Pecore tra i lupi, ma Gesù è il pastore

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 16-23)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.
Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.
Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo».

Siamo in tempi in cui ancora essere cristiani per molti è questione di vita o di morte. Ancora molti pagano con la loro vita la fede in Gesù che professano. Molti anche di noi nel nostro mondo pagano in indice di gradimento, in posti di lavoro, in possibilità di fare carriera la propria appartenenza alla vita cristiana. Di fronte a chi fa della fede un paravento per far passare tutti i suoi interessi, per giustificare guerre e calcoli commerciali, per fare battaglie elettorali esistono luoghi in questo nostro mondo progredito in cui ai cristiani è chiesta una scelta tra la vita o la fede in Gesù e scelgono Gesù:

Vi mando come pecore in mezzo ai lupi. La forza del male è sempre più agguerrita della forza del bene. Di fronte alla potenza dell’impero romano la parola di Gesù, in quella lontana provincia ai margini dell’impero, delle cose che contano, era del tutto insignificante, ma lungo i secoli ha saputo farsi strada tra gli uomini, ha saputo parlare al cuore e cambiare modi di vita e superare idolatrie e schiavitù.

La vita di Gesù al riguardo è esemplare; se hanno fatto così al maestro, la stessa sarà la sorte di chi lo vuol seguire, ma Gesù mentre offre uno scenario non molto   preoccupatevi di cosa dovrete dire, di come riuscire a difendervi, perché lo Spirito metterà sulla vostra bocca le parole giuste, la difesa imbattibile, la pace insospettabile, la forza impensata.

Prudenti come serpenti, perché occorre applicare tutta la nostra intelligenza e umanità, ma senza affanno, perché Gesù è il nostro pastore. Intelligenti nell’offrire il vangelo e non le nostre fisime o elucubrazioni o i nostri difetti e interessi camuffati, ma sempre nell’intelligenza di Dio, nell’ascolto fedele della sua Parola. Il cristiano deve guardarsi dal complesso del perseguitato perché spesso sono i suoi difetti presi di mira non la sua fede, è il suo cattivo essere cristiano, la sua pratica religiosa ipocrita che è osteggiata non la sua fede in Gesù. Ben vengano queste difficoltà se servono a purificare la fede.  Solo così può rinascere speranza, può essere ridetta con forza la parola che gli uomini aspettano da Dio per la loro salvezza.

Vediamo tra i cristiani molte defezioni e le loro fughe in mondi esoterici, dove forse la libertà personale viene abilmente manipolata. Ci asteniamo da giudizi sommari, o da giudizi comunque. Lasciamoli a Dio. Le tentazioni di cercare altri riferimenti che non siano il vangelo come è portato dalla chiesa nei suoi sacramenti, nella sua autorevolezza, nella guida del suo pastore, il papa, hanno distorto la vita di tante persone lungo la storia. Nessuno ha in tasca la salvezza, tanto meno se la affida al suo ruolo e allo stesso ministero, senza invocarla umilmente sulla propria vita davanti a Dio, nella purificazione della volontà, dell’intelligenza e degli affetti. Nel disegno di Dio questi fatti possono purificare la nostra fede, ci aiutano a cercare sempre la verità con umiltà e ci rendono ancora più responsabili nei confronti della sete di Dio che tanti uomini e donne hanno e invocano da Gesù, il nostro Signore crocifisso e risorto. 

12 Luglio 2024
+Domenico

San Benedetto dà forza all’Europa, fà brillare il tuo progetto

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 19, 27-29)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Pietro disse a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna».

Due frasette semplicissime di Matteo ci mettono in grado di riflettere sulla nostra vita, sul mondo in cui viviamo e dare voce a un esempio che le ha messe in pratica alla lettera: san Benedetto patrono dell’Europa. Di lui purtroppo molta gente  sa poco , dico così per rispetto alle idee di tutti, non si ispira neanche lontanamente al lavoro certosino che hanno fatto i benedettini. Hanno ricostruito relazioni umanamente ricche e economicamente e politicamente anche vantaggiose tra diversi nuovi popoli, chiamati barbari, dopo lo sfacelo dell’impero romano, promuovendo non solo monete, ma anche e di più religiosità, cultura e libertà dalla povertà e dalle malattie, organizzazione del lavoro, autosussistenza….

