Devi deciderti ad usare il tuo occhio solo per il bene

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6,19-23)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.
La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!».

Audio della riflessione.

Ogni uomo aspira a diventare ricco o per lo meno a darsi una sicurezza, a mettere da parte un gruzzolo che tolga le preoccupazioni principali di una vita e di una famiglia. C’è chi va oltre il gruzzolo e pensa proprio alla ricchezza, che diventa potenza, superiorità talvolta immagine, vanagloria, superbia pure, ma tiene i piedi per terra e cerca la sicurezza contro disavventure, fallimenti e la possibilità di avere tutte le soddisfazioni che il benessere economico può dare.  

Il crinale tra la giusta preoccupazione per i beni materiali e un pensiero anche ai beni spirituali si fa spesso più labile a seconda del tipo di preoccupazione che si nutre. Qualche schiavitù la sperimentiamo tutti nonostante quel tanto di fede che ci fa pensare come dice papa Francesco che il sudario (così lui chiama il vestito del morto), non ha tasche e non si è mai visto dietro un funerale una ditta di traslochi. 

La ricerca egoistica dei beni materiali sottrae tempo ed energie all’acquisizione dei beni del cielo e rende l’uomo schiavo delle cose che possiede e desidera. Diamo per saggio che ciascuno deve avere qualcosa o qualcuno a cui dedicare le sue attenzioni e le sue forze. Il problema è la scelta di questo qualcosa cui il cuore in qualche modo si attacca. Noi sappiamo che tendenzialmente diventiamo quello che mettiamo al primo posto. Se ci mettiamo le cose diventiamo come le cose, se amiamo Dio ci avviciniamo a Lui. 

L’uso delle cose è buono fino a quando non diventa ostacolo per seguire Cristo e amare i fratelli. Il cristiano non può essere schiavo di nulla e di nessuno perché “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi” (Gal 5,1). Il cristiano sì distacca e dona l’avere per ottenere l’essere: essere come il Padre. 

E qui Gesù mette in campo l’occhio, che sta come simbolo del cuore. L’occhio buono è quello che accoglie la luce che gli viene da Gesù; mentre l’occhio cattivo, il cuore cattivo rifiuta Gesù. È evidente che l’occhio o il cuore che non lasciano entrare questa luce immergono tutta la persona nelle tenebre.  

Il cuore dell’uomo dev’essere orientato a Dio e vivere nella ricerca che non si ferma alla ricchezza, ma sa andare oltre verso le braccia di Dio, allora tutto l’uomo è nella luce. Se invece si perde nella ricerca dei beni materiali diventa cieco e tutta la sua persona si scava il vuoto e le tenebre. Occhio non ottenebrato e cuore sono espressioni che indicano la giusta relazione con Dio, dal quale ogni persona viene totalmente illuminata. L’occhio cattivo invece è simbolo dell’invidia, dell’avarizia, dell’egoismo ed è l’anticamera della tenebra totale e definitiva, espressione che non attenua molto l’idea di una perdizione eterna.  

Il Signore purifichi sempre i nostri occhi perché siano abilitati a contemplare la bontà di Dio e aiutare i fratelli a farsi un modo più pulito di guardare alla vita. 

23 Giugno
+Domenico

Dio nostro, tu ci sei proprio un papà

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6-7-15)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».

Audio della riflessione.

La preghiera è un atteggiamento tipico di ogni uomo. Ciascuno di noi prega qualche volta nella vita. È una reazione spontanea a un momento di dolore, un canto per un momento di gioia. Sentiamo che la vita non ce la siamo data noi, il mondo non è opera nostra; ci sentiamo regalati in ogni momento. Chi pensa al caso forse può fare a meno di pregare, allora si affida spesso alla scaramanzia, alla magia, a qualche pratica irrazionale.  

Gesù pregava molto e passava notti in dialogo con Dio. Faceva impressione ai suoi discepoli vederlo assorto e beato in Dio, tanto che gli hanno chiesto: insegnaci a pregare. E ne è nata una preghiera che abbiamo imparato e che a fior di labbra ogni tanto diciamo.  

