Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 53-56)
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli, compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono. Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse. E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.
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Ci sono dei luoghi in cui non vorresti mai stare: ci sono assembramenti di persone, che ti stringono il cuore; ci sono tante concentrazioni di dolore che ti tolgono il respiro. Tutti abbiamo provato a stare tra i malati di un ospedale, nelle corsie abitate da lamenti e dolori … molti di noi si sono trovati in una casa di anziani, di sofferenti, di persone che soffrono o in un carcere o in un campo di profughi e rifugiati. Abbiamo negli occhi quello che spesso la TV ci fa vedere di bambini affamati, di lebbrosi, di feriti da terremoto o tsunami o guerre.
Ecco, questa impressione mi dà quella pagina di Vangelo che racconta di Gesù che dovunque andava gli facevano trovare davanti tutte queste miserie concentrate: “Ma quanto male c’è nel mondo? Tutto a me lo portate? Mi volete soffocare, mi togliete il respiro … che cosa volete che faccia?”
Si era diffusa la sua fama, ormai aveva suscitate nuove speranze: chi nella vita non s’aspettava più niente ha cominciato ad alzare il capo a percepire che forse la sua umanità poteva essere ancora vivibile in rapporti conciliati con tutti, che la sua malattia, poteva essere vinta.
E Gesù non si sottrae: Lui è la vita e dove passa scoppia piena; non solo quella fisica, ma soprattutto quella interiore, la voglia interiore di vivere, di tornare a sperare, di dare alla propria vita un futuro migliore … ma c’è una cosa che sorprende in tutti questi malati: tutti lo vogliono “toccare”, tutti vogliono avere un rapporto diretto con Lui! Il cristiano è proprio così: vuole toccare Gesù, vuole e deve avere un contatto personale con lui.
Gesù te lo devi incontrare tu nella tua interiorità: è nel profondo della coscienza, non sta sulle bancarelle, nemmeno in piazza, è nel tuo essere profondo.
E … quando finalmente i malati riuscivano a toccare Gesù, a stabilire con lui un contatto personale, ne tornavano cambiati, rifatti, pieni di speranza; capitasse anche a noi di incrociarlo per le nostre strade, sul nostro treno, nelle nostre code, nelle lunghe file a far tamponi, sui banchi di scuola o davanti al tormento di un computer.
E’ una speranza vera che noi lo possiamo incontrare, e la certezza che Lui si fa incontrare.
Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,30-34)
In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
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Ogni organizzazione ha una propria direzione e normalmente si sente collegata con altre realtà, con cui si collega, si scambia esperienze, comunica il vissuto della quotidianità e le attese.
Anche Gesù ha da poco mandato in missione gli apostoli, i discepoli, e giustamente vuol sostenerne il loro lavoro e li aspetta al ritorno per un primo confronto: noi, ammalati di ecclesialese, la chiameremmo “visita ad limina”, cioè quella visita alla sede di Pietro, al papa, come fa ogni vescovo ogni 5 anni, per rendere conto di quello che abbiamo attuato e confrontarci con Lui.
Così fecero i discepoli dopo la prima missione: tornarono dalle loro rispettive missioni a raccontare a Gesù quello che hanno fatto. Gesù li ascolta certamente, ma in primo luogo vuole che i suoi discepoli non si lascino prendere da quello stolto trionfalismo delle molte cose che ci sono da fare, dall’attivismo, dalle realizzazioni.
Purtroppo una vita è spesso divisa tra l’assillo delle cose da fare, la sindrome dell’agenda diciamo noi, il sentirsi la vita segnata da impegni, appuntamenti, incontri oltre evidentemente al tempo da dedicare al lavoro, alla famiglia agli elementi costanti di ogni esistenza, e il desiderio di fermarsi, di stare un po’ in pace, di riprendersi in mano la vita, di fare il punto, di mettere a fuoco le cose più importanti, di stare a pregare per esempio, se siamo uomini e donne di fede … e viviamo spesso una sorta di lacerazione perché quando finalmente abbiamo trovato o ci siamo imposti questo tempo di “calma”, siamo assaliti dalle cose che dobbiamo fare e che in questo momento trascuriamo e quando siamo nel pieno delle attività ci assale – invece – la voglia di pace.
