San Gottardo di Hildescheim

Un Omelia sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,1-8) per la festa di San Gottardo, patrono di Paderno Franciacorta

«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

Stanno davanti a noi oggi alcune figure, alcuni eventi del mondo in cui viviamo, vite piene di gioie, fatiche e domande come sono tutte le nostre, alcune parole della sacra scrittura…. da tutto questo, e da altro che ci suggerisce il Signore,  siamo chiamati a cogliere insegnamenti per la nostra vita e per la vita della nostra comunità cristiana.

San Gottardo sta davanti a noi e a voi da quando lo hanno scelto come patrono della vostra comunità cristiana: un vescovo saggio, forte, prudente e leale, sia quando con forza paziente riuscì a vincere la resistenza dei monaci ostili alla riforma della loro vita cristiana e di monaci, sia quando  diresse la costruzione della loro chiesa e del loro monastero in cui introdusse una scuola di scrittura e di pittura, così da essere considerato il più grande architetto e pedagogo della Baviera nell’alto Medioevo, sia quando fu nominato vescovo di Hildesheim il 30 novembre  e consacrato il 2 dicembre del 1022, dietro richiesta dell’imperatore Enrico II.

Da vescovo incarnò l’ideale di padre dei suoi preti e del suo popolo e si acquistò il rispetto dei suoi sacerdoti specialmente con la sua intelligente e colta capacità di insegnare le sacre scritture.

Durante i quindici anni del suo “governo episcopale”, nonostante la sua età avanzata (era nato nel 960 e aveva già 70 anni) difese con forza e coraggio i diritti della sua diocesi contro intrallazzi, piccinerie, invidie ed usurpazioni di prelati e principi, cioè di preti, monsignori, abati e politici di ogni tipo che avevano scambiato la Chiesa non solo per una banca redditizia, ma anche per una passarella di moda e di vanità, di mondanità e di intrallazzi, dimenticando la passione di Gesù Crocifisso, che per la salvezza della Chiesa e del mondo era stato messo in croce, e la vita della povera gente.

E’ vissuto a cavallo dell’anno 1000, morendo il 5 maggio del 1038 a 78 anni: i vostri progenitori bisnonni e nonni avevano sempre davanti a sé questa bella figura di papà della fede, come deve essere ogni vescovo, e ahimè l’avrei dovuto essere anch’io.

Abbiamo davanti a noi anche le nostre fatiche e domande della vita: a queste ci dà un buon insegnamento il Vangelo appena letto (Gv 15,1-8) che ci dice in sostanza che siamo sempre e solo rami che debbono stare legati alla pianta!

Pianta e rami, vite e tralci, sorgente e ruscello, sono abbinamenti che non possono stare slegati. Non scorre acqua se il ruscello non è legato a una fonte viva, non scorre vita se un ramo non è attaccato alla pianta, non c’è possibilità di dare un grappolo se un tralcio vien staccato dalla vite. Non c’è bontà nell’uomo se non sta attaccato al sommo bene; non c’è amore nell’uomo se non sta attaccato alla sorgente dell’amore che è Dio. Il mondo è tutto una serie di interazioni, di collegamenti, di fili, che noi pensiamo che ci leghino, ci impacchettino soltanto o soprattutto, e che invece collegano e fanno circolare vita. La nostra autosufficienza vorrebbe che tutto partisse da noi. Noi ci crediamo la bontà, e non ci accorgiamo che da soli sappiamo soltanto essere cattivi; noi ci illudiamo di essere la gioia e non ci accorgiamo che ci caratterizza di più la noia; noi passiamo per generosi, invece ci caratterizza di più l’egoismo. Abbiamo perso la strada della sorgente, dobbiamo risalire il fiume della vita e avere il coraggio di ritrovarne la fonte.

Ecco perché tanti santi non smettevano di pregare: stavano sempre in contemplazione e in contatto diretto con la sorgente; avevano la coscienza che solo guardando a Dio intensamente ne potevano accogliere il dono. Abbiamo tanti mezzi per risalire alla fonte: la preghiera, l’ascolto della Parola, la liturgia, che adesso per paura del covid abbiamo continuato ancora di più a evitare,  la contemplazione delle opere di Dio, la stessa accoglienza della povera gente, dei rifugiati. Quante persone si sono ritrovate piene di vita perché hanno avuto il coraggio di stare con i poveri, di amarli e li hanno visti come sorgenti da cui scaturiva l’amore di Dio.

Quando ci sentiamo insulsi, vuol dire che il tralcio si è staccato dalla vite, significa che non comunichiamo più con Dio, ci siamo riempiti troppo di noi, abbiamo sostituito la sorgente con pozzanghere, per comodità, per abbassamento del gusto del vero e del bene.

