Il regno di Dio, tanto sognato e desiderato, è già in mezzo a noi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 20-25)

In quel tempo, i farisei domandarono a Gesù: «Quando verrà il regno di Dio?». Egli rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!». Disse poi ai discepoli: «Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: “Eccolo là”, oppure: “Eccolo qui”; non andateci, non seguiteli. Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione».

Audio della riflessione

Il regno di Dio, il bene, non attira l’attenzione: scava, matura, si propaga in silenzio, si attesta nelle coscienze e non nei rotocalchi o nelle pagine web.

Con questo occorre anche dire che non disprezziamo gli strumenti di comunicazione, che dobbiamo assolutamente abitare con dignità, professionalità e intraprendenza per aiutare le persone a conoscere tutte le iniziative di bene che mostrano le possibilità di impegno per tante persone che lo vorrebbero, ma sono … fasciati dalla nullità.

Occorre sempre aiutare a farsi nuovi occhi.

Tutti i discepoli erano curiosi di conoscere questo regno, questa nuova realtà e Gesù candidamente dice “guardate che il regno è già in mezzo a voi”: diceva prima di tutto di sé, diceva dell’amore fatto persona che era Lui, e che loro non si accorgevano di avere.

Avevano già cominciato ad adattarsi alla sua persona e non ne intuivano la novità: Lo ritenevano un buon maestro, un buon predicatore, un discreto taumaturgo, ma non certo il Regno di Dio fatto persona.

E’ un difetto di tanti noi cristiani di oggi, che ci siamo abituati alla figura di Gesù, magari non più aggiornata e vivificata e lasciata alle catechesi dell’infanzia o della prima giovinezza, che pure ci avevano entusiasmato.

E’ forse così anche oggi, quando non abbiamo occhi per vedere il bene che si diffonde silenzioso nelle coscienze, nelle vite dedicate di mamme e papà che lavorano in silenzio per il bene dei figli, nelle esistenze semplici e buone di giovani che vanno tutti i giorni a scuola e si preparano con coscienza a dare il loro contributo all’umanità, di ammalati che soffrono terribilmente nel loro letto ogni giorno in unione con la croce di Cristo e continuano così la sua opera di bonifica del mondo e a seminare energie di bene per tutti.

E’ regno di Dio che sta in mezzo a noi la tenacia degli operatori di pace, dei missionari che sollevano i poveri dalla disperazione morale e dalla fame. E’ Regno di Dio in mezzo a noi il servizio quotidiano alla crescita dei ragazzi di tanti educatori che ricostruiscono vite distrutte dalla droga e dal vizio; lo è l’impegno onesto di chi si impegna ogni giorno a creare lavoro per i giovani.

E’ regno di Dio in mezzo a noi chi non si stanca di proclamare la verità, andando controcorrente, e paga duramente per quel che professa; di chi macina chilometri per portare speranza, di chi viene messo ancora in croce solo perché fa del bene agli altri.

E’ regno di Dio in mezzo a noi la lotta alla pandemia, la ricerca appassionata e disinteressata nel combatterla, le vite di medici e infermieri e personale sanitario e della protezione civile immersi fino al dono di sé.

Ci sarà un giorno in cui tutto verrà alla luce come un lampo, come capita a noi quando ci scoppia dentro una verità a lungo cercata e finalmente intuita.

Prima però, dice Gesù, occorre salire su una croce, occorre cioè farsi purificare fino in fondo dall’amore… e Dio, che non ci abbandona mai, ce ne darà la forza.

11 Novembre 2021
+Domenico

Non gridano: Immondo immondo, ma maestro

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 11-19)

Audio della riflessione

I lebbrosi hanno sempre fatto paura: nei secoli passati anche molto vicini a noi, li relegavano a morire in qualche isola, lontano per non appestare gli altri, destinati a una morte prima sociale poi fisica – tutti ricordiamo l’isola di Molokai dove divenne santo con loro padre Damiano de Veuster – da sempre venivano collocati  fuori dalla relazione con la comunità.