Abbiamo abbandonato tutto e ti seguimmo che sarà di noi? E’ la domanda degli apostoli a Gesù. E’ la domanda di chi si butta per un ideale e si mette al servizio del bene di tutti. Non solo i frati o i preti o le suore e i missionari, sono tutti i cristiani che per un ideale, quello della famiglia prima di tutto, lasciano tutto e si dedicano a questa grande novità che è l’amore tra un uomo e una donna e la vita dei figli. Abbiamo speso tutto per lei, per lui e per i figli, non abbiamo contato le ore, i pensieri, le preoccupazioni; non abbiamo badato a difficoltà di ogni genere e ora, che ci resta? 

Per un figlio i beni sono un dono del padre da condividere con i fratelli. Chi li accumula si rende schiavo dell’egoismo e fa i fratelli schiavi della miseria. Libero invece è colui che è capace di usarli al servizio degli altri. Gesù ci offre di vivere come “da principio” non solo in rapporto con l’altro e con noi stessi, ma anche con i beni materiali. Questi non sono il fine cui sacrificare la nostra vita e la vita altrui, ma il mezzo da usare tanto quanto serve per vivere da figli e da fratelli, con piena libertà, senza lasciarci condizionare. Quello che teniamo in proprio, ci divide dagli altri; quello che doniamo ci unisce. I beni del mondo sono quindi benedizione e vita se li condividiamo liberamente, diventano maledizione e morte se li accumuliamo spesso in forma compulsiva, stregati dal desiderio di possedere. Siamo figli e signori, non servi del creato, proprio perché con esso serviamo i fratelli. Questo ha sempre insegnato e fatto san Benedetto in Europa e hanno fatto i benedettini in tutte le nostre terre portate da paludose e malariche a sane e fertili.

Rifacciamoci sempre all’incandescenza della creazione. Da principio tutto è dono. Possedere e accumulare è distruggere la radice stessa della creazione. La violenza che usiamo per impossessarci delle cose distrugge non solo la fraternità, ma anche i beni stessi di cui viviamo. La cacciata famosa dal paradiso terrestre, è stata una conseguenza amara del voler rapire ciò che è donato. Alla fine delle nostre fragili vite ciascuno porterà il suo tesoro vero: non saranno certo le ricchezze possedute e accumulate, ma quelle vendute e condivise. Di quelle non andrà perduto nulla.

Allora per rifarci alla prima domanda: e noi che avremo? nella nuova creazione, nel giorno senza tramonto che già ora è cominciato, i discepoli, parteciperanno alla regalità, alla gloria, alla ricchezza del Figlio: i poveri regneranno per sempre con Lui. Chi avrà seguito Gesù e amato gli altri non perde nulla, ottiene tutto, ed eredita la felicità senza fine. La pienezza del dono si manifesterà dopo; ma già ora il Regno è suo. Per questo il suo futuro sarà diverso.

Il presente allora rimane il luogo per decidere il passaggio dall’egoismo all’amore, è lo spazio della liberazione della nostra libertà. E’ forse questo il programma dell’Europa? Si libra ancora nei suoi cieli questa colomba di pace o deve fuggire perché la vogliono ingabbiare o impallinare o avvelenare? Certo dobbiamo capovolgere i nostri modelli di vita sociale e stabilire nuove priorità. Sognare sempre una Europa come l’ha voluta san Benedetto ci fa solo bene e non ci fa perdere la speranza.

11 Luglio 2024
+Domenico

Il mister è il Maestro: e con gli apostoli fa la sua squadra

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 1-7)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, chiamati a sé i suoi dodici discepoli, Gesù diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino».

Audio della riflessione

Ci sono momenti nella vita delle squadre sportive che puntano tutte su un idolo, un giocatore, entusiasmante, bravo, simpatico. E per lui si scatena la campagna acquisti, in altri momenti invece i giocatori passano in seconda e occorre cercare un bravo allenatore, un ottimo mister che non solo sa farsi obbedire, ma che sa intuire le qualità di tutti e farle mettere a disposizione della vittoria.