Ci si mettono anche le invadenti e  soffocanti pubblicità nei cellulari. L’ultimo che mi ha incantato mentre preparavo questa riflessione è stata una frase: la felicità è una scelta di vita. Questa può essere una bella frase per la predica. Che cosa era invece?  una pubblicità di uno streeetwear, che io traduco con abito da struscio o da movida, così descritto: abito poetico e graffiante, dove la decorazione perfetta è fatta da buchi e cuciture.

Vivere la vita che ci dona il Signore non è automatico, ma una apertura costante alla luce di Dio, una decisione radicale di stare dalla sua parte, di lasciarci invadere dal suo stile di vita, dalla sua grazia. Non solo, ma non riusciamo nemmeno a immaginare quanto bene Dio può far nascere dalla nostra debolezza, dalla nostra incapacità, dalla nostra stessa malattia, dalla povertà. Dio, il suo regno lo costruisce con le nostre fragilità; con queste sa ridare vita ad ogni morte del cuore e dello spirito, del mondo e delle sue strutture. Con lo Spirito sa costruire anche pace nelle nostre guerre assurde, serenità dove c’è odio, libertà dove c’è schiavitù, basta che ne invochiamo la presenza, che apriamo una fessura nel nostro egoismo, una invocazione nella nostra superba autosufficienza.  

Noi purtroppo costruiamo muri, anziché ponti e chi fa ponti viene tolto di mezzo; noi diamo spazio a ciò che ci divide a partire dalla cultura, dagli interessi, dalle cattive intenzioni. Dio ci ha dato la terra e noi l’abbiamo tagliata a pezzettini, l’abbiamo circondata di reti e di confini, di dogane e di posti di blocco. Vogliamo vivere in pace, ma la pace non nasce mai dai muri, dai fossati, dai reticolati, dalle serrature, ma da un cuore che pur difendendosi dal male sa sperare di più nel bene.

La guerra in atto è una realtà che non ci aspettavamo più, anche se il grande riarmo di questi ultimi anni ce ne poteva già dare una avvisaglia di guerra imminente. L’insieme di capitali che circolano nella vendita di armi sempre più sofisticate e l’uso di esse è troppo evidente, incalcolabile e fa gola a molti.

San Gottardo ci avrebbe fatto capire come faceva con la sua gente che il Vangelo alla lettera è un trattato di pace e finché non arriviamo a questa ispirazione saremo sempre in guerra, vinceranno quelli che credono di essere più forti, ma non s’avvedono che si stanno già scavando per loro e per noi un’altra fossa.

San Gottardo intercedi ancora per noi, metti pace come facevi coi tuoi frati e il tuo clero, la tua gente e i tuoi prìncipi e cortigiani.

4 Maggio 2022
+Domenico

Io sono la vita, voi i tralci

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,1-8) nella festa di Santa Brigida di Svezia, religiosa e Patrona d’Europa.

Brigida di Svezia - Wikipedia
Santa Brigida su una pala ti altare nella chiesa di Salem (Södermanland, Svezia)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Audio della riflessione

Non abbiamo in noi il principio del  nostro essere: siamo un mistero a noi stessi, non riusciamo a trovare ragioni sufficienti di vita se non in una relazione, nella percezione di una linfa che scorre dentro di noi e che ha la sorgente fuori di noi.

“Io sono la vita, voi i tralci: se rimanete in me, farete frutti, la vita non sarà vuota!”

Rimanere è un verbo che la nostra vita, moderna non conosce più: oggi si esige il fare, l’organizzare, telefonare, far sapere, gestire, costruire, riunire, coordinare tabelle, confronti … avere sempre campo per il cellulare … e Gesù dice “rimanete; datevi una calmata, ritrovate la bussola, il centro, tendete l’orecchio  alla Parola, a una buona notizia, al vangelo. Non occorre perdere la pazienza. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato.”

Questa semplice idea tenta di tradurre quella più bella e solenne, profonda e coinvolgente del Vangelo: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

In questa profonda verità, unione, immersione, estasi e contemplazione sta la bella e speciale testimonianza di fede di Santa Brigida, che oggi noi veneriamo, sposa e madre cristiana: a quattordici anni, secondo le consuetudini dell’epoca, il padre la destinò in sposa del giovane Ulf Gudmarsson figlio del governatore del Västergötland.

Il giovane sposo, nonostante il suo nome significasse “lupo”, si dimostrò invece uomo mite e desideroso di condurre una vita conforme agli insegnamenti evangelici: i due sposi vissero per un biennio come fratello e sorella, nella preghiera e nella mortificazione, e divennero Terziari francescani.

Soltanto tre anni dopo le nozze nacque la prima figlia, e in venti anni, Brigida mise al mondo otto figli, quattro maschi (Karl, Birger, Bengt e Gudmar) e quattro femmine (Marta, Karin, Ingeborga e Cecilia).