Qui con Gesù li troviamo sul limitare di una strada che entra in un villaggio, e riescono a incontrarsi con Gesù. Quando si avvicinano a luoghi abitati la legge del Levitico li obbliga ad allontanare la gente gridando “Immondo, Immondo”,  invece quando intuiscono che c’è nei paraggi Gesù urlano a Gesù, con una supplica, e lo chiamano “Maestro”, come i discepoli. Conoscono la Bibbia e usano le parole con cui i salmi  invocano la misericordia di Dio, la sua fedeltà, la sua eterna alleanza: “Abbi pietà di noi”.

Gesù, sembra che quasi non si dedichi a loro, ma va oltre: li proietta sul dopo guarigione che ancora non c’è e li manda dai sacerdoti ad ottenere il “certificato di guarigione” e quindi di riammissione a una vita civile normale, di relazioni, di amicizia, di dialogo, di abbracci e di compagnia.

Lungo la strada i dieci vengono guariti, purificati, così che possono essere reinseriti nella comunità: era capitato così anche a  Naaman il siriano di essere guarito a distanza e lui tornò per ringraziare il profeta Eliseo, passando dalla riconoscenza per la guarigione, alla fede, lui che da straniero era molto prevenuto nei confronti del Dio dei giudei.

La liberazione da questa orribile malattia ha sicuramente esaltato questi 10 lebbrosi, ebbri di gioia per un cambiamento così repentino e invocato con disperazione: non si preoccupano di tornare a Gesù per capire che cosa ci stava sotto, che cosa voleva da loro in questa guarigione. Era per loro forse solo un medico bravissimo che ha fatto il suo dovere oppure avendolo chiamato maestro si sentivano della sua compagnia di pensiero, di azione e niente più. L’avevano sentito parlare di regno di Dio e cominciavano a capire che si trattava di un mondo in cui si sta meglio e non ci sarà questa vergognosa lebbra.

Luca sottolinea che uno solo è riuscito a “forare” l’accaduto e a leggervi dentro l’agire provvidente di Dio, una apertura alla fede in Dio quindi, e ritorna a glorificarlo … e allora  rende gloria a Dio “a voce alta” e ringrazia Gesù con un gesto di prostrazione, che è tipico di chi riconosce in colui cha ha davanti la realizzazione di un segno messianico, la presenza di Dio in Gesù, affermando così implicitamente di avere riconosciuto l’identità messianica di Gesù.  

E neanche a farlo apposta è proprio un samaritano, uno – diremmo noi – che non va mai in chiesa, che è sempre stato contrario a chiesa e preti, non solo non praticante, ma … quasi pure ateo; questo guarito come Samaritano era disprezzato ed emarginato anche per la sua origine.

E Gesù non manca di farlo notare, anche a noi spesso intolleranti con gli stranieri, non manca di far notare che questo lebbroso guarito è proprio uno di quelli che si comporta meglio dei figli di Israele, dei praticanti diremmo oggi e dei notabili nella religione e rappresenta la chiamata universale alla salvezza … e gli dice “Rialzati, va, la tua fede ti ha salvato”.

È la fede che salva, una fede matura che non si riduce alla gioia di avere uno come Gesù che fa  miracoli, ma si apre all’accoglienza della sua persona, all’entrare in relazione profonda con Lui, che è il Figlio di Dio Padre che è l’unico che può dare salvezza definitiva.

10 Novembre 2021
+Domenico

La fede non si compera a chili

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 1- 6)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «È inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi! Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai». Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe».

Audio della riflessione

Viviamo in un mondo che ci strega con dosi massicce di beni, con consumi senza freno … oggi ancora più proprio perché siamo in crisi, di euro, siamo obbligati alla quantità e non alla qualità.

Il sogno è il grande magazzino: più merce prendi, più sconti hai. Ottimo! Con i tempi che corrono una amministrazione saggia è quella che ti permette di risparmiare.

Un pò alla volta però trasponiamo nella vita il criterio della quantità: nell’amore è la quantità di prestazioni che conta, senza badare ai sentimenti e alla delicatezza; negli affari è la quantità di soldi che guadagni, senza preoccuparti se sei di parola, se esprimi solidarietà, se vivi l’amicizia; nello studio è il numero di esami senza preoccuparti se ti fanno crescere come persona, se ti lasciano spazio per vivere relazioni umane; nel  lavoro è la quantità di ore o di guadagno, senza fare attenzione ai rapporti in famiglia e alla qualità della vita; nello sport è la quantità di risultati, facendo magari doping, senza pensare alla salute e al futuro.

