Le beatitudini: la vita felice che ci regala Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,1-12a)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
 «Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.
Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».

Audio della riflessione.

In Italia siamo cristiani battezzati sicuramente più del 90%. Moltissimi di noi hanno avuto un contatto con la Chiesa, con la vita cristiana, con una parrocchia nella loro infanzia. 

Poi le vie si sono divaricate, ciascuno ha rifatto la sua scelta, ha impostato la sua vita; qualche esperienza lo ha segnato, una corrente culturale lo ha preso, s’è messo contro la Chiesa o la ignora con tutta la libertà indiscutibile. Ma se ci si domandasse: a te che t’è rimasto di quello che ti hanno insegnato i preti, la tua catechista, i tuoi genitori… che cosa potremmo rispondere? Beh, che dovevo andare a messa tutte le domeniche, che non dovevo bestemmiare e fare cose sconce, una serie di comportamenti che chiamavamo comandamenti, che bisognava confessarsi… 

Tutto qui? Una serie di cose da fare? 

Magari poi ti sei stufato della fede perché hai litigato col prete o hai cambiato compagnia. Ma ci sarà stato un centro in tutta quella organizzazione che frequentavi, nei gruppi di Azione Cattolica o di scout in cui hai passato l’infanzia? Ci sarà stata una visione di vita che muoveva tutto, una concezione della convivenza sociale, un ideale, un sogno che motivava tutto quello che si faceva, non una serie solo di no da dire a quel che ti piaceva fare. 

È quello che subito fa Gesù quando si presenta alla gente sulle rive del lago di Galilea. Non ricorda i 10 comandamenti, li dà per scontati: sono dei paletti dentro i quali è definito un grande spazio di vita, di azione da colorare. Non lancia fulmini e saette come aveva fatto Giovanni nel deserto, dice solo gli appuntamenti con la felicità che Dio offre a tutti gli uomini: beati i poveri in spirito, beati i miti, gli affamati e assetati di giustizia, i puri di cuore, chi offre tenerezza, chi si spende per la pace, chi sa pagare con la sua vita per la giustizia, chi riesce a scoppiare in pianto. 

Le chiamiamo beatitudini nel nostro linguaggio. Non sono soprattutto cose da fare, non sono lo scontro tra ricchi e poveri, tra oppressi e oppressori, ma sono soprattutto Lui, Gesù, sono uno stato, una pienezza di vita, la vera felicità. Questa felicità ti indicavano quando frequentavi la Chiesa. 

Beati se siete poveri perché siete padroni del cielo e della terra;  

beati se siete afflitti, sì proprio quelli che non riescono mai a tirare il fiato perché subiscono una disgrazia dietro l’altra, perché non riuscirete più a contenere la gioia della consolazione;  

beati se siete miti, se siete di quelli che non sanno arrabbiarsi mai, che non si scagliano contro nessuno, che non fanno i black-block; perché se hanno qualcosa da rimproverare è solo a sé stessi;  

beati se vi sentite sempre affamati, perché non trovate niente che vi sazi, per voi non c’è mai possibilità di star seduti perché nessuna situazione umana realizza piena giustizia;  

beati se siete misericordiosi, di quelli che hanno un cuore in cui tutti possono scavare amore, perdono, comprensione;  

beati i puri, quelli che ti guardano negli occhi, sanno stare mano nella mano, ti sanno coccolare, non stanno a sfruttare l’occasione, a indovinare le debolezze per rubarti la vita, non sono partiti con un disegno in cui devono inscatolarti;  

beati quelli che portano pace, quelli che non temono di sfilare sotto nessuna bandiera purché finiscano le guerre, si spengano gli odi, si blocchino le ritorsioni, vadano in bancarotta i fabbricanti di armi, quelli che sanno far pace nel loro cuore e tendono al cuore di tutti e sanno pagare e passare per imbecilli pur di spuntare anche solo un coltello;  

beati quelli che sono sempre presi di mira e privati della propria libertà, subiscono persecuzione, perché sono dei veri trasgressivi dell’ingiustizia; beati tutti quelli che sanno prendere posizione per me: sarete insultati, messi fuori giro, davanti a voi spegneranno le dirette televisive, non sarete trend, dovrete sempre ricominciare da capo. Ma sappiate che io sarò sempre lì con voi. Io nella mia vita ho sempre fatto così e voglio essere la vostra felicità. Io, non le mie cose, o i miei pensieri, io, nel massimo dell’intimità della vita. Queste otto strade di felicità non sono le mie idee, ma sono io stesso, la mia persona, la stessa Trinità che regola l’universo.