Era una padrona di casa attenta ai poveri: mescolata con i suoi membri, svolgeva le varie attività domestiche, instaurando un benefico clima di famiglia. Si dedicava particolarmente ai poveri e alle ragazze, procurando a queste ultime una onesta sistemazione per non cadere nella prostituzione.

Fece inoltre costruire un piccolo ospedale, dove ogni giorno si recava ad assistere gli ammalati, lavandoli e rammendando i loro vestiti. 

Dopo una breve esperienza alla corte del re di Svezia, quando nel 1341 i due coniugi festeggiarono le nozze d’argento, vollero recarsi in pellegrinaggio a Santiago di Compostela: nel viaggio di ritorno, Ulf fu miracolosamente salvato da sicura morte. Riconoscendo nell’accaduto un prodigio, lui e Brigida, che avevano ripreso a vivere in castità, presero la decisione di abbracciare la vita religiosa: era allora un’eventualità accettata, vissuta da parecchi santi.

Al ritorno, Ulf fu accolto nel monastero cistercense di Alvastra, dove poi morì il 12 febbraio 1344, assistito dalla moglie. Brigida a sua volta decise di trasferirsi in un edificio annesso al monastero di Alvastra, dove restò quasi tre anni, fino al 1346.

Dopo un periodo di austerità e di meditazione sui divini misteri della Passione del Signore e dei dolori e glorie della Vergine, Brigida cominciò ad avere visioni di Cristo: durante quei colloqui, si sentì eleggere «sua sposa» e «messaggera del gran Signore», avvertendo una spinta a operare per il bene del proprio Paese, dell’Europa e della Chiesa.

Ai suoi direttori spirituali, come il padre Matthias, Brigida dettò le sue celebri «Rivelazioni», frutto delle intuizioni ricevute, che furono poi raccolte in otto volumi.

Fu stimolatrice di riforme e di pace in Europa … e poi l’arrivo a Roma. La prima impressione che lei ebbe di Roma non fu buona, né migliorò in seguito: nei suoi scritti la descrisse popolata di rospi e vipere, con le strade piene di fango ed erbacce.

Il clero le appariva avido, immorale e trascurato: avvertiva fortemente la lontananza da tanto tempo del Papa, perciò gli descrisse nelle sue lettere la decadenza della città, spronandolo a ritornare nella sua sede, senza riuscirci.

Il suo sogno era vedere l’Europa unita e in pace, governata dall’imperatore e guidata spiritualmente dal Pontefice.

Visse nel palazzo di piazza Farnese, pellegrina e riformatrice in Italia, il ritorno temporaneo del Papa. 

Pellegrina in Terra Santapoi ritornò a Roma, col cuore pieno di ricordi ed emozioni: subito inviò ad Avignone il vescovo Alfonso di Jaén, con un’ulteriore messaggio per il Papa, per sollecitarne il ritorno a Roma … e Morì a Roma, vi fu canonizzata e proclamata compatrona d’Europa.

Alle sue «Rivelazioni» la Chiesa dà il valore che hanno le rivelazioni private: sono credibili per la santità della persona che le propone, tenendo sempre conto dei condizionamenti del tempo e della persona stessa. 

Brigida ebbe il merito di mettere le verità della fede alla portata del popolo, con un linguaggio visivo che colpiva la fantasia, toccava il cuore e spingeva alla conversione … per questo le «Rivelazioni» ebbero il loro influsso per lungo tempo nella vita cristiana, non solo dei popoli scandinavi, ma anche dei latini. 

23 Luglio 2021
+Domenico

Il grande dono dello Spirito

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Gv 15,26-27;16,12-15)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

Audio della riflessione

Ce ne è voluta di pazienza e di fatica a Mosè  per riuscire a costruire un popolo  di persone libere. S’era illuso che una volta portati fuori dall’Egitto, tutto fosse già fatto.

Liberazione invece non è sinonimo di libertà. Il carcerato che esce di prigione esulta, è contento, può finalmente vivere come vuole, andare dove vuole, ma se non sta attento l’abitudine, la coscienza della sua schiavitù ha il sopravvento e lo trovi in una grande piazza a disegnare coi suoi passi ancora il perimetro della sua cella.

Per diventare liberi occorre cambiare testa, non rimpiangere più il passato non voltarsi indietro, costruire cose nuove inventare relazioni nuove! Non è stato sufficiente far cadere il muro di Berlino, la cortina di ferro, per essere popoli liberi: Quante involuzioni ancora, quante nostalgie.

La stessa cosa capita a noi cristiani: Siamo stati liberati da Cristo, ma occorre qualcuno che ci rende liberi!