Anche Gesù un giorno è alle prese con la sua squadra. Non è l’allenatore, ma di più; non è il mister, ma il maestro; non procede per tentativi, ma per colpi di fiducia; non scarta nessuno e li lancia a uno a uno all’obiettivo di tutti da perseguire con l’originalità di ciascuno. E’ esigente, ma vuole persone libere; sa far domande insistite che ti  destabilizzano (Pietro mi vuoi proprio bene?), ma vuol far crescere sempre nell’umiltà e nell’amore. Se si sbaglia è perché c’è un mistero di libertà che vuol rispettare fino alla fine. E’ Gesù che si fa la sua squadra non va al Regno di Dio mercato, ma prega notti intere e osa: vi farò pescatori di uomini. Li sceglie a uno a uno

La compagnia che Gesù si era scelta non era il meglio che poteva trovare. Nessun allenatore si creerebbe una squadra così diversa, così disomogenea fatta di gente semplice, non colta, nemmeno fedele. Giuda lo tradirà alla grande, Pietro non sarà una roccia di fedeltà, Giovanni è troppo giovane, Natanaele è schietto, ma si fa vincere dal sentito dire… ma Gesù sa di poter contare sulla vita di tutti: in ciascuno è impressa l’immagine di Dio e Gesù da fiducia perché ognuno di loro sappia stanare la grandezza che ha dentro e soprattutto sappia rispettare l’altro per quello che è, accettarne la differenza e assieme, con l’apporto originale di ciascuno, costruire il Regno di Dio.

La vita di ogni comunità cristiana sarà sempre così. Dovrà mettere assieme diversità e doni particolari, culture e idee disparate, abitudini e stili di vita diversi, ritmi e coinvolgimenti di varia intensità. Già in quel gruppo di apostoli si cominciava a delineare la cattolicità della chiesa, la sua grande capacità di scrivere il vangelo in ogni popolo e cultura, accogliendo, purificando, trasformando, soprattutto annunciando il vangelo cui essa deve obbedire in fedeltà assoluta.

Sarà la presenza viva e operante dello Spirito Santo che in tutti cesellerà i lineamenti della figura di Gesù, il suo volto, il suo amore per tutti, la sua fedeltà al Padre. Ogni discepolo pur diverso è imitatore del maestro. Tutti imiteranno Gesù nel donare la vita fino al sangue, in regioni diverse, in contesti diversi, ma tutti per quel Gesù che aveva riempito la loro vita di pescatori e peccatori.

10 Luglio 2024
+Domenico

Chiediamo a Dio che ci doni gente capace di incanalare le energie nella gioia del dono

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 36-38) dal Vangelo del giorno (Mt 9, 32-38)

Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».

Audio della riflessione

E’ brutta la sensazione di sentirti di nessuno, di cercare indicazioni e non trovarle. Abbiamo provato tante volte nonostante i satellitari a sentirci soli in una grande città, poi però qualcuno cui chiedere lo incontri e si riesce a trovare la strada. Nella vita invece è più difficile perché sperimentiamo spesso che nessuno ti aiuta a vivere, ad avere indicazioni di rotta da seguire, non abbiamo princìpi cui ancorarci.

Si crede che navigare a vista sia meglio, ma si incappa in tante delusioni e errori, e ne basta uno da cui non puoi tornare indietro per segnarti tutta la vita. Molti giovani si trovano così per il matrimonio, molti per la scelta degli studi, altri per il modo di divertirsi. Hai sempre e solo attorno o giudizi che non ti rispettano o compiacimenti che ti deresponsabilizzano.

Gesù prova una grande compassione per la tanta gente che vede sola e abbandonata dalla vita, stanca e sfinita, pecore senza pastore abbandonate in balia del primo che capita. Questa impressione te la danno spesso i giovani: carichi di energie, pieni di vitalità, desiderosi di bene, pieni di sogni e di attese e purtroppo sbandati e sballati. Liberi, ma senza meta, intelligenti, ma annoiati. C’è qualcuno che si mette a disposizione di tutte le domande di vita, di pienezza, di verità che salgono dalle coscienze degli uomini? Certo ci sono tanti placebo, tante false risposte, ma soprattutto tanti assopimenti di coscienze. Si può dire che l’arte principale dell’uomo è di far tacere tutto quello che lo rende vivo e attivo per poterlo dominare, per incanalare le energie nel consumo e non nel dono.

Occorrono che preghiamo perché Dio ci regali  operai che preparano persone mature di fronte alla vita,  gente che è capace di cogliere il sussurro che sale, interpretarlo e offrire accoglienza e proposta. La vita degli uomini non è un abbandono al niente, non è indifferenza, ma è una messe pronta per essere colta e offerta al Signore della vita. Annunciatori della sua Parola, testimoni della sua forza, raggi della sua luce, ascoltatori dei desideri di eternità lo devono essere tutti i cristiani, per la fioritura di questi operai  supplichiamo Dio Padre.