La stessa situazione forse vivevano anche i discepoli di Gesù: mangiati dalla folla e nello stesso tempo desiderosi di stare con Gesù … e Gesù li chiama: “venite in disparte, in un luogo solitario e riposatevi un po’”. Sembrerebbe una soluzione facile: smettiamo di farci divorare dalle cose e stiamo a contemplare il Signore della vita. Gesù passava notti in preghiera, i santi erano fortemente contemplativi: sottraevano tempo a sé per farsi affascinare da Dio … ma la folla incalza, insegue gli apostoli e Gesù e preme, chiede.
“Ci avete acceso speranze, ci avete tolti dal torpore delle nostre vite senza senso ora non ci potete lasciare, perché la legge del convento dice di chiudere, perché la notte è fatta per dormire, perché c’è un tempo per ogni cosa” … e Gesù si commosse! Il Vangelo di Marco ci tiene a far vedere in Gesù una dolcissima umanità: “E si mise a insegnare di nuovo”.
C’è sicuramente un equilibrio da cercare tra l’essere mangiati e il mangiare, tra lo stare e l’andare, tra l’agenda e l’anima, tra la vita di coppia e i figli, ma è un equilibrio sbilanciato verso il dono, verso una vita capace di trovare il senso, la santità, la bellezza non solo in alcune isole di tempo, ma sempre, anche quando abbiamo l’impressione di esserne privati.
E questo dipende proprio dal fatto che impostiamo la vita per lasciarci prendere da una sorta di burocrazia delle molte cose da fare o se invece diamo spazio alla preghiera, dialogo con Dio per ritrovare le vere motivazioni di ogni respiro.
Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,14-29)
In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!». Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri. Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto. E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.
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Nella vita spesso occorre fare i conti con le infinite nostre indecisioni: scopriamo il bene, ne restiamo affascinati, lo vogliamo compiere, ci entusiasma la visione positiva che ci è nata in cuore, ma non ci decidiamo mai! C’è sempre qualcosa che ci blocca: ora un sentimento, altre volte un legame affettivo, spesso la paura di un confronto con gli altri … si tratta di fare i conti con se stessi, ma la decisione è coperta da tanti se e da tanti ma.
Erode ha una vicenda matrimoniale fallita in partenza: si crede onnipotente e si prende la moglie del fratello. Il fatto crea grande scandalo nella gente … se i nostri governanti si comportano così, che legge stanno difendendo? Che esempio sono?
La coscienza del popolo è precisa e la coscienza di Erode è scossa: ascolta volentieri le parole di Giovanni Battista. Lui è sincero, dice quel che pensa, la sua parola viene da lontano, evoca dialoghi profondi con Dio. La sua vita austera lo porta a dire sempre l’essenziale, non è implicato con niente e con nessuno. La sua voce è pulita, la sua testimonianza parla. E’ un uomo che ascolti volentieri, perché, anche se non lo condividi, fa verità nella tua esistenza … e quando sei nel disordine, la verità è l’unico spiraglio di pace che si apre per la tua coscienza.
Erode – dice il Vangelo – ascolta volentieri Giovanni: “Vienimi spesso a trovare, tu mi destabilizzi, ma la tua parola mi sveglia, mi fa sentire vivo!”.
Poi intervengono tutti i lacci della vita, la comodità, il tran tran dei rapporti, i sensi che per qualche momento di ubriacatura ti addormentano la vita … e sei vittima degli intrighi. Preferisci stare dalla parte del dato di fatto. Come puoi rivoluzionare a questo punto la esistenza?
Giovanni però è tutto di un pezzo: forse spera di convertire, l’ascolto attento di Erode potrebbe avverare un cambiamento. Gli basta poco per un colpo di reni nella sua coscienza. L’animo è sensibile, un po’ di orgoglio onesto ce l’ha dentro … e arriva la famosa festa, il famoso ballo, il malefico intrigo di Erodiade. Lui, Erode, è un entusiasta, in mezzo a tutti questi accomodamenti della vita di corte, nelle pastoie di un potere che sempre più lo ingabbia, si accende una luce, una estasi: la figlia balla troppo bene, sono troppo belli questi ritmi, questa innocenza, questa leggiadria. Erode si sveglia, quel che di bello in lui c’è di sogno e di ribellione alla routine ha il sopravvento: “vali metà del mio regno, del mio presente, di quello che credo di avere. Te lo do perché lo meriti. Mi hai risvegliato orgoglio assopito e addomesticato. Finalmente vedo nella mia famiglia un guizzo di novità. Metà del mio regno!”