Mosè in una ricorrenza che distava  sette settimane dalla liberazione nel Sinai ha dato al popolo una legge, una costituzione perché si sentissero un popolo non una orda di schiavi.

Gesù, sette settimane dopo la liberazione della Pasqua, ci regala una nuova costituzione per farci vivere da liberi: non è più un codice di leggi in cui potersi riconoscere, ma una persona viva, lo Spirito!

Lo Spirito Santo è la nuova legge scritta nel cuore che ci cambia dall’interno, è il dito di Dio che ci modella e che costruisce in noi i lineamenti di Gesù: è la sua presenza dolcissima che ci sostiene, che rende dura la nostra faccia contro ogni difficoltà – di fatto si chiama Paraclito, consolatore, forza, spirito di verità.

Lavorerà di cesello nella vita dell’uomo per renderlo capace di verità … insomma, la vita cristiana è una vita, con tutte le innumerevoli tonalità, ricchezza dell’umanità, non è o dentro o fuori, o uno stampino che livella tutti; l Spirito ne è l’artista che ci condurrà alla pienezza della verità di Dio e nostra.

Questo artista è una persona viva: abita in  noi, ha un carico di doni inimmaginabili, sette, per dire un numero perfetto che non fa pensare alla qualità, ma alla pienezza che rappresentano per la nostra vita personale, per la nostra chiesa, per la comunità degli uomini e delle donne, per ogni famiglia, per ogni legame di amicizia.

Si inscrive nella vita di ogni cristiano con un sacramento proprio: la Confermazione, immissione dello Spirito in ogni persona, già anticipata nel battesimo, e oggi completata.

E’ un fuoco che deve sprigionare dono e missione in ogni cristiano, testimonianza e per tanti anche martirio, vita donata fino all’ultima goccia come Gesù.

E in questa giornata, in cui si compie la pentecoste, ancora diciamo: Vieni Spirito Santo.

23 Maggio 2021
+Domenico

Vi ho scelto io: fidatevi

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15, 16-17) dal Vangelo del giorno (Gv 15, 9-17) nella festa di San Mattia, Apostolo.

Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.

Audio della riflessione

A noi piace essere protagonisti, e giustamente, in tutte le vicende della nostra vita: noi scegliamo lo studio, il lavoro, le amicizie, lo svago, le cose che ci servono … siamo noi … i soggetti che impostano il proprio futuro, che si danno modelli di comportamento, che decidono di impiegare in un certo … modo le proprie energie e qualità.

Ci sono stati tempi in cui questo non era facile, perché le libertà individuali erano più controllate; c’è però da dire che spesso questo nostro protagonismo è solo formale, perché non ci accorgiamo dei persuasori occulti che ci portano a decidere quello che vogliono loro: Manipolazioni del consenso, costrizioni economiche, pubblicità non sono proprio al servizio di libere scelte. Nel nostro rapporto con Dio, Gesù ha il coraggio di parlare chiaro, di farci capire che la nostra libertà, il nostro protagonismo è dentro un piano d’amore di Dio.

Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi. Abbiamo davanti una proposta decisa, definita, coinvolgente di Gesù nei nostri confronti. Ci resta sempre tutta la libertà di una risposta, ma è importante sapere che non siamo davanti al nulla, a una eccedenza di opportunità che nessuno ci aiuta a dipanare e quindi poi a decidere. Non siamo a questo mondo nel vago, nell’incertezza. Siamo scelti da Dio, in Gesù. Vi ho chiamati amici, vi ho amato. Non siete nel nulla, non siete nel caos, ma dentro una proposta chiara con cui vi dovete confrontare. E la mia chiamata è all’amore

Non siamo chiamati a fare numero, a fare guerre, a strategie di potere o di controllo, ma solo all’amore, fino al dono della propria vita. Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Essere entro questa decisione radicale, entro questa scelta è per noi una gioia immensa. Sapersi amati da Dio fino all’ultima goccia di sangue, come poi Gesù ha dimostrato è la vera notizia della vita di ogni tempo e di ogni luogo. Questo è il vangelo, è lo sconvolgimento totale del rapporto tra uomo e Dio, tra creatore e creatura. Siamo stati scelti, non imposti, non presi a caso, non sorteggiati, ma pensati a uno a uno e chiamati.

La nostra risposta definisce le nostre esistenze, ci permette di impostare in maniera nuova oggi il vero protagonismo, quello dell’amore. L’apostolo san Mattia, di cui oggi facciamo memoria, è proprio stato scelto da Dio con una chiamata particolare, quella di ricostituire il gruppo degli apostoli dopo la defezione di Giuda. E’ necessario che un altro si unisca a noi per farsi testimone della risurrezione del Signore Gesù. Gettarono la sorte tra lui e Giuseppe Barsabba detto il giusto e fu scelto Mattia che rimase con gli apostoli nel Cenacolo a ricevere lo Spirito Santo a Pentecoste.