Padre nostro, né solo mio, né solo tuo, ma di tutti noi che viviamo su questa terra, di coloro che ci hanno preceduto e che ci seguiranno. Per noi sei un papà; ci sentiamo bisognosi di essere sorretti dalle tue braccia forti e amorose, ci possiamo perdere, ma vogliamo essere sicuri che fuori dalle tue braccia non cadremo mai. Abbiamo un padre e una madre che tu ci hai regalato, che ci sostengono nella vita, ci accompagnano, ma poi ci devono lasciare soli; anche noi diventiamo padre e madri a nostra volta, facciamo fatica ad esserlo sempre come vuoi tu, per questo delle tue braccia solide abbiamo sempre bisogno.  

Sappiamo di stare a cuore a te, sappiamo che non ci abbandoni, anche quando non riusciamo a capire che cosa ci capita nella vita, quando siamo provati da sofferenze che pensiamo ingiuste e inutili, insopportabili e esagerate. Ma sappiamo che anche tu da padre hai visto soffrire tuo figlio e non lo hai abbandonato, lo hai sorretto e gli hai dato la risurrezione, gli hai regalato una vita piena, inimmaginabile, la vita che vuoi dare a tutti noi. Non conosciamo la tua volontà, tu reggi il mondo, tu non sei amato da tutti, molti ti odiano e ti offendono, ma sappiamo che tu vuoi a tutti solo bene e la tua volontà è sempre e solo amore nei nostri confronti anche se non riusciamo a capirla e a viverla.  

Siamo sempre in attesa di un mondo nuovo che vogliamo costruire assieme con te e che tu ci regali oltre ogni nostro merito. Ci sentiamo debitori di tutto con Te, ma tu ci immergi nel vortice del tuo perdono, perché anche noi diventiamo capaci di perdonarci gli uni gli altri Tu tienici sempre come tuoi figli, conosci le nostre fragilità, non ci lasciare impantanati in esse. Noi ci fidiamo di te, e sappiamo che ci liberi tutti dalla presa del male su di noi. 

22 Giugno
+Domenico

Stiamo davanti a Dio e a noi stessi

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6,1-6.16-18)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. 
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. 
E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. 
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Audio della riflessione.

Il culto della immagine è una sorta di malattia del secolo, anche se, per come ce ne parla il vangelo, è una tipica trappola tesa ad ogni uomo di ogni tempo. Fare del bene per farsi vedere, fare gesti buoni per accreditare una immagine bella di sé, fare elemosina per commuovere e ottenere riconoscimento, pregare per dare l’idea di essere religioso, evidentemente solo là dove questo atteggiamento è valorizzato. La tentazione costante è quella di uscire da sé non per altruismo, ma per un bisogno di riconoscimento. Se non hai l’approvazione di chi sta fuori di te non ti muovi, non osi andare controcorrente, tutto deve essere omologato da altri. È la tentazione di un adolescente che sta ore allo specchio per immaginare che cosa gli altri penseranno di Lui, che non riesce ad andare contro la banda.  È una vita controllata, senza interiorità, senza spazio intimo di crescita e di dialogo con la propria coscienza, con quel sacrario interiore che giudica la nostra vita nella sua profondità. È un atteggiamento subdolo di idolatria, perché si mette al centro se stessi e a sé stessi si sacrificano tutti i nostri pensieri e per il nostro vantaggio si intessono relazioni e calcoli. E da idoli, si subiscono i ricatti degli altri che diventano tiranni da servire. 

Gesù è di altro avviso: non sappia la tua sinistra quello che fa la tua destra; quando fai elemosina non suonare la tromba, quando digiuni non presentare una faccia triste, ma profumati il capo e le vesti. Non è l’occhio dell’altro il tuo specchio, ma l’occhio di Dio, quello che ti penetra fin nel midollo, quello che sprofonda nella tua interiorità. Noi dobbiamo scegliere da chi farci giudicare. Non sono le lapidi l’attestato del nostro operare e della nostra vita. Quelle servono forse a fare la storia dei grandi, ma non il tessuto d’amore che tiene assieme la vita del mondo.  