E invece gli viene chiesta la voce della sua coscienza: il male è più tenace del bene nelle vita perdute. Il guizzo di gioia che per un attimo lo aveva portato al meglio di sé si spegne e si frantuma; la piccola speranza di poter cambiare, di scrollare di dosso il giogo di una coscienza continuamente addormentata, la sete di verità sulla vita gli viene spenta: la testa di Giovanni il Battista è la sua testa, è la testa del suo sogno di pulizia, di bontà desiderata, della sua nostalgia di una vita diversa, è la decisione che gli è sempre mancata di cambiare.
Divenne triste, ma non volle opporle rifiuto.
Che ti costava Erode dare un taglio netto alla tua vita sbagliata? Che mi costa buttarmi senza riserve in quella fessura di luce che mi si è aperta nella vita? Perché sono sempre capace di sotterrare ogni speranza di cambiamento, di negare ogni voglia di bene?
Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 7-13)
In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.
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Quando con alcuni amici ti sei tanto caricato e convinto di una causa per cui sei disposto a spenderti, a comunicare, a convincere, a fare contagio allora ti metti a tavolino per organizzarti: siamo in un mondo di “social” … penserò di sfondare con i social; i giornali fanno ancora opinione e compererò qualche pagina di giornale, un po’ di amici che sanno scrivere ce li ho, fare filmati pure li ho e li coinvolgo al meglio.
Gesù dopo aver con calma e tanta preghiera al Padre maturato che era il tempo di buttarsi nella avventura senza ritorno del Regno di Dio, dopo aver fatto la sua squadra, comincia a mandarli a due a due a portare l’urgenza del Regno di Dio.
La prima cosa necessaria è l’invio, la missione: non siamo noi che decidiamo di avviare il Regno di Dio, ma è Gesù che ci convoca e ci manda! C’è un annuncio da fare, ci sono delle opere che lo accompagnano da mettere in atto, perché la notizia non è solo un fatto intellettuale, ma è una vita che si propaga.
La Parola di salvezza ha in sé soprattutto la sua potenza salvatrice, non è legata sicuramente all’apparato degli strumenti, alla potenza dei mezzi, ma si basa solo sul potente aiuto di Dio. Chi va ad annunciare il Vangelo, devono fare un atto di fede in Dio, deve sapersi abbandonare in lui, devono trovare la loro forza solo nella grazia di Dio.
Bisaccia, denaro, borsa, sandali appesantiscono solo il cammino: la povertà è segno efficace della fede in Dio. Senza povertà non c’è fede, se non a parole!
Noi non riusciamo mai a fare un salto di qualità nella vita di fede proprio perché siamo troppo attaccati a noi, alle nostre cose, alle nostre possibilità! Non siamo disposti ad abbandonarci totalmente al Signore!
Di fatto dopo la morte di Gesù Pietro e Giovanni sapranno offrire l’aiuto di Dio al povero storpio che incontrano dicendo semplicemente appunto “oro e argento non ho, ma quello che ho te lo do: nel nome di Dio alzati e cammina!”.
E’ Dio che salva, è Lui la nostra felicità: non sono i nostri accomodamenti o le nostre parole o i nostri “apparati”! Le opere più grandi la chiesa le ha fatte quando era povera, ma ricca solo di Dio … e Lui ci ha promesso che non ci abbandona mai.
Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 5, 21-43)
In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.
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Guardando un po’ ai nostri riti stanchi, alla flebile partecipazione alla vita della comunità cristiana anche alla domenica, soprattutto se fa freddo e si vuole stare vicino alla stufa, oggi vorrei farmi con voi alcune domande: che cosa dice la nostra fede alla gente di oggi? La pandemia ha creato indebolimento della nostra fede? Della pratica, sicuramente sì! Siamo privati dello stare assieme anche tra amici, le mascherine oltre che ad affannarci nel respiro ci nascondono gli sguardi, mortificano la nostra comunicazione … ma- qualcuno dice – la fede è su un altro piano. Ci sono persone che si concentrano in sè, non guardano nessuno e stanno ad aspettare. Certo la fede non ha bisogno delle piazze per dire la sua profondità. Però ci dobbiamo domandare se siamo capaci di far capire che la nostra fede è qualcosa di grande e non una abitudine forzata. Ci manca sicuramente la fede di Gesù.