12 Giugno
+Domenico

L’ascensione di Gesù mi dice: Guai a me se non predicassi il Vangelo

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 28,16-20)

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Audio della riflessione

Abbiamo tutti qualcosa cui teniamo al massimo, che non omettiamo mai, che, caschi il mondo, facciamo a tutti i costi, in ogni circostanza. È qualcosa che ci caratterizza; se ci mancasse, non saremmo più noi stessi, ci sembrerebbe un tradimento, un venir meno a quello che siamo. Qualcuno fa diventare una sorta di assoluto la squadra del cuore; altri qualche hobby, una mamma sicuramente tiene al massimo ai suoi figli; molti grandi uomini sono morti per la libertà della loro coscienza; i cristiani che hanno affrontato il martirio hanno tenuto più alla fede che alla vita; non potevano non credere; i primi cristiani non rinunciavano per nessun motivo alla messa domenicale: “sine dominicum non possumus vivere” – senza vivere il dono pasquale domenicale non possiamo esistere.  

Ebbene San Paolo si è domandato tante volte che fare, a chi credere; gli sembrava necessario cambiare, invertire la rotta della sua vita, superare la religione della legge, ma non poteva rimanere quasi apolide, senza scopo nella vita e gli è nata nel cuore per dono grande di Dio una decisione incrollabile: guai a me se non evangelizzassi; il vangelo, la proclamazione del dono che è Gesù per la vita era la sua ragione di esistere. Un fuoco lo brucia, come bruciava in Gesù la passione per il Regno del Padre. È una decisione che gli orienta in maniera radicale la vita. Con questa bruciante passione missionaria ha percorso in una corsa frenetica tutto il mondo, con la paura che gli mancasse tempo per arrivare ovunque. 

Quel “andate” che aveva lasciato sorpresi gli apostoli, ancora impigliati nelle loro piccole appartenenze di sinagoga, lui l’aveva colto subito come un mandato senza condizioni, senza aspettare altro, senza se e senza ma. Aveva una scelta precisa: non andava mai ad annunciare dove c’erano già stati altri.  

Noi invece ci stiamo sempre a litigare le quattro pecorelle rimaste, a litigare su quale posto avere nella pastorale, a dividerci la sacrestia, di fronte a un mondo e a una sete senza confini. 

Andate e non state a guardarvi negli occhi, andate e percorrete tutte i vicoli delle città, andate e entrate nei cuori delle persone, andate e abbiate il coraggio di portare e dire il nome di Gesù, andate e se battezzate non sarà mai in nome della natura, della madre terra, del benessere, ma del Padre del Figlio e dello Spirito Santo, Andate e stanate vita da ogni depressione, andate e abbiate fiducia in me 

Io sono con voi tutti i giorni. Questo che è con noi è lo Spirito Santo. È Lui che dà alla nostra parola, la forza della Parola di Gesù. È Lui che spazza via le nostre paure; è lo Spirito Santo che non ci far stare fermi, che provoca creatività, che ricostruisce la figura di Gesù nella vita degli uomini, che ci fa impazienti di fronte al tanto bene da compiere, di fronte a una parola così chiara.  

L’annuncio è la nostra vita di chiamati, è la nostra intelligenza applicata al vangelo, è la nostra carità vissuta in prima persona, deve diventare il compito principale del mondo giovanile cristiano. Non sei giovane se non annunci. Non hai fatto qualche GMG, se non hai già fissato un percorso di testimonianza forte nell’ambiente che ami di più, anche se è un campo di calcio, un pub, una banda o la stessa tua famiglia.

