Contro ogni incertezza: è Lui, Gesù, il Messia

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10, 22-30)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

Ricorreva, in quei giorni, a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente».
Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Audio della riflessione

In pianura se ne vedono molto di meno di greggi di pecore, però verso l’inverno alcune invadono i nostri campi e troviamo sempre addossato al loro gregge, la baracca del pastore. Ai tempi di Gesù la scena era molto comune. Si stabiliva una sorta di linguaggio comune tra pastore e pecore, le stesse abitudini, gli stessi percorsi, gli stessi orari, le stesse consuetudini, e sopra tutte le vicende la voce che chiama, richiama, orienta, dirige, rimprovera, avverte, sferza, sospinge. Una immagine dolce di una vita dura; un quadretto forse troppo bucolico, ma denso di significato. Gesù nel vangelo spesso usa questa immagine per indicare l’amore che ha per gli uomini e la sua cura per aiutarci a trovare la strada della vita e la sua condivisione della nostra.

Lui si spende per noi; vive la nostra stessa vita, ritma i suoi tempi sui nostri, abita tra di noi, condivide orari, pericoli, corregge disordini, ha cura di ciascuno e ci spinge a stare assieme, conosce i nostri passi e i nostri pericoli, prevede le nostre deviazioni e ci avverte; ci chiama, ci orienta. Il dono che ci pone davanti, la meta cui ci orienta è la pienezza della vita. La nostra vita se non raggiunge la sua pienezza, tutta la sua capacità di espressione, tutta le possibilità di esprimersi non è degna di essere vissuta. E’ come se fossimo in una gara faticosa, esaltante e ci accontentassimo di giocare, senza l’ambizione non solo di giocare bene, ma anche di vincere.

Chi sta con lui non ci sta solo per comodità, per essere garantito, per sicurezza gratuita, ma per la pienezza di quello che Gesù propone. E’ ancora vero che la vita cristiana o è bella, da santi o non val la pena di viverla.

Spesso crediamo di essere sopraffatti dal male, dallo stesso male che nasce dentro di noi; abbiamo tante volte la sensazione che ci possa essere qualche giorno in cui per pazzia abbandoniamo la via della vita che Dio ci ha insegnato Troppe volte sentiamo di amici che hanno deciso di mollare. Erano sempre stati dedicati alla famiglia e la abbandonano per una stupida avventura, avevano sempre avuto corretta generosità e ora sono sfruttatori, coltivavano la vita interiore e ora sono solo dediti ai soldi. Ma Dio non ci abbandona se ascoltiamo la sua voce. Abbiamo la certezza che Gesù ci dà vita piena, abbiamo dal Padre una promessa: nessuno rapirà dalla mia mano le pecore che ascoltano la mia voce e che io conosco.

9 Maggio 2022
+Domenico

L’umanità deve essere sempre la culla della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,1-10)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse: “In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei”.
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: “In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.

Audio della riflessione

La vita è quella parola magica che ci riempie sempre di mistero. È la somma di tutti i beni che desideriamo e nello stesso tempo è vita tutto ciò che li rende possibili. È un insieme di promesse affascinanti e di incognite oscure. È tutto quel che possiamo avere e nello stesso tempo amare, tutto da riempire e godere. Il mondo, l’universo è il regno della vita. È il bene massimo per me, ma nello stesso tempo è il bene massimo per tutti. Ebbene, dice il Vangelo, la vita è popolata di ladri che non vengono se non per rubare uccidere, distruggere.

      C’è tanta  gente che vuole solo succhiarti e rubarti la vita. È il potente che ti avvelena anche l’aria che respiri, è l’ingannatore che a poco a poco, te la sottrae fino a farti schiavo, è chi te la usa per i suoi vantaggi e crede di pagartela con qualche spicciolo; è chi la uccide per mestiere perché fabbrica solo armi: ha già deciso che qualcuno dovrà togliere la vita a qualcun altro; ma ci siamo anche noi che la buttiamo per leggerezza, la soffochiamo in noi e negli altri per egoismo, per vizio; la facciamo nascere senza saperlo e la rinneghiamo e cancelliamo come se fosse un pezzo delle cose che abbiamo.

Però c’è anche chi la dona, chi la cura, chi la fa crescere. L’umanità è la culla della vita. Accanto a tanti che la rubano, uccidono e distruggono ci sono molti papà e mamme che la coltivano con assoluta dedizione, che non calcolano sacrifici per farla crescere. Dove trovano questa forza, questa convinzione, questa decisione che non ha bisogno di tante prove razionali? Tutti, anche senza esserne coscienti, l’hanno presa da Gesù.

