, e acquista il suo significato, decisivo per la storia e per la comprensione del Vangelo: si tratta del riconoscimento e della proclamazione del carattere messianico di Gesù. Per noi è consuetudine, ma per gli ebrei che avevano sempre vissuto con nel cuore, nella storia, negli studi, nelle preghiere una attesa infinita, finalmente sono con Colui che doveva venire. Egli è qui, Egli è il figlio di David! Egli è il Cristo! Gesù è il Cristo, il mandato da Dio, il Salvatore, il Messia, è il centro della storia, è il Re dei Giudei (Che aveva scritto Pilato sulla tavoletta della sentenza di morte, affissa sopra la Croce di Gesù? «Gesù Nazareno Re dei Giudei»). «Questo è il punto ove s’incontrarono . . . il messianismo delle plebi e quello di Gesù». Non era soltanto un momento eccezionale; era un destino, che riassumeva la vita privilegiata e travagliata del Popolo eletto, che concentrava in sé il compimento delle profezie e che apriva gli orizzonti del tempo futuro, che celebrava un avvenimento d’inesauribile salvezza, la Redenzione, e che impegnava tutta l’umanità ad una scelta suprema, quella nuova alleanza tra il mondo e Dio, quella del cristianesimo sì, o no. Questa celebrazione, che riguarda la proclamazione di Gesù Messia, di Gesù il Cristo, di Gesù, nostro Salvatore, riguarda anche il nostro destino, la nostra scelta primaria. Ripensate all’episodio decisivo, che stiamo celebrando: Gesù riconosciuto dal Popolo, e nello stesso tempo, Gesù osteggiato e poi fatto uccidere dai capi del Popolo stesso, che non vollero accoglierlo e prestargli fede, neppure dopo la risurrezione di Lazzaro, neppure dopo il suo ingresso trionfale ed umile quale Messia in Gerusalemme. Ci vengono in mente le parole profetiche pronunciate dal pio e vecchio Simeone, quando Gesù bambino, fu presentato al tempio: Egli sarà «segno di contraddizione»? (Lc 2,34) Sì, segno di contraddizione: intorno a lui vi sarà una lotta; gli uomini saranno divisi ed opposti fra loro. Questa lotta si perpetuerà nei secoli. Questo è uno dei misteri più difficili e più dolorosi della storia umana: l’unità d’intorno al Cristo, centro, polo, salvatore dell’umanità, non sarà né spontanea, né facile; egli sarà un bersaglio di fiera e dura opposizione da una parte; Egli sarà tuttavia punto di fedelissima convergenza dall’altra.  Permettetemi di farvi una domanda: chi è o chi sono quelli che in quel giorno fatidico ebbero l’intuizione che Gesù di Nazareth, un Maestro di cui tutti o quasi conoscevano che era saggio, faceva miracoli, era molto buono con tutti, che da un po’ di tempo pellegrinava per la Palestina, chi aveva capito che era Lui il Messia, era Lui il figlio di David, era Lui il Salvatore atteso e promesso? Sicuramente è stata la gente, e fra la gente chi erano i più entusiasti ed attivi? I giovani. Loro capirono che quella era l’ora di Dio, l’ora sospirata e benedetta dell’arrivo del Messia; e fu allora, che agitando rami degli alberi, rami d’olivo e di palme, decretarono a Gesù, il Maestro, il Messia, il Cristo, il Principe della pace (Cfr. Is 9,6), il suo primo trionfo, popolare ed incontenibile (Cfr. Lc 19,39-40). Gesù fu visto piangere in quel momento, che presagiva: a Lui la passione e la croce, e alla città che non avrebbe risposto alla sua suprema chiamata messianica una futura rovina. Sarebbe stato lasciato solo. Noi come vivremo questa settimana? Davanti alla passione che adesso continueremo a leggere dobbiamo deciderci. Ma una decisione l’abbiamo già presa. Noi lo vogliamo adorare, assumere, mangiare come il nostro pane di vita: non per caso abbiamo voluto sospendere il racconto della passione, perché lì abbiamo sentito che cosa ha fatto Gesù nella cena; ci ha dato il suo corpo e il suo sangue, cioè ci ha offerto il suo sacrificio e la sua morte rappresentandola nel pane e nel vino diventati il suo corpo e il suo sangue.