Siamo sempre chiamati a stare davanti a noi stessi e a stare davanti a Dio. Lui è il nostro giudice, Lui è da contemplare per avere luce e discernimento su ogni nostra azione, Lui è il Signore di tutto e di tutti, Lui è la nostra felicità, Lui è anche la nostra strada della vita. Lui ha detto: io sono la via la verità e la vita. Non è un riferimento esterno, una indicazione di come orientarci, ma la certezza di una compagnia nell’esistenza di tutti i giorni. È il cielo aperto su di noi e dentro di noi sempre. 

21 Giugno
+Domenico

Se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,43-48)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 
Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Audio della riflessione.

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Certo l’uomo nella sua esistenza, dotato di intelligenza e di cuore, non vive solo di istinto, non si lascia guidare dal caso, pensa, ha una coscienza, sviluppa il ragionamento, ha scritti in sé dal Creatore, diciamo noi che crediamo, atteggiamenti di bontà, di condivisione, di solidarietà. Ha qualcosa di più dell’istinto. Se siamo fatti a immagine di Dio, significa che siamo fatti bene.  

Solo che il peccato, il male ha inquinato la creazione, ha deturpato e rovinato i sogni di Dio e i comportamenti dell’uomo; da allora se vogliamo una vita bella e felice dobbiamo fare un salto di qualità: non è più sufficiente essere buoni, occorre amare di più, non è sufficiente comportarsi bene tra noi, ma occorre essere buoni con tutti anche con i nemici, coloro che ci fanno torti. Se amate quelli che vi amano, che merito ne avete? Lo fanno tutti, ogni uomo che ha un minimo di buon senso si comporta bene con chi gli vuole bene.  

Per il regno di Dio, il buon senso non basta, la legge dello scambio non è sufficiente, il politicamente corretto è troppo poco. Il modello di comportamento per un cristiano è la perfezione del Padre. La meta è altissima, impossibile da raggiungere con le nostre forze; soltanto sorretti dallo Spirito, portati sulle spalle di Gesù, il buon Pastore, è possibile mettersi sulla strada della perfezione e del bene. L’amore al nemico non toglie che ci siano leggi che aiutano il rispetto, che controllano i comportamenti errati e definiscono diritti e doveri, pene e riabilitazioni, giustizia nei rapporti interpersonali e sociali, ma tutto questo lavoro ha bisogno di un colpo d’ala, che è appunto l’amore verso i nemici. 

I martiri cristiani hanno sempre saputo perdonare e dare la vita per dei fratelli che li uccidevano, che non hanno mai ritenuto nemici. 

La tentazione di riportare la vita del cristiano sempre e solo a comportamenti ovvi di buona educazione, di correttezza, di plausibilità umana è forte. La vita cristiana chiede di più, chiede di perdonare le offese, di morire per gli altri, di affidarsi alla preghiera, di amare oltre ogni misura, di andare controcorrente, di accogliere ogni vita nascente e di vivere ogni momento di sofferenza per amore di Gesù. La misura è la santità, non la correttezza.  

Come viviamo noi, con la nostra fatica ad essere passabili, a fare una vita da santi, come la vuole il Signore? È Dio che opera in noi se noi ci affidiamo a Lui. Nulla è impossibile a Dio! 

20 Giugno
+Domenico

La giustizia faccia il suo corso, ma noi vi perdoniamo  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,38-42)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
 «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio” e “dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.
E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due.
Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle».

Audio della riflessione.

Nel nostro mondo di oggi sta aumentando vertiginosamente il contenzioso. Più una società diventa per così dire civile, più cresce il numero degli avvocati e degli assicuratori. Vuoi essere garantito su tutto, perché l’altro lo vedi sempre in agguato contro di te. Assistiamo a una esasperazione dei diritti del singolo contro la possibilità di far interagire le persone in una convivenza, possibilmente in una comunità.  