Dice Gesù: Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. È la pienezza della vita scritta dentro i nostri giorni, nelle nostre coscienze, nel nostro DNA. Hanno tentato in tutti i modi di ucciderla, rubarla, distruggerla ma Lui, la vita, non l’hanno potuta scalfire. Ci avevano messo sopra una pietra credendo di averla cancellata, ma la pietra è saltata. La vita è Lui; l’universo è imparentato con Lui; dove c’è vita, c’è invocazione e segno della sua presenza.

E Lui ha il segreto della pienezza per ogni vita, anche per la mia.

Per capire questo segreto occorre un miracolo, occorre una forza di Dio: lo Spirito Santo, colui che aspettiamo, che già abita in noi e che celebreremo a Pentecoste.

9 Maggio 2022
+Domenico

Nessuno ci strapperà dalla mano di Dio Padre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10, 27-30)

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Audio della riflessione
Video della riflessione

La nostra vita è fatta di tante solidarietà, di tante collaborazioni … oggi purtroppo sembra che tutto sia segnato da contrapposizioni: siamo spaventati dalle incomprensioni che hanno portato alla guerra con lutti, morti, stragi di innocenti … oggi quando guardiamo al futuro, prevalgono inquietudine e preoccupazione … ma la nostra esperienza quotidiana ci fa anche sperimentare che la comprensione di una persona chiama in vita subito una naturale ed elementare simpatia!

Questo avviene anche nei rapporti con il Signore: chi cerca con piena sincerità e verità una conoscenza di Gesù e una adesione alle sue parole e alle sue opere ha già fatto grandi passi per arrivare davanti ad uno scenario, forse troppo bucolico per le nostre società supertecnologizzate, del rapporto tra pecore e pastore: la scena dell’intesa naturale nel linguaggio dei segni, della voce, dei richiami, il dono di poterlo seguire in ogni nostro spostamento, la certezza  che ci viene a ricuperare se ci perdiamo negli spostamenti e soprattutto la gioia che ci dà che “nessuno ci strapperà dalle mani di Dio Padre”.

Abbiamo un papà assoluto, grande, amorevole, forte, dedicato, imprevedibile nell’amore che è Dio Padre:

  • Lui non ci fa da paravento alle bombe o alle armi intelligenti, ma ci libera dall’odio;
  • Lui non ci manda le armi per continuare a difenderci o ad uccidere, ma  ci dà la forza di rischiare l’amore sempre anche ai nemici;
  • Lui non ci distrugge nessun tavolo di concertazione, ma ci dà sempre la speranza e la cocciutaggine di poter tornare a parlare, dialogare con chi ci vuole male;
  • Lui non ci intercetta i missili mortali, ma riesce a smuovere e convertire il cuore di chi continua a lanciarli;
  • Lui non ci mette gli uni contro gli altri, ma ci riconcilia con tutti perchè dà forza imbattibile al nostro essere fratelli;
  • Lui non ci sottopone a un tragico destino, ma trova sempre strade nuove per la pace!
  • Lui non ci evita il fallimento della morte come  ha fatto con suo Figlio, ma garantisce su tutti, sulle città distrutte, sulle nazioni schiavizzate la Risurrezione!

Purtroppo l’abbiamo già messo fuori gioco, perché non lo crediamo più, non lo preghiamo più e siamo sicuri che non ci sia nemmeno più perchè l’abbiamo sepolto sotto l’ultimo bombardamento che non gli abbiamo chiesto di fermare

Ma siamo convinti, perché l’ha detto suo Figlio Gesù, che nessuno ci strapperà dalle mani di Dio suo e nostro Padre.

7 Maggio 2022
+Domenico

Gesù, non abbiamo alternative: tu ci riempi il cuore

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 60-69)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Audio della riflessione

Ci capita molte volte di sentirci chiamati dentro avventure più grandi di noi, di misurarci le forze per vedere se riusciamo ad affrontare la sfida; spesso è uno sport, molte altre volte invece è la vita, la famiglia, la casa, il lavoro. Spesso è un ideale che ci viene proposto da chi ha grandi mete, grandi sogni e vede in noi la possibilità di una risposta generosa e vera. San Giovanni Paolo II quando incontrava i giovani; li sapeva spingere a ideali alti, a imprese impossibili e a tu per tu li incoraggiava. Molti hanno fatto cose grandi nella loro vita, per la chiesa, per i poveri dietro la sua spinta.

