I talenti non sono finanze da far fruttare, ma amore da moltiplicare

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 14-30)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Audio della riflessione

Il mondo delle finanze, dei banchieri, degli operatori finanziari forse leggendo questa parabola di Gesù, si sono sentiti un po’ confortati nella loro autostima, perché non godono sempre di buona fama. Gesù però vuol andare non poco oltre. I talenti , dati chi dieci, chi cinque chi uno, non sono quei grossi pezzi d’oro di un’altra parabola che parla di un debitore di 10.000 talenti, ma l’intensità dell’amore di Dio che riempie ogni creatura del suo amore. Non ci riempie tutti allo stesso modo, perché ciascuno ha una sua originale esistenza, capacità che sviluppa o no, situazioni di vita diverse, non certo in base al merito.

Se si tratta dell’amore di Dio, restituirlo è un  errore: nessuno di noi vorrebbe restituito, rimandato indietro dai figli l’amore che abbiamo dato. Ecco perché sbaglia alla grande chi sotterra e riporta soddisfatto. Che hai fatto del mio amore? Credi che sotterrarlo sia capace di farlo operare nella tua vita e in quella degli altri?

 Il Signore era andato lontano, elevato prima sulla croce, il punto più lontano da Dio e poi in cielo, ma non ci ha lasciati soli, ci ha dato il suo Spirito e aspetta di essere riamato, perché noi amando realizziamo il progetto di Dio su di noi. E’ andato ad abitare tra i poveri e ciò che facciamo per loro, lo facciamo per lui, come vedremo nel brano del vangelo successivo a questo.

Se il talento è il dono di amore ricevuto, il nostro amore per Lui nei poveri è il talento che siamo chiamati a far fruttificare. Il fallimento cui andremmo incontro non facendo fruttificare i talenti è la falsa immagine che ci siamo fatti di Gesù; se lo riteniamo cattivo ed esigente, il nostro rapporto con Lui non è di amore, ma legalistico, pauroso e sterile; è un atteggiamento di paura che ci fa imboccare il vicolo delle tenebre, dove ci sarà pianto e stridore di denti. Il giudizio di Dio non sarà fatto da Lui alla fine, ma siamo noi stessi che lo facciamo qui e ora. Lui alla fine non farà nient’altro di quello che noi scriviamo e ci avvisa in anticipo di quello che stiamo scrivendo perché con le sue parabole impariamo a correggerci finchè c’è tempo.

Gesù è venuto a dare a tutti almeno un talento, il talento del suo amore ed è andato lontano a nascondersi nel forestiero, nell’immigrato, nel senza fissa dimora, nel nulla tenente. E’ presente in ogni altro.

Non si tratta allora di investimenti finanziari, anche di quelli forse, ma nell’amore vero verso i poveri … e questa destinazione dell’amore di Dio la decidiamo noi.

27 Agosto 2022
+Domenico

Una attesa stanca e sopportata non attende nessuno: è assenza di ideali

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 1-13)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Video della riflessione

La tendenza culturale del nostro tempo, caratterizzato dal pervasivo modello televisivo, dalla facilità con cui riusciamo a fare e spedire fotografie, dalla molteplicità di immagini senza di cui quasi non possiamo vivere, è quella della facciata, del farsi vedere, dell’apparire: se vai in televisione allora esisti, altrimenti nessuno sa di te e se nessuno ti ha visto non ci sei!

Le immagini hanno raccorciato le distanze: permettono di vivere in diretta fatti lontani, prendere coscienza di quello che avviene in ogni parte del mondo, aiuta la fantasia a galoppare, rende tutti capaci di immaginazione oltre le strettezze del luogo in cui si vive.

Il pericolo però, non troppo calcolato, è quello di dare importanza all’apparire e non all’essere, all’esteriorità e non all’interiorità.