24 Marzo
+Domenico

La storia è fatta dagli uomini, ma guidata da Dio  

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 11,45-56)

In quel tempo, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto. 
Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione». 
Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. 
Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli. 
Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».

Audio della riflessione.

Si stringe attorno a Gesù il cerchio della morte. Chi gli sta facendo terra bruciata attorno non è la mafia, non è il terrorismo, non sono i nemici della religione, gli altri, i senza Dio, ma sono proprio quelli che vedono sbriciolarsi le sicurezze di una religione senza cuore, ingessata, a servizio di un potere e di una stabilità politica. 

Gesù è un pericoloso concorrente delle ricette di religiosità dei sacerdoti del tempio. Li aveva previsti Dio nella legge data a Mosè per fare da parete tra la debolezza e la miseria del popolo e la infinita sua grandezza, ma senza rendersene conto il ponte si era spezzato, era crollato. Avete abbandonato me, fonti di acqua viva per scavarvi cisterne, screpolate; a pozzanghere andate a bere non alla sorgente.  

Se vogliamo tenere assieme il nostro culto occorre togliere di mezzo Gesù. È necessario che uno muoia per la salvezza di tutti. Caifa è rappresentante istituzionale del rapporto di alleanza tra Dio e il suo popolo e non perde nel suo peccato il ruolo di profeta, di uomo che ha più orizzonti, che permette di capire il senso della storia. 

Ma proprio nel suo freddo calcolo di odio, nella sua decisione politica Dio scrive il senso della storia. In questo verdetto assassino trova compimento il piano di Dio, la decisione trinitaria di amore fino alla fine di Dio per l’uomo. Chi andrà per noi? Eccomi manda me. Dio, mi hai dato un corpo, sia fatta la tua volontà, si concretizzi il tuo piano di salvezza. È il mistero della vita e della storia! Dio scrive diritto sulle righe storte dei nostri tradimenti e contorcimenti. La storia è fatta dagli uomini, ma guidata da Dio.  

Da quel giorno decisero di ucciderlo. E Gesù si sottrae. Ritorna in una regione vicina al deserto; in un altro brano si dice che Gesù tornò là dove Giovanni quando era in vita stava a battezzare. Ritorna alle origini della sua vocazione a ricollocarsi con coscienza nella definitiva storia del Regno di Dio.  

E la gente cercava Gesù. Verrà egli alla festa? C’è Gesù nelle nostre feste o le abbiamo cambiate in trappole per la nostra comodità. Il Gesù che cerchiamo nella festa è il morto e risorto, è il Signore. Questa Settimana Santa ci deve portare a desiderare Gesù, ma sappiamo che prima di entrare nelle nostre feste è venuto fuori del tempio, fuori della città, fuori dell’accampamento umano. C’è da uscire dalle nostre ingessature se lo vogliamo incontrare. 

23 Marzo
+Domenico

Una lapidazione è pronta per tutti

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,31-42

In quel tempo, i Giudei raccolsero delle pietre per lapidare Gesù. Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». 
Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: “Io ho detto: voi siete dèi”? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio – e la Scrittura non può essere annullata -, a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo voi dite: “Tu bestemmi”, perché ho detto: “Sono Figlio di Dio”? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre». Allora cercarono nuovamente di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani. 
Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase. Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». E in quel luogo molti credettero in lui.

Audio della riflessione.