Il suo campo di apostolato fu l’Etiopia. Il suo martirio avvenne a Sebastopoli, città della Crimea

14 Maggio 2021
+Domenico

Svuotati dall’interno in attesa di una forza

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,26-27) dal Vangelo del giorno (Gv 15,26-27.16,1-4)

«Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l’ho detto

Audio della riflessione

Ci sono giornate in cui si ha il morale ai tacchi, in cui senti di non avere energia per affrontare le cose di tutti i giorni. Depressione, la chiamano i medici e sono sempre di più coloro che ne soffrono, che vedono svanire ogni energia dalla loro vita, che non trovano motivi per alzarsi la mattina. Quello che ieri era grinta, oggi diventa  rabbia contro se stessi e impazienza verso tutti. Si pensa che sia solo malattia, da curare con psicofarmaci, o ricostituenti, ma spesso è mancanza di vita interiore, di rapporto con Dio, di preghiera, di consapevolezza di sentirci nelle mani di Dio e di avere una missione da compiere. Non è sempre e solo depressione insomma, che va curata anche con medicine, ma anche vuoto interiore, mancanza di ragioni per vivere, forza interiore.

Non dovevano essere molto diversi gli apostoli dopo la grande sofferenza e la grande sconfitta della croce. Il popolo aveva intentato un processo a Gesù, l’aveva preferito a Barabba, l’aveva mandato a morte. I primi sconfitti erano loro. Gesù era risorto, ma la forza nuova di affrontare la vita da soli ancora non si manifestava. E Gesù la promette e la manda loro. Verrà il Paraclito, la forza, il conforto, l’energia vera, la grazia, la nuova presenza intima di Dio in ogni vita. Colui che aiuterà a cambiare testa, a misurarsi con verità su ogni parola di Gesù, a sentirlo dentro come fuoco d’amore. Il peggio non è ancora passato, perché ora quello che hanno fatto a me lo faranno anche a voi, Anche voi sarete messi a morte nella convinzione di fare piacere a Dio, mio Padre. Vi isoleranno, vi cacceranno, vi scardineranno dalla vostra stessa identità. Non vi lascio soli con voi ci sarà sempre lo Spirito.

E la storia dei cristiani non è storia di kamikaze, ma di martiri, di testimoni che rispondono a ogni sorta di tormenti con cui i carnefici si divertono, con il sorriso, con il perdono, con la preghiera, senza rabbia. Hanno avuto una grinta interiore che non si sarebbero mai immaginati di poter avere. Dio ama i suoi figli e non li lascia soli.

Con lo Spirito nasce la speranza che è la prima cura contro la depressione spirituale e lo scoraggiamento.

10 Maggio 2021
+Domenico

L’amore è l’elemento unificante dell’universo

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15, 16-17) dal Vangelo del giorno (Gv 15, 12-17)

«Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.»

Audio della riflessione

Stiamo sempre a cercare che cosa di bello, di importante di esaustivo può definire la nostra vita e la vita del mondo. E’ quello che definisce la nostra fede: Dio che è amore. E’ la legge dell’amore che definisce la nostra esistenza e l’esistenza del mondo. Non sono gli interessi, non sono i soldi, non è la fortuna, non è il fascino, non è il potere, ma la capacità di amare.

Ai giudei che seguivano Gesù nasceva in cuore una domanda che affiora anche alle nostre coscienze. In che consiste soprattutto la vita cristiana? E’ un insieme di norme e di precetti che costringono il cristiano in una visione di mondo controllata, buona, ma ingessata? E’ un insieme di regole di galateo politicamente corretto? Gesù dice: amatevi gli uni gli altri. Questa è l’unica legge, questo è il perno del mondo.

Gli studiosi di fisica, anche in tempi lontani dal nostro, hanno sempre nutrito un sogno: quello di far vedere che tutte le forze che si sprigionano dalla natura sono riconducibili a una sola forza; si manifesta in modi diversificati, ma è sempre la stessa forza: la gravità, l’elettricità, il magnetismo, la forza atomica …

Anche Gesù vuol far capire ai suoi discepoli che c’è un’unica “forza”, l’amore, che lega tutto, e ogni amore ha una sola sorgente, che è Dio.

Il campo semantico dell’amore è amplissimo, è amore quello fraterno, quello di amicizia, di figliolanza, quello materno e paterno … si esprime al massimo delle potenzialità e del coinvolgimento come archetipo nell’amore quello tra uomo e donna … ma l’amore è uno solo: è Dio che in se stesso è l’amore.