C’è una divergenza? Faccio mandare la lettera dall’avvocato. Penso di aver subito un torto? Mi consulto su quale potrei anch’io ritorcere per essere almeno alla pari. Una volta questo comportamento lo chiamavano la legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente; oggi lo si chiama rispetto dei diritti. La legge del taglione ci fa tornare alla barbarie, anche se forse la situazione in cui viviamo è ancora peggio perché lo strapotere di qualcuno a ogni occhio ne fa corrispondere due e a ogni dente rovinato si prende il diritto di devastare tutta l’arcata dentaria. A ogni torto una condanna a morte; ad ogni sgarro una ritorsione che distrugge una vita. 

Gesù anche qui è sempre grande. Porgi l’altra guancia. Non è un gesto di paura o di ignavia, ma di grande coraggio. Rispondere col perdono al torto subito è l’unica possibilità spesso di fermare la catena di vendette, di guerre, di violenze che insanguinano paesi, nazioni e spesso famiglie. Porgere l’altra guancia è togliere ogni ragione di continuare a fare del male, spegnere la lite con l’amore. L’invito di Gesù è liberante. Sei tu che deve decidere che cosa significa per te porgere l’altra guancia; talvolta vuol dire resistere, altre volte accettare, altre ancora opporsi, ma sempre con l’intenzione di offrire pace, ravvedimento, perdono. E quante vite sono state salvate perché i figli, la moglie, i padri hanno saputo perdonare gli assassini dei loro congiunti.  

 Ancora in questi tempi si pensa che chiedere giustizia sia una vendetta; invece è desiderio che ciascuno si prenda la responsabilità di quello che ha commesso e, se c’è anche il perdono, possa vivere la pace del ritorno alla bontà. Chi perdona non è mai stato del parere di “buttare la chiave”, ma di pregare, sperare e esprimersi per un ravvedimento e una prospettiva che il colpevole possa rifarsi la dignità perduta nell’uccidere. Le famose Brigate rosse hanno cominciato a ravvedersi a partire dal perdono che ha espresso il figlio di Bachelet agli assassini di suo padre ai funerali  

Il perdono esige forza; è un vero dono di Dio. Infatti, è nato da Lui e noi tutti siamo vivi, siamo felici, abbiamo speranza proprio perché siamo frutto del perdono di Dio. Dio ha messo a nudo la sua guancia quando ha messo Gesù nelle mani dei suoi crocifissori, noi, del resto. Pensavamo di aver vinto, ma quel suo amore ci ha cambiati. Possiamo sicuramente sperare di essere così anche tra di noi.

19 Giugno
+Domenico

I pochi operai della messe, non sono i preti, ma ogni credente

Una riflessione sul vangelo secondo Matteo (Mt 9,36-10,8)

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù invò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

Audio della riflessione.

La nostra vita cristiana spesso si sviluppa solo entro gli angusti confini delle nostre strutture ecclesiastiche. La sete di Dio oggi abita nelle coscienze di molte persone, ma noi cristiani spesso stiamo abbarbicati nei nostri comodi e pacifici spazi.  

L’abitudine a isolare il cristianesimo o alla coscienza privata o alle nostre sacrestie è un insulto al vangelo, è una ingiustizia nei confronti dei tanti che hanno bisogno di Dio, hanno sete di lui e se lo vedono sottrarre dai nostri comodi loculi.   

Il mondo non è una sterpaglia, dice Gesù, non è una landa di ululati solitari, non è un groviglio di domande assurde, non è una accozzaglia di casualità senza senso: il mondo è una messe; è un terreno fertile, in esso è già maturato da sempre un desiderio, è saturo della attesa di uno sbocco, aspetta solo che qualcuno dia inizio a una mietitura.  

Gesù dice che il mondo è una messe che ha bisogno di operai che la raccolgono. Ci viene offerta su un piatto d’oro una sete e noi, che custodiamo la sorgente, non la mettiamo a disposizione; ci viene offerto un campo maturo e noi non siamo capaci di raccogliere i frutti.   

