La croce non è un ornamento, ma un progetto d’amore

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 14-21)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Video della riflessione

Avere un ideale ti aiuta molto a vivere, avere un sogno che lancia la tua immaginazione oltre le ingessature della realtà ti può far rischiare la fuga, ma spesso ti permette di nutrire progetti, visioni di mondo belle, catalizzare le forze su prospettive nuove. Non abbiamo bisogno solo di mangiare, di riempire la pancia, ma anche di bellezza, di ideali, di simboli che ci richiamano la grandezza della vita oltre ogni miseria in cui la nostra insensatezza l’ha costretta.

Così è stato per gli ebrei nel deserto. Mosè aveva levato un serpente su un palo, chi lo guardava guariva dai morsi dei serpenti che avevano invaso il loro accampamento. E’ una immagine ardita, ma usata dal vangelo, di Gesù sulla croce. La croce è quel simbolo, quel sogno, quell’ideale, quella prospettiva cui ogni uomo può guardare per avere salvezza, per poter avere forza di riscatto,  per stringere i denti nel dolore, per contemplare non tanto la sofferenza che esprime, ma l’amore che vi è depositato nella persona del crocifisso. Lì l’uomo, noi nelle nostre pene quotidiane, troviamo avverata la promessa di Dio, guardando a quella croce vediamo realizzata la volontà di amore di Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Unigenito figlio. Lì Dio si è compromesso fino all’estremo per noi. Lì c’è l’immagine della morte, ma c’è anche la certezza della vita.

Il crocifisso può recare sicuramente fastidio per tanti motivi, per chi ha smesso di credere e si vede collocare davanti un segno che richiama tempi che vuol rinnegare, per chi ha altra religione che vorrebbe un segno più suo, per l’agnostico che non si adatta a questa debolezza razionale di tanti uomini pure saggi e stimati. Ma faceva fastidio soprattutto questo simbolo nei primi secoli del cristianesimo. Per molti anni  si è fatto fatica a disegnare questa croce, questo supplizio, questo inaudito segno di riconoscimento per collocarlo alla venerazione dei cristiani.

Eppure proprio quella croce è il simbolo che ha cambiato la storia dell’umanità. Chi guarda a quella croce, si sente rinascere le forze, gli sparisce la febbre mortale del peccato, riprende speranza nel suo futuro, si sente la carezza amorevole di Dio che gli cancella ogni rimorso, ogni disperazione.

Guardando a quella croce, ci vede inchiodato un atto di amore che sembra folle, ma che è il gesto di Dio che ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio, l’unico, amatissimo, agapetòs, Agapito. Cristiano, uomo, non ti vergognare di questo orrore, lì è condensata la cattiveria di ogni uomo e di ogni tempo, lì però si è schiantata la forza del male, che si è  caricato Gesù sulle spalle. Queste due braccia incrociate hanno cambiato la storia. Oltre, il male non può andare. E la croce non è un giudizio, ma una salvezza. Non ha mandato il figlio per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

Quando sono diventato prete sono salito su quella croce, me la sono scritta nel cuore, me la sono tatuata sulla pelle. Su questa croce sono salito tutte le volte che ho celebrato l’Eucarestia; sono stato accanto a Gesù fino alla resurrezione e porterò sempre questo mistero nel mondo, anche se mi sento sempre inadeguato.

14 Settembre 2022
+Domenico

Dobbiamo guardare in su, vedere oltre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 31) dal Vangelo del giorno (Gv 3, 31-36)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti.

Audio della riflessione

Occorre spesso un colpo d’ali per alzarsi in volo sulla nostra vita e coglierne le dimensioni infinite che si porta dentro. Siamo troppo appiattiti sulla terra, troppo ingolfati nella materia. Con la scusa che dobbiamo risolvere i nostri problemi, che tutto quello che diciamo deve avere un riscontro concreto ci siamo abituati a calcolare tutto secondo un interesse materiale: quanto costa? a che cosa serve? Che cosa mi viene in tasca? Alla fine che cosa mi porto a casa? Sono le domande più normali con cui affrontiamo la vita. Poi, grazie a Dio ci accorgiamo che ci sono realtà importanti che non stanno in questi angusti schemi: il gioco, la musica, la bellezza, l’amore, lo spirito. La religione deve essere di questo tipo, deve aiutarci a librarci nel cielo della gratuità di Dio.

Chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra, dice il vangelo; invece noi sappiamo che veniamo dal cielo, che il nostro futuro, il nostro passato, la nostra prospettiva è più grande. Si usano termini come terra e cielo non per disprezzare il creato in cui viviamo e nemmeno per illudere di un posto diverso, astratto in cui dobbiamo vivere, ma per dare alla nostra vita una dimensione più completa, più vera. Se c’è un difetto nel nostro tempo è proprio quello di aver appiattito tutto sulla percezione dei nostri sensi; quello che non vediamo e non tocchiamo non fa più parte del nostro orizzonte. Invece Gesù è venuto a presentarci un mondo altro, una vita futura, un Padre nostro che sta nei cieli. Curiamo il corpo, ma sappiamo bene che è la faccia di un’anima che non muore mai, che non si può costringere sulla nostra terra.               Tanta nostra infelicità è dovuta all’appiattimento, alla prigione che ci siamo costruiti. Ci siamo collocati in un bicchiere d’acqua e continuiamo a sbattere contro le pareti, mentre il nostro vero habitat è il vasto mare della vita che viene dall’alto, dal misterioso mondo di Dio. C’è un vento dello Spirito che soffia su di noi e dà vita vera. La creazione lo ha atteso, Gesù lo ha inviato. Abbiamo bisogno di un’anima per tutte le cose. Quest’anima viene dall’alto. La risurrezione ha aperto i nostri confini, ha offerto gli orizzonti infiniti di quel Dio che anche in questo non ci abbandona mai.

In questo tempo pasquale possiamo addentrarci anche noi in un dialogo serio con il Signore come ha fatto Nicodemo con Gesù; anche noi abbiamo bisogno di rigenerare la nostra fede. Il nostro è un tempo che ci chiede di uscire allo scoperto, di prendere decisioni, di stare della parte della verità, di contemplare il Signore, ascoltare la sua parola

Ci possiamo domandare: come mai ci sono stati anni in cui la nostra vita cristiana è implosa, anziché esplodere? Forse perché non abbiamo contemplato, ma solo organizzato o custodito, abbiamo dato alla preghiera il significato solo di un dovere, di un compito da fare

Non vogliamo più nasconderci nessuna delle domande profonde di umanità, dobbiamo percepire la sete dell’uomo di oggi, constatare il fascino di un mondo male orientato; oggi c’è una pervasività  del male e delle tenebre come dice il vangelo di Gv  che esige lo sbilanciamento dalla parte della luce. Il primo nostro scopo è di contemplare

La contemplazione è luogo di ricerca, spazio in cui ci si fanno domande, non si dà niente per scontato, dove c’è posto per il dubbio, la dialettica, il lavoro della ragione e dei sentimenti, delle emozioni e dei comportamenti. Vogliamo scavare in profondità, a far emergere tutte le riserve umane che nascono nei confronti della fede, del mondo religioso, della propria appartenenza alla chiesa. 

Questi giorni pasquali sono un tempo in cui è possibile l’ascolto, il confronto, lo studio, l’incontro con Gesù, nel silenzio del raccoglimento o nella ricerca comune, nella preghiera o nel dialogo.

Ogni tanto è utile una visita al cimitero, dove sono sepolti i nostri avi, quelli che ci  hanno passato il testimone della fede, che nei secoli hanno tenuta viva la luce della fede e ce l’hanno tramandata, hanno creato esperienze di vita cristiana, hanno affrontato la vita con la speranza del Signore risorto.

Vogliamo guadagnarci una nuova adesione, anche sofferta, ma decisa e felice alla vita di fede. Vogliamo confessare che Gesù è il Figlio di Dio. Dobbiamo tornare da Gesù a dire quel “Mio Signore e mio Dio”, dell’affidamento, della preghiera, della celebrazione, della vita sacramentale, dell’accostamento ai tesori della Chiesa.

Allora la Chiesa prenderà nuovo slancio, la nostra comunità diventerà casa abitabile da tutti, soprattutto dai giovani, che sono sempre il nostro futuro.