Il cristiano allora si deve sentirsi amato, deve sentirsi scelto e il suo essere credente è solo rispondere a questa scelta che Dio ha fatto per lui.

Essere cristiani non è comportarsi bene soltanto – come dicevo altre volte – ma soprattutto sapere di essere amati da Dio e accettare di farci amare.

Spesso è così anche nella vita di coppia: l’amore è soprattutto lasciarsi amare e non imporre se stessi.

L’amore di Dio però è di una qualità sola e definitiva, è quello più vero perché è della serie di colui che dà la vita per gli altri.

Avere un Dio così esige che ci disponiamo a fare altrettanto: è l’unica grande speranza della vita sapere di essere amati alla follia da Dio.

7 Maggio 2021
+Domenico

L’amore, solo l’amore

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15, 9) dal Vangelo del Giorno (Gv 15, 9-11)

«Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.»

Audio della riflessione

Spesso siamo in cerca dell’immagine più vera che ci possiamo fare di Dio: “Che volto ha? Chi è? Esiste davvero? Quale è la caratteristica che lo contraddistingue?” … e ce ne facciamo tante di immagini, anche filosofiche legate alla nostra intelligenza e capacità razionale.

Facciamo fatica a credere che esista e poi quando tentiamo di dargli un volto non riusciamo a definirlo: i filosofi ci hanno provato, gli scienziati pure, gli scrittori e i pittori lo hanno fatto vecchio o giovane, buono o cattivo, barbuto o etereo a seconda della ispirazione o dell’uso che ne potevano fare.

Dio invece è soprattutto e solo amore che si comunica … all’umanità, a noi.

Papa Benedetto ce lo ha detto come suo primo messaggio … quello che aveva nel cuore da tutta la sua vita di prete, di studioso, di vescovo, di cardinale è sempre stato solo questo: “Dio è amore” e tutte le volte che cercava una chiave di interpretazione della realtà di Dio è stata sempre e solo l’amore: è amore quando crea l’universo e l’uomo, è amore quando manda suo figlio sulla terra, è amore quando accetta che il Figlio muoia in croce, è amore nel perdono, amore ancora di più nelle vite d’amore degli uomini.

E’ l’unica chiave di interpretazione della vita di Dio … e Gesù quando si congeda dagli apostoli, non può non rifarsi a questa esperienza profonda che ha segnato tutta la sua vita di uomo.

«Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi.»

L’amore è un vortice: se ci vieni trascinato dentro, porti con te tutti quelli che conosci, vedi, incontri, tutti coloro che fanno parte della tua esistenza … così Gesù: non può non trascinare in questa dimensione il gruppo dei suoi amici, e chiamarli a rimanere nel suo amore.

Certo … potremmo stare con Gesù per “solidarietà con la sua bontà”, perché ci offre speranza oltre le nostre paure e inquietudini. Potremmo scegliere di stare con Gesù perché ci incanta la sua Parola.

Gesù invece ci dice: “ci dovete stare solo per amore. Chi vuol fare il cristiano deve sbilanciarsi dalla parte dell’amore, deve assolutamente fare di questa vita donata senza interesse, senza calcolo, senza vantaggi la sua vocazione definitiva.”

6 Maggio 2021
+Domenico

Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15, 1-8)

«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

Audio della riflessione

Non abbiamo in noi il principio del  nostro essere. Siamo un mistero a noi stessi, non riusciamo a trovare ragioni sufficienti di vita se non in una relazione, nella percezione di una linfa che scorre dentro di noi e che ha la sorgente fuori di noi. Io sono la vita, voi i tralci se rimanete in me, farete frutti, la vostra vita non sarà vuota. La vita è un bene “indisponibile”; l’uomo lo riceve, non lo inventa; lo accoglie come dono da custodire e da far crescere, attuando il disegno di Colui che lo ha chiamato alla vita; non può manipolarlo come fosse sua proprietà esclusiva.

Viviamo un’epoca nella quale l’uomo non crede più alla centralità di Dio nella storia, all’essere Lui l’unico liberatore e salvatore. I salvatori si sono moltiplicati e, moltiplicandosi, si sono relativizzati. Con la perdita della fede in Dio, invece di non credere più a nulla, si crede a tutto. E’ proprio vero che  quando si eclissa Dio spuntano gli idoli, la religiosità diventa superstizione, l’uomo smarrisce il senso della sua dignità e del suo destino.

Ricorderò sempre quello che Giovanni Paolo II rispondeva ai giovani kazaki, che gli domandavano chi sono io per te Papa Giovanni: Il papa rispondeva: “tu sei un pensiero di Dio, tu sei un palpito del cuore di Dio, tu hai un valore in certo senso infinito, tu conti per Dio nella tua irripetibile individualità”.  Proviamo a ripensare a queste parole quando rispondiamo ai complimenti con gli insulti, alle domande coi grugniti, alla vita con la bestemmia, ai problemi con gli acidi, alle invocazioni di aiuto con idiozie e ai ragionamenti con le nostre paranoie.