Credere è anche accorgersi della sete di Dio che c’è nel mondo e offrire la sorgente; è portare a compimento una attesa con il dono della sua Parola. Il mondo è pieno di gente che ha sete di Dio e non c’è nessuno che l’aiuta a spegnere la sete a una sorgente; c’è tanta gente che spera in una salvezza e deve fare la fila dai maghi; molti sentono il bisogno di avere certezze e si rivolgono agli oroscopi; molti giovani hanno domanda di Dio e gli rifilano la droga; tanti uomini e donne desiderano il perdono, la pace interiore, e si devono accontentare dei calmanti. Tutti cerchiamo un senso alla nostra vita, una risposta alle nostre domande più profonde e spesso siamo costretti a vivere alla giornata.  

Oggi c’è molta più domanda di Dio di quante siano le possibilità di trovare risposta. C’è domanda di spiritualità, di preghiera, di al di là, di trascendente, di certezza, di direzione vera da prendere nella vita e non c’è chi ci aiuta a trovare la strada. Oppure c’è, ma la direzione di chi cerca non incontra la direzione di chi offre. Gesù aveva intercettato tutte queste domande e le aveva esaudite, ma sentiva ancora più a fondo questa sete incoercibile; la gente che incontrava gli faceva compassione, gli strappava il cuore.  

Gesù ha compassione della gente stanca, sfinita e sbandata. Sono tre aggettivi che possono ben fotografare noi uomini e donne di oggi, giovani inesperti e in balia di tutte le possibili novità e adulti disorientati a guardare continuamente indietro e a sperare di riportare il mondo come era prima.  

Per questo ha preparato quel suo gruppo sparuto di pescatori, di gente semplice. Andate, non vi preoccupate, non v’organizzate con soldi o previdenze. È troppa l’urgenza: parlate, condividete, guarite, alleviate sofferenze, date segni della salvezza che vivete e fate tutto gratuitamente. C’è ancora qualche cristiano che percepisce questa sete, che è disposto a lavorare in questa messe? O facciamo finta di niente? Gesù quando ha detto questo non era in cerca di preti, ma di cristiani.

18 Giugno
+Domenico

Cuore squarciato d’amore per l’umanità  

Una riflessione sul vangelo secondo Matteo (Mt 11-25-30)

In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Audio della riflessione.

Siamo spesso tentati di pensare, forse anche perché ce ne viene data l’impressione, che la religione, sia una esperienza complicata, fatta di ragionamenti difficili, di contorsioni del pensiero, di complicazioni, non all’altezza di tutti. Molta gente spesso dice: se io vengo in parrocchia o in comunità voglio solo fare qualcosa di concreto, non farmi stare con le mani in mano a parlare, a fare elucubrazioni, a complicare la vita. Ne danno forse l’idea certi modi di presentare la dottrina della fede, certa predicazione. La vita cristiana invece è semplice. È stare a contemplare, a gioire, a rallegrarsi di avere un papà, di stare a cuore a un Dio che si manifesta nella misericordia e nel perdono, è avere il cuore di un fanciullo che si fida di suo padre, è sentirsi sempre coccolati da un Dio che stravede per noi e ci vuol vedere crescere, come ogni papà.  

L’immagine più bella della vita cristiana è quella di una famiglia di persone che si vogliono bene, che si cercano l’un l’altro, che si riconoscono in un amore che passa da padre a figlio, da fratello a fratello, da grandi a piccoli. E tutto questo dentro una vita fatta di fatiche, di sofferenze, di impegni anche difficili, di pesi da portare, di problemi da affrontare, di situazioni complicate in cui spesso veniamo a trovarci e impossibili da districare.  