Il Vangelo parla di dieci ragazze, dedicate a fare corona a una festa di nozze: tutte belle, tutte preparate, tutte ben vestite, ma solo cinque di esse vivono l’attesa come una molla della loro vita … si preparano, sanno che lo sposo conta su di loro, le vuol coinvolgere nella sua festa, s’aspetta da loro non sorrisi di facciata, ma coinvolgimento nella sua festa e si preparano; sanno che devono fare una coreografia di luci e provano e riprovano le fiaccole; le altre cinque invece si accontentano di esserci, di apparire, di fare coreografia … non pensano a vivere l’attesa dello sposo con intensità, con partecipazione, con occhio vigile: “a noi basta che ci siamo”, nemmeno si preoccupano di essere quella fila di fiaccola che da sole possono sopperire alla loro insensibilità .. non si preparano, danno tutto per scontato, è un mestiere come un altro … e al momento giusto neppure si accendono le loro luci, vanno in panne, cercano i rimedi dell’ultima ora, la dabbenaggine di qualche amica che abbocca … ma lo sposo le lascia fuori!

E’ fin troppo facile cogliere l’insegnamento di Gesù … non capita così della nostra fede? E’ terribile pensare che sovente la facciata è salva, diciamo di essere credenti, cattolici pure, ma dentro l’amore è finito e con esso vivere o per puntiglio, per tradizione o per contrapposizione, ma manca dall’interno l’attesa vigilante e operosa dell’incontro con lo sposo, dell’incontro con Gesù.

La vita di fede è un invito a nozze, ma non ci interessa più niente dello sposo: siamo come una coppia che non trova più motivi per stupirsi l’uno dell’altra.

La religione è diventata una abitudine di facciata.

Le parole di Gesù a queste cinque vergini sono tremende: “non vi conosco”, “non mi interessa la facciata”.

Dio guarda il cuore e al posto del cuore c’è un sasso, l’immagine tragica della loro vita, del loro affetto per lo sposo: erano solo mestieranti e tali restano!

Occorre riattivare la vita, il sentimento, occorre tornare sempre a sperare, Dio la forza ce la dà sempre.

26 Agosto 2022
+Domenico

Una vera attesa è nuova apertura alla vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 24, 42-51)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo. Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni. Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti».

Video della riflessione

Attendere un compimento, una completezza è la caratteristica più comune della nostra vita umana: siamo crepacci assetati di infinito, inquietudini in attesa di appagamento, terre assetate in attesa di una sorgente, notti che attendono l’alba, nebbie che invocano il sole … attendono i genitori la crescita e l’esplosione della vita dei figli, attendono i prigionieri la libertà, attende il giovane la persona cui donare il suo amore, attende il bambino il ritorno della mamma e del papà, attendono gli esuli e i profughi di tornare in patria, attendono i soldati che finisca questa stupida guerra, che tacciano le armi e gli odi inveterati!

Sulle carrette del mare, vittime dei predoni di speranza, si attende l’approdo per una vita almeno possibile; nei letti dell’ospedale si cerca di intuire nei tratti del volto del medico una soddisfazione, almeno di non vederlo rassegnato; attende giustizia chi si vede continuamente defraudato dei suoi diritti, e attende un salario più giusto chi lavora, e si aspetta gratitudine e compagnia l’anziano che ha speso la vita per i suoi; è in attesa di una giusta pensione chi ha lavorato una vita, e attendete tutti voi di prendervi in mano il vostro futuro e che si realizzino i vostri sogni, …

Siamo proiettati verso qualcosa che ci viene incontro e non siamo felici finché non è avvenuto il contatto. Salvo a vedere che non c’è niente che ci appaga definitivamente: ogni attesa ne ha in grembo un’altra, ogni desiderio è stato fatto per scavarne un altro; ogni aspettativa ne nasconde una successiva. E la nostra vita si snoda di attesa in attesa …

… allora ci domandiamo: “Quando sarà compiuta l’attesa?”

“Siamo fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te!” – diceva Sant’Agostino.