E ci aiuta a dare risposta a questo un curioso episodio nel vangelo di Marco: Gesù ha iniziato da poco il suo cammino deciso e travolgente … dove passa crea speranza, scuote le persone dubbiose, trascina chi sa sognare … così chiama i suoi collaboratori, che lasciano, case, campi, mestiere e lo seguono. La sua visione della vita è affascinante, la sua capacità di leggere le aspirazioni profonde del cuore è sorprendente. Ti senti interpretato dalla sua visione della vita, vieni trafitto dai suoi sguardi intensi, ti senti scosso dalle sue invettive, dai progetti, dalla novità delle sue intuizioni e visioni di futuro.
Alla gente non par vero di potersi togliere dal torpore di una vita monotona, dalla stessa cappa di una religiosità ridotta a riti scontati, a ripetitività di formule che lentamente hanno nascosto il volto di Dio. Siamo capaci noi cristiani di avere visioni di futuro o vendiamo anche noi adattamenti? Abbiamo in cuore progetti di vita bella, felice, semplice, ma vera … oppure siamo senza progetti? Ci lasciamo provocare dalle situazioni della vita o abbiamo già sepolto la fede nelle abitudini, pur buone, ma non più sufficienti oggi, né per noi, né per tutti?
Ebbene attorno a Gesù si fa calca, né lui fa qualcosa per schivare la gente: si ferma, dialoga, ascolta, alza la voce, richiama, conforta … e c’è pure una donna tra la gente che accorre a lui: è afflitta da una malattia maledetta, perdita di sangue; per questo tipo di malattia la legge è molto dura e categorica: è una situazione di “impurità” e deve assolutamente evitare ogni contatto umano. Per la donna è una situazione invivibile: ha fatto di tutto per uscirne, per ricuperare salute e soprattutto possibilità di vivere una vita normale nella società, nel mondo delle relazioni umane … ha speso tutti i suoi soldi: niente! Condannata all’isolamento oltre che alla sofferenza … ma quando sente parlare di Gesù, di questo regno, di un Dio che non ha creato la morte, che non gode per la rovina dei viventi, che ha creato tutto per l’esistenza e che ha fatto in modo che tutte le creature del mondo siano portatrici di senso e di salvezza, si fa un suo progetto: «con questa malattia la legge mi imprigiona e non mi permette di toccare nessuno, ma questo Gesù è la salvezza! Lo devo toccare, non oso parlargli, non sono all’altezza di una richiesta, ma non è giusta la prigione in cui sono chiusa: mi basta toccare la sua veste, il suo mantello» … e la donna, al solo tocco, guarì!
Se lo toccassimo così come questa donna, noi, il popolo nuovo della Alleanza, potremmo affrontare meglio tutte le nostre contraddizioni e soprattutto potremmo essere di grande aiuto a chi è ammalato, che Gesù è sempre la salvezza per tutti.
Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 5, 1-20)
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero all’altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni. Sceso dalla barca, subito dai sepolcri gli venne incontro un uomo posseduto da uno spirito impuro. Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo. Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi e, urlando a gran voce, disse: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». Gli diceva infatti: «Esci, spirito impuro, da quest’uomo!». E gli domandò: «Qual è il tuo nome?». «Il mio nome è Legione – gli rispose – perché siamo in molti». E lo scongiurava con insistenza perché non li cacciasse fuori dal paese. C’era là, sul monte, una numerosa mandria di porci al pascolo. E lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». Glielo permise. E gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel mare. I loro mandriani allora fuggirono, portarono la notizia nella città e nelle campagne e la gente venne a vedere che cosa fosse accaduto. Giunsero da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio. Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te». Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati.
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Non occorre andare troppo lontano per capire che siamo “posseduti” dal male e che ci occorre una grande forza per uscirne: il male molto volte siamo noi con le nostre meschinità volute e programmate … spesso però è anche qualcosa di sovrumano, è il demonio.
E’ fin troppo facile vedere il demonio dappertutto, immaginarcelo ad ogni debolezza della vita, ma è pur vero che c’è un divisore, un personaggio – un angelo decaduto ci dirà la Bibbia – che tormenta la nostra esistenza e ci istiga al male.