Era così anche Gesù: proponeva ai suoi discepoli cose grandi, oltre ogni possibilità umana, ma molta gente lo abbandonava: “molti si tirarono indietro e non andavano più con Lui”, dice il vangelo. Era sta fatta loro la proposta dell’Eucaristia, del nutrirsi del suo corpo e del suo sangue. Inaudito, impossibile, troppo arduo da capire. E Gesù che vuole sempre il massimo di libertà quando fa le sue proposte, dice con molta franchezza ai suoi discepoli: volete andarvene anche voi? Volete ritirarvi? Sentite che non ce la fate? Vi cedono le forze? non riuscite a fidarvi di me? Avete in cuore l’idea che io vi abbandoni, che vi lasci soli? Non ve la sentite di osare tanto?

Non posso qui non ricordare che questo brano di vangelo che si propone oggi nelle messe era quello che san Giovanni Paolo II propose nella messa conclusiva della GMG2000, di fronte a 2 milioni di giovani, andando contro alla tradizione della GMG che alla messa conclusiva propone sempre  il brano di vangelo, che ne contiene il motto, in quel caso Gv 1, 1ss in cui era scritto “Il verbo si è fatto carne e venne ad abitare tra noi”. Aveva davanti un mondo giovanile entusiasta, coltivato in tutte le giornate mondiali che anche con sofferenza aveva presieduto, poteva raccogliere il frutto del suo lavoro accarezzandolo di più, addolcendo il vangelo con altre belle frasi, che sempre vangelo sono. Invece no! Fece risuonare di fronte a quella gioventù entusiasta, che divenne pure profetica, la domanda cruda e provocatoria del vangelo Volete andarvene anche voi,?

La tentazione dei discepoli di girare i tacchi a Gesù è forte. Il giovane cui aveva indicato la strada della vita piena lo aveva lasciato, Giuda lo abbandonerà tradendolo; qualcuno che gli dice si, ma poi se ne va lo ha incontrato, molti al momento giusto sono fuggiti. La debolezza va messa in conto e non spaventa Gesù, Lui sarà sempre pronto a raccogliere la fragilità per cambiarla in cammino di ripresa. Infatti Pietro che ha capito che nella sua vita l’unico che gliela può riempire è Gesù, dice con ingenuità: Signore che credi? Che noi abbiamo alternative alla tua pienezza, alla gioia che ci doni, alla pienezza di vita che ci hai fatto balenare davanti agli occhi? Tu hai parole di vita piena, oltre ogni limite, una parola che ci riempie il cuore di gioia oltre ogni misura. Tu sei la pienezza di Dio, la santità di Dio, il cielo della nostra aspirazione quotidiana e decidiamo di stare sempre con te. E Pietro nella figura di papa Francesco continua come tutti i suoi predecessori anche oggi ad alzare tutti noi alle parole più impegnative di Gesù.

7 Maggio 2022
+Domenico

Carne e sangue: la grande sfida

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv  6, 52-59)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.

Audio della riflessione

Facciamo fatica, noi uomini del terzo millennio a credere che ci sia qualcosa che va oltre le leggi della natura. Noi calcoliamo tutto, misuriamo ogni cosa sappiamo dire tutte le cause, sappiamo prevedere tutti gli effetti, anche se non sappiamo ancora dominare la natura, non conosciamo fino in fondo la stessa nostra umanità, il nostro stesso corpo. Gesù è Figlio di Dio, è con il Padre creatore del cielo e della terra. Lui è il centro dell’universo e pone il mondo al servizio del suo piano d’amore. Le leggi della natura sono per Lui al servizio del grande messaggio di amore di Dio per l’uomo. Per questo ha moltiplicato i pani, per questo un giorno offre all’uomo una proposta sconvolgente: si offre come cibo per la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita piena.

Gesù sta spiegando ai suoi apostoli la preziosità del dono del suo corpo e del suo sangue che sta offrendo con l’Eucaristia. Il discorso è duro da capire, difficile da immaginare, è provocatorio. Dire a un ebreo che occorre bere il suo sangue è blasfemo, va contro tutte le norme del suo vivere. Ma sangue è sinonimo di morte, è riferimento alla sua crocifissione, è necessità di confrontarsi con il suo dono fino all’ultima goccia. Il discorso è duro, ma su questo Gesù non transige. E’ pronto a restare solo. L’Eucaristia è una esperienza necessaria per la vita del cristiano, sia come rapporto con Dio, sia come modo di impostare la propria vita, sia cioè come modo di comunicare con il Signore, sia come modo di incarnare il suo messaggio.