21 Maggio
+Domenico

Gesù, conosciuto come il figlio del carpentiere: san Giuseppe

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,54-58)

Venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: “Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?”. Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua”. E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

Audio della riflessione

Per valutare una persona abbiamo sempre bisogno purtroppo di attribuirgli qualche miracolo, qualche notorietà, abbiamo deciso che il bene sta sempre lontano da noi. È irraggiungibile, lo portano solo i personaggi straordinari. Abbiamo un papà e una mamma che sono la fine del mondo, ma abbiamo occhi e orecchie solo per i santoni, teniamo un prete in parrocchia che è pieno di grazia di Dio, e andiamo a far chilometri per accontentare il nostro palato, abbiamo un compagno di lavoro abilissimo, ma dobbiamo imparare solo da qualche estraneo.  

Una volta si diceva molto banalmente che la minestra della zia è sempre più buona di quella della mamma. Nessuno è profeta in patria. Gesù era tutto d’un pezzo, era la Parola di Dio viva, efficace, piena di misericordia e invece i suoi compaesani dicevano: ma questo che vuole? Non è il figlio del carpentiere? Non sappiamo già tutto quello che può dire? Che novità ci sarebbero nella sua vita che noi già non conosciamo? 

Oggi diamo importanza a questo cenno fugace, che spesso noi non teniamo in conto. Davano Gesù per scontato, come noi diamo sempre per scontate le persone con cui viviamo. Siamo stati talmente tante volte assieme che pensiamo di possederle. Abbiamo fatto un cassetto, uno schema in cui incasellarle. Fanno così i genitori coi figli, i figli coi genitori, i maestri con gli alunni, tutti. Questo carpentiere è san Giuseppe ed è giusto che oggi a partire dal suo lavoro per mantenere la famiglia con Maria e Gesù abbiamo a meditare sulla sua figura. 

Un carpentiere che è stato coinvolto nella storia più grande e importante del mondo che è la vita di Gesù. Era innamorato perso di Maria, la voleva sposare; lei gli confida di essere incinta. Gli crolla il mondo addosso. Non dubita minimamente di Maria, ma si affanna, si addolora e pensa, tanto le vuol bene di caricarsi lui di questo difficile momento. Dio gli parla in sogno e gli confida il suo progetto e gli chiede: Vuoi far parte di questa nuova famiglia come padre, come responsabile primo della vita di Maria e di Gesù che viene da lontano, dalla nostra vita trinitaria a farsi uomo in Maria? 

Giuseppe dice sì e salva Maria nella sua dignità di donna e di madre, salva Gesù dalla cattiveria di Erode, fa l’emigrante per le strade del deserto; ritorna al suo paesello e lavora ogni giorno e alleva, custodisce, educa, insegna a Gesù a vivere e a lavorare, mantiene la famiglia di Dio. Resta sempre nell’ombra lui, il carpentiere che scrive con Dio la nuova storia del mondo. E noi desideriamo solo metterci sotto alla sua cura come Gesù. 

01 Maggio
+ Domenico

Non saremo mai abbastanza contenti di avere un Padre come Dio

Una riflessione sul vangelo secondo Matteo (Mt, 11,25-30)

In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Audio della riflessione

Padre è paternità, papà, babbo, una forza, un affetto, una sicurezza, una pace. È il nome che sempre Gesù dà a Dio. Nella religione ebraica non lo si poteva mai nominare per evitare ogni pericolo di renderlo simile agli idoli, e Gesù strappa l’immagine di Dio e la sua presenza dal regno della paura e del timore e lo colloca nel mondo degli affetti e dell’amore.  

C’è un rapporto ineffabile che si stabilisce tra Padre e Figlio, che non si può conoscere per ipotesi e tesi, per ricerche o teoremi, ma che solo ci è comunicato dall’amore filiale di Gesù. Il Signore del cielo e della terra è il nostro papà, Lui, l’onnipotente è vicino pur essendo altissimo, è tenero nella sua onnipotenza, è misericordioso nella sua giustizia. 