Se qualcuno poi vuole imitare Gesù anche nel fare da guida, da pastore, da prete oltre che da operaio in questa bella ricerca di comunione, si compie il disegno di Dio sul mondo e abbiamo ancora di più la certezza che Dio non ci abbandona mai.

9 Luglio 2024
+Domenico

Per Gesù non siamo mai copie, ma sempre irripetibili

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 18-26)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, [mentre Gesù parlava,] giunse uno dei capi, gli si prostrò dinanzi e disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà». Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli.
Ed ecco, una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Diceva infatti tra sé: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata». Gesù si voltò, la vide e disse: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata». E da quell’istante la donna fu salvata.
Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù disse: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E questa notizia si diffuse in tutta quella regione.

Audio della riflessione

Nel nostro mondo siamo calcolati a peso, a metri cubi che occupiamo, a numeri, a quantità, a  densità e volume di consumo, a share televisivi, a percentuali. Siamo chiamati non più persone o clienti, che pure non è il massimo, ma target, punto di arrivo di una forzatura, di una intrusione. E così anche noi stessi siamo stati abituati, magari senza accorgercene, a comportarci nel nostro mondo di relazioni:  calcoliamo gli altri a efficienza, a possibilità di averne vantaggi, all’uso che ne possiamo fare. I ragazzi si calcolano a followers, non più soprattutto amici, ma numeri  che hanno in face book o in wattsapp e si nascondono dietro nomi finti. E’ difficile essere calcolati come persone, è difficile che tu riesca a dire chi sei, basta che entri nella scatola che ti hanno preparata  e in cui metti gli altri e ci stia tranquillo.

Gesù invece si accorge di ogni persona, per lui ognuno di noi è unico e irripetibile. Lo dimostra mentre si trova pressato dalla folla in uno dei suoi spostamenti. Tutti gli si fanno vicini, tutti lo vogliono toccare, stringere, parlargli. Nella calca c’è una donna che non sta lì a caso. Ha da tempo un suo grande desiderio. E’ donna e quindi soggetta a troppe limitazioni da parte della legge riguardo al suo stare in pubblico, ma osa, desidera, tenta di dare gambe al suo sogno di poter anche solo toccare il maestro e a furia di spinte, ci riesce e si accontenta, ce l’ha fatta. Ho toccato quel lembo del mantello come si usava toccare il mantello dei profeti. Se questo Gesù è quella speranza che dicono, sono a posto. E Gesù si accorge. Non s’accorgono gli apostoli intenti a contare e a incassare complimenti, approvazioni, momenti di gloria e la sottile convinzione di stare al di sopra della media, a leggere le statistiche dello share, a guardare le prime pagine dei giornali.

 Il tocco di quella donna è un tocco di fede, si è accostata a Gesù come alla sua salvezza, alla sua speranza di poter guarire, di poter tornare alla vita di ogni giorno senza il peso di una condanna. Sapeva che Gesù voleva dare inizio al suo regno di pace e di amore e lei voleva far parte di questa nuova umanità. Aveva una grande fede, per questo Gesù l’ha ascoltata ed esaudita. La fede è stata quella linfa che ha unito Gesù e la donna, li ha aggregati in una esperienza di salvezza.

Fossimo capaci di cercarlo per toccarlo, per far passare nella sua vita i nostri dolori e i nostri affanni, i nostri sogni e le nostre attese! Gesù è la speranza sicura per tutti e per tutto. Si accorge di te e di me come se fossimo unici.

8 Luglio 2024
+Domenico

La fede è sempre una novità, mai un adattamento

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 1-6)

Lettura del Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Audio della riflessione

Siamo un po’ strani come persone: quando siamo chiamati a credere ci portiamo sempre in un mondo non nostro, non quotidiano. Abbiamo bisogno di cose grandiose, di fatti eccezionali, possibilmente inspiegabili, meglio ancora se favolosi. Così è stata anche la mentalità dei compaesani di Gesù. Non riuscivano a credere che Dio si potesse manifestare in questo carpentiere, in questo semplice compaesano di cui tutti potevano dire data di nascita, famiglia, mestiere, abitudini, complicità. Dio si manifesterebbe in questo giovane qualunque, in questo Gesù di cui si sa tutto?