Insomma … bisogna valutare tutto a quintalate?

Gesù questo pericolo lo ha visto anche nella fede, quando gli sono andati a chiedere “Signore aumenta la nostra fede”.

Aumenta? Che vuol dire? Che anche l’anima si vende e si compera a chili? Che le preghiere valgono se sono tante? Che la vita di un cristiano è bella se aumenta il numero di santini da incollare sul cruscotto? Che la fede dipende dal numero di santuari che hai visitato?

Gesù risponde “se aveste una fede grande come un chicco di senapa, potreste dire a questo monte spostati di qua e quello si sposterebbe” … mi sembra di sentire la rivalsa del miscredente chi si lascia commuovere solo a Natale e forse a Pasqua: “Lo ho sempre detto io che mi basta poco per credere, che non occorre stare tanto a pregare come certe donne che conosco io e che vanno tutti i  giorni in chiesa”.

Ma tu hai provato con la tua fede a spostare le montagne? A dare forza di coesione al tuo matrimonio che sta andando a pezzi? A riconquistarti i tuoi figli che ti ignorano? A convincere tuo padre e tua madre a non separarsi? Se non ci riesci, la tua fede non è mai neanche iniziata! Non è neanche questione di quantità, ma di assenza o almeno di scarsità.

C’è ancora una cosa che puoi fare per la tua fede: sperare! Di una speranza così abbiamo bisogno.

8 Novembre 2021
+Domenico

La ricchezza tende a diventare un idolo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 16, 9-15)

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza». I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole».

Audio della riflessione

C’è un sorriso beffardo, che domina la scena di questa vicenda di Gesù: ci sono ad ascoltarlo dei benpensanti, dei supponenti, dei ricchi fasciati … è il sorriso compiaciuto di chi crede di essere superiore agli altri, perché ha quattro soldi: crede che questi siano la chiave di volta della vita, siano la soluzione di tutti i problemi e soprattutto la certezza della felicità.

Erano “attaccati” ai denari, dice il Vangelo: mettevano tutta la loro intelligenza nel farne sempre di più, si organizzavano la vita nel cercare di possedere di più. Essere “attaccati” significa esserne prigionieri, doverne vivere sempre la compagnia e la tirannia, farli entrare nella vita come padroni, non poterteli togliere dalla mente e dalle preoccupazioni, averli come una seconda pelle, farli diventare un altro te stesso.

 Ma che hanno queste ricchezze da mettere continuamente in allarme il cristiano? “Non potete servire Dio e il denaro” dice Gesù in maniera perentoria.

Se ne andò via triste,quel giovane ricco, perché aveva molti beni. E’ difficile, quasi impossibile che un ricco entri nel regno dei cieli. E avanti di questo passo.

“Ma che male c’è se son stato capace col mio duro lavoro di procurarmi benessere, se non sono stato con le mani in mano e ho aiutato la fortuna? Che colpa ne ho se sono nato dalla parte giusta? Non tolgo niente a nessuno, non uso male quel che ho, faccio anche qualche carità quando serve. Se tutti fossero capaci di darsi da fare nella vita come ho fatto io, il mondo non sarebbe pieno di barboni, di lavavetri, di accattoni…” e potremmo continuare anche con teorie economiche più elaborate per nascondere non i principi di una sana imprenditorialità o aggressività nell’affrontare la vita con tutta l’intelligenza possibile, ma una verità che il Vangelo ci pone davanti con pacatezza e fermezza: la ricchezza tende a diventare unidolo. Essa finisce per richiederti una sorta di “adesione di fede”, ti domanda a poco a poco un attaccamento del cuore che ti toglie libertà e si pone nella tua vita come un assoluto, diventa come signore alternativo all’unico Signore.

Chi segue Cristo non è di questo parere, non solo perché alla fine ce ne dovremo staccare, ma perché il centro della nostra vita è Dio: Lui è la nostra felicità, Lui è colui che solo ci può riempire l’esistenza. Siamo fatti per Lui e solo in Lui troviamo la realizzazione piena, senza rimpianti, senza fallimenti, senza inganno della nostra vita.