L’attesa non sarà mai una delusione o un inganno se saprà veramente orientarsi al nuovo, al sorprendente! Il compimento non è una botola su un tombino, una pietra per chiudere una buca, ma una nuova apertura della vita!

Chi attende veramente è pronto a lasciarsi sorprendere, a predisporsi a una nuova configurazione di sé! Se il papà o la mamma aspettassero il loro figlio come un ingranaggio di una loro ruota, già predeterminata e finita, lo soffocherebbero … ma se lo aspettano come una sorpresa, come un dono, ribalta loro l’esistenza!

Questo è il significato dell’essere vigilanti: noi subito pensiamo che bisogna star svegli altrimenti ti fregano, ti sorprendono … abbiamo il senso della vigilanza ridotto allo stare attenti per evitare l’autovelox! Essere vigilanti significa invece essere sentinelle del mattino e non becchini di un cimitero.

Quando non c’è vigilanza viene a mancare una dimensione importante della nostra fede: la capacità costante di passare da uno stato di provvisorietà a un altro.

Immaginate quanto è necessario questo atteggiamento nelle precarietà cui siamo costretti a vivere oggi, soprattutto se giovani.

Tutte le nostre più belle attese non ci hanno appagato, ma ci hanno ribaltato, ci hanno aiutato a dare alla nostra vita un’altra prospettiva, proprio perché le abbiamo accolte come un dono, come una vita!

Anche i cimiteri sono pieni di loculi che attendono di essere colmati … ma lì ci metteranno cadaveri! Noi spesso nella vita attendiamo come i loculi: Incaselliamo le persone, le vicende, le professioni, le speranze per cambiare tutto in delusioni, oggetti, scheletri.

Ci sarà nella vita qualche altro modo di attendere? Come si può attendere Dio? Come Erode con la spada per ucciderlo? Come il potere per combatterlo, come il miscredente per metterlo alla prova o come Maria che ha messo a disposizione tutto: vita, pensieri, affetti, progetti, sogni, amore?

25 Agosto 2022
+Domenico

La chiamata c’è sempre … la risposta ridefinisce la persona!

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 45- 51)

In quel tempo, Filippo trovò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaèle gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi». Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!». Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Audio della riflessione

Nessuno è al mondo a caso: tutti abbiamo una chiamata alla vita!

Qualcuno ci ha desiderato, ci ha voluto, ci ha atteso, ha trepidato per noi … magari all’inizio non ci ha voluto per paura, per egoismo, per indifferenza; poi un po’ alla volta la chiamata alla vita ha vinto!

Per chi crede è ancora più vero che noi siamo stati amati, desiderati, voluti a uno a uno da Dio, che Gesù ha sempre chiamato Papà, Padre, e così vuole che lo chiamiamo tutti noi.

Di essere chiamati a uno a uno è capitato anche agli apostoli, la squadra di Gesù, che si è scelto dopo notti di preghiera al Padre: uno di essi è Bartolomeo o Natanaele che oggi festeggiamo; è un uomo concreto, ragiona secondo i canoni della tradizione, conosce benissimo Nazareth: per lui quell’insignificante agglomerato di casupole che si trova a pochi chilometri da casa sua .. e gli pare incredibile che un posto simile, mai menzionato nell’Antico Testamento, possa aver dato i natali al Messia, il liberatore di Israele che tutti attendono.

Natanaele ha uno sguardo, concreto, intuitivo, forse un poco pessimista e troppo sicuro di sé, legato al suo mondo piuttosto chiuso e piccolo … sarà disposto poi a ripensare bene a come ha fotografato la persona di Gesù … mentre Gesù lo ha scrutato, a fondo, e ne è uscito subito con «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità»: è una straordinaria attestazione di fiducia che non ha uguali in tutti i Vangeli! Lui, infatti, ne resta spiazzato: «Donde mi conosci?», domanda … e Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse ti vidi mentre eri sotto il fico».