Gesù nel Vangelo ha fatto i conti con questo principe della divisione, della falsità, dell’odio e ha dimostrato la sua grandezza liberando la gente dalla sua possessione. Un giorno si trova sul lago e vede circolare tra le tombe un poveraccio, legato dal demonio e tenuto in una tomba ancora più mortale … è una figura di uomo violento, è indomabile, non è tenuto calmo da nessuno, urla, grida la sua prigionia con la pazzia e percosse di pietre; si fa del male e fa del male a tutti, ha una forza sovrumana.
Qualcuno di noi forse ha potuto sperimentare quanta cattiveria si può costringere nel corpo di un uomo posseduto dal demonio … ebbene, Gesù lo snida, segno che lo vuole individuare personalmente non in modo generico, e ne domanda il nome, lo caccia con un perentorio “esci, spirito immondo da quest’uomo” … e quella belva che l’uomo si dimostrava sotto queste catene del demonio si ritrova seduto sul ciglio della strada, tutto tranquillo e sereno, fatto nuovo dalla liberazione di Gesù.
Lui, Gesù, non è nuovo a questi fatti: lui calma la tempesta, lui ammansisce quelli che stanno lapidando la donna peccatrice, Lui con gli occhi ferma i compaesani che lo vogliono precipitare dalla rupe; Lui è la salvezza, Lui è ancora e sempre la nostra speranza.
Sicuramente qui siamo qui in terra pagana: l’allevamento di porci per i pagani è un grosso guadagno, che perdono, perché abitati dal demonio annegano nel lago. Da qui anche la volontà della gente che Gesù si allontani da quella regione.
Gesù è il nostro vero difensore da ogni possessione demoniaca, il vero liberatore di ogni uomo da tutto ciò che ci può separare da Cristo, dalla pienezza della sua vita.
Al desiderio dell’indemoniato guarito di stare con Gesù, il Signore risponde inviandolo in missione: egli è diventato apostolo perché è in grado di raccontare ciò che il Signore gli ha fatto.
Il Vangelo è la buona notizia di quanto Gesù ha fatto per noi: l’evangelizzazione non è tanto un’esposizione di dottrina o di idee, ma un racconto di fatti, una narrazione di quanto il Signore ha operato per noi.
Abbiamo bisogno anche nel nostro mondo di oggi di testimoniare che la comunione con Gesù ci rende forti contro ogni male!
Oggi non possiamo oggi dimenticare che la chiesa fa la festa di san Giovanni Bosco, una figura di grande santità e capacità formativa nei confronti delle giovani generazioni: la sua famiglia salesiana porta avanti ancora la sua testimonianza, le sue scelte di stare dalla parte dei giovani … e mentre ne ringraziamo Dio chiediamo che estenda l’intercessione e la protezione di san Giovanni per tutti i bisogni e la sete di vita piena delle giovani generazioni, che anch’esse purtroppo sono falcidiate da questa pandemia.
Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 4, 35-41)
In quel medesimo giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».
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Ci sono dei momenti nella vita pieni di tensione, di paura, quasi di disperazione che ci costringono a tirar fuori tutte le nostre forze, anche persino di cattiveria: non riusciamo a vedere una soluzione e saltano tutte le nostre difese.
Penso che sia stato un momento così quello degli apostoli sulla barca con Gesù in piena tempesta da temere un naufragio: Gesù dorme e gli apostoli agitatissimi lo svegliano … “No, qui non ci stai a farti i fatti tuoi, ci hai tirato dentro e adesso ti dai da fare con noi! Non ti permettiamo di affogare senza accorgerti, devi vedere anche tu la morte in faccia come la vediamo noi! Non ti importa che moriamo?” … questa è la frase che hanno detto : è un grido e un rimprovero, è una disperazione e una rabbia, è una constatazione e una pressante richiesta.
“Come … Tu sei un palpito del cuore di Dio e vuoi che a me non importi niente di te? Io ti ho amato fino a morire per te e tu credi che Io abbia abbandonato la mia missione? Tu mi sei stato affidato da Dio, mio Padre, e credi che Io non sia deciso a fare tutto quello che è necessario per te? Sono Io che dormo o sei tu che non hai fede?”.
La preghiera può anche diventare un rimprovero, ma soprattutto una lotta: era stata così anche quella di Giacobbe con Dio la notte piena di paura in cui doveva incontrarsi con suo fratello Esaù a cui aveva fatto il torto più grande della sua vita: lo aveva imbrogliato e gli aveva rubato il diritto di essere il capo, il primo, il fondatore del popolo di Israele, che non è poco …. si era rivolto a Dio dicendo “ho paura di mio fratello” … e incontra di notte un personaggio misterioso e con lui ingaggia una battaglia fino all’alba.
