Il mondo e la Chiesa del Signore

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15, 18-21)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia.
Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato».

Audio della riflessione

Ci troviamo spesso in difficoltà o in rassegnazione quando si parla di rapporto Chesa-mondo. Il mondo che nel linguaggio del vangelo di Giovanni, non è la creazione o l’universo, ma l’insieme delle opposizioni alla vita del credente in Gesù o soprattutto al vangelo. Infatti, praticamente la prima esperienza della Chiesa ancora in costruzione, in formazione, in fondazione, non ancora chiamata così, è stata la persecuzione. I cristiani furono perseguitati prima dai giudei, poi dai cosiddetti gentili, la gente che non aveva religioni ben definite, pagani, si potrebbe dire.

La persecuzione e l’odio verso i cristiani per il vangelo di Giovanni sono cosa normale, perché per Gesù, il cristiano non è del mondo, non gli appartiene. Il mondo ama solo i “suoi”. I cristiani invece sono di Cristo, sono al di sopra del mondo, danno testimonianza contro di lui e contro i suoi peccati; con il loro stile di vita condannano la condotta del mondo. La separazione così netta dal mondo non ha significato sociale, ma teologico. C’è però un altro pensiero da aggiungere. Il servo non è da più del padrone e non può certo avere una sorte migliore.

Per quel tempo tale contrasto esplicito era considerato come normale, una sorta di continuazione dell’atteggiamento dei giudei, una eredità venuta dal giudaismo. Del resto, se i cristiani imitavano Cristo che era non solo inviso ai giudei, ma anche combattuto fino alla sua crocifissione, questo odio era una intensificazione del male che esigeva un giudizio chiaro e consapevole. La continuazione della persecuzione su Gesù diveniva del tutto consequenziale nei cristiani, proprio perché era dovuta alla loro chiara fede in Gesù, attuazione della sua parola, vita secondo il suo stile. Però non tutti già allora rigettavano Cristo, perché molti pur non essendo cristiani vi si avvicinavano e si convertivano in piena, anche cruenta, opposizione del mondo giudaico. Lo stesso insegnamento del Battista aveva fatto breccia nel mondo religioso di allora e la si poteva conoscere, valorizzare, approfondire e accettare anche a partire dalla testimonianza di coloro che avevano seguito la predicazione di Gesù e si erano fatti cristiani e che a mano a mano costituivano o si aggiungevano alle prime comunità cristiane.

E la continuazione dell’azione di Gesù, nei primi cristiani sarà sostenuta, fatta crescere, nutrita e sostenuta dal Consolatore, dallo Spirito, dal Paraclito: tutti termini che colorano la testimonianza convinta e forte delle prime comunità cristiane. Non per niente papa Francesco ci chiama Fratelli tutti

4 Maggio 2024
+Domenico

SS. Filippo e Giacomo, due che ci indicano chi è la nostra via, verità e vita: Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14, 6-14)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, disse Gesù a Tommaso: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: Mostraci il Padre?
Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò».

Audio della riflessione

Sono tante le cose di cui ci dobbiamo preoccupare per vivere bene, per condurre una vita decente, avere buoni rapporti con tutti, offrire la nostra solidarietà a chi ne ha bisogno, ma ce ne sono tre che sono indispensabili: conoscere la strada della vita, conoscere cioè che percorso fare per condurre una vita buona, felice, soddisfacente; essere sicuri di camminare secondo verità, difendendoci dai facili inganni in cui altri ci attirano e vivere veramente, non solo sopravvivere o vivere di risulta. La frase perentoria di Gesù: Io sono la via la verità e la vita, risponde a questo bisogno fondamentale di ogni esistenza.

Spesso non sappiamo che fare, ci troviamo come in un deserto o nel mare senza bussola, non ci sono strade, non c’è freccia. Siamo nella nebbia, con la fastidiosa sensazione di esserci perduti, o di trovarci in un posto invece siamo in un altro. La nostra esistenza è diventata un intrico di proposte, di sollecitazioni, di esperienze contraddittorie. Che devo fare, che strada prendo nella vita. Soprattutto chi è giovane si trova di fronte a una eccedenza di opportunità e non sa che cosa scegliere. Avere qualcuno che ti indica quale è la strada è importantissimo. Ebbene Gesù dice: io sono la via. La strada giusta della vita passa da me, io sono meglio di ogni tuo satellitare. Vederlo come via non significa aver trovato la cartina geografica o stradale, ma aver percepito in Lui la certezza di un percorso di felicità e di una compagnia sicura. Non ci indica solo la strada, ma è Lui stesso la strada.

