La squadra che Gesù si sceglie

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10,1-7)

Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì. Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino.

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Quando si fa una associazione, un gruppo che vuol dare gambe a una idea a un obiettivo, si mette assieme una squadra. Il capo, il responsabile, il presidente, ha bisogno di qualcuno su cui poggiare e di cui fidarsi che gli permetta di conseguire i fini e i sogni che gli stanno a cuore. E’ la sua forza, la sua compagnia, la sua squadra. Anche Gesù tra le varie persone che lo ascoltano, che lo seguono e tendono l’orecchio alle sue parole, che si fanno di lui discepoli se ne sceglie dodici e li manda, li invia, li carica della sua passione di annuncio del Regno di Dio. Lo stanno ad ascoltare, gli stanno volentieri assieme, ma a un certo punto dà loro un mandato preciso. Non statemi addosso, non fatevi una comoda tana, non cercate tende consolatorie: occorre andare, passare di casa in casa, stanare la gente dalla sua indifferenza, annunciare, dire, far nascere energie, creare strade nuove per il regno di Dio. L’annuncio a tutti era parte integrante del vangelo, come lo è di ogni nostra azione di chiesa, di popolo di Dio, di persona che si rifà al vangelo di Gesù. Il continuo e insistito invito per una chiesa in uscita di papa Francesco ha radici molto lontane e una persona del tutto autorevole da seguire.

La compagnia che Gesù si era scelta non era il meglio che poteva trovare. Nessun allenatore si creerebbe una squadra così diversa, così disomogenea fatta di gente semplice, non colta, nemmeno fedele. Giuda lo tradirà alla grande, Pietro non sarà una roccia di fedeltà, Giovanni è troppo giovane… ma Gesù sa di poter contare sulla vita di tutti: in ciascuno è impressa l’immagine di Dio e Gesù dà fiducia perché ognuno di loro sappia stanare la grandezza che ha dentro e soprattutto sappia rispettare l’altro per quello che è, accettarne la differenza e assieme, con l’apporto originale di ciascuno, costruire il Regno di Dio.

La vita di ogni comunità cristiana sarà sempre così. Dovrà mettere assieme diversità e doni particolari, culture e idee disparate, abitudini e stili di vita diversi, ritmi e coinvolgimenti di varia intensità. Già in quel gruppo di apostoli si cominciava a delineare la cattolicità della chiesa, la sua grande capacità di scrivere il vangelo in ogni popolo e cultura, accogliendo, purificando, trasformando, soprattutto annunciando il vangelo cui essa deve obbedire in fedeltà assoluta. Sarà la presenza viva e operante dello Spirito Santo che in tutti cesellerà i lineamenti della figura di Gesù, il suo volto, il suo amore per tutti, la sua fedeltà al Padre. Ogni discepolo pur diverso è imitatore del maestro. Tutti imiteranno Gesù nel donare la vita fino al sangue, in regioni diverse, in contesti diversi, ma tutti per quel Gesù che aveva riempito la loro vita di pescatori e peccatori. Alcuni hanno fatto una scelta diversa, libera e Dio ha messo sicuramente in moto sempre la sua misericordia.

7 Luglio 2021
+Domenico

Dio non lascia soli nessuno, nemmeno un assassino

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 36-37) dal Vangelo del giorno (Mt 9, 32-38)

Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!».

Audio della riflessione

E’ brutta la sensazione di non sentirti di nessuno, di cercare indicazioni e non trovarle. Abbiamo provato tante volte nonostante i satellitari a sentirci soli in una grande città, poi però qualcuno cui chiedere lo incontri e si riesce a trovare la strada. Nella vita invece è più difficile perché sperimentiamo spesso che nessuno ti aiuta a vivere, ad avere indicazioni di rotta da seguire, non abbiamo princìpi cui ancorarci.

Si crede che navigare a vista sia meglio, ma si incappa in tante delusioni e errori, e ne basta uno da cui non puoi tornare indietro per segnarti tutta la vita. Molti giovani si trovano così per il matrimonio, molti per la scelta degli studi, altri per il modo di divertirsi. Hai sempre e solo attorno o giudizi che non ti rispettano o compiacimenti che ti deresponsabilizzano.