L’uomo esce vittorioso e fortificato da questa lotta nella misura in cui, prendendo coscienza della propria debolezza, dei propri limiti, riconoscendosi bisognoso di salvezza, si apre all’azione di Dio.
Gli apostoli si riconoscono bisognosi di salvezza, per questo svegliano Gesù! L’uomo, la persona, esce vittoriosa e fortificata da questa lotta nella misura in cui si lascia da Lui rinnovare, si lascia cambiare il nome, nella misura in cui depone ogni pretesa di impossessarsi di Dio, come voleva fare Giacobbe, di asservirlo ai propri progetti.
Depongo ogni pretesa di conoscere le intenzioni di Dio, ma ne adoro il mistero, ne rispetto la libertà e mi rendo disponibile a collaborare all’unico progetto che ha senso nella storia, che è il suo: mi rendo disponibile a collaborare al progetto e all’iniziativa salvifica di Dio, l’unica che avrà successo.
La potenza di Dio trionfa sulla povertà dell’uomo, che di fronte a Lui non accampa pretese, non accampa diritti, ma non si chiude neppure nelle false sicurezze di chi proclama la propria giustizia.
Nella misura in cui l’uomo – noi – cessiamo di chiuderci, ma ci apriamo, e chiediamo come Giacobbe la benedizione, ci affidiamo a Dio, come gli apostoli e Gesù … allora spunta per Giacobbe l’aurora, dove la lotta si placa, e per noi la vita.
Più tardi quando si scatenerà la vera tempesta su Gesù, chi dormiva? Dormivano gli apostoli tutti e una volta svegliati se la daranno a gambe! Quando Gesù suderà sangue e sarà nella tempesta più nera della sua vita, quando vedrà la morte in faccia, loro non ci saranno.
“Non avete vegliato con me un’ora sola?”.
Qui Gesù è calmo, si sente nelle mani di Dio Padre … e allora su quella barca, destatosi, sgridò il vento e disse al mare: “Taci, calmati! ” … il vento cessò e vi fu grande bonaccia …
Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 4, 26-34)
In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.
Audio della riflessione
Ogni persona custodisce in se una grandezza unica: ci sembra di essere nessuno, di sentirci pure ignorati o schiacciati, ma ogni persona ha la forza di un seme che il Creatore gli ha posto dentro con amore … e Dio ha tutto un suo modo di coltivare e far fiorire i semi: la sua parola che ci ha scritto dentro ogni vita, l’inizio invisibile del suo regno in noi.
Esso ha l’aspetto della piccolezza, ma la forza di una concretezza: la parola e l’amore diventano storici con una presenza povera, nascosta e silenziosa, come il sale che dà sapore se non è avvertito, come il lievito che fa fermentare la massa se si dissolve in essa e come la luce che illumina senza essere vista, una fiaccola che si accompagna nel cammino spesso tortuoso di ogni giorno; per il cammino della vita in profondità – infatti – non serve un faro che acceca, ma una fiaccola che fa compagnia: così spesso ci dice papa Francesco.
Saper aspettare con pazienza è quello che ci dice Gesù del suo regno, del mondo bello da tutti sognato, della giustizia, della stessa felicità vera: Lui andava per ogni città a predicare, gettava il seme, ma poi si doveva aspettare che la Parola lavorasse con pazienza nella coscienza delle persone … e sembrava che non succedesse niente, che all’orizzonte non si vedesse nessun cambiamento, che la predicazione di Gesù fosse inutile, anzi la sua vita andava verso una ignominiosa fine: la croce.
Anch’egli doveva morire come il seme, perché Dio Padre gli donasse vita nuova, esplosiva, imperitura da Risorto. Noi vorremmo vedere subito i risultati, siamo malati di efficientismo, di produttività .. invece occorre sempre agire come se tutto dipendesse da noi, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio.
Questo è vero in tutte le attività in cui viene interpellata la libertà e la coscienza delle persone, soprattutto in campo educativo: educare significa far crescere e la crescita ha sempre il ritmo del seme. L’amore ha il ritmo del seme, del dono paziente e dell’attesa vigile, della accoglienza e della disponibilità.