Le nostre vite di oggi soprattutto hanno sempre da misurarsi con l’ansia, la tensione, la paura, la corsa, l’affanno. Dal primo risveglio del mattino fino a sera è un continuo muoversi, spostarsi, fare, rispondere, chiamare. E quando c’è un momento di pace, qualcuno che non prevedevi ti chiede aiuto o qualcuno che vive alle spalle degli altri ti provoca a uscire da te stesso per accogliere e perdonare. Ma è proprio tutta così la nostra vita? È sempre e solo frenetica?  

Quelli che seguivano Gesù avevano spesso la frenesia dell’azione e con essa anche la sensazione di essere svuotati, talvolta lo scoraggiamento e la delusione. Gesù si pone nel concreto di ogni nostra fatica per essere forza e consolazione: venite a me voi che siete stanchi, che non ce la fate più, voi che non riuscite a trovare pace nella vostra vita frenetica e dispersiva, nelle vostre relazioni ingarbugliate e ossessive. 

 Venite voi che vi sentite di nessuno, perché tutti sono indaffarati a guardare a sé stessi e non colgono i vostri bisogni veri e io sarò per voi la serenità, la forza, la pace, la sorgente di acqua fresca nella calura del meriggio. Io sto con voi e vi apro il cielo di cui avete bisogno per vivere felici. Il Sacro Cuore è il simbolo che dice tutto questo, è un cuore squarciato d’amore per ogni persona. 

16 Giugno
+Domenico

Chi ama deve vivere con amore ogni relazione umana  

Una riflessione sul vangelo secondo Matteo (Mt 5,20-26)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
 «Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
 Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
 Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
 Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!».

Audio della riflessione.

C’è sempre una strana tendenza nella nostra religiosità di oggi che è quella di fare della esperienza religiosa una nicchia. Ci sono dei momenti intensi di fede e altri di materialità concreta. Giorni religiosi e giorni atei, giorni di esperienze quasi maniache e magiche e altri di assoluto indifferentismo. Era forse il metodo antico dei pagani che isolavano in qualche spazio separato queste pulsioni religiose, le davano risposta per chiuder un buco che ogni tanto si apriva nella vita e poi il resto era senza Dio. Così si potevano creare i luoghi delle pratiche religiose, i luoghi e gli spazi di queste esaltazioni, persone adatte e specializzate per questo.  

Esistono testimonianze storiche imponenti di questo modo di pensare il rapporto degli uomini con la divinità. Il tempio della dea fortuna di Palestrina ne è un esempio macroscopico. Qui si veniva per dare sfogo al bisogno religioso, a idolatrare la dea fortuna, a tentare di leggere il futuro, altrove si svolgeva una vita indipendente. 

Ma da quando Dio si è fatto uomo in Gesù, anche il mondo religioso è cambiato radicalmente. Lo stesso Israele ha avuto una scossa difficile da dominare. Il rapporto con Dio non è vissuto prima di tutto in un tempio, in un luogo sacro, perché è la vita il vero luogo sacro ed è in essa che si deve vivere il rapporto con Dio. Gesù ha avuto il coraggio di cambiare la religione da un rapporto astratto e fuori dal mondo a una relazione che coinvolge tutta la quotidianità dell’uomo. Non ci sono più zone profane sottratte alla relazione con Dio, ma tutto quello che è vita è strada che porta a lui. L’esperienza più determinante della vita sono le relazioni e quindi Dio o lo si inscrive, lo si cerca, lo si trova, lo si ama nelle relazioni con le persone, altrimenti è un idolo comodo che ci aliena dalla vera vita.  

Ecco allora il severo, ma preciso insegnamento di Gesù: Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono. È comunione con Dio e tra gli uomini la vera fede, non è inventarci Dio per scavalcare le relazioni umane. Qui sta l’impegno di ogni uomo e di ogni donna; su questo si è misurato Gesù, tanto da essere per noi, nell’intreccio di tutte le nostre relazioni umane, il Dio che vi infonde tutto l’amore possibile. 

15 Giugno
+Domenico

Il presente è la necessaria elaborazione del passato per creare un vero futuro

Una riflessione sul vangelo secondo Matteo (Mt 5,17-19)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento.
 In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».

Audio della riflessione.

