Un Omelia sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,1-8) per la festa di San Gottardo, patrono di Paderno Franciacorta
«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.
Stanno davanti a noi oggi alcune figure, alcuni eventi del mondo in cui viviamo, vite piene di gioie, fatiche e domande come sono tutte le nostre, alcune parole della sacra scrittura…. da tutto questo, e da altro che ci suggerisce il Signore, siamo chiamati a cogliere insegnamenti per la nostra vita e per la vita della nostra comunità cristiana.
San Gottardo sta davanti a noi e a voi da quando lo hanno scelto come patrono della vostra comunità cristiana: un vescovo saggio, forte, prudente e leale, sia quando con forza paziente riuscì a vincere la resistenza dei monaci ostili alla riforma della loro vita cristiana e di monaci, sia quando diresse la costruzione della loro chiesa e del loro monastero in cui introdusse una scuola di scrittura e di pittura, così da essere considerato il più grande architetto e pedagogo della Baviera nell’alto Medioevo, sia quando fu nominato vescovo di Hildesheim il 30 novembre e consacrato il 2 dicembre del 1022, dietro richiesta dell’imperatore Enrico II.
Da vescovo incarnò l’ideale di padre dei suoi preti e del suo popolo e si acquistò il rispetto dei suoi sacerdoti specialmente con la sua intelligente e colta capacità di insegnare le sacre scritture.
Durante i quindici anni del suo “governo episcopale”, nonostante la sua età avanzata (era nato nel 960 e aveva già 70 anni) difese con forza e coraggio i diritti della sua diocesi contro intrallazzi, piccinerie, invidie ed usurpazioni di prelati e principi, cioè di preti, monsignori, abati e politici di ogni tipo che avevano scambiato la Chiesa non solo per una banca redditizia, ma anche per una passarella di moda e di vanità, di mondanità e di intrallazzi, dimenticando la passione di Gesù Crocifisso, che per la salvezza della Chiesa e del mondo era stato messo in croce, e la vita della povera gente.
E’ vissuto a cavallo dell’anno 1000, morendo il 5 maggio del 1038 a 78 anni: i vostri progenitori bisnonni e nonni avevano sempre davanti a sé questa bella figura di papà della fede, come deve essere ogni vescovo, e ahimè l’avrei dovuto essere anch’io.
Abbiamo davanti a noi anche le nostre fatiche e domande della vita: a queste ci dà un buon insegnamento il Vangelo appena letto (Gv 15,1-8) che ci dice in sostanza che siamo sempre e solo rami che debbono stare legati alla pianta!
Pianta e rami, vite e tralci, sorgente e ruscello, sono abbinamenti che non possono stare slegati. Non scorre acqua se il ruscello non è legato a una fonte viva, non scorre vita se un ramo non è attaccato alla pianta, non c’è possibilità di dare un grappolo se un tralcio vien staccato dalla vite. Non c’è bontà nell’uomo se non sta attaccato al sommo bene; non c’è amore nell’uomo se non sta attaccato alla sorgente dell’amore che è Dio. Il mondo è tutto una serie di interazioni, di collegamenti, di fili, che noi pensiamo che ci leghino, ci impacchettino soltanto o soprattutto, e che invece collegano e fanno circolare vita. La nostra autosufficienza vorrebbe che tutto partisse da noi. Noi ci crediamo la bontà, e non ci accorgiamo che da soli sappiamo soltanto essere cattivi; noi ci illudiamo di essere la gioia e non ci accorgiamo che ci caratterizza di più la noia; noi passiamo per generosi, invece ci caratterizza di più l’egoismo. Abbiamo perso la strada della sorgente, dobbiamo risalire il fiume della vita e avere il coraggio di ritrovarne la fonte.
Ecco perché tanti santi non smettevano di pregare: stavano sempre in contemplazione e in contatto diretto con la sorgente; avevano la coscienza che solo guardando a Dio intensamente ne potevano accogliere il dono. Abbiamo tanti mezzi per risalire alla fonte: la preghiera, l’ascolto della Parola, la liturgia, che adesso per paura del covid abbiamo continuato ancora di più a evitare, la contemplazione delle opere di Dio, la stessa accoglienza della povera gente, dei rifugiati. Quante persone si sono ritrovate piene di vita perché hanno avuto il coraggio di stare con i poveri, di amarli e li hanno visti come sorgenti da cui scaturiva l’amore di Dio.
Quando ci sentiamo insulsi, vuol dire che il tralcio si è staccato dalla vite, significa che non comunichiamo più con Dio, ci siamo riempiti troppo di noi, abbiamo sostituito la sorgente con pozzanghere, per comodità, per abbassamento del gusto del vero e del bene.
Ci si mettono anche le invadenti e soffocanti pubblicità nei cellulari. L’ultimo che mi ha incantato mentre preparavo questa riflessione è stata una frase: la felicità è una scelta di vita. Questa può essere una bella frase per la predica. Che cosa era invece? una pubblicità di uno streeetwear, che io traduco con abito da struscio o da movida, così descritto: abito poetico e graffiante, dove la decorazione perfetta è fatta da buchi e cuciture.
Vivere la vita che ci dona il Signore non è automatico, ma una apertura costante alla luce di Dio, una decisione radicale di stare dalla sua parte, di lasciarci invadere dal suo stile di vita, dalla sua grazia. Non solo, ma non riusciamo nemmeno a immaginare quanto bene Dio può far nascere dalla nostra debolezza, dalla nostra incapacità, dalla nostra stessa malattia, dalla povertà. Dio, il suo regno lo costruisce con le nostre fragilità; con queste sa ridare vita ad ogni morte del cuore e dello spirito, del mondo e delle sue strutture. Con lo Spirito sa costruire anche pace nelle nostre guerre assurde, serenità dove c’è odio, libertà dove c’è schiavitù, basta che ne invochiamo la presenza, che apriamo una fessura nel nostro egoismo, una invocazione nella nostra superba autosufficienza.
Noi purtroppo costruiamo muri, anziché ponti e chi fa ponti viene tolto di mezzo; noi diamo spazio a ciò che ci divide a partire dalla cultura, dagli interessi, dalle cattive intenzioni. Dio ci ha dato la terra e noi l’abbiamo tagliata a pezzettini, l’abbiamo circondata di reti e di confini, di dogane e di posti di blocco. Vogliamo vivere in pace, ma la pace non nasce mai dai muri, dai fossati, dai reticolati, dalle serrature, ma da un cuore che pur difendendosi dal male sa sperare di più nel bene.
La guerra in atto è una realtà che non ci aspettavamo più, anche se il grande riarmo di questi ultimi anni ce ne poteva già dare una avvisaglia di guerra imminente. L’insieme di capitali che circolano nella vendita di armi sempre più sofisticate e l’uso di esse è troppo evidente, incalcolabile e fa gola a molti.
San Gottardo ci avrebbe fatto capire come faceva con la sua gente che il Vangelo alla lettera è un trattato di pace e finché non arriviamo a questa ispirazione saremo sempre in guerra, vinceranno quelli che credono di essere più forti, ma non s’avvedono che si stanno già scavando per loro e per noi un’altra fossa.
San Gottardo intercedi ancora per noi, metti pace come facevi coi tuoi frati e il tuo clero, la tua gente e i tuoi prìncipi e cortigiani.
4 Maggio 2022
+Domenico