Purtroppo, qualche volta sentiamo cronache di mondi antichi che parlano di lapidazione; ancora ci sono persone che vengono uccise da questo selvaggio scatenarsi di cattiveria. Ciascuno si arma della sua pietra, la sceglie più acuminata e pesante possibile, prende la mira e si convince che giustizia sarà fatta se il suo colpo sarà determinante. Giustizia sommaria o esecuzione calcolata, ma sicuramente scatenamento di violenza e assassinio nel nome forse di Dio.  

Al tempo di Gesù era una pratica consolidata e frequente. Stavano lapidando l’adultera e Gesù li ha fermati, ora vogliono lapidare anche Lui, anche Lui deve essere fatto tacere per sempre perché la sua parola è insopportabile e altamente corrosiva delle convinzioni religiose del popolo. Lui si fa Dio, bestemmia, deve essere lapidato. Non c’è da ragionare, non c’è da capire, c’è solo da sopprimere. 

Vi ho fatto vedere molte opere buone per quale di esse mi volete lapidare? Le opere riconoscono anche loro che sono ben fatte, vedono che Gesù sta ridando speranza a chi l’ha persa, dona vita, apre il cuore alla bontà, svela i pensieri malvagi del male, libera dalla schiavitù del demonio, sta dando vita a un nuovo modo di aspettare il messia, il Signore. 

Ma chi detiene il potere si sente destabilizzato, gli viene sottratto dalle mani il controllo delle coscienze, che non è mai stato un compito di nessuna religione, tanto meno di quella ebraica. Il Regno che porta Gesù non è un regno sulle coscienze, ma un regno delle coscienze. Credere in Lui è aprire la coscienza al massimo di libertà, al massimo di promozione della vita delle persone, a un modello di società che fa crescere l’uomo e non lo soffoca o domina. 

Chi porta libertà e chi tenta di scoprire il vero volto di Dio, va lapidato. Ci costringe a cambiare dentro e noi non vogliamo, ci mette in discussione, ma si dice che il popolo ha bisogno di principi indiscutibili. Oggi come ieri qualcuno prenderebbe in mano volentieri delle pietre per fermare la bontà, per non sentirsi mai costretto a rivedere la sua vita. 

Gesù va accolto per quello che è e le sue opere sono sempre il segno che Dio non ci abbandona mai. 

22 Marzo
+Domenico

 Una Parola che vince la morte

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 8,51-59

In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: «In verità, in verità io vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno». Gli dissero allora i Giudei: «Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: “Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno”. Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?».
Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: ”È nostro Dio!”, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia».
Allora i Giudei gli dissero: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono».
Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.

Audio della riflessione.

La morte è triste certezza di ogni nostra vita. Per molti è la fine di tutto, per il cristiano è un passaggio, una trasformazione: la vita non è tolta, ma trasformata. Questa non deve farci paura, anche se provoca dolore e distacco. Ma c’è un’altra morte che dobbiamo temere di più, quella della disperazione, del nulla, della lontananza da Dio, la morte del peccato.  

È una parola che non va tanto di moda, ma noi sappiamo che ci sono atti, gesti, modi di vivere che producono solo morte, ci allontanano da Dio, spengono in noi la felicità, distruggono le relazioni con gli altri, seminano odio, fanno soffrire innocenti, tradiscono l’amore, rendono schiave le persone, tolgono la vita stessa. Se guardiamo il male che c’è nel mondo e lo guardiamo con gli occhi di Dio, noi vediamo che dietro ciascuno di questi non c’è la fatalità, il caso, la disgrazia, ma il male, quello personale o quello sociale, la nostra cattiveria, o la somma delle piccole cattiverie che abbiamo accumulato e fatto crescere. 

L’unico modo di evitare questa morte, dice Gesù, è osservare la mia Parola. È guardare Gesù, che è la Parola vivente, è contemplarlo perché se ci lasciamo guardare negli occhi da Lui, veniamo cambiati e viene distrutta ogni piccola e grande morte dentro di noi, ascoltare la sua Parola è vederla all’opera nella chiesa, nei sacramenti che sono parole di salvezza e di grazia, osservare la sua parola è metterla al centro della nostra vita.  