“Nessun servo può servire a due padroni o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro” … e non abbiamo bisogno di far vedere quanto questo è vero ogni giorno! quanto il denaro, l’avidità, la ricerca di esso rovina la vita degli uomini.

Per il denaro si tradiscono gli affetti più cari, si ammazza, si vendono le persone, si calpestano i diritti, si sterminano i poveri, si sporca il nome di Dio, si inquina la religione.

Per la ricchezza si perde la propria dignità, si distrugge il creato, si affossano i sogni, si fa morire di fame.

Il denaro, le ricchezze fasciano il cuore, tarpano le ali, spengono i desideri … ma non siamo in un vicolo cieco: quello che è impossibile all’uomo, è possibile a Dio. Basta, come sempre, sentirci e vivere da servitori solo di Lui, di Dio.

6 Novembre 2021
+Domenico

Ci si è spento dentro l’entusiasmo della fede?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 16,1-8)

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».

Audio della riflessione

Per la vita spirituale, nemmeno un po’ di furbizia: tutta routine, tutto scontato, tutto scialbo, tutto slavato, tutto dovuto.

I ritagli di ogni cosa: del tempo, dell’interesse, della preoccupazione, della progettualità, delle risorse, delle amicizie, della professionalità.

In oratorio è la stessa cosa: gli ambienti più sciatti, le stanze più buie, il disordine più organizzato, l’umidità più penetrante, lo sport più svogliato.

Per il gruppo solo le battute che ti vengono spontanee, le solite frasi, le preghiere della serie “dico quello che secondo me voi vi aspettate di sentire”; la puntualità con un chi quadro nella media da cinque punti, una dedizione agli amici da talk show.

Per la vita di fede, qualche bella emozione ogni tanto, una frase di vangelo da mandare in sms, una preghierina prima dell’esame, la solita domanda del perché occorre confessarsi a un prete che è un uomo come me e i soliti dubbi, ormai ampiamente messi a tacere, sui rapporti prematrimoniali.

Tutta la tua attenzione la metti per prepararti ad andare in discoteca, per agghindarti per le vasche sul corso e per andare in parrocchia non ti fai neanche la doccia.

I figli di questo mondo nel trattare le cose fra di loro, sono più scaltri dei figli della luce: il Signore non ha mezzi termini nel fotografare questo nostro esserci abituati alla vita cristiana, come al colore delle pareti. Ci si è spento dentro l’entusiasmo e vogliamo fare i missionari? Pensiamo di poter aiutare chi sta in ricerca a trovare la strada vera della vita?

Presentiamo un cristianesimo senza anima e speriamo che il mondo possa darsi una svolta? Offriamo una domenica da precetto e ci lamentiamo che si preferisca il supermercato o un qualsiasi week end!

La gente sfida le code interminabili in automobile perché noi non siamo più capaci di presentare una comunità viva in cui esploda la gioia del Risorto: tutte le ditte si mettono in cordata per sopravvivere o per proporre i loro prodotti, noi ci dividiamo continuamente in tanti gruppi e gruppetti … ogni idea una fondazione, ogni sottolineatura una struttura.

Certo noi non siamo una catena di commercio, non dobbiamo andare a porta a porta a vendere un prodotto, non siamo una “massa”,  ma potremmo presentare il dono del Vangelo e il dono grande della comunione se non fossimo tanto addormentati e  svuotati dal di dentro.

Il Vangelo non si merita tanta nostra svogliatezza, tanto pressappochismo, tanta impreparazione: per prendere una laurea ti metti di lena a studiare, tagli le amicizie, ti chiudi come in gabbia.

Per conoscere il Vangelo ti fermi ai ricordi del catechismo della Cresima di tanti anni fa?

I giovani, se vogliono, possono oggi darci un soprassalto di furbizia, di scaltrezza, di entusiasmo, di autentica professionalità, che è la santità, nel vivere la vita cristiana e nell’annunciare il Vangelo.