Una delle cose che mancano di più oggi è proprio la pazienza, la capacità di attendere fiduciosi, la consapevolezza che se si è seminato, i frutti verranno.
Occorre però saper guardare molto in avanti, non avere la vista corta, sempre ripiegata sui nostri piccoli problemi, avere la forza di progettare e non sempre soltanto di farci travolgere dai problemi dell’oggi. Sedersi assieme genitori e figli e sognare il futuro, mettere le basi di una intesa profonda serve di più che litigare ogni giorno per le incomprensioni che costellano la nostra vita.
Oggi veneriamo san Tommaso d’Aquino, un grande Teologo: attorno alla sua cattedra, come contro uno scoglio, si abbatterono non le ondate della persecuzione o della ribellione, ma gli errori, le eresie che sono le cose più ostinate, più insistenti e più logoranti, che in breve tempo o alla lunga rendono ciechi. Serio – lui, Tommaso – sereno, silenzioso, sempre più lucido di mente, di analisi e di sintesi … maestro Tommaso li confutava alla luce della ragione, illuminata dalla fede. Così molto presto, Alberto Magno, già suo maestro, lo chiamò «splendore e fiore del mondo».
Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 4, 21-25)
In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o sotto il letto? O non invece per essere messa sul candelabro? Non vi è infatti nulla di segreto che non debba essere manifestato e nulla di nascosto che non debba essere messo in luce. Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!». Diceva loro: «Fate attenzione a quello che ascoltate. Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più. Perché a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha».
Audio della riflessione
E’ molto naturale che si voglia diffondere il bene che riusciamo a capire, a sviluppare e a vivere nelle nostre vite: è evidente che se uno ha una fede non deve nasconderla o se ho una verità non la debba seppellire come una luce sotto un coperchio o sotto il letto.
Gesù però, come sempre, va più in profondità: questa luce deve essere accesa sulla sua Parola, sul messaggio che Lui è per il mondo al momento giusto, entro condizioni adatte, dentro un minimo di maturazione di colui che ne viene a contatto … e Gesù descrive una “strategia” di esplosione della Verità con le sue parabole, i suoi gesti, i fatti che propone agli apostoli … Per esempio: quando si rivelerà ai tre discepoli con la Trasfigurazione – ricordate? – “ordinò di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti”.
Si percepisce che Gesù ci tiene a un certo “segreto messianico” – lo chiamavano – e le due parabole del moggio, letto, lucerniere, e nascosto-messo in luce definiscono questa strategia: è la stessa strategia del seme, che prima di irrompere con il suo stelo, la sua spiga alla vista di tutti, deve marcire, scomparire e morire.
Il segreto di Gesù cesserà quando sarà “ innalzato”: allora sarà manifestata a tutti la sua Luce, sarà posto sul candelabro adatto, vero, decisivo, evidente a tutti e questo candelabro è la sua croce; contro ogni logica umana, sarà il nascondimento della sua morte che lo manifesterà.
La luce di Gesù di rivelerà solo a chi lo avrà contemplato sulla sua croce, proprio come capitò al centurione che dopo averlo visto morire così ignominiosamente, ma nella sua dignità di offerta di sé fino alla fine esprimerà la sua scoperta della luce che Gesù è per tutta l’umanità: “Veramente quest’uomo era figlio di Dio!”.
Gesù è quindi Luce e, che va colta nel suo nascondimento: è il grande mistero del Regno di Dio.
L’esplosione della luce vivissima che è Gesù non è sicuramente una azione dimostrativa di potenza, di imposizione, ma di umile ricerca e di umile accoglienza.