La Parola di Gesù è quella luce nitida e gioiosa, che si è accesa per dono di Dio nella nostra vita e che offre orientamento e infonde forza, che si fa compagnia fedele e coinvolgente. Prendere in mano il vangelo, accoglierlo nella nostra mente e nella nostra vita ogni giorno, è cercare la guarigione dai nostri mali che ad ogni alba che nasce rischiano di cambiare la nostra amicizia in abitudine, il nostro amore in possesso, il nostro lavoro in affanno, le nostre attese in angoscia, la nostra vita quotidiana in sopportazione, la nostra creatività in capriccio, i nostri dialoghi in processi, le nostre stesse preghiere in lamenti.  

Sono tutti piccoli assaggi di morte, ma che possono essere sconfitti perché con la sua parola Dio non ci abbandona mai. 

21 Marzo
+Domenico

Libertà è conoscere la verità

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 8,31-42

In quel tempo, Gesù disse a quei Giudei che gli avevano creduto: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gli risposero: «Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: “Diventerete liberi”?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora, lo schiavo non resta per sempre nella casa; il figlio vi resta per sempre. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. So che siete discendenti di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova accoglienza in voi. Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro».
Gli risposero: «Il padre nostro è Abramo». Disse loro Gesù: «Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. Ora invece voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità udita da Dio. Questo, Abramo non l’ha fatto. Voi fate le opere del padre vostro».
Gli risposero allora: «Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo padre: Dio!». Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro padre, mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato».

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Essere liberi è l’aspirazione di ogni uomo, non è il fine, ma sicuramente una componente necessaria per giungere alla felicità e all’amore. Viviamo tante esperienze anche belle di liberazione, ma poche di libertà. Liberazione è aver distrutto le catene, avere i polsi liberi dai ceppi, ma non necessariamente avere la testa di un uomo libero. Sentirsi liberi è seguire la verità a tutti i costi, è il massimo della fedeltà al vero, al bene. Essere liberi non è fare quel che piace anche perché tante volte non abbiamo niente che ci piace da fare e passiamo le giornate nella noia. Se invece in noi splende una verità, una parola sicura, allora siamo trascinati nel goderla e realizzarla. 

Gesù dice che la libertà è fedeltà alla sua Parola, è conoscere la verità. Siamo tutti e sempre imbrogliati, ingannati. Spesso sono piccoli inganni come quelli della pubblicità, altre volte sono i tollerati inganni degli oroscopi e passiamo tutta la giornata ad aspettare che si avverino se sono buoni o a premunirci perché non ci capitino se sono cattivi per noi. Stiamo in tensione, legati a quella falsità. Spesso gli inganni sono ancora più grandi: sono ideologie, filosofie che ti trascinano in un vortice pure di violenza; ti incatenano, perché esigono tutto.   

Quanto invece è più distensivo l’abbandono alla Parola di Dio, la consapevolezza che quello che Lui ci dice è per il nostro bene; la verità che la Parola di Dio ci offre ci allarga gli orizzonti, ci libera dai compromessi, scioglie i nostri legacci. Sapere di poter contare su una Parola che non inganna, che dirada le nebbie del dubbio, dell’incertezza è la prima gioia di una giornata.  

Allora sgorga la preghiera perché la verità allarghi in noi spazi di libertà e esperienze di dono. Questa libertà è soprattutto interiore, può esserci anche se esternamente vivi incatenato al tuo letto di dolore, a una situazione di vita difficile, a rapporti di coppia spesso insopportabili. Se tu vivi secondo verità, secondo la Parola di Dio, la libertà ti nasce da dentro ed è capace di cambiare anche le situazioni più difficili, perché la verità della sua Parola è il segno che Dio non ci abbandona mai. 