28 Aprile 2022 – Tempo di Pasqua
+Domenico

A cose grandi e definitive ci chiama Gesù

Uma riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,16-21)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Audio della riflessione

La nostra ricerca della verità della vita è sicuramente un far lavorare l’intelligenza nel chiedere alla saggezza umana tutto quanto può saziare la nostra sete di verità. Era la passione di Nicodemo nei suoi dialoghi notturni con Gesù; questa ricerca però non ci impedisce di fare un salto con la nostra intelligenza in qualcosa di veramente nuovo. E’ la risposta di Gesù a Nicodemo, che ne rimane sconvolto. A un rabbino Gesù non poteva non tirare in ballo un esempio dell’AT, quando Mosè innalzò un serpente di bronzo nel deserto, perché chi lo guardasse fosse guarito dal veleno del morso dei serpenti. Gesù dice quel serpente di bronzo sono io, io sarò innalzato da terra su una croce  e porterò su di me tutto il male dell’uomo per amore. Sarò colui che dona e perdona, che ama con lo stesso amore del Padre, sarò colui che vi farà capire che Dio vi ama infinitamente, fino a dare la vita per voi. Qui Gesù ci fa capire la nostra identità, siamo realmente figli di Dio. Essere figli non è qualcosa da rubare, è un dono che ci mette in comunione diretta con chi perdona, con Dio.

L’errore fondamentale che noi facciamo è sempre stato quello di pensare a un Dio giudice a un Dio cattivo. Può darsi che abbiamo alle spalle una esperienza negativa dei nostri genitori. Tutto il nostro conflitto è con la sorgente della vita, a partire da Dio. Se non accetto il Padre non  mi accetto come figlio. Il serpente era il simbolo del male, del veleno. Ne nasce una vita di menzogna, una vita avvelenata. Che cosa farà invece Gesù, il Figlio dell’uomo. Lui guarisce chi guarda, non verrà a punire i malfattori, ma sarà lui come il serpente di bronzo a portare su di sé sulla croce tutto il male che facciamo. La croce è tutta la maledizione dell’umanità. Gesù è il maledetto, si è fatto peccato e maledizione. E’ vedendo lui che ci ama fino al punto di identificarsi con il nostro male, senza giudicarci, senza condannarci, lasciandosi piuttosto uccidere che condannarci, che comprendiamo finalmente chi è Dio. Bisogna capire questo mistero. Attraverso la croce rivela la sua essenza, lì, quel Dio che mai nessuno ha visto, si rivela. Lì appare fino in fondo l’amore di Dio per noi. Qui rinasco veramente dall’alto.

Quando c’è un cuore che ti accoglie, che ti lascia vivere come sei, allora esisti e nasci per la prima volta, quando realmente ti senti amato. Che cosa doveva fare il Signore per dirci che ci vuole bene? Questa è la generazione dall’Alto: l’essere generati dalla ferita del cuore di chi ti ama. Ed è il guardare questo amore che ti fa vivere, ti fa respirare liberamente. Allora so chi sono. Il famoso Sacro Cuore squarciato non è una devozione sadica, ma il sentirsi amati da Dio al massimo.

27 Aprile 2022
+Domenico

La risurrezione è una nuova effusione dello Spirito nelle sacre scritture

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 7-15)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».
Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro di Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».

Audio della riflessione

Ci capitano alcune volte delle esperienze di vita in cui diciamo “mi sembra di rinascere”, “mi sento rinato a una vita diversa”: può essere l’aver trovato un lavoro, l’essere uscito dall’incubo di una malattia di cui non si vedeva la fine, l’esperienza gratificante dell’aver incontrato la persona a cui dedicare l’amore della nostra vita, una forte esperienza spirituale …. ecco, nel discorso notturno tra Gesù e Nicodemo si parla proprio di questo vento misterioso dello Spirito che entra nella vita di una persona inaspettatamente e la cambia: nNicodemo era andato da Lui di notte, lui era un rabbino, ma forse incapace di aprirsi alla nuova effusione di Spirito che Gesù annuncia e che dichiara di sperimentare …  forse la sua “posizione di prestigio” nel Sinedrio non gli permetteva di avere contatti ufficiali, o forse voleva tenere per sé e non sbandierare a tutti i tentativi di ricerca della verità per trovare quella felicità cui tutti siamo chiamati; sicuramente Gesù lo aveva incantato e in Lui era sicuro di trovare risposta a tutti i suoi perché. 