Il privilegio di conoscere Dio non è dei sapienti, che sanno come vanno le cose, degli intelligenti che le dirigono come vogliono, di coloro che negano tutto ciò che non possono produrre da sé stessi che non cade sotto il vaglio della loro visione e esperienza. La possibilità è riservata agli ultimi. Non è l’elogio dell’ignoranza, ma della sapienza, di quella forma di conoscenza che non è fatta dalla cultura colta che può sempre essere utile nelle cose di Dio, ma dalla saggezza della donna o dell’uomo di fede, la sapienza silenziosa propria del povero, la dotta ignoranza del puro di cuore, ben diversa dalla sapienza ignorante del furbo. Il Signore non è oggetto di rapina di nessuna intelligenza, bussa alla porta del cuore.  

Siamo contenti perché il Figlio vuole rivelare questi affascinanti segreti alle vite dei piccoli, alle semplicità dei poveri, ai sospiri che per il suo regno affliggono i suoi amici, ai tenaci per il regno, a quelli che andando controcorrente non sono stimati da nessuno, ai poveri che non hanno udienza presso nessuno. 

E noi sappiamo che in ogni uomo c’è la sapienza del fanciullo, il desiderio di affidamento a un papà, l’attesa di un abbraccio. E Dio lo garantisce a chi ha il cuore semplice. 

Abbiamo bisogno di trovare spazi di intimità, momenti in cui si stacca la spina, si tolgono le cuffie, si smettono i toni aspri del contendere, della sopraffazione o della rivincita, della tensione e della superficialità e rimaniamo soli con noi stessi e con Lui, pronto ad ascoltarci, a coccolarci, a ristorarci. 

Il mio peso non pesa, dice Gesù, la legge dell’amore non è un fardello da portare, ma un paio di ali per volare, è un carico che scarica, che rende leggeri. L’amore è una forza interiore divina: è lo stesso Spirito di Dio che ci dà la forza di vivere nella libertà e nella verità ed è la presenza amorevole del Padre.

29 Aprile
+Domenico

Solo Dio ci fa dono della verità, perché fra noi è sempre una conquista

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 28,8-15)

In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi.

Audio della riflessione

Dopo che Gesù è stato deposto nella tomba, i sommi sacerdoti e i farisei avevano detto a Pilato: «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore disse mentre era vivo: Dopo tre giorni risorgerò. Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, perché non vengano i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: È risuscitato dai morti. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Ma Pilato gli rispose: «Avete la vostra guardia, andate e assicuratevi come credete». Ed essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia”.  

Questo è il fatto precedente la mattina di Pasqua. Sigilli e guardia, a prova di furto. Racconta poi Matteo che, all’alba di Pasqua, mentre le donne si stavano recando al sepolcro, “vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve”. E qui Matteo descrive quanto è occorso alle guardie: “Per lo spavento che ebbero “di lui” le guardie tremarono tramortite“. 

 Dunque, le guardie hanno visto l’angelo scendere dal cielo, lo hanno visto rotolare la pietra assicurata dai capi del popolo e sedervi sopra. Hanno tremato tramortite, forse non sono riuscite a cogliere le parole dell’angelo alle donne, ma hanno di certo visto l’evento eccezionale che fugava ogni possibilità di furto del corpo di Gesù da parte dei discepoli. E questo hanno annunciato ai sommi sacerdoti!  

Un annuncio, dunque, è giunto anche a loro, ma avevano il cuore indurito, come quello del faraone. E un cuore indurito può solo partorire la menzogna già architettata. Non avevano creduto alle parole di Gesù circa la sua identità, lo avevano creduto un impostore quando annunciava la sua risurrezione, ed era menzogna. Ed essa, come sempre, ha bisogno di altra menzogna per legittimarsi come verità.  