Lui è anche la verità. Il problema di oggi sembra essere la libertà, fare quel che ci piace, andare dove si vuole, ma il vero problema è di sapere se c’è qualcosa di bello, di vero che ci piace, che si vuole; se siamo veri o ingannati, nella verità o nella falsità. Persone compiacenti che ci isolano in un pietoso inganno ce ne sono troppe. Abbiamo invece bisogno di sentirci dire sempre chi siamo e che cosa possiamo fare, cosa dobbiamo cambiare, se la nostra strada è quella giusta, se la nostra vita è impostata bene. Gli amici purtroppo spesso non hanno coraggio per non offenderci. Gesù è l’amico che sta sempre dalla parte della verità. Lui è la verità. Non ti inganna, non ti parla tanto per riempire il programma, per intrattenerti. Non ti accarezza le orecchie per aumentare l’audience, non ha pubblicità da propinarti. Non ha proprio bisogno anche dei nostri like per dire l’audience che ha. L’unica audience di cui si preoccupa è quella che dobbiamo avere nell’amore di suo Padre. Gesù è colui che conosce il mistero del vivere e del morire, conosce ed è la strada della felicità, Lui l’ha percorsa e ce la può indicare.

Se è via e verità, allora è la vita. Il rischioso mestiere di vivere è sempre davanti a noi. Ogni tanto veniamo messi di fronte a qualcuno che si toglie la vita, che non riesce a capire perché, che non ha forza, che ha paura di affrontarne il mistero. Noi con Gesù ci mettiamo nelle sue mani, alla sua sequela, ci fidiamo di Lui. Non vogliamo farci rimproverare come i farisei: voi non volete venire a me per avere la vita. Non ci adattiamo alle pozzanghere che ci scaviamo per consolarci, noi vogliamo seguire Lui per avere la vita. Maestro che devo fare per avere vita piena? Dove sta la pienezza della vita? Non posso adattarmi a vivere a qualche maniera. Il vangelo è la strada e la stessa vita, la sua parola è l’indicazione più vera e più sicura.

Parlarci nella festa dei Santi Filippo e Giacomo è per me richiamarmi al mio dovere di vescovo, di successore degli apostoli, per pura grazia di Dio, di assicurare tutti del grande amore che Dio ha per ciascuno e invitarci a una generosa risposta al suo amore. Il vangelo è la strada, in questi tempi soprattutto in cui veniamo continuamente strattonati dai mass media che esasperano sentimenti ed emozioni e ci costringono quasi a seguire l’onda delle informazioni. Allora non è più possibile vivere il perdono cristiano, ma la vendetta, il risentimento, l’espulsione e non l’accoglienza; non è possibile proporre una famiglia basata sul matrimonio, ma una   falsa comprensione che snatura la stessa nostra convivenza civile. Torniamo al vangelo e a quello diamo spazio per trovare la felicità vera in Gesù che è via, verità e vita.

3 Maggio 2024
+Domenico

Dio è amore al di sopra di ogni realtà: in esso vogliamo rimanere

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,9-11)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.
Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.
Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».

Audio della riflessione

Ci siamo messi spesso alla ricerca di Dio, abbiamo tentato di dargli un volto, una descrizione. Convinti della sua esistenza, ma desiderosi di dargli una sorta di definizione, che non deve definire niente, perché Dio non sta mai nel verbo finire e nei suoi composti. Infatti, possiamo solo dire che non è finito, ma non abbiamo proprio detto niente se non negato qualcosa. Ma vorremmo almeno pensare a una caratteristica che ci aiuta a parlargli, a sentirlo dentro di noi, non certo parte di noi. Gesù non ce lo ha definito, ma ha fatto capire che in Lui si deve restare, dare casa alla nostra vita. E questa casa si chiama amore, ciò che Gesù ha sempre sperimentato nella sua vita, sia tra noi che nella vita trinitaria. Le immagini filosofiche, legate alla nostra intelligenza e capacità razionale non sono mai adeguate. I filosofi ci hanno provato, gli scienziati pure, gli scrittori lo hanno fatto vecchio o giovane, buono o cattivo, barbuto o etereo a seconda della ispirazione o dell’uso che ne potevano fare.