Ogni volta che siamo chiamati a fare un salto di qualità nella nostra vita per vivere la fede abbiamo bisogno di uscire dalle frontiere che la nostra vita quotidiana delimita e impone. Rischiamo di rifiutare Cristo e di imitare le durezze di cuore dei nazareni, che faceva fatica anche Gesù a capire ogni volta che mettiamo in atto una attesa straordinaria, un misticismo facile una sacralità forzata. E’ la persona di ogni giorno che deve essere misurata sul metro di Dio e riconosciuta in Lui. I compaesani di Gesù ammettono facilmente che le cose dette da Gesù e fatte da lui non hanno origine umana, sono un dono dall’alto, ma non riescono a capire che Dio sia strettamente legato a un uomo concreto. Che Dio abbia agito in maniera definiva nella persona e nell’azione di Gesù è scandaloso.

Ecco perchè anche nella nostra testa la rivelazione di Dio è sentita come un attacco alla nostra mondanità e carnalità. La carne e il sangue, la patria, il colore della pelle, il buon senso non superano lo scandalo della nostra fede che ci dice che la Parola di Dio si è fatta carne. Dio non è il Signore astratto, generale della storia; Dio è scritto dentro un pezzo di storia concreta, in un brano di storia, quella di Gesù e da lì tutti vogliamo e dobbiamo passare. Dio nessuno l’ha mai visto: Gesù ce ne ha fatto fare esperienza decisiva. Così anche da noi oggi questo Gesù rischia di essere confinato in una sua umanità passata, invece che essere ancora oggi e sempre il vero volto di Dio, la nostra salvezza.

7 Luglio 2024
+Domenico

Non rattoppi, ma vita del tutto nuova

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9,14-17)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno.
Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore. Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano».

Audio della riflessione

E’ esperienza di tutti i giorni quella di fare i conti con l’invecchiamento di tutto. Ti pare di avere appena costruito la casa, che ti tocca mettere mano ai tetti: non ti sei accorto, ma gli anni sono passati. Hai appena cambiato i mobili in casa e già devi pensare di cambiare la cucina o il frigorifero. Il cambiamento è una parte normale della nostra vita. Lo è ancora di più se si pensa al proprio mestiere. Se lavori in proprio devi pensarne una nuova tutti i giorni, devi specializzarti, devi rispondere con competenza a tutte le nuove esigenze. Se hai una azienda ancora di più. Innovazione è una legge determinante. E’ così ancora di più nella vita spirituale. I nostri comportamenti subiscono una usura fortissima, perché è sempre presente la tendenza ad accomodarsi, a fermarsi, a vivere di ricordi, a continuare a guardare indietro. Non per niente tutti noi adulti diciamo: ai miei tempi.

Lo spirito invece ha bisogno sempre di stare vigile, di rinnovarsi, di vincere l’inerzia dell’abitudine, che smorza ogni slancio e ogni generosità. Il pericolo però è quello di fare sempre e solo ritocchi. Il vangelo dice che non si deve cucire una toppa di vestito nuovo su un abito vecchio o mettere vino nuovo in otri vecchi. Il cambiamento, il rinnovamento deve essere sempre una operazione di conversione, non di aggiustamento. E’ il cuore che ha bisogno di rinnovamento e quando è il motore che cambia, tutto il corpo lo deve seguire.

Invece la nostra arte è quella dell’adattamento, del muro di gomma, del lasciar perdere che tanto non cambia niente, dello stare in una zona grigia, né calda né fredda. Non ti scomodare, lascia perdere, metti a posto solo la facciata, aspetta che il vento cambi, abbiamo sempre fatto così, non fare il fanatico, vediamo: se son rose fioriranno. Sono le frasi che uccidono ogni volontà di crescita, di proposte nuove.

Gesù era di un’altra idea: non si possono mescolare luce e tenebre, notte e giorno, vita e morte, amore e egoismo. Il cambiamento deve essere totale. Questo vino nuovo di cui parla Gesù è lui stesso, il vino della vita, lui è il vino della festa; quando c’è Lui siamo in presenza della pienezza, non si digiuna, ma si contempla e si gioisce e bisogna fargli tutto il posto possibile. Niente della nostra esistenza deve starsene fuori. Lui cambia tutto e noi ci lasciamo trasformare da lui nei gesti, nel cuore, nelle abitudini, nei progetti.