Per questo, contemporaneamente alla corsa delle donne e degli apostoli sulle strade della missione, corre anche la menzogna, che spesso si fa persecuzione sanguinaria. Corre accanto all’annuncio del vangelo un altro annuncio, persuasivo, subdolo, falso. Per questo, al fatto della risurrezione che si compie ogni giorno nella Chiesa e nei suoi figli, nelle famiglie, nei posti di lavoro, ovunque arrivino e vivano i cristiani, si oppone sempre la menzogna architettata dal demonio. Il fatto non esiste, anche se è lì, autentico, visibile. È un’impostura dei discepoli, è il tentativo della Chiesa di fare adepti, di conquistare denaro e potere, è l’oppio dei popoli… 

È l’attacco del demonio al cuore degli apostoli, ancor prima che a quello del mondo. Ma essi hanno la certezza incrollabile che Cristo è risorto! Ha mangiato e bevuto con loro, lo hanno visto, cammina con loro ogni giorno! È Lui ad operare nella missione, come nella nostra vita di ogni giorno. La differenza è tutta in questa esperienza: gli apostoli l’hanno sigillata nel cuore e la rinnovano ogni giorno; i nemici di Cristo no, anche davanti ai segni e ai fatti non possono che opporre la propria carne malata e cieca d’orgoglio. Non possono credere, anche se la menzogna mostra tutti i suoi limiti: Come è possibile credere a delle guardie che, esercitate e formate proprio per vegliare e custodire, dormano tutte insieme nello stesso momento!? 

10 Aprile
+Domenico

Sabato Santo non è il giorno dell’ormai 

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 28,1-10)

Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba.
Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte.
L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto».
Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli.
Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

Audio della riflessione

Le donne il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento. 

Tutto doveva tornare come prima. L’avventura era finita così deve finire chi attenta alla tranquillità. Il Sabato Santo è il giorno della preparazione dei funerali, delle incombenze pratiche, della compassione: il giorno dell’ormai: purtroppo, non c’è stato più niente da fare. Regna sovrana la delusione e l’illusione, la rivincita per qualcuno, il rimorso per altri. 

Pilato che troppo presto se ne era lavato le mani è pieno di fastidi. Non quadra tutto come previsto il morto disturba ancora.  A Pilato non interessa proprio, ma gli strateghi del potere devono controllare anche eventuali mitizzazioni, sublimazioni, dicerie e ci mettono la guardia. È un cadavere da custodire gelosamente.  

Ma la mattina non c’è più. Le guardie ci sono, le bende pure, ma lui no. Prima è un timido affacciarsi di donne, poi le visite ufficiali, poi il rapporto dei “carabinieri” la questura, la scientifica, la TV, la diretta nel luogo. Le bende sono distese sulla pietra afflosciate su di sé, come se il morto fosse stato sfilato di sotto. Poco per volta dallo stupore, si passa alla gioia. È lui. È vivo. È di nuovo con noi. Stanotte stiamo rivivendo con segni quel fatto. È un fuoco che brucia, è luce che illumina, è pane spezzato che nutre, è acqua che rigenera. Quella morte ci ha cambiato, perché si è cambiata in vita. 

A Napoleone, nel pieno del suo successo, del suo dominio su tutta l’Europa, nel pieno del crollo di tutti gli stati ai suoi piedi gli dicono: perché non inventi anche tu una religione che consacri per sempre il tuo splendore? e lui sorprendentemente: dovrei prima farmi crocifiggere e poi risorgere e questo non lo posso fare. 

Questo è il centro della nostra fede e lo diciamo, lo crediamo, lo vogliamo, come l’esperienza determinante della nostra vita. Noi adulti ce lo vogliamo ridire e lo vogliamo comunicare a voi giovani. Non giudicateci troppo; siamo stati infedeli, è vero, non ve lo abbiamo sempre fatto capire bene. L’abbiamo vissuto come una strana abitudine, ma questa è la nostra fede. Aiutateci ad essere coerenti, voi giovani che non volete maschere, che non vi adattate alla mediocrità, che volete ancora sognare. 