  Dirà più tardi ai suoi discepoli che rimanevano esterrefatti come la gente che lo ascoltava: volete andarvene anche voi?  Qui occorre fare quel salto di qualità che spesso vi chiedo.

E’ un dono che supera non solo le leggi della natura, ma anche la fantasia degli uomini. Quando non sai che strada prendere nella vita: io sono con te; quando hai bisogno di ritrovare senso e gusto nel vivere, io sono con te; quando cerchi la vera speranza della vita, io te la posso far incontrare nel mio essere pane per te, perché speranza vera nasce quando uno si dona all’altro per amore fino in fondo. I suoi apostoli in seguito si rifaranno all’Eucaristia per avere speranza in ogni situazione di vita.

5 Maggio 2022 – Tempo di Pasqua
+Domenico

In verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 44-51)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Audio della riflessione

La ricerca di una presenza viva, un contatto con la persona cui si vuole bene, avere la possibilità di un suo sguardo che ti penetra, almeno un vedere senza filtri come le foto e le riprese, le sequenze di parole e sguardi, di sorrisi e pianti, una stretta di mano che mette in contatto la nostra stessa corporeità è un punto di arrivo necessario per la nostra umanità … e vediamo quanto ci è costato e ci costa ancora in questa epidemia stare sempre a distanza anche fra di noi: fa scaturire una esigenza pressante che si scrive nella nostra stessa corporeità: si può chiamare, fame, sete, solitudine, carenza di qualcosa di specifico per la nostra natura umana.

Deve essere molto alta la motivazione che ti fa sopportare tutto questo e lo stiamo facendo volentieri pensando a chi è intubato, isolato, sofferente e spesso morente, rimasto solo negli affetti.

Questa esigenza ha una sua validità anche nelle esperienze spirituali, soprattutto cristiane: non a caso nel dialogo di fede con Gesù esistono i sacramenti, cioè degli incontri certissimi con Cristo proprio veicolati da elementi sperimentabili, come l’acqua, il pentimento, l’amore, il pane e il vino che si fanno corpo e sangue di Cristo, il crisma che consacra e dà la concretezza di una immissione dello Spirito Santo nella persona, la comunione tra gli stessi cristiani che si chiama chiesa, ben visibile, sperimentabile, ne è il primo e sorgivo sacramento dell’incontro con Gesù Cristo … e Lui stesso si propone con una affermazione inconfutabile: “Io sono il pane della vita“, e prima di morire si offre in quell’ultima cena, la prima definitiva del Testamento nuovo.

Si capisce allora la difficoltà che noi cristiani proviamo se ci si toglie questa concretezza della mensa eucaristica: le chiese le abbiamo costruite non soprattutto per andare a pregare, ma perché si facesse comunità che si nutre di Cristo e se ne ospitasse la sua presenza sacramentale! A questo corpo e a questo sangue dovremmo costruire ovunque un duomo di Orvieto, ma soprattutto un popolo di credenti che si nutrono di Eucaristia.

E Gesù si dà tre obiettivi con questa presenza eucaristica, sono tre verbi del vangelo di Giovanni: non respingere, non perdere, risuscitare! Siamo accolti sempre da Lui, non rischiamo di perderci e di perderlo e avremo vita per sempre: questo ci garantisce l’Eucaristia, e questo non è per noi una abitudine, ma l’accoglienza di una scelta che Gesù fa per ciascuno! Non è una “convenienza”, ma frutto di un innamoramento; non è terrore per una fine incombente, ma certezza di una vita che non finisce e va oltre.

Certo, spesso abitudine, convenienza e fatalismo ci incatenano in una “pratica” che non ci dice più niente come la messa domenicale per tanti cristiani … il coronavirus ci ha fatto  fare un “digiuno” forse salutare per tornare alla Eucaristia, come a una presenza e contatto  indispensabile per la nostra fede.