E’ sempre vero che bisogna comportarsi bene, ma  il cristiano non è colui che si comporta bene, ma è colui che sa di essere amato da Dio, che si lascia amare da Dio, che ha il coraggio di starlo a guardare, di rimanere con Lui, di stare cuore a cuore con Lui. “Venite in disparte e riposatevi un po’, passate di qua quando non ne potete più e avete giù la catena e non capiterà mai che io abbia qualcosa d’altro da fare che abbracciarvi, ascoltarvi, coccolarvi”.

Noi siamo rami, non siamo la pianta; “senza di me, dice Gesù, non potete far nulla”. I santi hanno cominciato a diventarlo, quando hanno capito che dovevano lasciar fare a Dio, si dovevano fidare ciecamente di lui. E’ Lui che va messo al centro, è Lui che conduce la vita e la storia di ciascuno di noi, non senza la nostra partecipazione. Se ci convinciamo che il Signore ci vuole un  mondo di bene, non ci scoraggia più nessuno e nessuna situazione della vita.

5 Maggio 2021
+Domenico

Non stacchiamo mai i rami dalla pianta

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15, 1-8)

«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

Audio della riflessione

Spesso ci sembra che manchi qualcosa alla nostra esistenza quotidiana. Ho un comportamento corretto, una vita regolare, mi par di essere onesto nel lavoro, pago pure le tasse, che non è cosa da poco, non mi lascio impelagare in avventure strane. In questa pandemia non mi sono mai scoraggiato. Eppure hai l’impressione che manchi un perno, ti pare di girare a vuoto di sentirti sterile, scontato, di non produrre bontà.

La spia che c’è qualcosa che non funziona, e che è diventata la malattia del secolo, è che perdi spesso la pazienza, che troppe volte t’arrabbi, magari urli, perdi le staffe, vola qualche parola di troppo. Credi di avere in mano tu la vita e quando ti sfugge t’arrabbi per cambiarle il corso; invece resta come prima, con qualche coccio da ricomporre. Ma noi siamo tralci, non siamo la vite; noi siamo rami, non siamo la  pianta; “senza di me, dice Gesù, non potete far nulla”.

Non abbiamo in noi il principio del  nostro essere. Siamo un mistero a noi stessi, non riusciamo a trovare ragioni sufficienti di vita se non in una relazione, nella percezione di una linfa che scorre dentro di noi e che ha la sorgente fuori di noi. Io sono la vita, voi i tralci se rimanete in me, farete frutti, la vita non sarà vuota. Rimanere è un verbo che la nostra vita, moderna non conosce più. Oggi si esige il fare, l’organizzare, telefonare, far sapere, gestire, costruire, riunire, coordinare tabelle, confronti. Avere sempre campo per il cellulare. Gesù dice: rimanete; datevi una calmata  ritrovate la bussola, il centro; tendete l’orecchio  alla Parola, a una buona notizia, al vangelo. Non occorre perdere la pazienza. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato.

Pianta e rami, vite e tralci, sorgente e ruscello, sono abbinamenti che non possono stare slegati. Non scorre acqua se il ruscello non è legato a una fonte viva, non scorre vita se un ramo non è attaccato alla pianta, non c’è possibilità di dare un grappolo se un tralcio vien staccato dalla vite. Non c’è bontà nell’uomo se non sta attaccato al sommo bene; non c’è amore nell’uomo se non sta attaccato alla sorgente dell’amore che è Dio. Il mondo è tutto una serie di interazioni, di collegamenti, di fili che non legano, ma fanno circolare vita. La nostra autosufficienza vorrebbe che tutto partisse da noi. Noi siamo la bontà, e non ci accorgiamo che da soli sappiamo soltanto essere cattivi; noi siamo la gioia e non ci accorgiamo che ci caratterizza di più la noia; noi passiamo per generosi, invece ci caratterizza di più l’egoismo. Abbiamo perso la strada della sorgente, dobbiamo risalire il fiume della vita e avere il coraggio di ritrovarne la fonte.

Ecco perché tanti santi non smettevano di pregare: stavano sempre in contemplazione e in contatto diretto con la sorgente; avevano la coscienza che solo guardando a Dio intensamente ne potevano accogliere il dono. Abbiamo tanti mezzi per risalire alla fonte: la preghiera, l’ascolto della Parola, la liturgia, la contemplazione delle opere di Dio, la stessa accoglienza del povero. Quante persone si sono ritrovate piene di vita perché hanno avuto il coraggio di stare con i poveri, di amarli e li hanno visti come sorgenti da cui scaturiva l’amore di Dio.