Dio invece è soprattutto e solo amore che si comunica a noi. Papa Benedetto nel suo primo messaggio ce lo aveva detto. È quello che aveva nel cuore in tutta la sua vita di ragazzo, di giovane, di prete, di studioso, di vescovo, di cardinale è sempre stato solo questo: Dio è amore e tutte le volte che cerca una chiave di interpretazione della realtà di Dio è sempre e solo l’amore. È amore quando crea l’universo, l’uomo, e la donna, è amore quando manda suo figlio sulla terra, è amore quando accetta che il Figlio muoia in croce, è amore nel perdono, amore ancora di più nelle vite d’amore degli uomini.

È l’unica chiave di interpretazione della vita di Dio. E Gesù quando si congeda dagli apostoli, non può non rifarsi a questa esperienza profonda che ha segnato tutta la sua vita di uomo. Come il Padre ha amato me, così anch’io amo voi. L’amore è un vortice. Se ci vieni trascinato dentro, porti con te tutti quelli che conosci, vedi, incontri, tutti coloro che fanno parte della tua vita. Così Gesù: non può non trascinare in questa dimensione il gruppo dei suoi amici, e chiamarli a rimanere nel suo amore. Potremmo stare con Gesù per solidarietà con la sua bontà, perché ci offre speranza oltre le nostre paure e inquietudini. Potremmo scegliere di stare con Gesù perché ci incanta la sua Parola. Gesù invece ci dice: ci dovete stare solo per amore. Chi vuol fare il cristiano deve sbilanciarsi dalla parte dell’amore, deve assolutamente fare di questa vita donata senza interesse, senza calcolo, senza vantaggi la sua vocazione definitiva. Rimanete nel mio amore, è l’amore di un Dio che non riusciremo mai a contenere nelle nostre pur belle immagini, slanci di santi e di sante, esperienze mistiche e dello stesso peccato. E proprio in fondo a questo ci si apre la voragine della sua misericordia, che è il bisogno radicale di ogni creatura.

2 Maggio 2024
+Domenico

Siamo stanchi di guerre, Signore salvaci

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,27-31)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.
Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.
Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il prìncipe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco».

Audio della riflessione.

Fra i tanti perché della vita, uno in particolare torna insistente alla mente umana, soprattutto se, complice o grazie alle tante informazioni che ci martellano quotidianamente, ci lasciamo provocare dai fatti. Perché nel mondo ci devono essere sempre le guerre? Perché gli uomini cambiano la convivenza pacifica in contrapposizione spietata? Perché tanti giovani debbono convivere da quando sono nati con armi, bombardamenti, distruzioni, fughe, ammassamenti in campi di sopravvivenza? Perché dei popoli che vivono in pace a un certo punto sono galvanizzati da chi li lancia alla guerra? Perché i conflitti tra modi diversi di pensare la vita, gli stessi conflitti di interessi devono per forza cercare soluzione con la guerra? 

Il male, la vendetta, l’ingiustizia, la ritorsione, la forza, la prevaricazione formano un anello che non si spezza e si cambia in morte, distruzione, dolore. Qualcuno muove i fili e si arricchisce aumentando il suo prodotto interno lordo. Se ha una azienda di armi cerca il massimo profitto e spera che per il suo mestiere qualcuno si lasci ammaliare dalla sua pubblicità. Siamo nel massimo della irrazionalità o di una razionalità malata: una miscela senza speranza. L’uomo tenta di reagire, riesce qualche volta a contenere, ad attutire, ma dove sta la pace? 