20 Marzo
+Domenico

Mi fido di te, ti affido mio figlio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 1, 16.18-21.24

Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore.

Audio della riflessione

Molti quadri, sculture, rappresentazioni di San Giuseppe lo vedono con il volto sereno, con in mano un bastone fiorito mentre si avvicina a Maria per prenderla in sposa e dietro a lui tanti altri giovani, belli, aitanti, che stanno spezzando con dispetto il loro bastone ormai diventato inutile. È la rappresentazione di una leggenda che dice che Maria, la madre di Gesù, sarebbe andata sposa a quel giovane cui sarebbe fiorito in mano il bastone del pellegrino che lo aiutava a fare i suoi percorsi nella vita. Solo quello di Giuseppe fiorì e ebbe Maria come sposa. È un giovane che vuol dare alla sua vita lo slancio del dono, dell’amore appassionato, della gioia di costruire una famiglia, di offrire a Dio lo spazio d’amore in cui Lui solo può far crescere le sue creature. Ma non sa ancora che Dio ha grandi progetti su di Lui.  

E Dio come sempre entra nella sua vita con una domanda esigente. Dio conosce il suo cuore e sa che può dare molto. Nei suoi progetti di amore pulito, gioioso, solare, un amore cui pensava come ogni giovane del suo tempo da tutta la vita, amore che lo illuminava nei lunghi giorni di lavoro si introduce un dramma. Maria è incinta prima che lui le viva assieme. La sua coscienza non dà segni di squilibrio, affronta la situazione con grande delicatezza. Volevo bene a Maria, vuol dire che Dio mi sta provando, ma la delicatezza mia nei confronti di Maria resta intatta, non voglio nemmeno dubitare, sono davanti a qualcosa di più grande di me. Dio fammi capire, continua a dare spazio al mio sogno di amore, all’amore che tu mi hai scritto nel cuore.  

E Dio si fa incontrare all’appuntamento. Non temere, ti voglio accanto a Maria per aiutarla a crescere il Salvatore, il Messia. Mi dai la tua statura morale di padre, la tua dignità di lavoratore, la tua delicatezza, la tua sicurezza, la tua dedizione?  

Giuseppe, destatosi dal sonno, fece quel che Dio gli aveva chiesto. Una frase lapidaria che contiene tutta l’adesione alla volontà di Dio, tutta la decisione di custodire Gesù come in uno scrigno, lo scrigno di una vita povera, umile, ma dignitosa e profondamente umana. E Giuseppe è stato accanto a Maria, per allenare Gesù perché diventasse quell’uomo che si sarebbe piegato su tutti i mali del mondo, che avrebbe avuto il coraggio di affrontare la croce e che avrebbe riportato a Dio l’umanità. Una vita data in dono, come deve essere ogni vita umana, capace di aprire sempre alla speranza. Una vita da mediano; lo si nota solo quando deve correre ai ripari di una situazione impossibile.  

Dico spesso che la figura del padre è la spina dorsale della vita di un uomo. Giuseppe lo è stato per Gesù. Certo il Padre di Gesù è Dio, ma la sua umanità l’ha costruita alla scuola di amore di Giuseppe, il carattere lo ha modellato sul suo, la conoscenza delle cose gli è venuta da lui, il modo di impostare la vita, il coraggio nell’affrontare le situazioni, le modalità di approccio agli altri, le aperture di orizzonti gliele ha date San Giuseppe. È per questo che noi lo teniamo in grande venerazione nella vita della chiesa e nella nostra stessa spiritualità cristiana. 