5 Novembre 2021
+Domenico

La festa infinita di Dio per noi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 15, 1-10)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte»

Audio della riflessione


Tanta è la disperazione e lo smarrimento che provi, quando ti accorgi di aver
perso una cosa importante, tanta è la felicità quando inaspettatamente lo riesci a trovare: hai ribaltato tutta la casa, sei andato e tornato dall’ufficio mille volte perché eri sicuro di averla messa in quel posto, poi non la trovi e credi che sia in quell’altro, ti metti a telefonare, metti sotto sopra tutti, accendi candeline a qualche santo… niente. Pensi a come poter farne a meno, ma non è possibile, e allora ritorni cercare con affanno maggiore … poi finalmente, e magari inaspettatamente te la vedi davanti questa cosa desiderata, voluta, immaginata e cercata: non può non esplodere di gioia e la voglia di condividerla chiunque ha vissuto questa … esperienza!

Se è così per qualcosa di importante, per una chiave, per un documento, per un
certificato, chissà come lo è per la vita! Abbiamo presente tutti la gioia del ritrovamento di un bambino, di un parente, di un amico …

Gesù dice che la ricerca da parte di Dio di un peccatore che si converte gli dà la gioia più grande che possa provare!

Ma stiamo scherzando? Dio fa festa per me? Solo perché mi lascio amare, mi
lascio trovare, permetto che il suo amore mi sani e mi fasci le ferite? Dovrei essere io a far festa … invece la fa prima Lui perché il suo amore è grande e non può restare inoperoso.

Entrare in quest’ordine di idee, in questa sicurezza di un abbraccio senza condizioni è l’essenza del cristianesimo: non siamo stati noi ad amare Lui, ma Lui ad amare noi.

Il cristianesimo non sta nei nostri comportamenti corretti, ma nel suo amore senza confini: sentirsi amati, sentirsi di qualcuno sempre, venire cercati mentre noi ne fuggiamo continuamente è la certezza su cui si fonda la vita cristiana … e quando Dio ci trova nei percorsi sballati del nostro malessere e della nostra cattiveria, non ha aria di rivincita, non pensa lontanamente di farcela pagare: quella pecorella che ha lasciato le novantanove perché … ha voluto fare di testa
sua, perché non si è più fidata del pastore, Lui la cerca e se la rimette in spalla. Magari lei non è nemmeno contenta di essere stata ritrovata, tanto è incattivita nella sua stoltezza … Gesù però non la lascia al suo destino, perché per un cristiano non c’è nessun destino, c’è solo e sempre una chiamata al suo amore, perché Lui non ci abbandona mai.

Questo annuncio, questa gioia, questa nuova umanità sono state le intenzioni di
tutti gli sforzi di san Carlo, che oggi ricordiamo e festeggiamo, soprattutto in
Lombardia, ma come esempio luminoso che ha ispirato tanti altri vescovi a praticare: ha visitato in lungo e in largo anche le parrocchie più piccole, la Lombardia e buona parte di altre regioni vicine, Svizzera compresa, per dare forza, stabilità, coraggio, serenità e santità alla Chiesa e a tutte le stesse parrocchie. E’ stato metodico, aperto, travolgente, fedele e santo.

Nel celebrarlo oggi ci facciamo … qualche necessario esame di coscienza, di come siamo cristiani cattolici oggi, in questa ripresa forse ancora troppo timida al crepuscolo (che speriamo sempre tramonto) di questa pandemia.

4 Novembre 2021
+Domenico

Essere cristiani è stare sempre dalla parte del Vangelo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14,25-27) dal Vangelo del giorno Luca (Lc 14,25-33)

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Audio della riflessione

Una vita “riuscita” sta nelle scelte di mezzo tra lo slancio entusiasta del giovane e la ponderatezza eccessiva dell’adulto? Sta nel politicamente corretto che si preoccupa delle sensibilità, delle reazioni, dei malumori da non esasperare, che si prefigge di accontentare tutti? Oppure sta in scelte decise, radicali, senza mezze misure, sbilanciate da una qualche parte e quindi provocatorie, non convenzionali e attendiste?

Fatta salva la classica prudenza e il rispetto di tutti, soprattutto dei più deboli, esclusa ogni forma di giudizio, la vita cristiana che è sempre vita di un uomo riuscito e pienamente realizzato nella sua vera dignità umana, secondo il vangelo, non sta nelle scelte di mezzo, ma nella decisione anche provocatoria di dedicarsi senza riserve al Regno di Dio, di sbilanciarsi dalla parte della giustizia e delle esigenze profonde di verità e libertà da tutti i condizionamenti del galateo.