Proprio perché l’Eucaristia non è un sacrificio  di animali come avveniva nel primo testamento o una folata di incensi profumati o un fastidio obbligatorio da subire ogni domenica, ma la presenza vera di Gesù Cristo, noi  finalmente di nuovo possiamo fare la comunione, col mangiare la concretezza di un pezzo di pane, un corpo, e un calice di vino, un sangue che ci dice l’amore infinito di Dio per ogni persona, che la bontà di Dio non ci fa mai mancare.

5 Maggio 2022 – Tempo di Pasqua
+Domenico

San Gottardo di Hildescheim

Un Omelia sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,1-8) per la festa di San Gottardo, patrono di Paderno Franciacorta

«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

Stanno davanti a noi oggi alcune figure, alcuni eventi del mondo in cui viviamo, vite piene di gioie, fatiche e domande come sono tutte le nostre, alcune parole della sacra scrittura…. da tutto questo, e da altro che ci suggerisce il Signore,  siamo chiamati a cogliere insegnamenti per la nostra vita e per la vita della nostra comunità cristiana.

San Gottardo sta davanti a noi e a voi da quando lo hanno scelto come patrono della vostra comunità cristiana: un vescovo saggio, forte, prudente e leale, sia quando con forza paziente riuscì a vincere la resistenza dei monaci ostili alla riforma della loro vita cristiana e di monaci, sia quando  diresse la costruzione della loro chiesa e del loro monastero in cui introdusse una scuola di scrittura e di pittura, così da essere considerato il più grande architetto e pedagogo della Baviera nell’alto Medioevo, sia quando fu nominato vescovo di Hildesheim il 30 novembre  e consacrato il 2 dicembre del 1022, dietro richiesta dell’imperatore Enrico II.

Da vescovo incarnò l’ideale di padre dei suoi preti e del suo popolo e si acquistò il rispetto dei suoi sacerdoti specialmente con la sua intelligente e colta capacità di insegnare le sacre scritture.

Durante i quindici anni del suo “governo episcopale”, nonostante la sua età avanzata (era nato nel 960 e aveva già 70 anni) difese con forza e coraggio i diritti della sua diocesi contro intrallazzi, piccinerie, invidie ed usurpazioni di prelati e principi, cioè di preti, monsignori, abati e politici di ogni tipo che avevano scambiato la Chiesa non solo per una banca redditizia, ma anche per una passarella di moda e di vanità, di mondanità e di intrallazzi, dimenticando la passione di Gesù Crocifisso, che per la salvezza della Chiesa e del mondo era stato messo in croce, e la vita della povera gente.

E’ vissuto a cavallo dell’anno 1000, morendo il 5 maggio del 1038 a 78 anni: i vostri progenitori bisnonni e nonni avevano sempre davanti a sé questa bella figura di papà della fede, come deve essere ogni vescovo, e ahimè l’avrei dovuto essere anch’io.

Abbiamo davanti a noi anche le nostre fatiche e domande della vita: a queste ci dà un buon insegnamento il Vangelo appena letto (Gv 15,1-8) che ci dice in sostanza che siamo sempre e solo rami che debbono stare legati alla pianta!

Pianta e rami, vite e tralci, sorgente e ruscello, sono abbinamenti che non possono stare slegati. Non scorre acqua se il ruscello non è legato a una fonte viva, non scorre vita se un ramo non è attaccato alla pianta, non c’è possibilità di dare un grappolo se un tralcio vien staccato dalla vite. Non c’è bontà nell’uomo se non sta attaccato al sommo bene; non c’è amore nell’uomo se non sta attaccato alla sorgente dell’amore che è Dio. Il mondo è tutto una serie di interazioni, di collegamenti, di fili, che noi pensiamo che ci leghino, ci impacchettino soltanto o soprattutto, e che invece collegano e fanno circolare vita. La nostra autosufficienza vorrebbe che tutto partisse da noi. Noi ci crediamo la bontà, e non ci accorgiamo che da soli sappiamo soltanto essere cattivi; noi ci illudiamo di essere la gioia e non ci accorgiamo che ci caratterizza di più la noia; noi passiamo per generosi, invece ci caratterizza di più l’egoismo. Abbiamo perso la strada della sorgente, dobbiamo risalire il fiume della vita e avere il coraggio di ritrovarne la fonte.