Gesù prova una grande compassione per la tanta gente che vede sola e abbandonata dalla vita, stanca e sfinita, pecore senza pastore abbandonate in balia del primo che capita. Questa impressione te la danno spesso i giovani: carichi di energie, pieni di vitalità, desiderosi di bene, pieni di sogni e di attese e purtroppo sbandati e sballati. Liberi, ma senza meta, intelligenti, ma annoiati. C’è qualcuno che si mette a disposizione di tutte le domande di vita, di pienezza, di verità che salgono dalle coscienze degli uomini? Certo ci sono tanti placebo, tante false risposte, ma soprattutto tanti assopimenti di coscienze. Si può dire che l’arte principale dell’uomo è di far tacere tutto quello che lo rende vivo e attivo per poterlo dominare, per incanalare le energie nel consumo e non nel dono.

Occorrono invece operai che vedono persone mature di fronte alla vita,  gente che è capace di cogliere il sussurro che sale, interpretarlo e offrire accoglienza e proposta. La vita degli uomini non è un abbandono al niente, non è indifferenza, ma è una messe pronta per essere colta e offerta al Signore della vita. Annunciatori della sua Parola, testimoni della sua forza, raggi della sua luce, ascoltatori dei desideri di eternità lo devono essere tutti i cristiani.

Se qualcuno poi vuole imitare Gesù anche nel fare da guida, da pastore, da prete oltre che da operaio in questa bella ricerca di comunione, si compie il disegno di Dio sul mondo e abbiamo ancora di più la certezza che Dio sta sempre con noi.

Oggi veneriamo santa Maria Goretti, una ragazza ammazzata crudelmente per difendere il suo corpo, la sua verginità, l’integrità della sua vita e della sua fede. L’assassino aveva abitato per qualche tempo nella diocesi di Palestrina, come lei e aveva migrato senza pace come lei in cerca di lavoro. Il datore di lavoro assicurava loro nell’ultima migrazione fatta da Maria Goretti nelle paludi pontine: il chinino di stato, farina per il pane e una bara. La prima bara servì al papà, la sua difesa autorevole. Il suo assassino la uccise, ma Maria gli perdonò e si diede con lui appuntamento in cielo. Alla fine si convertì, si pentì e sicuramente Dio ascoltò il candore di Marietta come dono di vita eterna  per l’assassino.

6 Luglio 2021
+Domenico

Le mani di Gesù salvano, il suo tocco guarisce

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 18-26)

Mentre diceva loro queste cose, giunse uno dei capi che gli si prostrò innanzi e gli disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano sopra di lei ed essa vivrà». Alzatosi, Gesù lo seguiva con i suoi discepoli. Ed ecco una donna, che soffriva d’emorragia da dodici anni, gli si accostò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Pensava infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». Gesù, voltatosi, la vide e disse: «Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita». E in quell’istante la donna guarì. Arrivato poi Gesù nella casa del capo e veduti i flautisti e la gente in agitazione, disse: «Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme». Quelli si misero a deriderlo. Ma dopo che fu cacciata via la gente egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E se ne sparse la fama in tutta quella regione.

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Le mani che Dio ci ha dato sono per aiutare, per lavorare, per chiamare, per gestire la nostra corporeità, ma soprattutto per stringere quelle degli altri e per accettare il loro aiuto. Se cadi in acqua, dice un vecchio guru, non puoi uscirne con le tue mani, stringendotele attorno ai fianchi per tirarti fuori, ma hai bisogno che qualcuno ti prenda per mano e ti tiri fuori.

Molte volte Gesù prende per mano le persone che incontra: prende per mano il cieco di Betsaida e lo conduce fuori, prende per mano i bambini, che vuole lascino liberi di stare con lui, prende per mano una ragazza dodicenne, distesa cadavere, pronta per la sepoltura nel dolore disperato di una madre: la prese per mano e le disse: ragazza, alzati. La stretta di mano di Gesù non è mai un rito convenzionale, ma la chiamata a vivere

La mano potente di Gesù è la salvezza dell’umanità. Lui ci prende per mano, lui sa far passare la forza della vita nel corpo di quella ragazza tramite la sua mano. Anche noi abbiamo bisogno che Gesù ci prenda per mano,  che ci faccia passare dalle nostre morti quotidiane alla vita, che solo lui ci può donare.

Questo fatto, che all’inizio crea derisione, poi crea scalpore nella gente, il rischio, che lo scambino per un guaritore e che non ne vedano invece l’intenzione profonda di guarire l’anima, sempre si annida sul suo cammino. Per questo spesso si ritira in disparte a pregare. Vuole ritrovare la dolce intimità con Dio Padre, vuol scrivere nei suoi occhi il suo amore e la sua fiducia.