Siamo in tempi di grandi cambiamenti, ancora più destabilizzanti perché avvengono in fretta. Noi adulti facciamo fatica ad adattarci. Ieri i nostri genitori ci facevano da maestri per tutte le cose della vita, oggi con i giovani dobbiamo farci insegnare tutto: a fare gli sms sul cellulare, a usare il computer, a leggere Internet, a fare la spesa più conveniente, a impostare la stessa azienda. Ma papà non si fa più così oggi. Sei fermo ancora al secolo scorso. È vero anche se è appena passato da cinque anni. Quello però che ci mette più in difficoltà è questa liquidazione del passato, questo continuo orientarsi al moderno quasi fosse per natura sua sempre più adatto, più bello, più vero perché è di oggi.  

Gesù vive in tempi di grandi cambiamenti, di assoluta novità. È Lui che lo provoca, è lui che continuamente annuncia la buona notizia, la novità assoluta, la presenza di Dio nel mondo nella sua persona. Lui è il nuovo per eccellenza e spinge gli uomini a cambiare tutto, a fare nuove tutte le cose, a non vivere di pezze come sempre ci si accontenta di fare. 

Ma una cosa chiara dice Gesù: il nuovo che lui porta non è trascurare la legge che Dio da sempre ha scritto nel cuore degli uomini, non è liquidare il passato con il suo bagaglio di esperienze necessarie per capire il futuro. Lui non disprezza nessun comandamento che Dio nella sua delicatissima pedagogia ha voluto come tappe di un cammino di crescita. Si mette nella stessa linea e la porta a compimento.  

I figli portano a compimento ciò che i genitori hanno iniziato, lo volgono al bene come appare alle loro nuove esperienze, non disprezzano il passato, le tradizioni; sanno andare in profondità a cercare le ragioni che hanno dato calore a quei comportamenti che oggi nella loro attuazione sembrano superati. Il mondo va avanti così. Il presente è la necessaria elaborazione del passato per creare un vero futuro, è il discernimento di tutte le energie, i doni che Dio ha fatto crescere nella storia per far crescere il suo Regno. La speranza è proprio basata sulla certezza che Dio sta sotto questa continuità e la fa crescere verso nuove mete. A noi apprezzarle e non buttarle.

14 Giugno
+Domenico

Sapore e luce per la vita! Sant’Antonio ci aiuti ad esserlo

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,13-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Audio della riflessione.

Dice Gesù: voi siete il sale della terra. Voi dovete dare gusto alla vita. Siete voi persone, voi uomini e donne, voi ragazzi e ragazze, voi giovani e adulti il sale della terra. È la persona, non gli animali che danno gusto alla vita. Oggi molte persone sono costrette, o per la cattiveria imperante o per la solitudine in cui sono lasciati, ad affidare il gusto della vita a qualche animale che ti fa compagnia. Dio ha creato anche gli animali e vanno rispettati, ma l’uomo, la donna, il ragazzo, la ragazza sono di gran lunga più importanti degli animali, più decisivi.  

È l’uomo che dà gusto alla vita; è un bambino che dà gioia e rallegra una casa, sono i fratellini che rendono bella la vita di famiglia, non i pulcini, i criceti, le tartarughe, i pesciolini dell’acquario… che pure possono essere un bel ornamento; ma è l’amore verso una persona che dà la felicità. Diceva san Giovanni Paolo II: “E’ importante rendersi conto che, tra le tante domande affioranti al vostro spirito, quelle decisive non riguardano il “che cosa”. La domanda di fondo è ” chi”: verso “chi” andare, “chi” seguire, “a chi” affidare la propria vita”. 

Gesù dice:” Siete voi il sale della terra, siete voi la luce del mondo”. Uno si guarda allo specchio, e fa subito una riflessione: “che luce e che sale posso essere io?”. Essere cristiani nel mondo oggi che cosa significa? Ce lo domandiamo spesso di fronte a tante possibili scelte, a tante proposte religiose, a tanti venditori di ricette per la vita felice. 