6 Luglio 2024
+Domenico

Seguimi: Ti chiamo a una vita piena

Una riflessione secondo Matteo (Mt 9,9-13)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Faceva il bancario, probabilmente il banchiere. Aveva messo assieme una buona squadra di riciclatori di danaro. La sua vita era l’esatto contrario di un timorato di Dio. Dove passava, dove metteva mano, sporcava, rendeva impuro, rovinava la limpidezza della vita. Se entravi nel suo giro avevi finito di essere a posto. Ce n’è anche oggi di gente così; da quando ti sei messo a frequentarla hai perso la pace in famiglia, ti è calata la stima degli amici, stai alla larga dalla polizia, non ti fai più vedere in Chiesa.

Gente così sarebbe proprio da allontanare. Pubblicani, li chiamavano gli ebrei; Matteo era il nome di uno di questi. Ma da questa banca o da questa bisca un giorno passa Gesù. “Matteo che stai a fare dietro questo tavolo a consumare la vita a far bonifici, a giocare in borsa, a riciclare soldi sporchi, a finanziare armamenti, a sostenere terroristi o a commerciare droga? Non hai idea di quanto può essere più bella e più piena la vita che ti presento io! Seguimi”.

È una parola magica: indica urgenza, distacco, decisione, cambiamento. Matteo è innamorato perso, cambia vita. D’ora in poi è Gesù il suo banco dei pegni; si dedicherà alle persone non più agli euro. Il Caravaggio ha reso molto bene questa scena della chiamata di Matteo: quel dito puntato, quell’affannarsi a contare i soldi, quel meravigliatissimo mettere la mano su di sé come a dire: ma vuoi proprio me?

Non solo, ma Gesù, vuole ancora di più,  non ha ancora finito: si vuol mescolare con la sua compagnia di gente persa. Non è vero che si onora Dio separandosi dai peccatori. Che teologia è questa? Chi va col lupo impara a ululare! Sì, ma solo se non sai cantare. Se hai in cuore quello che ha Gesù, i lupi diventano agnelli.

Gesù siede a mensa con questi fondi di galera, compie quel gesto, delicatissimo, intimo, che farà soltanto più con i suoi discepoli più cari. Nessuno è fuori dal regno di Dio. Non c’è peccato, carognata, assurdità, malvagità che tenga.

Gesù, il Vangelo, non è un premio per i buoni, ma una offerta per tutti. Con la scusa di difenderlo, noi cristiani spesso abbiamo chiuso il Vangelo in sacrestia. Invece è vita per tutti. Dove è morto alla fine Cristo? Tra due peccatori e ritenuto peccatore lui stesso.

5 Luglio 2024
+Domenico

Il  peccato è paralisi, la grazia è libertà    

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 1-8)

In quel tempo, salito su una barca, Gesù passò all’altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portavano un paralitico disteso su un letto. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati».
Allora alcuni scribi dissero fra sé: «Costui bestemmia». Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa infatti è più facile: dire “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire: “Àlzati e cammina”? Ma, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati: Àlzati – disse allora al paralitico -, prendi il tuo letto e va’ a casa tua». Ed egli si alzò e andò a casa sua.
Le folle, vedendo questo, furono prese da timore e resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.

Paralisi è una parola brutta. Significa che tutto si ferma, che non puoi più muoverti, che resti bloccato. Siamo abituati alle paralisi del traffico, sbuffiamo, guardiamo l’orologio, tentiamo tutte le vie di uscita possibili, poi ci adattiamo. E’ una paralisi che ci fa soffrire, ma che si risolverà.

C’è un’altra paralisi invece più dura, quella del corpo, quella del restare  impossibilitato a muoverti, la percezione di impotenza perché i tuoi comandi che partono dal cervello non arrivano più alle braccia o alle gambe. Allora è disperazione nera, è prova dura. Devi dipendere dagli altri, non ti puoi più muovere, è saltato qualcosa nel tuo corpo e devi cambiare radicalmente il modo di vivere e soprattutto trovarti una speranza interiore per affrontare le prove e i dolori. Spesso è un incidente di automobile, altre volte in uno sport. Molte persone devono convivere con questo stato di privazione della propria autonomia, spesso nell’indifferenza di tutti noi che stiamo bene.