Dice Gesù come primo saluto dopo la tragedia della Croce, dopo aver toccato il fondo cui può portare la cattiveria e l’odio umano, vi lascio la pace, vi do la mia pace. La pace è un dono, è qualcosa di più grande di noi. Sembra il bene più evidente l’aspirazione più normale, ma è il primo frutto di una vita nuova. È scardinare il male alla radice. Noi siamo capaci di farci del male, ma solo Dio può rimarginare le ferite, può riportare l’uomo alla saggezza cui da sempre l’ha destinato. 

Se poi la guerra è una vendetta, un massacro, un proposito di cancellare un popolo, una risposta a un miserabile attacco senza avere una prospettiva di convivenza, di ristabilimento del diritto mondiale è la semina di altre guerre e diventa una disgrazia per tutta la terra, un cancro dell’umanità 

Solo Dio possiede il segreto di una vita piena, solo lui ci sa aprire prospettive nuove. I nostri sforzi, gli sforzi degli stati passano da lui, dal cuore nuovo di cui abbiamo bisogno e che con lui possiamo ricostruire e sperare e chiedere per tutti gli uomini.

30 Aprile
+Domenico

Senza di me non potete far nulla

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,1-8)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Audio della riflessione.

Ma che cosa mi manca nella vita? Ho un comportamento corretto, una vita regolare, mi par di essere onesto nel lavoro, pago pure le tasse, che non è cosa da poco, non mi lascio impelagare in avventure strane. 

Eppure, hai l’impressione che manchi un perno, ti pare di girare a vuoto, di sentirti sterile, scontato, di non produrre bontà. La spia che c’è qualcosa che non funziona, e che è diventata la malattia del secolo, è che perdi spesso la pazienza, che troppe volte t’arrabbi, magari urli, perdi le staffe, vola qualche parola di troppo. Credi di avere in mano tu la vita e quando ti sfugge t’arrabbi per cambiarle il corso; invece resta come prima, con qualche coccio da ricomporre. 

Ma noi siamo tralci, non siamo la vite; noi siamo rami, non siamo la pianta; “senza di me, dice Gesù, non potete far nulla”. 

Non abbiamo in noi il principio del nostro essere. Siamo un mistero a noi stessi, non riusciamo a trovare ragioni sufficienti di vita se non in una relazione, nella percezione di una linfa che scorre dentro di noi e che ha la sorgente fuori di noi. Io sono la vita, voi i tralci se rimanete in me, farete frutti, la vita non sarà vuota. 

Rimanere è un verbo che la nostra vita, moderna non conosce più. Oggi si esige il fare, l’organizzare, telefonare, far sapere, gestire, costruire, riunire, coordinare tabelle, confronti. Avere sempre campo per il cellulare. Gesù dice: rimanete; datevi una calmata ritrovate la bussola, il centro, tendete l’orecchio alla Parola, a una buona notizia, al vangelo. Non occorre perdere la pazienza. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. 

Pianta e rami, vite e tralci, sorgente e ruscello, sono abbinamenti che non possono stare slegati. Non scorre acqua se il ruscello non è legato a una fonte viva, non scorre vita se un ramo non è attaccato alla pianta, non c’è possibilità di dare un grappolo se un tralcio vien staccato dalla vite. Non c’è bontà nell’uomo se non sta attaccato al sommo bene; non c’è amore nell’uomo se non sta attaccato alla sorgente dell’amore che è Dio. Il mondo è tutto una serie di interazioni, di collegamenti, di fili che non legano, ma che fanno circolare vita. 

La nostra autosufficienza vorrebbe che tutto partisse da noi. Noi siamo la bontà, e non ci accorgiamo che da soli sappiamo soltanto essere cattivi; noi siamo la gioia e non ci accorgiamo che ci caratterizza di più la noia; noi passiamo per generosi, invece ci caratterizza di più l’egoismo. Abbiamo perso la strada della sorgente, dobbiamo risalire il fiume della vita e avere il coraggio di ritrovarne la fonte.; che è Gesù e il suo Vangelo.

28 Aprile
+Domenico

Possiamo vedere finalmente Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,7-14)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.

Audio della riflessione.