La risposta non si fa attendere: occorre rinascere!

La vita va riportata a un nuovo inizio: non si può vivere di restauri, di pezze, di “aggiustamenti” … occorre affrontarla ex novo, da un altro punto di vista!

Capita spesso così anche a noi, quando vediamo che non ce la facciamo a cambiare, a dare una svolta positiva al nostro continuo tornare nel peccato, nel vizio, sulle strade dello spacciatore o del venditore di illusioni, del gioco o dell’alcool: occorre rinascere, affidarsi allo Spirito!

Gesù si propone a Nicodemo – e anche a noi – come chi fa esperienza dello Spirito, e lo Spirito apre alla risurrezione, che ancora sta al centro della riflessione e della esperienza pasquale che stiamo vivendo: è questa novità che dobbiamo abituarci a fare nostra!

Non siamo destinati, ma chiamati!
Non siamo abbandonati, ma ricuperati!
Non siamo condannati, ma salvati!

La tentazione di vivere come se non fossimo destinati alla risurrezione è grande: la nostra scarsa fantasia prevede sempre che tutto sia come prima, che si tratti di piccole correzioni di rotta, di qualche sentimento un po’ più buono che dopo Pasqua possiamo nutrire … invece è una vita nuova che deve risorgere! E’ una vera conversione! Questa forse è la parola che più permette di capire che cosa Dio sta scrivendo nelle nostre vite: un cambiamento, una nuova meta, una vita del tutto diversa, un insieme di desideri e di ideali alti cui sempre occorre rispondere.

E’ lo Spirito che soffia dentro le nostre vite e le lancia su nuovi orizzonti, gli orizzonti di quel Dio che non ci abbandona mai.

26 Aprile 2022
+Domenico

Il suo trono è la croce

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,13-17)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Audio della riflessione

La trama l’avevano pensata alla perfezione: “di questo Gesù deve sparire tutto, non ci deve essere più nessuna traccia. Ha osato mettersi contro la legge e la legge lo seppellirà, lo farà scomparire nel nulla.”

Così aveva pensato il Sinedrio, così pensano ancora oggi tanti nemici di Gesù, dei cristiani, come hanno fatto per esempio col beato don Francesco Bonifacio i miliziani di Tito.

La morte è il primo passo: chi si spingeva fino sulle mura di Gerusalemme quel giorno di Parasceve, quel fine settimana concitato, poteva vedere la morte impietosa dei tre delinquenti che poco prima avevano disturbato la vigilia della festa e fatto deviare il traffico … una scena come tante che per altri 40 anni si sarebbe continuato a vedere fino al crollo di Gerusalemme.

Il suo corpo avevano deciso di seppellirlo in una fossa comune: c’è sempre una qualche foiba in cui si sparisce senza lasciare traccia, tanto più che il sangue di quel Gesù era “infetto”, aveva appiccicata sul rosso vivo la maledizione di Dio – secondo i farisei – se qualcuno lo toccava non poteva partecipare alla festa di Pasqua imminente.

Ma Dio ha un altro piano: nel Sinedrio c’è un uomo, che aspetta il Regno di Dio, che ha davanti una meta, una prospettiva … ha sentito Gesù dire che il Regno di Dio è per gente che ha grinta, non è per le mezze cartucce … ha sentito il perentorio invito di Gesù “il Regno è qui, occorre cambiare testa e credere alla buona notizia”, e Lui ci sta. Non è riuscito a fermare le intenzioni omicide del Sinedrio, ma proprio perché si affida al futuro di Dio, al suo Regno, mentre Gesù esala l’ultimo respiro non si perde d’animo e va immediatamente da Pilato a chiedere il corpo di Gesù.

Non sarà scaraventato in una fossa comune, ma sepolto in un sepolcro nuovo: è  Giuseppe d’Arimatea rimette in discussione la sicumera del Sinedrio, diventa l’uomo della Provvidenza, con la missione di custodire e di difendere il corpo di Gesù e di prepararne la sepoltura in maniera tale che le bende, le fasce, la sindone, il sudario, gli aromi versati sul corpo risulteranno i segni inequivocabili che Giovanni e Pietro vedranno e che metteranno a disposizione motivi razionali per fare l’atto di fede nella risurrezione: entrò, vide e credette.