Per questo Gesù non teme di offendere i sentimenti tenui e dice: chi non odia padre, madre fratelli e sorelle, chi non si butta senza rete di protezione non può essere mio  discepolo, chi non osa abbracciare la sua croce, il suo supplizio, la sua sofferenza, il suo dolore non è degno di stare dalla parte del Vangelo.

Non si tratta di  odio, tomba dell’amore, ma di assoluto primo posto di Dio nella vita di ogni credente, di precedenza assoluta dell’amore su ogni legame o calcolo, di centralità di Dio in ogni vita  e convivenza umana.

Non si tratta di nessun talebanesimo o fondamentalismo, ma di aver chiaro che la fede cristiana ha in sé la forza di ridare significato profondo a tutta la vita, di ridire la sua vera dignità, di essere atto intellettualmente onesto, laicamente dignitoso e umanamente capace di dare senso all’intera esistenza personale e del mondo.

La fede in Gesù ha una sua dignità di razionalità che sta alla pari di ogni ricerca umana, non teme alcun giudizio, né si colloca nell’irrazionale.

Essere cristiani è stare dalla parte del Vangelo, dalla parte del fuoco che Gesù viene a portare sulla terra e che desidera ardentemente che si accenda e porti calore al povero e sostegno al debole.

Il cristiano è uomo di parte, non perché fonda un partito, ma perché sceglie di stare sulla croce come Gesù, di stare dalla parte della bontà contro la malvagità; non avrà mai vita facile, ma vita felice e beata.

3 Novembre 2021
+Domenico

Il cristiano è uno che invita sempre e sa aspettarsi solo il rifiuto al suo invito

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14,1.7-11)

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Audio della riflessione

Come sempre Gesù nel suo parlare, che è sempre Vangelo, buona notizia, prende spunto da una normale esperienza del nostro vivere: il sedersi a tavola per consumare un pasto.

La mensa è una immagine della vita: in una famiglia a seconda di come si sta a tavola, capisci che vita di famiglia è, capisci chi è disponibile o chi si fa solo i fatti suoi; se c’è rispetto per i nonni, se sei in pace con tutti, se vuoi dialogare, se pretendi soltanto … in tante famiglie oggi non si mangia mai assieme: sono diventate un ristorante.

Se fate parte di un consiglio di amministrazione, a tavola sarete schierati come al lavoro, preoccupati dei posti, dei vicini … infatti sono due le cose che Gesù prende ad esempio per darci i suoi insegnamenti: il posto e gli invitati.

Gesù ha spesso usato il momento del consumare un pasto, proprio perché è immagine della vita, per insegnarci a vivere e per donarci la sua stessa vita.

Il posto. Non scegliere i primi posti, quando sei invitato! E’ sempre imbarazzante trovare il posto giusto; ci gioca delicatezza, buon senso, pretesa, darsi importanza … tanto che per evitare fastidi e caricarli tutti sull’ospite si scrivono nomi su bigliettini collocati al posto giusto.

Il Vangelo di Gesù però non è un testo di galateo è sempre vita buona, bella, beata. Il cristiano non prende i primi posti perché è uno che serve; il fondamento del suo vivere non ce l’ha in se stesso, nelle cose che fa, in quel che pensa la gente di lui, ma soltanto in Dio.

Tutto quello che noi siamo è per grazia, anche eventuali autorità che rivestiamo, sono doni che Dio ci dà per servire il suo Regno: i suoi doni di cui colma ogni vita non possono essere usati per fare la differenza, ma per cementare una comunione.

Il posto che prendiamo alla mensa della vita indica il cumulo di responsabilità di cui dobbiamo rispondere davanti a Dio: non si negano le qualità, i doni che Dio ci ha dato, ma si deve avere la coscienza chiara che più doni abbiamo, più Dio si aspetta da noi, più amore dobbiamo esprimere.