E’ così quell’uomo che entra di prepotenza nella scena del vangelo. Ha una fortuna però: per la solidarietà degli amici viene portato davanti a Gesù che parla. Lui, Gesù sta insegnando che il regno di Dio è imminente, sta facendo fiorire sulla bocca di tutti una lode a Dio perché si è ricordato di loro e si vede davanti una sofferenza, un volto implorante. L’uomo paralizzato che viene portato davanti a loro è l’immagine nostra, delle nostre infermità, della nostra immobilità di fronte al futuro, della nostra mancanza di libertà nell’affrontare la vita.

Quanti di noi sono schiavi, impediti di agire secondo i propri ideali o per povertà, o per mancanza di lavoro, o per vizio. La catena della droga è più di una paralisi, perchè ti si ghiaccia il cuore, si blocca ogni progetto, scambi la voglia di vivere in voglia di farti, credi di essere te stesso, ma sei solo la roba che ti consuma. La paralisi dell’alcolizzato non è da meno, è un’altra catena che ti lega e ti consuma, ti distrugge i sentimenti, ti isola.

Gesù lo guarisce, gli dice che perdona i suoi peccati, non perché le malattie siano conseguenza di un suo peccato personale, ma perché vuol andare ancora più in profondità nella nostra schiavitù. Certo le malattie ci fanno soffrire, ma c’è un male più grande cui purtroppo ci stiamo abituando è il male dell’anima. Questo solo Dio lo può guarire.

4 Luglio 2024
+Domenico

La fede piena di Tommaso: Mio Signore e mio Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 24-29)

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Audio della rifessione

 Voglio vedere, voglio toccare, voglio esserci anch’io. Il desiderio di sperimentare, di verificare, di dare la propria adesione usando un minimo di intelligenza nobilita la persona. Oggi purtroppo stiamo abboccando a tutto. Stiamo facendo risorgere i maghi, buttiamo soldi per far leggere le carte, ci vogliamo fare accarezzare gli orecchi dai pronostici e dagli oroscopi. Anziché usare l’intelligenza chiamiamo ricerca il sentirci dire quello che ci piace. Basta una bufala ben costruita, una buona pubblicità che tutti siamo in fila a spendere o a provare.

Tommaso non era di questo tipo, lui Gesù morto, senza vita, dolorante fino allo spasimo lo aveva visto su quella croce e che nessuno venga a dirgli che è vivo. I colpi dei chiodi li ha ancora negli orecchi, lui non si può togliere dall’anima quel grido disperato di Gesù, quel rantolo di morte

 Ma lo abbiamo visto vivo, gli dicono gli amici, lo abbiamo incontrato con una forza e un desiderio di comunicare con noi che non ricordavamo più, meglio ancora della prima volta che ci aveva stregati sulle rive del lago.

Io non ci credo per niente se non vedo, non tocco, non sento, non lo stringo tra le mie braccia. Quei buchi dei chiodi li voglio turare con le mie dita, quella ferita di morte al cuore la voglio coprire con la mia mano. 

La risurrezione è un avvenimento strettamente soprannaturale, e come dice espressamente Matteo “alcuni di essi dubitavano” e Giovanni mette in evidenza l’apostolo Tommaso, paradigma di colui che esige prove. Questa scena dell’apparizione di Gesù a tutti gli apostoli compreso Tommaso è importante perché è il punto di passaggio dalla visione alla testimonianza. Si apre il tempo della Chiesa

Da quel momento in poi credente è chi superato il dubbio e la pretesa di vedere, accetta la testimonianza autorevole di chi ha veduto. Al tempo di Gesù visione e fede erano abbinate, ma ora nel tempo della Chiesa, la visione non può più essere pretesa: basta la testimonianza apostolica. Questo dice la beatitudine di Gesù: beati quelli che han creduto senza aver veduto.  Il che non vuol dire che ora il credente non possa fare nessuna esperienza del Risorto; lo sono la gioia, la pace, il perdono dei peccati, la presenza dello Spirito. Ma la storia di Gesù deve essere accettata per testimonianza.

Tommaso ha conosciuto il dubbio, ma questo non gli ha impedito di giungere primo fra gli apostoli  a una fede piena: Mio Signore e mio Dio. Fede piena, dico io, che forse tutti gli apostoli ancora non avevano, pur avendo visto Gesù. L’esperienza apostolica risulta di due  elementi: la visione storica (non più ripetibile) e la comunione di fede (sempre vivibile e attuale).

3 Luglio 2024
+Domenico