Ma l’insegnamento di Gesù non si ferma qui; se fa risorgere è perché ci decidiamo per la vera fede, perché teniamo alto lo sguardo su ciò che avverrà, quando tutti lo piangeranno cadavere e solo alcuni pochi crederanno e lo vedranno risorto.

Il capo della sinagoga, che era papà di questa ragazzina, avrà lodato Dio anche per questo dono, immeritato, ma dolcemente orientato. Gesù compie spesso segni e prodigi; sono tutti annuncio di quello che sta avvenendo, cioè che Dio inaugura il suo regno che è vita e pace e sta sempre con noi.

5 Luglio 2021
+Domenico

Seguimi, pianta tutto e stammi dietro

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 9,9-13)

In quel tempo, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

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Che fatica decidersi nella vita. Che faccio? Dove vado? Che studio? Ci sarà uno sbocco positivo a questa strada? Sono padre o madre di famiglia, le scelte giuste le ho fatte a suo tempo e ne ringrazio Dio. Ma non riesco a capire bene che scelte fare in questi tempi difficili, dove tutto cambia e mi sembra di dover reimpostare tutto. Spesso forse siamo in attesa che sia qualcun altro che decide per noi, per non caricarci della responsabilità della scelta, e così scaricare su altri i nostri fallimenti.

Qualcuno invece sembra abbia deciso bene, se ne sta tranquillo a fare i fatti suoi, a un certo punto però si accorge che c’è qualcosa che non quadra nella vita oppure viene posto di fronte con evidenza a una luce, a una intuizione, a una verità che gli fa cambiare radicalmente strada, gli si aprono gli occhi,  percepisce dentro una voce, una spinta che non lo lascia tranquillo. E’ stato a Medjugorie e niente è stato più come prima e ha cambiato vita.

Matteo era uno di questi. Pacifico, stava a contare i suoi soldi in banca, aveva un lavoro fisso, disprezzato da tutti perché se la intendeva per forza di cose con i romani, che occupavano la Palestina; un avvenire sicuro, una cerchia di amici della stessa risma che gli faceva da cortina di fumo per non vedere i problemi, qualche bella cena, qualche buona avventura e guadagno sicuro.

Faceva il bancario, probabilmente il banchiere. Aveva messo assieme una buona squadra di riciclatori di danaro. La sua vita era l’esatto contrario di un timorato di Dio. Dove passava, dove metteva mano, sporcava, rendeva impuro, rovinava la limpidezza della vita. Se entravi nel suo giro avevi finito di essere a posto. Ce n’è anche oggi di gente così; da quando ti sei messo a frequentarla hai perso la pace in famiglia, ti è calata la stima degli amici, stai alla larga dalla polizia, non ti fai più vedere in Chiesa.

Ma un giorno gli capita al banco, dove sta facendo mazzette di tagli considerevoli di  euro, Gesù. E Gesù punta su di lui lo sguardo, il dito, la sua persona, la sua voce perentoria, tutto il suo fascino e gli dice: “Matteo che stai a fare dietro questo tavolo a consumare la vita a far bonifici, a giocare in borsa, a riciclare soldi sporchi, a finanziare armamenti, a sostenere terroristi o a commerciare droga? Non hai idea di quanto può essere più bella e più piena la vita che ti presento io! Seguimi”. È una parola magica: indica urgenza, distacco, decisione, cambiamento. Matteo si trova coinvolto alla grande, cambia vita. E, alzatosi, messosi dritto davanti a Gesù, davanti alla vita, davanti a un nuovo futuro, nella dignità di tutta la sua umanità, messa in discussione da questo invito, lo seguì.

Continua ancora la sua vita di relazione, ha ancora i suoi amici, sicuramente deve giustificare loro perché abbandona la sua ricca posizione sociale per correre dietro a un predicatore che non si sa quanto raccomandabile sia; prepara una grande cena e vi invita Gesù.

E Gesù va con grande scandalo dei benpensanti a portare la sua speranza. Gesù non disdegna nessuna delle nostre mense, si fa compagno di tutti, non ha paura, vuole solo la nostra felicità. Gesù siede a mensa con questi fondi di galera, compie quel gesto, delicatissimo, intimo, che farà soltanto con i suoi discepoli più cari. Nessuno è fuori dal regno di Dio. Non c’è peccato, carognata, assurdità, malvagità che tenga.