Questa frase tocca nel profondo il cuore di Bartolomeo: coglie forse una domanda inespressa, un pensiero nascosto, testimoniando come Gesù sappia leggere nelle pieghe più segrete dell’interiorità … fatto sta che l’ex-scettico si trasforma nel volgere di un istante in un fervente seguace di Cristo: «Rabbi, tu sei il Figlio di Dio. Tu sei il re d’Israele!» afferma convinto.

Ma ora è il maestro a smorzare i toni: «Perché ti ho detto che ti ho visto sotto il fico, tu credi? Vedrai cose ben più grandi di queste».

Lo ritroviamo – infatti – a Gerusalemme, dopo la Pentecoste, tra coloro che – come riferiscono gli Atti degli Apostoli – sono «assidui e concordi nella preghiera». 

Alcune fonti parlano di una sua predicazione in India e poi in Armenia, dove avrebbe convertito anche il re, attirandosi però le ire dei sacerdoti pagani attivi nella zona: per questo, sempre secondo la tradizione, avrebbe subito un atroce martirio, condannato a essere scuoiato vivo e poi decapitato: ecco perché molta dell’iconografia relativa a san Bartolomeo ce lo mostra con in mano la sua stessa pelle, della quale è stato “svestito” dagli aguzzini.

Se ricordate una delle raffigurazioni più celebri si trova a Roma, nella cappella Sistina: nella maschera di volto, sfigurata dalla sofferenza, che appare su questa pelle pare che Michelangelo abbia voluto tracciare – addirittura – il suo autoritratto.    

24 Agosto 2022
+Domenico

Giù le maschere, per un profondo dialogo con Dio sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 23, 25-26) dal Vangelo del giorno (Mt 23, 23-26)

In quel tempo, Gesù parlò dicendo:
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi pulito!».

Audio (Video) della riflessione

La nostra è la civiltà della fotografia, del montaggio, del virtuale, della trasformazione della realtà attraverso le immagini. Le immagini ti creano belle emozioni, ti permettono di godere a lungo di momenti che sarebbero fuggenti ricordi, puoi analizzare i particolari, fermare un sorriso, uno sguardo, un sentimento.

Siamo stupiti di vedere certe fotografie che ti rendono vicino chi non potresti mai accostare, che ti portano in casa avvenimenti che non potresti mai sapere che esistono, ti fanno partecipare a un dolore e a una gioia che definiscono il tuo essere fratello universale. Serie di immagini costruite ad arte però possono portare all’inganno.

Le chiamano appunto fiction, finzioni, rappresentazioni mirate della realtà o della fantasia, simboli del reale, spesso creati per trarre in inganno, non per comunicare, ma per soggiogare, per vendere. E nel gioco entra anche la vita delle persone che fanno consistere l’esistenza nell’apparire e non più nell’essere. Quello che conta è l’immagine, non più la coscienza. Ne sanno qualcosa i ragazzi e le ragazze nell’esposizione ai cellulari, nella ricerca spasmodica di una immagine che conquista followers, noi adulti che vediamo sempre prima in fotografia e poi la realtà…

Gesù nel vangelo lancia una serie di “guai” a gente proprio come questa, che guarda alla forma esteriore, cura l’immagine, e nasconde una interiorità di peccato, di ingiustizia, di male.  La vita è un bicchiere pulito ed elegante all’esterno, un piatto sfavillante, che dentro si porta rapina e intemperanza. E’ un invito a dare il posto decisivo all’interiorità, alla sorgente del misterioso, ma vero, necessario, intenso rapporto con Dio che è la coscienza.

23 Agosto 2022
+Domenico

E’ lì nel profondo di un dialogo dell’anima con Dio che nasce la dignità e la nobiltà dell’uomo, la disponibilità alla sua Parola che è come spada a doppio taglio che penetra nell’intimo e dirime il bene dal male. La coscienza non è una piazza, non è una fiction è la tua identità di fronte a Dio e deve diventare la tua vera faccia di fronte a tutti gli uomini. Non è rifugio nell’intimità, ma coraggio di partire dall’interno di giustizia e di pace per diffondere ovunque, soprattutto all’esterno, anche nelle immagini, anche nelle fiction ciò che veramente abita nel cuore dell’uomo.