Anche il beato don Francesco Bonifacio ha avuto il suo Giuseppe d’Arimatea, che lo ha saputo trarre dall’annientamento delle foibe, anche se il suo corpo non fu più ritrovato. Il suo corpo sarà nella resurrezione di Dio, come ne ha anticipato il futuro la risurrezione del corpo di Gesù.

Non è così, per Gesù, del patibolo, di quei legni orrendi: “E questi legni dove li buttiamo?

A pochi metri più sotto quella specie di protuberanza del terreno a forma di cranio, Golgota appunto lo chiamavano, c’è un anfratto naturale. “Non useremo assolutamente mai questi legni per fare legna da fuoco. C’hanno addosso un sangue appiccicoso, una impurità blasfema. Dentro quella caverna li gettiamo. Li abbiamo sempre buttati lì.”

E lontani dagli occhi degli uomini dovettero restare almeno per tre secoli. Le rovine di Gerusalemme sono passate su quei luoghi come un rullo compressore.

L’orrore, la vergogna, il dispetto di avere un fondatore della religione giustiziato su una croce, brucerà nell’immaginario umano, ebreo, greco e romano: scandalo, pazzia, stupidità, assurdità … erano le pietre che continuamente gravavano sulla coscienza e affioravano al sentimento ogni volta che si parlava del Crocifisso.

Intanto nella coscienza dei cristiani quella croce diventava invece un simbolo, un’ancora, una strada necessaria, anche se discriminante.

La regina Elena farà scavare tutta l’area del Calvario e ritroverà la croce: la croce del Signore Gesù non è una vaga, anche se assurda, idea di dolore, non è un sentimento come il dispiacere, un vago senso di pena, ma un vero pezzo di legno, un oggetto barbaro su cui è stato inchiodato Gesù.

Eccolo: è proprio di legno come ogni trono, è il trono da cui Dio oggi ancora ci governa e ci salva … ma noi oggi vogliamo ancora contemplare Lui su quel legno perché a noi interessa … cioè senz’altro ci interessa la croce, ma soprattutto l’amore di Dio su quella croce.

Non misuriamo la qualità della nostra fede prima di tutto dalla forza delle nostre convinzioni, dalla generosità dei nostri gesti, dalla soddisfazione del nostro progresso umano e spirituale, dal grado della nostra serenità o dalla capacità di resistere alla nostra inquietudine, ma dal rinnovare la nostra disponibilità a colui che sulla croce dà la sua vita per noi, per te.

E contemplandolo capiterà a noi come agli ebrei stregati e avvelenati dai serpenti del deserto, noi che siamo avvelenati dai serpenti della vita, dai serpenti del peccato.

Guardiamo a Lui e saremo salvati!

Questo uomo innalzato tra cielo e terra è la nostra unica speranza.

14 Settembre 2021
+Domenico

Un colpo d’ali

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 31) dal Vangelo del giorno (Gv 3, 31-36)

«Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti.».

Audio della riflessione

Occorre spesso un colpo d’ali per alzarsi in volo sulla nostra vita e coglierne le dimensioni infinite che si porta dentro: siamo troppo appiattiti sulla terra, troppo ingolfati nella materia.

Con la scusa che dobbiamo risolvere i nostri problemi, che tutto quello che diciamo deve avere un riscontro concreto, ci siamo abituati a calcolare tutto secondo un interesse materiale: quanto costa? A che cosa serve? Che cosa mi viene in tasca? Alla fine che cosa mi porto a casa?

Sono le domande più normali con cui affrontiamo la vita … poi, grazie a Dio ci accorgiamo che ci sono realtà importanti che non stanno in questi angusti schemi: il gioco per esempio, la musica, la bellezza, l’amore, lo spirito.

La religione deve essere di questo tipo: deve aiutarci a librarci nel cielo della gratuità di Dio!

Chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra, dice il vangelo, invece noi sappiamo che veniamo dal cielo, che il nostro futuro, il nostro passato, la nostra prospettiva è più grande: si usano termini come terra e cielo non per disprezzare il creato in cui viviamo e nemmeno per illudere di un posto diverso, astratto in cui dobbiamo vivere, ma per dare alla nostra vita una dimensione più completa, più vera.