 C’è subito in questa veglia qualcosa che tutti dobbiamo fare. Tra un poco ci domanderanno: credete? Rinunciate? A chi vi affidate? Che vita volete condurre? Qui dobbiamo essere coerenti. Si, mi affido a questa speranza!  Voglio avere una esistenza, impostata così integralmente sulla speranza? Voglio condurre una vita, la cui mira va oltre tutto ciò che noi possiamo vedere, misurare, dimostrare?  

Rinuncio a farmi leggi da me stesso? a far diventare i soldi il mio padrone? a vendere il mio corpo a pezzi? Ad affidare alle sostanze la mia vita, a fare differenze tra bianchi e neri, a spegnere le piccole speranze che ogni vita coltiva? Apro la mia esistenza al mondo della fede che mi assicura in Dio un padre? So affidarmi alla volontà di Dio? Tento di vederlo all’opera in ogni buona opera? Mi affido alla sua Parola come criterio del mio vivere? Rinuncio a pensare alla vita come a un caso, a un cieco destino? Credo che ci aspetti una vita piena come regalo iniziato da Cristo proprio in questa santa notte? Da bambini al nostro battesimo hanno risposto i nostri genitori. Stanotte tocca a noi, è la nostra risposta a questa santa resurrezione. 

8 Aprile
+Domenico

Amico! Gesù dillo sempre anche a noi

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 26,14-25)

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.
Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

Audio della riflessione

Siamo tutti piccoli o grandi traditori. Tutti un giorno o l’altro abbiamo venduto la fiducia che qualcuno ci aveva regalato per fare i nostri interessi, abbiamo tutti un tiro pronto alla schiena, una menzogna per salvarci la faccia, una amicizia che abbiamo usato per il nostro egoismo, un giuramento sulle cose che abbiamo più care, per salvarci in extremis da una verità che non abbiamo il coraggio di dire e che ci brucia dentro. Non ci interessa se facciamo del male, se feriamo, abbiamo solo urgenza di salvarci la faccia perché non abbiamo la forza di guardarci dentro e di accettarci per quello che siamo.  

C’è un tradimento che oggi risuona nell’atmosfera severa delle chiese, che viene letto e riletto, messo davanti a nostra confusione, collocato in vetrina per potercisi specchiare. È il tradimento di Giuda. Lui, l’amico, il confidente, la persona che Gesù ha caricato di tutta la sua volontà di coinvolgerlo nel piano di salvezza. Lo conosceva, sapeva che era un sicario, che nel suo sangue bolliva urgenza di cambiamento, di rivoluzione. Aveva voluto trascinarlo nella rivoluzione dell’amore, ma non ce l’ha fatta. Lui Giuda si è ripreso la sua libertà. Ha seguito per un po’ Gesù, ma non è riuscito a trasformare il suo odio in amore, la sua ideologia della violenza in visione evangelica di cambiamento delle coscienze.  

Quei trenta miseri denari, che gli scotteranno subito tra le mani appena monterà nella sua anima la vergogna al solo loro tocco, risuoneranno metallici e striduli sotto le arcate cupe dei palazzi del potere. Non saranno la musica dei singhiozzi di Pietro, ma il riso satanico di chi ha venduto la sua anima al Divisore. 

Il mistero dell’iniquità si è fatto vivo e non smetterà mai di tormentare l’uomo, di tentarlo sempre di tradimento. 

Ma Gesù tenterà l’ultima carta e lo chiamerà amico, rievocherà con quel nome tutti i tentativi di forzare la cattiveria che albergava nel cuore di Giuda. Amico, è una parola che ci vogliamo sempre sentire da Gesù, perché sappiamo che Lui è un Dio che non ci abbandona mai.

5 Aprile
+Domenico

Domenica delle Palme: Gesù, solenne, inizia gli ultimi passi verso la meta

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 21,1-11)

Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito». Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Dite alla figlia di Sion: Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma». I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!».Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».