Conosciamo tante cose, sappiamo trovare di tutto, inventiamo motori di ricerca sempre più raffinati, ci basta una tastiera per aprirci a tutto lo scibile umano, ma non abbiamo saggezza, abbiamo perso la bussola, non sappiamo dare valore e cercare i valori. Siamo una lavagna su cui tutti possono scrivere ciò che vogliono e noi restiamo senza riferimento. Ci passa davanti tutto, ma niente ci prende e ci dà felicità. La nostra vita è un Google, che serve quando hai fretta e curiosità, ma ti lascia solo quando devi decidere della tua felicità. Puoi farti aiutare anche dalla intelligenza artificiale, ma sei sempre tu che devi prenderti in mano la vita. Abbiamo bisogno di saggezza, di gusto, di riferimenti, di valori, di motivazioni per spenderci; su tutto il nostro conoscere occorre un faro che illumina e riordina, dà valore e gusto. 

Da tanto tempo sono con te e tu non mi hai ancora conosciuto, non sei riuscito ad andare oltre le impressioni, i tuoi modi di pensare e di fotografare. Credi che sia vero solo quello che ti appare e non sai entrare in profondità nella mia vita. È il rimprovero di Gesù a Filippo, che era tanto incuriosito di sentir Gesù parlare del Padre che gli era nata la voglia di vederlo. Faccelo vedere, non parlarci solo di Lui. Ma il Padre è di quelli che vanno conosciuti con la luce dello Spirito, con la grazia che solo Dio dà. Chi vede me deve avere occhi che gli permettono di vedere il Padre. Quel Gesù che sembrava solo un buon predicatore, un ottimo amico, un pio ebreo, un entusiasta del regno, un guaritore era l’unica immagine visibile del Padre e i discepoli non lo avevano ancora capito. 

Guardando a Gesù noi riusciamo a togliere quel velo che si stende sui nostri occhi e non ci permette di conoscere Dio. Dio nessuno l’ha mai visto, il Figlio ce lo ha rivelato. Gesù è l’unica esperienza che ci dice il volto di Dio, che ci rende sperimentabile in una conoscenza sovrumana la presenza di Dio. Il nostro Dio non è il Dio della filosofia, della razionalità, ma il Dio di una storia che ha trovato ed espresso in Gesù il meglio della sua visibilità. 

Non siamo più condannati a fare congetture, a vivere di immaginazioni, ma siamo chiamati a contemplare il Dio vivente in Gesù. Quel cielo che non è vuoto e si è aperto ci ha mostrato nel volto di Gesù il volto di Dio

27 Aprile
+Domenico

Gesù lo posso vedere sperimentare, e in Lui vedere Dio Padre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,1-6)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».

Audio della riflessione.

Produciamo tutto, possiamo trasformare tutto, cambiamo tradizioni, inventiamo nuovi modelli di vita, ci appassioniamo a tutte le novità. Ma spesso abbiamo paura, temiamo di perdere il senso delle cose, non sappiamo se avremo futuro, se le cose che facciamo sono per il bene dell’umanità, sono per la vera felicità. Abbiamo bisogno di discernere, di valutare, di soppesare, di vagliare tra generosità e verità, tra bontà e fedeltà, tra bene personale e bene comune. Gesù è la verità che ci aiuta a fare chiarezza, a discernere e a scegliere 

L’amarezza, la delusione, l’afflizione, il pianto, l’offesa bruciante, le ferite che sanguinano sono costanti della nostra esistenza. Abbiamo spesso preso scorciatoie maledette. Molti che ci dicono di volerci bene, ci rimproverano, ci fanno sentire in colpa. Sbagliamo strada, ma abbiamo bisogno di chi con amore ci riprende, ci aiuta a uscire dalle nostre piccole o grandi prigioni, a fare chiarezza e capacità di comprendere. Gesù è la via, è dolcezza che rasserena, è pazienza che sorregge, è amore che comprende, è guida che dà sicurezza. 

Ci stiamo abituando alla routine dei nostri giorni quotidiani come al colore delle pareti, senza slancio, né entusiasmo, senza lode e senza infamia. Alla grinta abbiamo sostituito la smorfia, all’ardore l’adattamento, al progetto un insieme di rattoppi. Ci lasciamo andare perché non abbiamo più speranza. Gesù è vita, è fervore che ridà anima alle nostre vite, alle nostre coscienze. 