Gesù, il Vangelo, non è un premio per i buoni, ma una offerta per tutti. Con la scusa di difenderlo, noi cristiani spesso abbiamo chiuso il Vangelo in sacrestia. Invece è vita per tutti. Dove è morto alla fine Cristo? Tra due peccatori e ritenuto peccatore lui stesso.

2 Luglio 2021
+Domenico

Il paralitico riceve in regalo il massimo della vita, il perdono … e noi ci fermiamo al segno

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 9,1-8)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, salito su una barca, Gesù passò all’altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portavano un paralitico disteso su un letto. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati». Allora alcuni scribi dissero fra sé: «Costui bestemmia». Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa infatti è più facile: dire “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati e cammina”? Ma, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati: Àlzati – disse allora al paralitico –, prendi il tuo letto e va’ a casa tua». Ed egli si alzò e andò a casa sua. Le folle, vedendo questo, furono prese da timore e resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.

Audio della riflessione

Che la nostra vita sia piena di sofferenze, di malanni, di offese e delitti a persone innocenti, di malattie invalidanti una vita per sempre e che spera solo di poter esistere in una normalità, è esperienza quotidiana e che ciascun ammalato desideri la guarigione è pure normale.

Gesù ha incontrato e risanato tante persone, quasi sembrava alla gente che questo fosse il compito più grande che Dio gli aveva dato. Ma con questo paralitico che vede immobile, un poco più fortunato di altri che vivono la sofferenza nella solitudine, perché ha quattro amici che lo portano da Gesù, sembra non guardi la malattia di un corpo paralizzato e va subito in profondità. Lui, Gesù ha una vocazione più importante che alleviare sofferenze fisiche: perdonare i peccati.

Quando noi pensiamo a Dio subito pensiamo a una legge che giudica e punisce e definiamo una terna che caratterizza ogni religione: dovere di osservare la legge, colpa nel disobbedirle e necessità di espiarne la colpa. Ma il Dio di Gesù Cristo non è legge e noi non siamo debitori con Lui, anzi è Lui che ha debiti con noi. Ci ha fatti per amore e ogni nostro male è un suo fallimento; si mette in questione se stiamo male come suoi figli, come fa ogni papà. L’amore non accampa mai diritti, riconosce i bisogni dei figli suoi, come bisogni propri. Gesù, il Figlio che è intimo con il Padre sente di dover dare la vita per questo mondo di peccato ed è venuto a portare sulla terra il perdono di suo Padre per tutti.

Chi lo sente lo accusa subito di bestemmia, proprio perché si fa uguale a Dio, l’unico che può perdonare. E per di più lo fa senza condizioni. Non ci perdona perché ci siamo convertiti, ma perché ci possiamo convertire a Lui, che per primo si converte a noi. Gesù il Figlio dell’uomo invece di giudicare ci assolve, invece di condannare perdona, invece di punire espia per tutti. Perdonare è un miracolo più grande che risuscitare un morto, che poi è ancora destinato a morire. Perdonare è invece nascere e far nascere a vita immortale quella dello stesso Dio, che è amore dato e ricevuto senza condizioni. Il perdono è proprio l’esperienza di un amore più grande di ogni altro male, ci rivela l’identità di Dio che ama senza misura e quella dell’uomo, suo figlio, sempre e comunque amato. Gesù è venuto sulla terra a portare la giustizia di Dio, il suo potere di legiferare, di giudicare. E fa tutto questo nel perdono.

Il cuore della vita cristiana è questo: una bestemmia forse che sblocca l’uomo dalla sua paralisi e che inchioderà il Figlio dell’uomo alla Croce. Grande, bello, regalo inestimabile per il paralitico prendersi il suo lettuccio e tornare a casa, ma immensamente più profondo, denso di futuro, di eternità il perdono. E la chiesa c’è solo per vivere da perdonati e fare gli ambasciatori del perdono per tutti.

1 Luglio 2021
+Domenico

Pietro, roccia della fede, e Paolo fratelli nel martirio a Roma, questo è il suo compito principale

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16, 13-19)

Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Audio della riflessione

Gli apostoli che hanno realizzato con grande consapevolezza e determinazione il sogno di Gesù sulla Chiesa facendosi interpreti di tutti sono Pietro e Paolo, sempre celebrati assieme. Gesù pone la domanda fondamentale, sulla quale si decide il destino di ogni uomo: “Voi chi dite che io sia?”. Dire chi è Gesù è collocare la propria esistenza su un terreno solido e incrollabile.