Audio della riflessione

Ho visitato tante volte i luoghi che la lettura della passione ci presenta e che tutti oggi è giusto ascoltare di nuovo. Ho rivisto quell’orto tragico, quei luoghi di tortura di Gesù, i tragitti che ha fatto, ho rivissuto quella sua struggente cena nel Cenacolo. Siamo oggi introdotti direttamente in quella settimana che chiamiamo santa, attorno a cui si condensano tutte le accorate e compassionevoli capacità dell’uomo di rivivere la morte e la risurrezione di Gesù.  

In Gerusalemme, alla chiesa di san Pietro in Gallicantu, che ricorda il canto del gallo che ha fissato Pietro nel suo tradimento e Gesù nella sua solitudine, ma anche il suo perdono al futuro papa, c’è un mosaico che fa vedere Gesù imbragato come se stesse per essere calato in una cisterna. All’interno si può visitare la cisterna che fu la sua prigione in attesa del giudizio di quella notte del Getsemani. Qui i primi cristiani hanno firmato con tante croci la loro partecipazione al dolore di Gesù, degli apostoli, che in seguito, vi furono imprigionati perché non smettevano di parlare di Gesù. Sono i dolori di tutti i cristiani che in questa settimana vogliamo avere davanti agli occhi e soprattutto nel cuore. 

Come i discepoli entriamo un po’ alla volta nella consapevolezza del momento culminante della vita di Gesù. Anche noi nel simbolo abbiamo fatto salire Gesù sull’asinello, abbiamo steso se non i nostri mantelli le nostre vite, abbiamo tagliato i rami dagli alberi d’ulivo che caratterizzano tanti nostri paesaggi, abbiamo cantato quel famoso osanna che rimarrà per sempre nella liturgia della chiesa. Il vangelo di Luca usa le stesse parole del canto degli angeli sulla grotta di Betlemme. 

Lo canteremo anche oggi al sanctus e avrà ancora di più il suo significato. Signore che vieni sull’altare nell’Eucaristia, nel corpo e sangue di tuo figlio Gesù, noi ti adoriamo, ti scongiuriamo, salvaci. Ti stiamo attendendo ogni giorno e siamo felici che tu venga tra noi. Osanna nell’alto dei cieli. Come pellegrini andiamo verso di Lui e lui pellegrino con noi ci viene incontro e ci coinvolge nella sua ascesa verso la croce e la salvezza e ci fa compagnia e ci dà forza nel suo corpo e nel suo sangue, ogni giorno, perché ogni giorno è una lotta tra il bene e il male.  

Gesù ti vogliamo fare compagnia in questa settimana con i nostri familiari, i nostri amici, le nostre pene e le nostre gioie. Non stiamo allestendo spettacoli, ma rinnovando la nostra fiducia in te; la nostra solidarietà con i fratelli e vedere te in ciascuno di loro. Oggi decidiamo di stare con te, Gesù, fino alla tua risurrezione che è speranza, certezza, punto finale della nostra vita.  

2 Aprile
+Domenico

Giuseppe sarai per Gesù la roccia della sua infanzia

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 1,16.18-21.24)

Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore.

Audio della riflessione

Alle spalle della bella e benedetta figura di san Giuseppe c’è il decisivo convergere di Gesù nel progetto trinitario. Si fa in cielo una riunione importantissima: si mettono al tavolo Dio Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. E vedono che l’unica strada da percorrere è di parlare all’uomo in una forma del tutto nuova. Occorre immergersi nella loro vita e da lì liberare e farli crescere veramente liberi. Chi ci sta di noi tre a realizzare questa sorta di nuova creazione?  

Il figlio disse. Eccomi, manda me. Io ci vado proprio molto volentieri; tu, papà decidi quello che vuoi, dobbiamo assolutamente riuscirci non venendo meno a nessun nostro sogno, in cui abbiamo rischiato tutto sulla loro libertà. Io mi terrò sempre in contatto con te. Dio Padre sceglie la madre Maria, ma per suo figlio gli occorre pure un padre speciale, perché il figlio è suo e lì in terra ha bisogno di un padre che tocca, che vede, che ama e sceglie Giuseppe. 