Ecco perché tanti santi non smettevano di pregare: stavano sempre in contemplazione e in contatto diretto con la sorgente; avevano la coscienza che solo guardando a Dio intensamente ne potevano accogliere il dono. Abbiamo tanti mezzi per risalire alla fonte: la preghiera, l’ascolto della Parola, la liturgia, che adesso per paura del covid abbiamo continuato ancora di più a evitare,  la contemplazione delle opere di Dio, la stessa accoglienza della povera gente, dei rifugiati. Quante persone si sono ritrovate piene di vita perché hanno avuto il coraggio di stare con i poveri, di amarli e li hanno visti come sorgenti da cui scaturiva l’amore di Dio.

Quando ci sentiamo insulsi, vuol dire che il tralcio si è staccato dalla vite, significa che non comunichiamo più con Dio, ci siamo riempiti troppo di noi, abbiamo sostituito la sorgente con pozzanghere, per comodità, per abbassamento del gusto del vero e del bene.

Ci si mettono anche le invadenti e  soffocanti pubblicità nei cellulari. L’ultimo che mi ha incantato mentre preparavo questa riflessione è stata una frase: la felicità è una scelta di vita. Questa può essere una bella frase per la predica. Che cosa era invece?  una pubblicità di uno streeetwear, che io traduco con abito da struscio o da movida, così descritto: abito poetico e graffiante, dove la decorazione perfetta è fatta da buchi e cuciture.

Vivere la vita che ci dona il Signore non è automatico, ma una apertura costante alla luce di Dio, una decisione radicale di stare dalla sua parte, di lasciarci invadere dal suo stile di vita, dalla sua grazia. Non solo, ma non riusciamo nemmeno a immaginare quanto bene Dio può far nascere dalla nostra debolezza, dalla nostra incapacità, dalla nostra stessa malattia, dalla povertà. Dio, il suo regno lo costruisce con le nostre fragilità; con queste sa ridare vita ad ogni morte del cuore e dello spirito, del mondo e delle sue strutture. Con lo Spirito sa costruire anche pace nelle nostre guerre assurde, serenità dove c’è odio, libertà dove c’è schiavitù, basta che ne invochiamo la presenza, che apriamo una fessura nel nostro egoismo, una invocazione nella nostra superba autosufficienza.  

Noi purtroppo costruiamo muri, anziché ponti e chi fa ponti viene tolto di mezzo; noi diamo spazio a ciò che ci divide a partire dalla cultura, dagli interessi, dalle cattive intenzioni. Dio ci ha dato la terra e noi l’abbiamo tagliata a pezzettini, l’abbiamo circondata di reti e di confini, di dogane e di posti di blocco. Vogliamo vivere in pace, ma la pace non nasce mai dai muri, dai fossati, dai reticolati, dalle serrature, ma da un cuore che pur difendendosi dal male sa sperare di più nel bene.

La guerra in atto è una realtà che non ci aspettavamo più, anche se il grande riarmo di questi ultimi anni ce ne poteva già dare una avvisaglia di guerra imminente. L’insieme di capitali che circolano nella vendita di armi sempre più sofisticate e l’uso di esse è troppo evidente, incalcolabile e fa gola a molti.

San Gottardo ci avrebbe fatto capire come faceva con la sua gente che il Vangelo alla lettera è un trattato di pace e finché non arriviamo a questa ispirazione saremo sempre in guerra, vinceranno quelli che credono di essere più forti, ma non s’avvedono che si stanno già scavando per loro e per noi un’altra fossa.

San Gottardo intercedi ancora per noi, metti pace come facevi coi tuoi frati e il tuo clero, la tua gente e i tuoi prìncipi e cortigiani.

4 Maggio 2022
+Domenico

Io sono il pane della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 35-40)

Lettura del Vangelo secondo giovanni

In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete. Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Audio della riflessione

In tempi di grande confusione come sono i nostri … non è raro farsi domande del tipo “chi è che ha ragione … di tutti questi che ci imboniscono? I Politici? Le Televisioni? I talk show? I nostri vecchi saggi? I rivoluzionari? La religione è ancora una prospettiva da seguire o è ormai da lasciare all’angolo perchè siamo “autosufficienti”?

Dove sta il segreto per avere una vita vera, non succube delle strane teorie che ogni tanto qualcuno “vende” per “definitive”? E’ possibile trovare “pienezza di vita” o dobbiamo accontentarci sempre di “ritagli”, di piccoli adattamenti?

Il Vangelo non ha dubbi: la vita piena, bella, felice, completa, degna di essere vissuta, determinante, definitiva, ce l’ha solo chi crede, chi si affida, chi mette la sua vita nelle braccia di Dio, di chi ha colto in Dio la direzione del suo percorso e lo continua a seguire, a cercare, a percorrere.