Da buon bresciano non posso oggi non proporre a tutti una luce che ha illuminato nella storia la bontà di Gesù: sant’Angela Merici, bresciana di nascita e di vita; tenuta in gran concetto di santità, ovunque era chiamata a consolare, a comporre dissidi, a richiamare sulla via della virtù anime perdute. Affamata del pane degli Angeli, si accostava spesso alla sacra Mensa, con tale infuocato amore da essere spesso rapita fuori dei sensi, e intraprese un giorno con somma devozione un viaggio in Terra Santa. Approdata all’isola di Candia, divenne cieca; nel ritorno, alla stessa isola, miracolosamente riebbe la vista – immaginate – tutto il tempo “interessante” senza vedere niente; sfuggì ai Saraceni, e da sicuro naufragio. Desiderosa poi di venerare il papa e di lucrare l’indulgenza del Santo Giubileo, andò a Roma e si portò a piedi dal Papa Clemente VII, che insisteva perché lei stesse a Roma a fare quello che faceva di gran bene a Brescia, invece ritornò a Brescia, e qui stabilitasi presso la chiesa di Sant’ Afra, nel centro della città, diede inizio nel 1535, alla nuova congregazione detta delle “Orsoline”, congregazione innovatrice rispetto al mondo femminile religioso del tempo. Le diede una sicura disciplina e regola di vita santa e la pose sotto il patrocinio di Sant’Orsola – ecco perché si chiamano “Orsoline”. Molte furono le vocazioni, così che in breve tempo le Orsoline si diffusero in Italia ed in tutta Europa e poi anche oltre oceano. Loro scopo è l’educazione delle ragazze. Il suo corpo oggi è venerato nella chiesa di sant’ Afra a Brescia.
Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16, 15-18)
In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Audio della riflessione
L’uomo è per sua natura un pellegrino, un viaggiatore: lo è stato nei secoli più antichi, quando c’era solo il cavallo o la barca, lo è oggi con tutti i mezzi di trasporto più moderni … fa parte della sua natura essere cercatore, scopritore, contemplatore del creato, della natura … soprattutto, siamo viandanti perché abbiamo dentro di noi una forza incoercibile che è quella di far sapere, di comunicare, di rendere partecipe l’altro della gioia che viviamo.
L’uomo non è fatto per tenere per sé, ma per offrire … e trova la sua gioia nel condividere! Per questo alla fine del Vangelo di Marco c’è un comando perentorio di Gesù, un comando che destabilizza, che non permette di stare chiusi nel proprio egoismo, ma apre all’inedito di Dio, alla sua novità assoluta: Andate! Non si può star fermi quando hai visto che è giunta la pienezza dei tempi!
Gli apostoli hanno fatto molta fatica a entrare in questo ordine di idee: già era sembrata di averla scampata bella quando hanno saputo che Gesù era vivo, che il Sinedrio non aveva detto l’ultima parola su di Lui … grazie a Dio lo avevano incontrato risorto, dopo i giorni bui della passione e della morte.
“Ecco – si dicono i discepoli – adesso le cose sono state ben sistemate: si sa chi ha colpa, si sa che Gesù è risorto e questo ci dà una grande serenità. Il male non vince, gli inferi sono spalancati per i cattivi … questo Gesù ci ha veramente riconciliati con le nostre radici e ci ha anche aiutato a dare alla nostra vita la sua serenità.”
In questo stato d’animo si sarebbero adagiati i discepoli se non avessero avuto questo comando perentorio “Andate!”.
“Non sono venuto al mondo solo per aggiornare la vostra vita religiosa, sono venuto a portare un fuoco e voglio che divampi! I confini del popolo di Israele sono troppo angusti, occorre prendere il largo! La mia casa è il mondo, la Parola deve correre ovunque, la salvezza è per tutti!”.
Gli apostoli capiranno come obbedire a questo comando dalla vita, dalle persecuzioni … Paolo lo capisce quando in un processo che volevano intentargli i giudei si dichiara cittadino romano e per questo ha diritto di essere giudicato a Roma dall’imperatore, e parte per Roma, dove annuncerà Gesù, dove il Vangelo prenderà casa, nel cuore del mondo di allora.
Il mandato di andare è la scelta di Dio di abitare il mondo, dimostrando di non abbandonare nessun popolo, nessuna nazione … e oggi vogliamo ricordare e celebrare questo cambiamento radicale di Paolo che da persecutore diventa perseguitato per amore di Gesù, da nemico acerrimo del Vangelo diventa un suo instancabile annunciatore, fino alla prigionia a Roma e fino al suo martirio.
Ogni vita è un dialogo serrato con Gesù, che non ci molla mai, che ci ama e che da ciascuno di noi si aspetta apertura al suo messaggio, a quel che dice: amore a tutti i fratelli e dedizione alla causa del Vangelo.
E se è cambiato radicalmente Paolo, che da crudele nemico di Gesù, se ne fa portatore instancabile fino al centro della civiltà di allora, Roma, non ci deve essere niente che ci impedisce di cambiare vita e di seguire Gesù.