Se c’è un difetto nel nostro tempo è proprio quello di aver appiattito tutto sulla percezione dei nostri sensi: quello che non vediamo e non tocchiamo non fa più parte del nostro orizzonte! Invece Gesù è venuto a presentarci un mondo “altro”, una vita futura, un Padre nostro che sta nei cieli.

Curiamo il corpo, ma sappiamo bene che è la faccia di un’anima che non muore mai, che non si può costringere sulla nostra terra.

Tanta nostra infelicità è dovuta all’appiattimento, alla prigione che ci siamo costruiti: ci siamo collocati in un bicchiere d’acqua e continuiamo a sbattere contro le pareti, mentre il nostro vero habitat è il vasto mare della vita che viene dall’alto, dal misterioso mondo di Dio.

C’è un vento dello Spirito che soffia su di noi e dà vita vera e dona Vita Vera: la creazione lo ha atteso, Gesù lo ha inviato.

Abbiamo bisogno di un’anima per tutte le cose: quest’anima viene dall’alto.

La risurrezione ha aperto i nostri confini, ha offerto gli orizzonti infiniti di quel Dio che anche in questo non ci abbandona mai.

15 Aprile 2021
+Domenico

Non c’è nessun “castigo”

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 16-17) dal Vangelo del giorno (Gv 3, 16-21)

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

Audio della riflessione

L’idea di un .. qualche castigo che la nostra vita si merita è abbastanza diffusa; dipende certo da come siamo stati educati, ma anche da una naturale tensione alla bontà, così che quando siamo inadempienti sentiamo un rimorso: ci alziamo il mattino e la nostra mente va subito a quello che abbiamo fatto, e il nostro errore richiama l’idea di una “riparazione”, di qualcosa da pagare per mettere almeno “in pari” la nostra vita.

Molto spesso si pensa che Dio debba regolare il “pareggio” tra male e bene … attraverso un “castigo”, una riparazione fatta con il castigo”.

Il Vangelo invece dice “Dio non ha mandato il figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui”; Dio è sempre per la pienezza della vita e ha altri modi di pareggiare il conto – se vogliamo così dire – tra male e bene: l’amore!

Se c’è un progetto su questo mondo, che molti dicono essere “fatto a caso”, è proprio quello della salvezza di tutti: è il grande desiderio di Dio di fare in modo che ogni uomo raggiunga la felicità, la pienezza della vita … e a questa proposta, a questa domanda, risuonata fin dall’eternità “chi andrà per noi in questo mondo che si sta autodistruggendo?” Gesù aveva risposto “Eccomi, manda me”.

Siamo entro un progetto di amore, non di pareggio dei conti: la giustizia di Dio è l’amore, è la possibilità per ciascuno di prendersi in mano la vita; è una giustizia vera non una vendetta o una ritorsione, una pena o una riparazione.

La croce che Gesù s’è caricata sulle spalle è ricomposizione dell’ordine del creato, la vittoria del bene sul male, non il castigo!

Questi sono i discorsi del risorto: “Andate in tutto il mondo, annunciate e perdonate, rimettete i peccati.” … quello che Gesù ha fatto in vita deve diventare prassi normale dei suoi discepoli, e di tutti i cristiani.

Si teme spesso che un atteggiamento di questo genere “crei assuefazione”, dia la stura a gente che se ne approfitta … certo, nell’educazione delle giovani generazioni occorre una pedagogia della giustizia, del fare il proprio dovere, di mettere sempre … tutti davanti alla verità delle proprie azioni e responsabilità, ma la chiave risolutiva è sempre l’amore.

L’amore sta di casa nel cuore e solo Dio ne ha la chiave … perché è il solo che ci apre il cielo e dà alla nostra terra desolata la luce di una presenza di salvezza.

14 Aprile 2021
+Domenico

Un vento misterioso

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 7-8) dal Vangelo del giorno (Gv 3, 7b-15)

«Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito».