Per essere felici occorre avere una fede … noi cristiani diciamo “occorre avere la fede nel Dio di Gesù Cristo” … purtroppo molti dicono che la fede provoca “fantatismi” e intolleranze … è meglio starsene tranquilli, senza esporsi, facendosi ciascuno i fatti propri …

… la felicità quindi starebbe nel lasciarsi fare la vita dai più furbi? Mettersi in balia di chi ha la capacità di farci ragionare come lui vuole, perchè è potente, perchè è persuasivo, ha tutte le immagini possibili di felicità da propinarci per svariate ore ogni giorno …

A parte che è sempre meglio qualche “litigio” che la “pace del cimitero”, è altrettanto vero però che l’uomo ha una sete di vita che non può passare con l’adattamento! L’uomo è un vulcano di energie, di amore, di intelligenza, di forza, e deve trovare direzioni verso cui esprimerle!

La fede non è una “fuga” dai problemi di ogni giorno, dalla guerra che incombe sempre sulle nostre nazioni, dalla pandemia che non molla … è viverci dentro con la speranza e la lotta per cambiarla: cambiare e uscirne!

La direzione che il Vangelo ci dice è quella della fede, e per prendere questa direzione Dio si pone nella vita come il Pane, il nutrimento di base, la solida possibilità di crescere nella prospettiva di Lui.

Questo pane è il sapore della vita: il sapore è Lui! E’ la forza della vita … e la forza è Lui!

Dice Gesù: “Io sono il pane della vita, Io sono a disposizione per ogni vostra fame, Io sono la forza di quel Dio che non v’abbandona assolutamente mai”.

4 Maggio 2022 – Tempo di Pasqua
+Domenico

Facci vedere Dio  tuo Padre, non parlarci solo di Lui

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14, 7-9) dal Vangelo del giorno (Gv 14, 6-14)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”. Gli disse Filippo: “ Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre.

Audio della riflessione

Conosciamo tante cose, sappiamo trovare di tutto, inventiamo motori di ricerca sempre più raffinati, ci basta una tastiera per aprirci a tutto lo scibile umano, ma non abbiamo saggezza, abbiamo perso la bussola, non sappiamo dare valore e cercare i valori. Siamo una lavagna su cui tutti possono scrivere ciò che vogliono e noi restiamo senza riferimento. Ci passa davanti tutto, ma niente ci prende e ci dà felicità. La nostra vita è un google, che serve quando hai fretta e curiosità, ma ti lascia solo quando devi decidere della tua felicità. Abbiamo bisogno di saggezza, di gusto, di riferimenti, di valori, di motivazioni per spenderci; su tutto il nostro conoscere occorre un faro che illumina e riordina, dà valore e gusto.

Da tanto tempo sono con te e tu non mi hai ancora conosciuto, non sei riuscito ad andare oltre le impressioni, i tuoi modi di pensare e di fotografare. Credi che sia vero solo quello che ti appare e non sai entrare in profondità nella mia vita. E’ il rimprovero di Gesù a Filippo, che era tanto incuriosito di sentir Gesù parlare del Padre che gli era nata la voglia di vederlo. Faccelo vedere, non parlarci solo di Lui. Ma il Padre è di quelli che vanno conosciuti con la luce dello Spirito, con la grazia che solo Dio dà. Chi vede me deve avere occhi che gli permettono di vedere il Padre. Quel Gesù che sembrava solo un buon predicatore, un ottimo amico, un pio ebreo, un entusiasta del regno, un guaritore era l’unica immagine visibile del Padre e i discepoli non lo avevano ancora capito.

Guardando a Gesù noi riusciamo a togliere quel velo che si stende sui nostri occhi e non ci permette di conoscere Dio. Dio nessuno l’ha mai visto, il Figlio ce lo ha rivelato. Gesù è l’unica esperienza che ci dice il volto di Dio, che ci rende sperimentabile in una conoscenza sovrumana la presenza di Dio. Il nostro Dio non è il Dio della filosofia, della razionalità, ma il Dio di una storia che ha trovato e espresso in Gesù il meglio della sua visibilità.

Non siamo più condannati a fare congetture, a vivere di immaginazioni, ma siamo chiamati a contemplare il Dio vivente in Gesù. Quel cielo che non è vuoto e si è aperto, ci ha mostrato nel volto di Gesù il volto di Dio.