Ci fosse più attenzione alla coscienza, cambierebbe anche tutto il mondo comunicativo con le immagini, che sono una faccia dell’anima, non la maschera del cuore e della verità. Qui nel profondo della coscienza c’è sempre quel Dio che non ci abbandona mai

Ingessatori della religione o collaboratori del Regno di Dio con Maria?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 23, 13-22)

In quel tempo, Gesù parlò dicendo: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare. Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo prosèlito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geènna due volte più di voi. Guai a voi, guide cieche, che dite: “Se uno giura per il tempio, non conta nulla; se invece uno giura per l’oro del tempio, resta obbligato”. Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l’oro o il tempio che rende sacro l’oro? E dite ancora: “Se uno giura per l’altare, non conta nulla; se invece uno giura per l’offerta che vi sta sopra, resta obbligato”. Ciechi! Che cosa è più grande: l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta? Ebbene, chi giura per l’altare, giura per l’altare e per quanto vi sta sopra; e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che lo abita. E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso».

Video (Audio) della riflessione

Si sente spesso nel vangelo Gesù che si rivolge a una particolare categoria di connazionali che lo interpellano, lo insidiano, lo disturbano: i farisei. Erano una categoria di persone molto ligie alla legge, molto osservanti, spesso anche esageratamente formali; sostanzialmente però persone che conoscevano bene la Legge di Dio e che si davano da fare per aiutare gli uomini a osservarla. Spesso però si rivolgevano a Gesù presentando il loro lato più negativo: quello di essere ingessatori della religione, legulei, preoccupati della forma a scapito della sostanza, sicuri di se stessi, e per questo incapaci di cogliere la novità che è Gesù.

E’ un difetto non solo della religione ebraica, ma una tentazione che inquina ogni religione organizzata. Anche noi cristiani di oggi abbiamo una buona dose di fariseismo, quando appunto non ci facciamo più provocare dalla Parola di Dio, ma la carichiamo delle nostre mire, dei nostri modi di pensare, del nostro stesso egoismo.  E noi siamo doppiamente colpevoli, perché abbiamo lo Spirito che difende la persona di Gesù in noi dalle nostre deformazioni comode.

Ebbene Gesù li affronta con una serie di “guai a voi” da far accapponare la pelle. Guai a voi che predicate bene e razzolate male, guai a voi che fate di tutto per accalappiare persone al vostro modo di pregare e rendere culto a Dio e le schiavizzate ai vostri gusti. Guai a voi che fate da guida, non v’accorgete che siete ciechi e così portate a rovina anche quelli che vi ascoltano.

Sono rimproveri, guai senza tempo; vanno bene anche oggi sulle nostre vite superficiali, sui nostri attaccamenti alla religione che non hanno niente di fede, ma sono solo tradizioni che fanno comodo a noi, senza anima, che vogliamo mantenere per paura di invecchiare. Vanno bene pensati come diretti anche a noi che magari proprio per non apparire farisei abbiamo abbandonato la religione, ma ne abbiamo costruita un’altra per i nostri comodi.

La chiesa oggi otto giorni dopo la festa dell’Assunta ci ripresenta la figura di Maria Regina; sicuramente una figura materna che ci aiuta a dare limpidezza alla nostra fede, che ci cambia i molteplici guai, che ci meritiamo in invocazioni di perdono, in decisioni di nuova sequela del Figlio Gesù, in tenerezza di madre per lenire le ferite dei nostri percorsi sbagliati e in forza per accogliere e lavorare a costruire con lei il nuovo definitivo regno di Dio di cui è Regina.

22 Agosto 2022
+Domenico

Non una assicurazione, ma un invito esigente

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 13, 22-24) dal Vangelo del giorno (Lc 13, 22-30)

Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”.
Disse loro: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.