La risposta di Pietro è decisa e sicura. Ma il suo discernimento non deriva dalla “carne” e dal “sangue”, cioè dalle proprie forze, ma dal fatto che ha accolto in sé la fede che il Padre gli dona.

Gesù costituisce Pietro come roccia della sua Chiesa, e la casa fondata sopra la roccia (cfr 7,24) comincia a prendere il suo vero significato.

Occorre sempre mettere in evidenza la differenza tra la fede apparente e quella vera: non basta professare la messianicità di Gesù; bsogna credere e accettare che il progetto del Padre si realizza attraverso la morte e la risurrezione del Figlio.

Pietro riceve le chiavi del regno dei cieli: le chiavi sono segno di sovranità e di potere … pietro dunque insieme alle chiavi riceve piena autorità sul regno dei cieli. Egli esercita tale autorità sulla terra e non in funzione di portinaio del cielo, come comunemente si pensa: Pietro apre all’uomo il regno dei cieli qui, proprio perché è l’autentico trasmettitore e garante della dottrina e dei comandamenti di Gesù e colui che vincola alla loro osservanza, che è giusto la chiave del regno dei cieli.

Gli scribi e i farisei, in quanto detentori delle chiavi fino a quel momento, avevano esercitato la medesima autorità … ma, rifiutando il vangelo, essi non fanno altro che chiudere il regno dei cieli agli uomini.

Simon Pietro subentra al loro posto e apre di nuovo e definitivamente il regno dei cieli: questo è il suo compito principale!

Non si potrà identificare la Chiesa con il regno dei cieli, ma il loro accostamento in quest’unico brano del vangelo offre l’opportunità di riflettere sul loro reciproco rapporto.

Alla Chiesa, quale popolo di Dio, è affidato il regno dei cieli (cfr 21,43): in essa vivono gli uomini destinati al Regno. Pietro assolve il proprio servizio nella Chiesa quando invita a ricordarsi della dottrina di Gesù, che permette agli uomini l’ingresso nel Regno e il potere-servizio dottrinale, specialmente nel senso della fissare la dottrina, sta in primo piano.

Pietro è presentato come maestro supremo, tuttavia con una differenza non trascurabile rispetto al giudaismo: il ministero di Pietro non è ordinato alla legge, ma alla direttiva e all’insegnamento di Gesù.

Il legare e lo sciogliere di Pietro viene riconosciuto in cielo, cioè le decisioni di carattere dottrinale prese da Pietro vengono confermate nel presente da Dio.

Nel vangelo di Matteo, Pietro viene presentato come il discepolo che fa da esempio: ciò che gli è accaduto è trasferibile ad ogni discepolo; questo vale sia per i suoi pregi sia per le sue deficienze, che vengono impietosamente riferite … ma a Pietro rimane una funzione esclusiva ed unica: egli è e resta la roccia della Chiesa del Messia Gesù.

Pietro è il garante della tradizione su Cristo, com’è presentata dal vangelo di Matteo.

29 Giugno 2021
+Domenico

Da scribi a discepoli … perchè ci chiama di Gesù

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 8, 18-22)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all’altra riva.
Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, ti seguirò dovunque tu vada». Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». E un altro dei suoi discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Ma Gesù gli rispose: «Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti».

Audio della riflessione

Per capire qualcosa di più nei nostri linguaggi che tentano di spiegare il vangelo dobbiamo sapere che differenza fa tra uno scriba e un discepolo: lo scriba è chi si mette liberamente a scuola del maestro che lui stesso sceglie per imparare la Parola di Dio da seguire e diventare a sua volta maestro; discepolo invece  è colui che è chiamato direttamente da Gesù a seguire Lui nella sua vita e a fare i suoi percorsi.

Gesù non è il maestro, ma la Parola stessa, il Signore che viene prima di tutto.

Ciò che per lo scriba è Dio e la sua legge, per il discepolo è Gesù e il suo cammino: l’unico tesoro e l’unico affetto della sua vita.

Matteo è uno scriba diventato discepolo: ha trovato in Gesù la novità assoluta, il tesoro, la perla preziosa e con gioia vende tutto per entrarne in possesso.

Il tema di questo pezzo di vangelo allora è seguire Gesù, seguire la sua parola che attua per noi i miracoli appena descritti da Matteo: guarire dalla lebbra e mettersi a servire i fratelli come ha fatto Gesù.