Significa essere sale: essere in grado di dare sapore alla vita; sì perché non puoi viverla senza emozioni, senza entusiasmi, senza rischi o senza sforzi, come un pacco postale che ha già scritta la destinazione: la vita ha bisogno di slancio, di mete da conquistare, di apertura al nuovo, all’altro che incontri; ha bisogno sempre di trovare sapore. 

Significa anche essere luce: essere in grado di offrire qualche indicazione, essere una freccia, un dito puntato verso una meta, una certezza là dove non si capisce più niente, dove non si sa che cosa fare, da che parte andare. 

Dio ha dato ad ogni uomo, ad ogni donna la possibilità di essere sale e luce, di dare sapore alla vita di tutti e di essere compagno di strada. 

Sale e luce hanno una pretesa: di non chiudersi su di sé. 

Il sale da solo non ha in sé stesso la ragione del suo essere, deve salare un cibo. Quando mangi hai un piatto di sale per prenderne ogni tanto una cucchiaiata? 

La luce non la metti sotto il letto, se vuoi illuminare la casa. 

Eppure, abbiamo ridotto il cristianesimo a bonsai, il vangelo a galateo, ci chiudiamo nel nostro piccolo mondo, ci nascondiamo dietro un dito, seppelliamo il raggio della nostra vita nella nostra comodità o solitudine. 

I tuoi compagni di lavoro conoscono i tuoi lati buoni e spero ti stiano intorno proprio perché hanno bisogno della tua luce. Sanno che hai un po’ di fede; non ti risparmiano critiche alla Chiesa, al papa, ma se hanno un dolore insopportabile o una gioia incontenibile lo vengono a raccontare a te. 

E tu che fai? Ti tieni il sale? Metti la luce sotto un coperchio? O ti metti a disposizione con semplicità perché per tutti quelli che incontri sorga un giorno migliore? 

C’è un fiume di vita che rischia di finire nelle paludi dell’egoismo, dell’indifferenza, del rifiuto, dello scarto. La vita è un bene concretissimo per ogni persona; il mondo però è segnato da tante guerre contro la vita, da tanti rifiuti, da tanti muri, da tanti ostacoli, da tante disperazioni inascoltate o addirittura sfruttate. Sono le paludi in cui va a morire il fiume della vita. (Voi ragazzi e ragazze, bambini e bambine siete sicuramente il nostro futuro e raccontateci sempre i vostri sogni per poter prosciugare le paludi e fare scorrere il fiume della vita come vuole il Signore.) 

Sant’Antonio ha dedicato tutta la sua vita, dopo che riuscì a capire che cosa Dio volesse da Lui, ad aiutare ogni uomo e donna a diventare cristiani e quindi ad essere fino in fondo uomini e donne, sale e luce per ogni persona. 

Non è sufficiente conoscere, ma occorre essere saggi; non basta essere furbi, ma avere consigli giusti al momento giusto; non è tutto il sentirsi innamorati, ma occorre sapere che cosa è l’amore vero; tutto non sta nell’avere euro, ma di più nell’essere pieni di bontà da regalare a tutti; è giusto essere indipendenti, ma non siamo mai autosufficienti; possiamo credere di conquistare il mondo e la vita, ma se non c’è un posto per Dio restiamo con le mani vuote.  

Sant’Antonio questo lo predicava giorno e notte e Gesù accompagnava la sua predicazione con approvazioni straordinarie come dicono tutti i miracoli che costellano la sua vita. La nostra devozione a Lui è per far trionfare sempre di più la presenza di Dio in noi e per essere per tutti un invito a dare il sapore di Cristo alla vita e illuminare ogni nostra tenebra con la sua luce 

Quel bambino che S. Antonio ha sempre in braccio ci toglie ogni alibi quando facciamo di sant’Antonio un idolo della nostra vita. Lui porta sempre a Gesù, perché porta sempre Gesù. La devozione a Lui ci ricorda sempre Gesù. 

13 Giugno
+Domenico