Celebriamo oggi la festa dei due apostoli Filippo e Giacomo. Filippo ha evangelizzato la Frigia ed è morto martire sotto Domiziano a Gerapoli, crocifisso a testa in giù.

San Giacomo, detto il Minore  partecipa al concilio di Gerusalemme proponendo alcune norme per una pacifica convivenza fra i cristiani di origine giudaica e quelli di origine pagana, sua è la prima delle 7 lettere cosiddette cattoliche in cui afferma che «la fede senza le opere è morta» e mostra un cristianesimo molto pratico. Fu fatto ammazzare dal sommo sacerdote Hannan II, che approfittò dell’assenza del procuratore Festo per eliminarlo con la lapidazione nel 62.

3 Maggio 2022 – Tempo di Pasqua
+Domenico

Gesù Cristo si presenta e si fa pane della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 22-29)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie. Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

Audio della riflessione

C’è un fatto fondamentale, un argomento, un mistero diciamo noi, della vita cristiana che fa da catalizzatore di tutta l’esperienza credente su cui occorre per forza sostare che è   l’Eucarestia. Se siamo attenti partecipanti all’eucaristia quotidiana o lettori del vangelo che ogni giornata di questa settimana la liturgia ci propone, il capitolo sesto del vangelo di Giovanni, eccetto solo la festa di domani che celebra gli apostoli Filippo e Giacomo, ne è una proposta articolata e avvincente. In pochi altri testi come in questo risulta con tanta chiarezza liberatoria, la diversità tra il miracolo e il segno. Precede questo brano la moltiplicazione dei pani operata da Gesù che è stata insieme un miracolo e un segno.

Il suo scopo era stato di saziare una folla affamata e la sproporzione tra il mezzo, i cinque pani, e l’effetto, sfamare 5000 uomini, è un grande miracolo. E siccome il suo scopo era di significare un altro cibo, la vita eterna e quindi un’altra fame, era un importante segno. Per essere entusiasti del miracolo era bastata e basta la grande fame di tutta la folla che viene saziata, ma per accogliere il segno la carne non basta e occorre la fede. I destinatari del miracolo possono entusiasmarsi all’idea di avere a disposizione permanente colui che ha compiuto il miracolo ed è quello che molti hanno pensato, come fa notare bene Gesù e magari in questa maniera inserire Dio fra gli strumenti dei desideri delle persone. Dio come qualcuno che appaga, che riempie qualche buco materiale della vita.

 In questo caso il miracolo non opera nessuna salvezza; come del resto era capitato agli ebrei nel deserto che saziati dalla manna, morirono, non ebbero salvezza. Al contrario la fede non si interessa al miracolo per il fatto che è una deroga alle leggi della natura, ma perchè è una manifestazione del disegno di Dio sulla persona umana, sulle sue esigenze più profonde, che soltanto perché vengono a contatto con il disegno di Dio si fanno chiare a se stesse. Nell’uomo c’è una fame radicale che è fame di vita piena, eterna. Questa fame non si sazia per la semplice moltiplicazione di prodigi che fanno restare con la bocca aperta, ma solo se gli affamati credono in colui che Dio ha mandato e che ha detto: io sono il pane della vita .

Per credere all’inviato del Padre, il miracolo non basta, occorre elevarsi allo stesso livello del segno. Questo passaggio non è automatico o opera dell’uomo, ma è una attrazione di Dio, che agisce solo se gli uomini si lasciano ammaestrare da Dio, attraverso colui che ha mandato, il suo Figlio Gesù Cristo. La fede appartiene a un ordine diverso. Così come il pane di vita non è quel nutrimento cui ci spinge l’istinto del corpo o la nostra umanità frustrata in cerca di compensazioni.

Questa fame e questo pane sono l’una per l’altro, ma il loro incontro è così superiore alle nostre forze che soltanto l’attrazione di Dio lo realizza: il Dio che invia colui che  è il pane di vita è colui che suscita la fame capace di desiderarlo e di accoglierlo. Allora ascoltare Gesù è mangiare un pane venuto dall’alto e saziare con esso la fame che sale dal profondo di noi stessi.

Non meravigliamoci troppo dei mormorii dei farisei, perché ne saremmo invasi anche noi se Dio non ce ne concedesse la grazia di superarli.

2 Maggio 2022 – Tempo di Pasqua
+Domenico