19 Marzo
+Domenico

Dalla mistica della coscienza alla mistica del perdono

Una riflessione sul vangelo secondo Giovanni (Gv 8,1-11

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna a sorpresa in adultèrio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adultèrio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Audio della riflessione

Pensare che il male lo fanno sempre gli altri, che la colpa non è nostra, che noi siamo innocenti è uno sport che ha molti tifosi. Vedere bene gli errori degli altri, scaricare su di loro i nostri malanni, giudicare per non essere giudicati è un’altra partita dello stesso campionato. Probabilmente non riusciamo a liberarci dal male e pensiamo di poterlo fare addebitandolo agli altri. Chi usa grandi parole chiama tutto questo azione catartica: sacrificare gli altri per purificare sé stessi, scatenare la cattiveria sugli altri per liberarsene.  

Gesù un giorno si imbatte in un impietoso corteo. Portano alla lapidazione una giovane donna, usata e gettata. Un amore, forse estorto, e subito messo in piazza per lavarsene le mani. Il bene deve vincere sul male sempre. È difficile individuare dove sta il bene e dove sta il male, stavolta finalmente è tutto chiaro. C’è una legge, c’è un misfatto, c’è un colpevole, anche se occorre essere almeno in due (l’altro infatti non conta, perché è sicuramente solo la donna che sbaglia, la condizione più fragile e indifesa!) E Gesù viene tirato dentro, è come se gli mettessero in mano una pietra da scagliare. Lo ritengono come uno di loro: osservante della legge, ligio al dovere, obbediente a Dio, devoto del buon comportamento… ma non s’accorgono che nel loro cuore Dio è solo un pretesto, la legge solo una copertura, il loro cuore più duro delle pietre che hanno in mano. 

E Gesù dice loro: guardatevi dentro: che cuore vi batte nel petto? Che vita è la vostra se deve calpestare il debole, il peccatore per nascondere il male di cui è impregnata? Non vi sembra giunto il momento di tornare a guardarvi dentro per scoprirvi come state soffocando la tenerezza di Dio? Non avete ancora capito che Dio protegge anche Caino, che grande è presso di Lui la misericordia e il perdono? 

Ne è calata di polvere sulla giustizia di Dio in questi secoli se lo scambiate ancora per un vendicatore.  

Un minimo di saggezza l’hanno i lapidatori! I sibili delle pietre che avrebbero dovuto risuonare negli atri del tempio si cambiano in tonfi sordi di sassi che calano sul terreno. È la musica della coscienza, dovrebbe dare inizio alla musica del perdono, al canto della festa. Questo lo può dare solo Gesù, che guarda in volto la donna e le dice le parole del perdono e della vita, perché Lui è il Dio che non abbandona mai. 

18 Marzo
+Domenico

Chi sta troppo attaccato a sé stesso, si perde  

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12,20-33)

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». 
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.
Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». 
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». 
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

Audio della riflessione.

Sono tante le cose necessarie nella vita: avere una buona famiglia, un papà e una mamma che ti vogliono veramente bene, un marito o una moglie che è felice di vivere con te, avere un lavoro che ti permette di campare, condurre una vita onesta, star bene di salute. L’elenco potrebbe anche continuare, ma soprattutto deve orientarsi anche a qualcosa di più profondo che è il sapere di stare a cuore a Dio. L’esperienza religiosa non è secondaria nella vita di una persona, le permette di salire su un albero per capire quale è il proprio posto nella vita, le permette di avere un punto di riferimento per dare senso a quello che capita ogni giorno. 

Ebbene, un giorno si avvicinano al gruppo dei discepoli che stanno accanto a Gesù, alcuni stranieri. Sicuramente sono stati colpiti da quanto si dice in giro di Gesù. Un tam-tam popolare lo aveva reso celebre, tutti ne riconoscevano la grande personalità, si sentivano consolati e affrancati dalla sua parola. Ecco allora naturale la richiesta di questi stranieri: Vogliamo vedere Gesù. Vogliamo parlargli, incontrarlo, conoscerlo; vogliamo anche noi poter stare con Lui.  