Ecco perché questo Gesù, così attento alle povertà e alle debolezze, è severo, deciso nel fare la proposta del Regno: Non vuole mezze misure, è travolgente con la sua passione e decisione … il suo linguaggio non è per nulla accomodante, non è “politicamente corretto” … e purtroppo c’è un’arte che sta imperversando ai nostri giorni: quella di non decidersi mai, di tenere sempre il piede in due scarpe, di rimandare all’infinito quello che è necessario fare oggi.

E’ indeciso il giovane che non riesce a trovare la forza di distaccarsi dalla sua famiglia per crearsene una nuova (in Italia si arriva a una media di 34 anni), è indeciso il giovane che si vuol donare a una missione radicale, chi vuol vivere la verginità per il Regno, chi deve orientare una comunità verso mete che esigono prendere o lasciare, è indeciso il politico che cerca di cavalcare tutte le possibilità e stare a galla sempre, è indeciso forse anche chi non ha il coraggio della verità e fa il “tappezziere”: mette pezze a tutti, accontenta tutti, anche quelli che dicono e fanno il contrario.

Sarà forse l’arte di governare, non è certo l’arte della sequela di Gesù.

Ci provano in tre a presentare le loro tergiversazioni, le loro indecisioni a Gesù. Io ti seguirei… si sta bene con te. E’ un po’ che ti sento, ho visto quanto bene vuoi alla gente. Tu non ti lasci sopraffare dal dolore, ma lo vinci. E Lui “le volpi hanno tana e gli uccelli nidi, con me non c’è nessun loculo protettivo dove puoi stare tranquillo con il tuo stereo, la tua parabolica, il tuo fax, la tua mail e la tv a cristalli liquidi, il tuo cellulare, la tua raccolta di mpeg”.

E l’altro: ti verrei dietro, ma fammi sistemare i miei affetti, non voglio rompere così di netto, non vorrei ferire. E Gesù: “se hai deciso non continuare a voltarti indietro credi di fare il delicato, il sensibile, ma non t’accorgi che continui a rimandare, a lasciarti fasciare. Credi di decidere, ma continui a crearti alibi”.

E l’altro ancora: ho deciso di seguirti, ma prima devo seppellire mio padre. E Gesù: “guarda che la cosa più importante è che tu dia la tua vita per incendiare il mondo non per stare ad aspettare gli eventi. Sei una sentinella del mattino o il becchino di un cimitero?”

Gesù è così: non distrugge i sentimenti, ma non si adatta al buonismo; non spegne il lucignolo, lo stoppino che fa fatica ad ardere, ma vuole radicalità; non gli vanno le mezze misure, le nostre “melasse”.

Gesù è tutto per il suo discepolo e nessuno deve essere anteposto a Lui: Lui è la salvezza, non è un maestro che deve sbarcare il lunario, vuole che ogni suo discepolo metta Lui al primo posto, perché è mettere Dio al centro della tua vita, come deve fare ogni vero discepolo.

Il padre un giorno nella vita va lasciato se vuoi essere te stesso, la madre pure! Se vuoi fare una nuova famiglia devi anteporre altre persone e non aver paura di essere in contrasto con il comandamento “Onora il padre e la madre”: li onori seguendo la tua chiamata e loro ne saranno pure contenti

28 Giugno 2021
+Domenico

Il centurione, deciso, concreto, ma credente

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 8,5-17)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: «Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente». Gesù gli rispose: «Io verrò e lo curerò». Ma il centurione riprese: «Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va’, ed egli va; e a un altro: Vieni, ed egli viene; e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa». All’udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: «In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti». E Gesù disse al centurione: «Va’, e sia fatto secondo la tua fede». In quell’istante il servo guarì. Entrato Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si mise a servirlo. Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie.

Audio della riflessione

Lui è un militare: sa che cosa significa comandare e obbedire, Gli hanno sempre detto che lui non deve pensare, sono i suoi superiori che pensano per lui. Lui deve eseguire. Ci mancherebbe anche che i soldati si mettessero a votare su come difendersi o attaccare, su che cosa è necessario fare per conquistare una postazione invece che un’altra.

“Io dico a uno fa questo e lui lo fa, a un altro scatta e vieni qui e lui corre. Ho obbedito anch’io per tanti anni e ora so comandare.”

Ma il centurione ha un cuore, ha una famiglia, ha un servo … forse un figlio che gli muore. La vita non è così schematica: al cuore non si comanda, agli affetti non si può dire di tacere, a una morte non si può reagire attaccando o difendendo, comandando o distruggendo: il tuo cuore è a pezzi e non c’è più niente che puoi fare … puoi rendere la tua faccia dura come  la pietra, ma il tuo cuore sanguina!