Abbiamo bisogno di un colpo di reni per scrollarci di dosso il vecchiume dell’abitudine. Questa via, verità e vita hanno bisogno di essere dette fino in fondo, approdano da Gesù allo stesso Dio Padre. Conoscere Gesù esige di vederne in filigrana lo stesso Padre, proprio lo stesso padre diranno più tardi di fronte al mistero della Trinità. Ecco allora il salto di qualità che è proposto ad ogni credente a partire dagli apostoli.

26 Aprile
+Domenico

Gesù gridò a gran voce

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12, 44-50)

In quel tempo, Gesù esclamò:
«Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre.
Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo.
Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».

Audio della riflessione.

Abituati ad ascoltare o leggere il vangelo ogni giorno, ci capita di non badare ad alcuni particolari, molto importanti e definitivi della figura di Gesù. Oggi il brano di vangelo inizia con un netto “Gesù esclamò”, tradotto anche “gridò a gran voce, fece “clamore” … sono tutte traduzioni dello stesso verbo greco, usato da Gesù almeno quattro volte, per designare una sua autopresentazione. In tutte proclama che Lui agisce a nome di Dio Padre; Lui si presenta come agente di Dio nel mondo, uno che non fa nulla di propria iniziativa, perché Lui agisce in assoluta dipendenza dal Padre e con una totale obbedienza a Lui. Perciò la nostra fede in Gesù è sempre fede nel Padre, al quale Gesù ubbidisce e dal quale ha avuto la più assoluta approvazione. In questo brano del vangelo Gesù in pratica riassume tutte le sue presentazioni: 

Credere in Gesù, vederlo, significa credere e vedere chi lo ha mandato: Io e il Padre siamo una cosa sola; quindi, Gesù riflette Dio e lo avvicina all’uomo, lo fa conoscere, lo comunica. 

Gesù è la luce, è venuto per portare la luce contro le tenebre dell’incredulità, così che possiamo credere in Lui ed essere salvi 

La sorte e il destino dell’uomo si risolve tra fede e incredulità, tra salvezza e condanna e questo dilemma si risolve accettando o rigettando Gesù. 

Il principio di riferimento nel giudizio finale sarà la parola di Gesù, perché Lui dall’inizio alla fine non ha insegnato nel proprio nome, non è stato mai indipendente dal Padre. Il Padre che lo ha mandato è la fonte di tutto quello che Gesù ha detto. La parola di Gesù è la parola del Padre. Per questo gli scribi e i farisei gli hanno dichiarato guerra totale. 

La parola di Gesù, che è la parola del Padre aveva un unico scopo: comunicare la vita: questo è il comandamento che ha ricevuto dal Padre e la croce è il sigillo di questa sua volontà e della volontà di Dio Padre.

24 Aprile
+Domenico

Tra le braccia del Padre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10, 22-30)

Ricorreva, in quei giorni, a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente».
Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Audio della riflessione.

Non avete mai avuto la sensazione di essere continuamente scippati nella vita? Non sto parlando dei borseggiatori che acuiscono sempre più l’impegno per coglierci nella nostra ingenuità e sfilarci il portafoglio o l’autoradio o il telefonino o la carta di credito, ma dello scippo della vita. 

Fai di tutto per far del bene a qualcuno e quello ne approfitta; ti sembra di aver capito dopo non poche resistenze che devi metterti a disposizione nel bene comune ed è il bello che qualcuno ti aggira. Fai l’onesto nel pagare tutte le tasse e te ne trovano una che ti sei dimenticato e che ti mette a terra. Ti sforzi per costruire un futuro ai tuoi figli, dai fiducia, ti spendi per loro e ti trovi defraudato anche dell’onore. 

Ma siamo figli di qualcuno? Possiamo sperare di non essere continuamente ingannati? C’è qualcuno che ci ama gratis? Da cui non devo difendermi, che mi vuole bene oltre ogni mio merito e precisione? Queste sono tipiche domande religiose: il desiderio di non essere scippati nella vita, l’aspirazione a sentirsi invadere da gratuità è domanda di Dio, è invocazione di un oltre. 