Audio (video) della riflessione

Alla fine della vita che ci sarà? Questo uomo o donna che io sono ha un futuro oltre la vita terrena? Siamo destinati a scomparire nel nulla o c’è qualcosa dopo la morte? Sono domande che ogni tanto ci facciamo. Siamo abili a metterci un silenziatore, perchè sono domande imbarazzanti, sia per noi che ci disperiamo di fronte alla morte, sia per la fede che dovremmo dimostrare nei confronti di chi vive con noi. Abbiamo paura del dileggio dei benpensanti, degli ideologi che sanno tutto, che conoscono per filo e per segno anche il nostro futuro, magari si affidano di più agli oroscopi che a qualche uso dell’intelligenza più consono alla dignità umana.

La nostra fede ci dà la certezza che la nostra vita si conclude e continua nella braccia di un Padre, nella fratellanza di un Figlio che ci ha salvati, nella luce e nel fuoco d’amore dello Spirito che non permette alla nostra vita di afflosciarsi su di sé nel nulla e di scomparire.

Una domanda pressappoco uguale alla nostra la ponevano a Gesù i suoi contemporanei. Erano sicuri che ci fosse un futuro, ma non sapevano se la salvezza fosse garantita a tutti. Cercavano forse solo garanzie, quasi che, una volta avuta l’assicurazione, la vita smettesse di essere in salita e la certezza, ottenuta con le nostre fisime, prendesse il posto della verità, dell’amore da vivere ogni giorno. Credevano che si potessero mettere in atto automatismi comodi di salvezza, privilegi per i furbi.

 Chiedono a Gesù se il paradiso è pieno. Certo, se è pieno, perché non ci posso stare anch’io?!; se c’è poca gente allora mi devo accaparrare qualche lasciapassare. Gesù dice papale papale: la porta è sempre stretta. Dio ci salva, ma l’amore è esigente. Non c’è nessun privilegio o raccomandazione su cui contare, non c’è nessun automatismo nell’amore, c’è sempre e solo la disponibilità ad accogliere, l’ardore di una volontà decisa a lasciarsi trasformare, la bellezza di un abbandono nelle braccia di Dio Padre, una fraternità da vivere e mostrare ai poveri: insomma un vangelo da vivere e incarnare.

La porta è stretta non per tirchieria di chi la apre, ma per la crescita  in bontà della coscienza dell’uomo, per l’approfondimento della sua dignità, che è poco meno degli angeli, coronato di onore e grandezza da riconquistare e sempre da implorare.

Per la porta stretta non si fa una selezione di diritti, ma un discernimento di bontà, una scala di amore, una precedenza di santità.  Altrove dice il vangelo: i ladri e le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli; quindi nessuno pensi di avere una assicurazione, ma sempre e solo un invito esigente.

E’ bello sapere comunque che là siamo destinati e il paradiso non può essere che traboccante se è costato la morte di Gesù per aprirlo.

21 Agosto 2022
+Domenico

Il cristiano è uno specialista del servizio, non del potere!

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 23, 11-12) dal Vangelo del giorno (Mt 23, 1-12)

Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.

Audio (Video) della riflessione

Sembra una condanna da cui non si può facilmente sfuggire … quella di dedicarsi con generosità ai poveri, ai giovani, a far del bene e finire miseramente per farsi servire da coloro per i quali abbiamo dato la vita: si comincia con l’accoglienza, con un impegno che costa fatica e che non è spesso riconosciuto, con la dedizione senza orari … poi, a un certo punto, si insinua l’abitudine: si procede un po’ automaticamente e ci si trova non più a servire, ma a controllare, a imporre, a togliere libertà di espressione.

Capita forse lo stesso anche in casa con i figli: si passa dalla dedizione più generosa come è il dare la vita, il far crescere, il non risparmiarsi per ogni bisogno a diventare ingombranti, incapaci di dare autonomia, col legare a sé anziché lanciare nella vita.

I passi sono spesso impercettibili, ma alla fine diventano un piccolo sequestro biologico!