Audio della riflessione

Ci capitano alcune volte delle esperienze di vita in cui diciamo “mi sembra di rinascere, mi sento rinato a una vita diversa”: può essere l’aver trovato un lavoro, l’essere uscito dall’incubo di una malattia, di cui non si vedeva la fine – come la pandemia, l’esperienza gratificante dell’aver incontrato la persona cui dedicare l’amore della nostra vita, una forte esperienza spirituale.

Ecco … nel discorso notturno tra Gesù e Nicodemo si parla proprio di questo vento misterioso dello Spirito che entra nella vita di una persona inaspettatamente e la cambia: Nicodemo era andato da Lui – come tutti sappiamo – di notte; forse la sua posizione di prestigio nel Sinedrio non gli permetteva di avere contatti ufficiali, forse voleva tenere per sé e non sbandierare a tutti i tentativi di ricerca della verità per trovare quella felicità cui tutti siamo chiamati, sicuramente Gesù lo aveva “incantato” e in Lui era sicuro di trovare risposta a tutti i suoi perché. 

La risposta non si fa attendere: “occorre rinascere”, la vita va riportata a un nuovo inizio; non si può vivere di restauri, di pezze, di aggiustamenti, occorre affrontarla ex novo, da un altro punto di vista.

Capita spesso così anche a noi, quando vediamo che non ce la facciamo a cambiare, a dare una svolta positiva al nostro continuo tornare nel peccato, nel vizio, sulle strade dello spacciatore o del venditore di illusioni, del gioco o dell’alcool … occorre rinascere, affidarsi allo Spirito.

La risurrezione, che ancora sta al centro della riflessione e della esperienza pasquale, è questa novità che dobbiamo abituarci a fare nostra:

  • non siamo destinati, ma chiamati;
  • non siamo abbandonati, ma ricuperati;
  • non siamo condannati, ma salvati!

La tentazione di vivere come se non fossimo destinati alla risurrezione è grande: la nostra scarsa fantasia prevede sempre che tutto sia come prima, che si tratti di piccole correzioni di rotta, di qualche sentimento un po’ più buono che dopo Pasqua possiamo anche nutrire … invece è una vita nuova che deve risorgere, è una vera conversione.

Questa forse è la parola che più permette di capire che cosa Dio sta scrivendo nelle nostre esistenze: un cambiamento, una nuova meta, una vita del tutto diversa, un insieme di desideri e di ideali alti cui sempre occorre rispondere.

E’ lo Spirito che soffia dentro le nostre vite e le lancia su nuovi orizzonti, gli orizzonti di quel Dio che non ci abbandona mai.

13 Aprile 2021
+Domenico

Non ti vergognare mai di guardare a quella croce

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 16-17) dal Vangelo del giorno (Gv 3, 14-21) nella IV Domenica di Quaresima (Anno B)

«Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. ».

Audio della riflessione

Avere un ideale ti aiuta molto a vivere, avere un sogno che lancia la tua immaginazione oltre le ingessature della realtà ti può far rischiare la fuga, ma spesso ti permette di nutrire progetti, visioni di mondo belle, catalizzare le forze su prospettive nuove … non abbiamo bisogno solo di mangiare, di riempire la pancia, ma anche di bellezza, di ideali, di simboli che ci richiamano la grandezza della vita oltre ogni miseria in cui la nostra insensatezza l’ha costretta.

Mi sono sempre domandato perché nelle catapecchie più squallide delle bidonville, delle favelas, nelle capanne più sperdute e povere della savana, nei tuguri più puzzolenti, dove manca acqua corrente, igiene e il necessario per una vita civile, non manchi mai l’antenna parabolica: ci sono più antenne paraboliche in un villaggio sperduto che in un paese cosiddetto “civile”, proprio perché l’uomo ha bisogno di sogni, di allargare gli orizzonti … rinuncia anche a qualche pasto pur di poter avere un segno di riscatto, una prospettiva di futuro … solo che le TV non sanno questo, e vendono solo se stesse, e spesso non costruiscono spesso vera speranza.

Così è stato per gli ebrei nel deserto: Mosè aveva levato un serpente su un palo, chi lo guardava guariva dai morsi dei serpenti che avevano invaso il loro accampamento.