Purtroppo, spesso ci facciamo scippare anche in quelle, ci fermiamo a risposte banali, l’oroscopo per esempio. Di fronte a una previsione di continue banalità e di monotonia o di cose che non si riescono a meritare vogliamo sentirci qualcosa che ci viene incontro gratuitamente, che va oltre le nostre previsioni un regalo immediato come lo è la vita. È molta gente si sbizzarrisce a costruirci illusioni. Sei dei gemelli? Domani tieni aperti bene gli occhi perché non potrai più chiuderli dalle bellezze che incontrerai! Sei del cancro? Domani hai finito di soffrire. Nessuno ci crede, ma ci fa piacere. Gesù invece dice: io ti do una vita piena! 

Mio padre è più grande di tutti non ti scippa mai di niente e nessuno ti può strappare dalle sue mani. Dietro l’oroscopo c’è un inganno benevolo che consapevolmente accettiamo per darci una spinta, dietro le parole di Gesù c’è la sua vita, c’è una storia di persone che ti possono testimoniare vita piena, una fila di peccatori, come me, come molti che possono dimostrare di non essere mai caduti fuori dalle sue braccia anche a volerlo. 

Per Gesù, che credevano tutti fosse stato maledetto anche da Dio su quella croce, invece l’alba della Risurrezione ha posto fine a quel salto nel vuoto della morte, proprio tra le braccia del Padre. Queste braccia mi interessano.

23 Aprile
+Domenico

Si può sempre essere o pastori o ladri

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,1-10)

In quel tempo, disse Gesù: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita a l’abbiano in abbondanza».

Audio della riflessione.

Mi capita spesso in campagna, soprattutto a fine inverno inizio primavera, di vedere un gruppo foltissimo di pecore, un gregge, che ti blocca la strada, mentre alcuni cani e un pastore li fanno passare da un campo all’altro. Il pastore sa il fatto suo, il suo cane continua a serrare le fila, a orientare verso il campo, e poi così farà verso i recinti, a tenerle unite. Basta un richiamo del pastore, un battere del bastone che le pecore si dispongono e si orientano. Da sole si disperderebbero, il pastore le sa tenere assieme e orientare. Gesù si presenta come pastore, come colui che si dedica al suo gregge, non in forma impersonale, ma accostandole ad una ad una. Di ciascuna conosce il belato e ciascuna conosce la sua voce. Difatti racconterà più tardi di quella pecora sbadata o cocciuta che lascia il gregge e che lui con pazienza, anche se stanco dopo il lavoro della giornata va a cercare e a ricondurre a casa. 

Un occhio diverso per le pecore ha invece il ladro: quello le vuol solo ammazzare, se ne vuole solo impadronire, ne vuol fare carne da macello, guadagno sicuro. C’è tanta gente che si interessa degli uomini solo per approfittarne; non sempre si tratta di violenze eclatanti; si può far morire anche con i guanti bianchi, anche con il sorriso dell’inganno sulla bocca. Molti, dice Gesù, sono lupi rapaci, vogliono solo soddisfare i propri interessi, i propri istinti di potere nei confronti degli altri. Promettono vita invece offrono solo morte. 

La nostra storia è piena di profittatori, di uomini che hanno promesso felicità e hanno portato solo distruzione, dittatori che hanno ingannato con promesse e hanno portato fame e guerre, schiavitù e desolazione. Ma ne è piena anche la nostra storia personale, di singole persone attirate nella rete del male, della delinquenza da promesse allettanti. 

Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano nella pienezza. Basterebbe credere in questo per dare un orientamento definitivo alla nostra esistenza, Credere che la vita sta da questa parte, dalla parte di Gesù, la vera vita è Lui. Spesso ci lasciamo ingannare dalle sirene, a volte vogliamo fare solo di testa nostra, ma in verità stiamo seguendo ladri anziché il pastore e non ce ne accorgiamo. La nostra speranza è sempre e solo Lui, il buon pastore.

22 Aprile
+Domenico