E’ la tentazione anche di noi credenti o uomini di Chiesa, che da entusiasti servitori possiamo diventare importanti e da importanti diventiamo persone  non più dedicate a un amore disinteressato: il servizio può spesso portare ad assumere responsabilità, a salire quindi anche posti di prestigio.

Le responsabilità vengono riconosciute da collocazioni nella gerarchia e il gioco è fatto: se uno non ha niente in testa arriva a credere di essere lui il centro e non più il Signore che serve nelle persone a lui affidate … per questo spesso nelle nostre comunità c’è corsa ai posti anziché ai servizi.

Era così ai tempi di Gesù, ed è così anche oggi, con una aggravante: che il nostro maestro e Signore Gesù, ci ha dato sempre un esempio deciso, chiaro, pagato sulla sua pelle del vivere sempre da servo … anzi è morto sulla croce proprio come il servo sofferente: Lui ci ricorda che non dobbiamo amare nessun primo posto, non dobbiamo fare i “pavoni”, ma tenere bene in mente che ”il più grande di voi sarà vostro servo”.

In questa direzione assolutamente obbligatoria per ogni cristiano si inscrive tutto il lavoro delle nostre chiese e della Chiesa Universale sulla sinodalità, sul camminare sempre assieme, immergersi in un percorso comune di servizio e di corresponsabilità verso se stessi, Chiesa e il mondo.

E’ allora alzando lo sguardo a Lui che possiamo purificare sempre le nostre intenzioni, tornare sempre all’incandescenza delle decisioni di autentico servizio che ci hanno fatto compiere i primi passi generosi e affidare a Dio la volontà di perseverare, perché Dio, anche in questo, non ci abbandona mai.

20 Agosto 2022
+Domenico

Chi è il cristiano vero?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 22, 34-40)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «”Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Audio della riflessione

Ci viene spesso spontanea la domanda: “quale è il punto più importante della vita cristiana?”

Chi è il vero cristiano? E’ chi va a messa? È chi paga le tasse? È chi si comporta bene? Chi non ruba? Chi fa il suo dovere?

La tentazione di semplificare è tanta, anche se è giusto puntare sempre all’essenziale: Vorremmo forse un cristianesimo in pillole per potercelo sistemare una volta per tutte … della serie: “la mia vita è un’altra, ho tante preoccupazioni, tanti interessi, programmi, ideali … non posso correre dietro ai preti …” però è giusto avere qualche principio proprio per mettere a posto anche questo: nella vita ci vuole una sorta di ordine!

La fede è vista come uno dei tanti tasselli dell’esistenza, dei tanti obblighi, delle tante cose che purtroppo occorre mettere in conto perché prima o poi ci devi incappare: o i sacramenti dei figli, o il matrimonio, o qualche malattia, o la morte dei nonni, o qualche confraternita in cui hai amici …. o perché sei imparentato con qualche frate o suora…

“C’è qualcosa che posso fare senza troppo impegno e che mi mette il cuore in pace?”.

Gesù è molto preciso, ma come sempre destabilizzante: il centro della vita cristiana non è qualcosa da fare, ma un modo di essere, per cui non è un gesto da compiere una volta per tutte così che ti sei messo a posto, ma è una vita di amore: è amare Dio! Amare Dio non è una preghierina del mattino, non è un soprammobile sul comodino, non è una scaramanzia da fare ogni giorno prima di salire in automobile … è mettere Dio al centro della vita!

E’ sorprendente e bello , il comando di amare Dio: fa tenerezza un Dio che insegue l’uomo per dirgli “ti do un comando, un ordine tassativo, grande e terribile: per favore voglimi bene, perché anch’io ti voglio bene”.

E’ un comando che indica una concezione sublime di Dio e dell’uomo: Dio è amore e l’uomo è fatto per amare Lui.

Il desiderio dell’uomo di essere simile a Dio è proprio lo stesso di Dio che lo ha creato come sua parte: diventiamo per amore ciò che Dio è per natura!