Gli invitati. Chi inviti a pranzo? Quelli che ti saranno utili, quelli che ti danno soddisfazione, quelli che vengono coi regali, quelli che ti servono per sentirti importante? Chi apprezzi nella vita? Chi fa parte del tuo giro? Il tuo amore – ed è questa la domanda di fondo – è un vero amore? Se inviti sempre solo persone che poi vorrai che ti invitino a loro volta, non stai certo esprimendo il massimo di amore. Invita chi non potrà mai ricambiarti! Già l’invitare è un atto buono: Dio ha sempre fatto così e purtroppo siamo noi che non abbiamo mai voluto accogliere questo invito. Chi invita rischia sempre il rifiuto, ma proprio per questo ama lo stesso. Ma tu comincia a invitare “poveri, storpi, ciechi e miserabili”, gente che non ha mai ricevuto un invito da qualcuno e che non ti potrà mai invitare … e spera che accolgano il tuo invito che non farai mai per pietà, ma per puro amore.

30 Ottobre 2021
+Domenico

Esiste ancora l’obiezione di coscienza per chi la vive come sacrario infrangibile

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14,1-6)

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa.
Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.
Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole.

Audio della riflessione

Non si parla più tanto oggi di obiezione di coscienza: non c’è più la coscrizione per il servizio militare obbligatoria, oggi chi non vuol fare il militare non vi è obbligato e quindi il rifiuto di imbracciare le armi è una possibilità, non l’opposizione a una … costrizione.

Ci sono però oltre al rifiuto della guerra che permane sempre, anche tante altre leggi  cui una persona ha diritto di non sottostare con l’obiezione di coscienza, per esempio rifiutarsi di fare pratiche abortive.

A questo proposito papa Francesco, rispondendo a braccio ai farmacisti ospedalieri ebbe a dire “sull’aborto sono molto chiaro; si tratta di omicidio e non è lecito diventarne complici”.

Si vorrebbe abolire l’obiezione di coscienza … questa è l’intimità etica di ogni professionista della salute e questo non va negoziato mai! Un medico sente in sé la vocazione a servire la vita sempre, come è nel suo statuto deontologico! Si può rifiutare di togliere la vita a un futuro nascituro? Non si può! Certo è disposto a pagare le conseguenze per la sua carriera, non certo a subire discriminazioni.

“La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio…” (Gaudium et Spes 16): è il rapporto con questo Dio, Signore dell’esistenza, con la sua voce; è il momento in cui Dio istituisce la persona e il suo mistero, la sua consistenza, la formula del suo vivere felice.

Gli uomini anziché un istinto hanno una coscienza: è il luogo in cui si esprime davanti a me e su di me la legge divina, e l’obiezione di coscienza che io faccio è l’espressione esterna dell’obiezione che la coscienza fa a me. In un certo senso non è il massimo di libertà, intesa come far quel che meno impegna o più piace, ma il massimo di “costrizione”.

L’obiezione di coscienza che io faccio alla società o alla legge è l’espressione esterna dell’obiezione che la coscienza fa a me: ho il diritto di trasgredire la legge, perché ho il dovere di seguire la mia coscienza! La mia disobbedienza non solo è possibile, ma necessaria.

“La coscienza è una legge del nostro spirito, ma che lo supera, che ci dà degli ordini, che indica responsabilità e dovere, timore e speranza… è la messaggera di Colui che, nel mondo della natura come in quello della Grazia, ci parla velatamente, ci istruisce e ci guida. La coscienza è il primo di tutti i vicari di Cristo.” (Catechismo della Chiesa Cattolica, punto 1778)

Gesù spesso è tornato ad educare i suoi seguaci su questo punto, a stimolare la propria responsabilità nell’obbedire alle leggi, mettendo in crisi l’assolutezza della stessa legge del sabato che passava sopra le infelicità delle persone.

Ma Dio è per la felicità, per questo la dona anche di sabato: fa nascere così speranze nuove nella bontà di Dio. 

29 Ottobre 2021
+Domenico

Simone il cananeo e Giuda Taddeo, apostoli, diversi e uniti

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6, 12-13) dal Vangelo del giorno (Lc 6, 12-19)

In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli

Audio della riflessione

Come sempre quando si tratta di scegliere collaboratori, soprattutto se sono persone che debbono sostenere, condividere ideali, metterci pure la vita oltre che il proprio tempo, la propria passione, ci si pone tutta l’attenzione possibile: ecco perché quando la liturgia ci presenta la festa di qualche apostolo spesso ci fa riflettere su questo brano di Vangelo, che mette in risalto la preghiera di Gesù tutta la notte prima di scegliere e annunciare chi avrebbe composto la sua squadra di collaboratori e di continuatori della sua opera di salvezza, i 12 apostoli. In particolare oggi celebriamo i santi apostoli Simone e Giuda.