È la domanda che ogni cristiano si deve fare ogni giorno. Spesso invece, ne portiamo il nome, ci adorniamo dei suoi segni, mettiamo al collo una croce, ma lui resta il grande sconosciuto; diventano più importanti le cose secondarie, gli stessi precetti di buon comportamento, che conoscere Lui. Sì, due o tre nozioni imparate al catechismo, qualche parabola, qualche sentimento vago a Natale o a Pasqua, ma la sua vita, la sua missione, quello che gli ardeva nel cuore, spesso non lo conosciamo. 

E Gesù a quei greci che lo volevano conoscere dice subito quello che lo caratterizza: sono un chicco di grano che ha il coraggio di morire nella terra per poter risorgere a vita nuova; presenta a loro subito il centro della sua vita: il dono di sé fino alla consumazione, ma nella consapevolezza di una risurrezione. Nella vita non si può vivere per sé stessi; ci si diverte pure, ma si rimane soli, con un cuore rinsecchito di egoismi. Invece chi ha il coraggio di dare la sua vita, di perderla, la ritroverà piena, sovrabbondante, incontenibile. Questa è la nostra speranza, a questa speranza ci orienta sempre la vita di Gesù. 

17 Marzo
+Domenico

Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo  

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 7,40-53)

In quel tempo, all’udire le parole di Gesù, alcuni fra la gente dicevano: «Costui è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Costui è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice la Scrittura: “Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo”?». E tra la gente nacque un dissenso riguardo a lui.
Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui. Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!». Ma i farisei replicarono loro: «Vi siete lasciati ingannare anche voi? Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!».
Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!». E ciascuno tornò a casa sua.

Audio della riflessione.

Chi non vuol aprirsi a una verità che lo supera, chi si pone per partito preso a darsi ragione, comunque e sempre, non riuscirà mai a crescere. È tipico di tanti nostri discorsi sulla vita, sulla politica, sulla fede. Siamo come dei tifosi che non sentono ragione, che difendono la loro squadra anche contro l’evidenza. Finché si tratta di gioco può essere, ma quando si deve mettere in conto il significato profondo del nostro esistere occorrerebbe una maggior capacità di interrogarsi e di lasciarsi trascinare dalla ragione e dalla passione per la verità.  

Era così anche al tempo di Gesù. Il sinedrio aveva preso posizione preconcetta contro di Lui e non c’era verso di far cambiare idea. Aveva un teorema da dimostrare e lo portava avanti non con la forza della convinzione, ma con la coercizione del potere.  

Stavolta sono le stesse guardie a meravigliarsi della grandezza e della bontà del messaggio di Gesù. Proprio loro, sguinzagliate per controllare, comandate di non ragionare, ma di eseguire, di non lasciarsi coinvolgere, ma di guardare all’ordine pubblico. Risposero le guardie, dice il vangelo, mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo. Non bastano le maledizioni intimate dai capi, anche i soldati hanno un’anima e le parole di Gesù entrano anche nelle loro coscienze, il suo sguardo li trapassa, la sua persona li attira, le sue parabole li prendono.  

Ognuno di noi, del resto, nello svolgere i suoi compiti non può vendere all’ammasso la sua coscienza, la sua persona, il suo cuore. Lo è il medico che cura l’ammalato e da cui ci si aspetta il massimo di professionalità e che viene tirato dentro nella vicenda di dolore delle persone che cura, lo è il giudice, da cui ci si aspetta imparzialità, che viene provocato a guardarsi dentro dalle persone che giudica, lo è l’insegnante da cui ci si aspetta competenza che viene coinvolto nella ricerca di verità dei suoi alunni.  

Abbiamo tutti da imparare nella vita e Dio semina la sua Parola ovunque, basta avere sempre il cuore pulito e aperto all’amore e non chiuso nel nostro facile egoismo e in difesa. Dio così si fa sempre incontrare nel volto di ogni uomo perché non ci abbandona mai. 

16 Marzo
+Domenico