Ma ancora di più dice Gesù: essere cristiani è amare allo stesso modo anche il prossimo.

Sapere che gli altri fanno parte della nostra vita e non posso vivere senza stabilire con loro rapporti di amore, di dono, di amicizia, di convivenza positiva e generosa.

Chi voleva la formuletta “mordi e fuggi”, “prendi e sigilla” … se la deve scordare: essere cristiani è semplice, non è un insieme di adempimenti complicati, ma è vivere in modo completamente diverso da quanto ci suggerisce il mondo: per questo la vita cristiana è una vita di speranza, perché sa puntare al cuore della costituzione di un modo di vivere, e questo cuore è l’amore.

19 Agosto 2022
+Domenico

La vita è un invito alla festa con Dio Padre

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt. 22, 4-6) dal Vangelo giorno (Mt. 22, 1-14)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.

Audio della riflessione

Il senso del nostro vivere sarà sempre un grande e affascinante mistero: qualcuno ci dovrà sempre aiutare a capire perché un giorno abbiamo cominciato a vivere, come questa vita che ci sembra tanto fragile non si spegnerà più, ma rimarrà indelebile nell’universo … c’è stato qualcuno che ci ha chiamato all’esistenza o siamo frutto di una combinazione tra le infinite possibili?

Non solo questa vita non è nata a caso, ma questa nostra esistenza è un invito per ogni uomo e per ogni donna a un banchetto di nozze! Non siamo nel mondo a caso e non ci siamo senza meta! Non solo, ma la vita dell’uomo sulla terra si configura come regno di Dio, come regalo di amore di un Padre.

Accettare la vita, quando non sapevamo che cosa era, è stato facile: ci siamo mostrati subito entusiasti, esigenti, egocentrici, attaccati … non abbiamo detto di no! Da bambini ci ha pensato l’istinto della conservazione a sostenerci, l’amore di chi ci ha generato a coltivarci … poi viene per tutti  l’invito a un salto di qualità: “Ci stai a fare della tua vita un dono? Un’opera d’arte? ci stai a passare dall’istinto all’amore, dalla necessità al progetto, dalla dipendenza obbligata alla collaborazione, dalla barbarie dell’egoismo alla civiltà dell’amore?”.

E’ l’invito a nozze del Vangelo, è la passione d’amore incontenibile che ha riempito la vita di Gesù, che lo ha portato sulla croce … e sono cominciate le nostre risposte: “ma io che ci guadagno a lasciare i miei affari, a uscire dal mio comodo loculo, a tagliare le fasciature dorate delle mie abitudini? Perché non mi posso costruire i miei piaceri, o godere la mia sessualità, o accumulare soldi e comprare affetti? Perché non bado solo ai fatti miei e mi costruisco il mio regno, il mio mondo?”.

La vita non è più stata vista come un invito, ma come un possesso: due tappi alle orecchie, due mani sugli occhi, e una pietra al posto del cuore!

Ma la forza di Dio è inarrestabile, non pone condizioni: al suo banchetto ci possono stare tutti. L’invito deve arrivare, non c’è ufficio postale che seleziona, la sua mailing list ha gli indirizzi di tutti! Nessuno può fare da filtro, soprattutto quelli che hanno accettato il suo invito.

Con chi lo segue è esigente: nessuno può illudersi di sentirsi a posto!

La vita è sempre una sorpresa, si porta dentro sfide nuove… se poi questo banchetto è la vita cristiana, è l’esperienza di una comunità credente, è la vita di fede … questa ha sempre bisogno di prendere il largo, ha bisogno di conversione, di vigilanza, di misura alta!

E noi anche oggi siamo chiamati a cercare e proporre modi di vivere questa misura alta della vita cristiana: vogliamo invocare Dio perché in Gesù morto e risorto ci illumini il cammino, sostenga le nostre famiglie, le aggregazioni, le comunità, le orienti tutte a compiere sempre la sua volontà, a costruire il suo regno.

18 Agosto 2022
+Domenico