Riprendo quasi alla lettera quanto ebbe a dire papa Benedetto XVI in una sua catechesi dell’udienze del mercoledì.

Simone è chiamato sia cananeo  che zelota. In realtà, le due qualifiche si equivalgono, poiché significano la stessa cosa: il verbo qanà’ significa “essere geloso, appassionato” e può essere detto sia di Dio, in quanto è geloso del popolo da lui scelto (cfr Es 20,5), sia di uomini che ardono di zelo nel servire il Dio unico con piena dedizione, come Elia (cfr 1 Re 19,10).

Simone era sicuramente caratterizzato  da un ardente zelo per l’identità giudaica, quindi per Dio, per il suo popolo e per la Legge divina: è ben possibile, dunque, che questo Simone, se non appartenne propriamente al movimento nazionalista degli Zeloti, fosse almeno segnato da questa posizione.

Un poco il contrario di Matteo che in quanto pubblicano, proveniva da un’attività considerata del tutto impura, segno evidente che Gesù chiama i suoi discepoli e collaboratori dagli strati sociali e religiosi più diversi, senza alcuna preclusione: a Lui interessano le persone, non le categorie sociali o le etichette! E la cosa bella è che nel gruppo dei suoi seguaci, tutti, benché diversi, coesistevano insieme, superando le immaginabili difficoltà: era Gesù stesso, infatti, il motivo di coesione, nel quale tutti si ritrovavano uniti.

Questo costituisce chiaramente una lezione per noi, spesso inclini a sottolineare le differenze e magari le contrapposizioni, dimenticando che in Gesù Cristo ci è data la forza per comporre le nostre conflittualità. Nella scelta dei 12 poi Gesù dava spazio a tutti i carismi, i popoli, le razze, tutte le qualità umane, che trovano la loro composizione e la loro unità nella comunione con Gesù.

Giuda Taddeo, è così denominato dalla tradizione, per distinguerlo da Giuda Iscariota. Solo Giovanni segnala una sua richiesta fatta a Gesù durante l’Ultima Cena. Dice Taddeo al Signore: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?»”. E’ una questione di grande attualità, che anche noi poniamo al Signore: perché il Risorto non si è manifestato in tutta la sua gloria ai suoi avversari per mostrare che il vincitore è Dio? Perché si è manifestato solo ai suoi discepoli? La risposta di Gesù è misteriosa e profonda, come viene riportata da Giuda … il Signore dice: “Se uno mi ama osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,22-23).

Questo vuol dire che il Risorto dev’essere visto, percepito anche con il cuore, in modo che Dio possa prendere dimora in noi! Il Signore non appare come una cosa: vuole entrare nella nostra vita e perciò la sua manifestazione è una manifestazione che implica e presuppone il cuore aperto.

Solo così vediamo il Risorto!

A  Giuda Taddeo è stata attribuita la paternità di una delle Lettere del Nuovo Testamento che vengono dette ‘cattoliche’ in quanto indirizzate non ad una determinata chiesa locale, ma ad una cerchia molto ampia di destinatari: essa infatti è diretta “agli eletti che vivono nell’amore di Dio Padre e sono stati preservati per Gesù Cristo” (Gd 1).

Preoccupazione centrale di questo scritto è di mettere in guardia i cristiani da tutti coloro che prendono pretesto dalla grazia di Dio per scusare la propria dissolutezza e per traviare altri fratelli con insegnamenti inaccettabili, introducendo divisioni all’interno della Chiesa “sotto la spinta dei loro sogni” (Gd 8), così definisce Giuda queste loro dottrine e idee speciali.

Egli li paragona addirittura agli angeli decaduti, e con termini forti dice che “si sono incamminati per la strada di Caino” (Gd 11). Inoltre li bolla senza reticenze “come nuvole senza pioggia portate via dai venti o alberi di fine stagione senza frutti, due volte morti, sradicati; come onde selvagge del mare, che schiumano le loro brutture; come astri erranti, ai quali è riservata la caligine della tenebra in eterno” (Gd 12-13).

28 Ottobre 2021
+Domenico