Quando sperimentiamo aridità, vuol dire che il tralcio si è staccato dalla vite, significa che non comunichiamo più con Dio, ci siamo riempiti troppo di noi, abbiamo sostituito la sorgente con pozzanghere, per comodità, per abbassamento del gusto del vero e del bene. Vivere la vita di grazia non è un automatismo, ma una apertura costante alla luce di Dio, una decisione radicale di stare dalla sua parte, di lasciarci invadere dal suo stile di vita, dalla sua grazia. Non solo, ma non riusciamo nemmeno a immaginare quanto bene Dio può far nascere dalla nostra debolezza, dalla nostra incapacità, dalla nostra stessa malattia, dalla povertà. Dio, il suo regno lo costruisce con le nostre fragilità; con queste sa ridare vita ad ogni morte del cuore e dello spirito, del mondo e delle sue strutture.

2 Maggio 2021
+Domenico

Santa Brigida: una vita regalata alle sorgenti cristiane dell’Europa

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv15, 1-8)

Audio della riflessione

Spesso ti assale una certa insoddisfazione: hai l’impressione che manchi un perno, ti pare di girare a vuoto, di sentirti sterile, scontato, di non produrre bontà.

La spia che c’è qualcosa che non funziona, e che è diventata la malattia del secolo, è che perdi spesso la pazienza, che troppe volte t’arrabbi, magari urli, perdi le staffe, vola qualche parola di troppo.

Credi di avere in mano tu la vita, e quando ti sfugge t’arrabbi per cambiarle il corso, invece resta come prima, con qualche coccio da ricomporre.

E’ il punto di partenza che non è corretto! Abbiamo noi in mano la vita? E’ nostra? Possiamo decidere quello che vogliamo? Che cosa è la vita? E’ un insieme di incognite … per noi vivere

  • è quell’insieme di sentimenti, di tensioni, di desideri, di gioie e di speranze, di delusioni e di certezze che noi siamo;
  • è il nostro corpo col tempo passato nel silenzio dell’anima o stretto tra i molteplici impegni che non ci lasciano respiro o costretto sotto le domande petulanti di qualcuno;
  • è il nostro diario interiore, quel sacrario intenso fatto di gusti, di cose da possedere e da amare, di musiche da ascoltare, di sfizi da cavare;
  • è l’insieme delle nostre rabbie, del mandare al diavolo tutti, gridato tra i denti, perché non ne possiamo più e tornare comprensivi a fare quel che dobbiamo;
  • è l’insieme delle ore passate senza trovare alcun senso alla vita, anche se preghiamo e abbiamo dimestichezza con le risposte della fede;
  • è l’insieme dei doppi pensieri che ci abitano, di cui ci vergogniamo e che nessuno dovrà mai sapere;
  • è l’insieme dei progetti e dei sogni, delle fanciullaggini che ancora ci troviamo in corpo, delle piccole soddisfazioni che ci prendiamo e che nessuno capisce;
  • è sentirsi fatti per cose grandi, ma trovarsi sempre a piedi come polli;
  • è star bene, essere su di giri un giorno, avere progetti di grandi cambiamenti e l’altro invece annoiarsi a morire e non trovare più motivazioni;
  • è dialogo intenso e intimo con un Dio, amico, ineffabile e personalissimo e sentire il peso di un vuoto inaspettato;
  • è volersi esprimere per quello che si è e sentirsi valutato solo per il ruolo che si ha.

Santa Brigida s’è fatta molte volte queste domande prima di farsi prendere dal Cristo, voleva vivere: ha provato a vivere, non ha lasciato intentato niente nella ricerca della felicità; il mistero della vita l’ha presa, l’ha forse sperperata fino a quando ha capito che la vita non era lei, ma lei stessa era un dono della vita.

Non abbiamo in noi il principio del  nostro essere: siamo un mistero a noi stessi, non riusciamo a trovare ragioni sufficienti di vita se non in una relazione, nella percezione di una linfa che scorre dentro di noi, dentro di me, e che ha la sorgente fuori di noi, fuori di me.

“Io sono la vita, voi i tralci: se rimanete in me, farete frutti, la vita non sarà vuota.”

La Vita precede il creato e l’uomo: l’uomo è reso partecipe della vita per un gesto di amore libero e gratuito di Dio. Ogni uomo è riflesso del Verbo di Dio. La vita è perciò un bene “indisponibile”; la persona lo riceve, non lo inventa; lo accoglie come dono da custodire e da far crescere, attuando il disegno di Colui che lo ha chiamato alla vita; non può manipolarlo come fosse sua proprietà esclusiva (dal “messaggio per la vita” del 2006)

23 Luglio 2020
+Domenico