E a Giuseppe, lo sposo di Maria chiede l’impossibile, ma glielo chiede: “Giuseppe, non temere, è da sempre che sto pensando alla tua onestà, alla tua giustizia, alla tua grinta, al dolcissimo amore che ti lega a Maria. Mi ha affascinato la tua delicatissima relazione con Maria. In questo vostro amore meraviglioso, noi, la Trinità, vogliamo deporre Gesù, il Figlio di Dio.  

Quel bambino è la Parola, che era fin dal principio, è il nostro essere persona umana. Lo affido alla tua saggezza, alla tua serena umanità, alla tua forza di padre. Non avrai una vita in discesa, come non la avrà Gesù, ma tu sarai per lui la roccia della sua infanzia e della sua giovinezza. Sogneremo insieme il bene di questo mio figlio, che affido a te.” 

Ogni amore umano tra uomo e donna chiama in causa l’amore di Dio, ne è una degna, ma velata immagine. È Dio che si dà a vedere nell’intensità di amore tra i due. Per Giuseppe e Maria in questo amore non c’è solo l’immagine, ma compare proprio Lui, la sorgente dell’amore, il suo senso, la completezza, la pienezza, Gesù. Siamo partecipi per la Parola di Dio a questa storia infinita di amore, questo intreccio di volontà e di attese, di dialoghi e di accoglienza, devono caratterizzare tutte le nascite dei figli di Dio.

20 Marzo
+Domenico

La spontaneità e la norma possono convivere

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,17-19)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».

Audio della riflessione

Siamo in un tempo che non ama troppo le norme, le regole. Vogliamo essere noi regola a noi stessi, non ponendocene nessuna perché spesso viviamo alla giornata, navighiamo a vista. Certo, la spontaneità è un grande valore e una grande forza e non deve essere repressa. Perché la vita è spontaneità. La vita tanto più è «vita» quanto più sgorga liberamente da sé stessa, quanto più è audacia ed avventura imprevista, e quanto meno è «borghesemente» indirizzata su vie già sperimentate che danno sicurezza. 

È giusto rifiutare e condannare la coercizione nelle nostre attività. Purtroppo, ci siamo costretti dall’isolamento e dal senso di impotenza che provengono dal vivere in una società come la nostra; è giusto rifiutare e condannare l’attività dell’uomo-automa, attività che si riduce ad assimilazione di modelli suggeriti dall’esterno. È giusto proporsi l’obiettivo di una libera attività del proprio io che sia espressione di tutto l’essere, della personalità e della piena integrazione tra le diverse sfere della vita, intellettuale, affettiva, sensitiva. 

Ma questa è una faccia soltanto della realtà. L’altra faccia è il rischio di andare «oltre»: di far scadere cioè la spontaneità e l’originalità a instabilità, irrequietezza, disordine ed anche a cattiveria e malvagità.  Da questo rischio ci salva la «norma», la quale dà alla nostra vita un ordine, la inserisce in una sintesi. Gesù ai suoi ascoltatori appare rivoluzionario, ha autorità per andare oltre le mille leggi che il pio ebreo si trovava a dovere osservare, ma sa che nella strutturazione di una propria personalità e nell’edificazione di sè come soggetto umano maturo ed adulto, la legge, le norme, le regole hanno un ruolo ineliminabile: insegnano a non rimanere prigionieri delle proprie pulsioni e dei bisogni immediati e danno, così, l’accesso alla vera libertà, sono il punto di arrivo di una paziente azione educativa di Dio nei nostri confronti. 

La legge protegge il bene comune, ma protegge anche la libertà personale, la quale altrimenti sarebbe soggetta ad ogni forma di violenza, perché il bene supremo per gli umani non è la libertà: è l’amore. E Dio proprio questo è venuto a testimoniarci, per questo non ci abbandona mai e ha posto il suo amore su quella croce. 

15 Marzo
+Domenico