Allora il centurione cerca al di fuori della sua sicurezza una speranza: ha visto Gesù tante volte, lo ha dovuto pedinare per lavoro, spesso lo hanno mandato a sedare tumulti, a fare deterrenza, perché dove passava Gesù la vita non procedeva troppo tranquilla … suscitava speranze là dove c’era assuefazione e la speranza mette movimento, attiva le coscienze, turba la quiete del dormitorio anche nella lontana provincia di Palestina.

Il centurione doveva vigilare, sedare, contenere … ma la speranza che Gesù gli faceva nascere in cuore era grande anche per lui. Abituato a comandare e a mettere sull’attenti, a dirimere le questioni con la forza, a puntare tutto sulla strategia, sulla repressione, sul potere e spesso la violenza, il terrore, la paura … si trovava davanti un uomo, Gesù, inerme, dolce, calmo, sorridente eppure persuasivo, ascoltato, seguito, ammirato, osannato, soprattutto amato.

Per questo appunto, quando vede il suo servo in pericolo di vit,a pensa immediatamente a Gesù e va da lui: non fa più il calmiere di tumulti, ma si mette umilmente in fila e chiede “Se vuoi, puoi guarirmi il servo, se vuoi puoi ridare pace a questo mio cuore, se vuoi, so che a te non è impossibile niente. Hai una forza nel tuo mondo come io credo di avere con i miei soldati, sei una sicurezza per me come io con il mio lavoro lo voglio essere per gli altri. Ho studiato e insegnato tante strategie, ma davanti a questa morte falliscono tutte, non mi dicono più niente. Ho qualcosa nella mia travagliata esistenza che non posso controllare, solo tu hai la chiave della mia vita. Ti metto a nudo il mio cuore, è tuo: Sollevalo, dagli speranza, fallo cantare ancora d’amore per il mio servo.”

… e Gesù ne legge in profondità l’abbandono fiducioso: “Va’ come hai creduto avvenga per te.”

Lui va sicuro della sua fede e Gesù gli ridona il  servo guarito, la sua vita poté tornare a cantare a partire dalla fede profonda che ha avuto!

Quando ci si sente crescere dentro questa sete … sappiamo ora dove trovare la sorgente: lasciamo perdere le tattiche di mimetizzazione, abbandoniamo le cisterne screpolate e le paludi, e lasciamo sgorgare questa sorgente limpida che lo Spirito di Gesù fa nascere dentro di noi.

26 Giugno 2021
+Domenico

Ne abbiamo ancora di lebbre da guarire

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 8, 1-4)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

Quando Gesù scese dal monte, molta folla lo seguì. Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi». Tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii purificato!». E subito la sua lebbra fu guarita. Poi Gesù gli disse: «Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno; va’ invece a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè come testimonianza per loro».

Audio della riflessione

Oggi è raro che si parli di lebbra tra le malattie che preoccupano l’organizzazione mondiale della sanità, forse perché la pandemia ha assorbito in se tutte le malattie del mondo e fino a che non ne siamo liberati non se ne parla. Indubbiamente però – la lebbra – è una malattia che non fa più paura, anche se sacche di resistenza ce ne sono ancora nel mondo.

C’è un episodio nel Vangelo che pone al centro un malato di lebbra che si presenta a Gesù; per capire il bellissimo dialogo e rapporto che si stabilisce tra il lebbroso e Cristo, analizziamone l’incontro: ai tempi di Gesù la legislazione ebraica era molto severa nei confronti dei malati di lebbra, che è sempre stata curata attraverso segregazione totale dei malati per evitare ogni contaminazione e impossibilità di un loro incontro con gruppi di persone o partecipare a degli incontri, dei convegni.

La guarigione nel caso fosse avvenuta, andava comunicata alle autorità religiose del luogo, perché era vista come quasi un castigo di Dio, e i sacerdoti del tempio erano incaricati di non ospitare nessuno di loro, se non riceverli, a guarigione avvenuta,  per garantire a tutti che la lebbra era stata superata e quindi potevano essere riammessi nella società, anche civile. 

Il lebbroso è l’impuro per eccellenza: nella sua carne, progressivamente consumata dal morbo, è visibile la condizione cosciente di ciascuno, la vita, che è l’unica malattia incurabile, anzi mortale. Il lebbroso è un morto ambulante è la visibilizzazione del male che essa denuncia.