E’ una immagine ardita, ma usata dal vangelo, immagine di Gesù sulla croce: la croce è quel simbolo, quel sogno, quell’ideale, quella prospettiva cui ogni uomo può guardare per avere salvezza, per poter avere forza di riscatto, per stringere i denti nel dolore, per contemplare non tanto la sofferenza che esprime, ma l’amore che vi è depositato nella persona del crocifisso.

Lì l’uomo, noi nelle nostre pene quotidiane, troviamo avverata la promessa di Dio: guardando a quella croce vediamo realizzata la volontà di amore di Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Unigenito figlio.

Lì Dio si è compromesso fino all’estremo per noi.

Lì, su quella croce, c’è l’immagine della morte, ma c’è anche la certezza della vita … e noi purtroppo facciamo ancora tante storie di intolleranza verso il simbolo della croce che, anche senza avere fede – secondo me – senza essere cattolici, indica la morte di un uomo innocente, buono, capace di fare da segno di riscatto per i disperati, assolutamente non violento, di pace e di grande rispetto per ogni uomo e per ogni donna.

Fosse meno un ornamento e più un ideale quel crocifisso che portiamo al collo, che seminiamo nei nostri luoghi di vita comune … avremmo forse più coraggio nell’affrontare la vita, sicuramente molto di più che a guardarci nello specchio.

Lo specchio ci può dare compiacimento o delusione, la croce invece è sempre una speranza!

14 Marzo 2021
+Domenico

Strani noi cristiani: fissiamo sempre lo sguardo a una croce!

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 13-17)

Audio della riflessione

Siamo tutti in cerca di un ideale che possa far convergere tutte le nostre energie, focalizzarle per farle esplodere in qualcosa per cui val la pena di vivere: aiuta molto a vivere avere un sogno che lancia la tua immaginazione oltre le ingessature della realtà.

Rischiamo forse una fuga dalla realtà, non sempre … però invece ci permette di nutrire progetti, visioni di mondo belle, catalizzare le forze su prospettive nuove!

Non abbiamo bisogno solo di mangiare, di riempire la pancia, ma anche di bellezza, di ideali, di simboli che ci richiamano la grandezza della vita oltre ogni miseria in cui la nostra insensatezza l’ha costretta.

Così è stato per gli ebrei nel deserto: erano arrabbiati neri perché questo deserto non finiva, si perdevano in liti e contestazioni; una invasione di serpenti li aveva pure assaliti e morsi.

Mosè allora levò un serpente su un palo, chi lo guardava guariva dai morsi dei serpenti:

E’ una immagine ardita che lo stesso vangelo usa per descrivere Gesù sulla croce: Quella croce è il simbolo, il sogno, l’ideale, la prospettiva cui ogni persona può guardare per avere salvezza, per poter avere forza di riscatto, per stringere i denti nel dolore, per contemplare non tanto la sofferenza che esprime, ma l’amore che vi è inchiodato nella persona del crocifisso.

Lì l’uomo, noi nelle nostre pene quotidiane, troviamo avverata la promessa di Dio, guardando a quella croce vediamo realizzata la volontà di amore di Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Unigenito figlio.

Lì Dio si è compromesso fino all’estremo per noi. Lì c’è l’immagine della morte, ma c’è anche la certezza della vita. Non c’è più nessun serpente e nessun male, che esso rappresenta, che ci può colpire.

Quando si fa l’unzione dei malati segniamo la fronte e i palmi delle mani con il segno della croce: questa è distintivo della vita del cristiano. Noi non crediamo in un dio qualunque, astratto, senza volto, ma in un Dio Crocifisso, un Dio che ci ha amati fino a morire per noi.

Nella nostra vita noi vogliamo sempre guardare a questa croce, per questo esponiamo il crocifisso in ogni casa, in ogni luogo.

Oggi fa fastidio a molti, come il suono delle campane: noi non faremo battaglie, ma per noi guardare a quella croce dà speranza e forza nell‘affrontare la vita, ci permette di aprire sempre un finestra sull’eternità, la meta di ogni esistenza.

Deve diventare di meno un ornamento e di più un ideale quel crocifisso che portiamo al collo, che seminiamo nei nostri luoghi di vita comune: avremmo forse più coraggio nell’amare la vita, sicuramente molto di più che a guardarci nello specchio.

Lo specchio ci può dare compiacimento o delusione, la croce invece è sempre una speranza.

14 Settembre 2020
+Domenico