Avviene però che l’impuro si presenta davanti al puro, senza alcuna mediazione e adora Gesù; adorazione è all’inizio e alla fine del vangelo di Matteo: inizia con l’adorazione dei magi e termina con quella dei discepoli a Gesù risorto.

Il lebbroso vuole guarire, ma questo è impossibile e lo chiede umilmente al Signore, ha fede che Gesù è il Signore, non lo pretende e gli dice “se vuoi puoi guarirmi”.

Gesù tende la mano: la mano tesa indica l’intervento di Dio per salvare l’uomo; è sempre dono che aspetta che lo accolga la mano di colui cui è rivolta.

Il Signore toccò l’intoccabile, Dio tocca la nostra miseria: questa è la sua santità per noi, perchè per noi è padre e madre non divide i buoni dai cattivi, non rimprovera, è vicino ad ogni bisogno del figlio.

Toccare è gesto fondamentale di reciproca conoscenza e scambio. La fede è essere toccati da Gesù, ma se Lui ti tocca anche tu lo tocchi.

Lui ti tocca dentro e ti cambia l’esistenza: “Vuoi guarire?” aveva domandato anche al paralitico.

Noi purtroppo non vogliamo perché pensiamo che sia impossibile e che lui, Gesù, non lo voglia. Invece lui libera i nostri desideri e dice quel “sii mondato”, la lebbra non è più immonda, non insidia più col suo veleno la nostra esistenza, perché Lui è sorgente di vita, Il tocco interiore della sua parola ci libera  dalla morte, ci guarisce, ci fa figli di nuovo e fratelli sempre.

“Non dirlo a nessuno, mostrati al sacerdote; la vita vera che ti dono ha bisogno di un altro passaggio decisivo: non si può conoscere il Signore della vita prima della croce. Intanto però testimonia ai sacerdoti che c’è uno che può dare quella vita che la Legge solo può dare, perché questo Uno, questo Gesù, è il compimento della legge.”

Quanto è bello pensare e ricordare nell’ascolto di questo miracolo, il gesto di san Francesco quando abbraccia il lebbroso, incarnando lo stesso gesto e la stessa figura di Gesù oppure la scelta coraggiosa di san Damiano de Veuster di andare a convivere fino alla morte con i lebbrosi di Molokai, mostrando loro la tenerezza di Gesù, il tocco di Gesù e la sua accoglienza nella salvezza definitiva.

25 Giugno 2021
+Domenico

I frutti per discernere non sono letti sempre con verità

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 7, 15-20)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere.

Audio della riflessione

Distinguere il vero dal falso è un grande problema soprattutto da quando, ma forse è sempre stato così, le parole non vengono più caricate di impegno di verità. Si parla, si dice, si approssima, si sospende, si ammicca, non c’è quasi mai un parlare responsabile. La persona spesso si difende e mente, fa il fabulatore, ti giura sul suo onore cose non vere. Se sei abituato a dare fiducia resti ingannato. Deve allora nascere qualche criterio di verità, di discernimento, di affidamento a quello che dicono di essere le persone che incontri o che collaborano con te. Il vangelo dice molto semplicemente: li potrete riconoscere dai loro frutti. Possono parlare e dire, incantare e affascinare, ma se non si vedono frutti, se non c’è una vita coerente con quello che si predica, se non appaiono cose ben fatte, esperienze di cambiamento radicale, comportamenti oggettivi che si possono valutare, non cresce la fiducia e si rimane nell’incertezza.

Si può ingannare anche con qualche frutto provvisorio, con qualche messa in scena, ma diversa è una vita donata, segni pagati con tanti sacrifici e non riconosciuti per partito preso.

Le apparizioni mariane spesso sono di questo tipo … e ogni veggente ha dovuto patire e lottare per convincere anche l’autorità ecclesiastica ad approvare!

Gente falsa ce n’è sempre, e persone ingenue che si fidano pure, ma la vita cristiana è una forza che risana alla radice ogni malizia, toglie ogni maschera,  permette al bene e alla verità di splendere … e non c’è nessuno che ha la verità in tasca, nemmeno le grandi autorità della Chiesa!

Lo Spirito Santo non è proprietà imbrigliabile da nessuno!

Il criterio evangelico dei frutti non è appannaggio di nessuno, anche perché siamo anche ciechi di fronte a fatti che ci tolgono sicumera e spesso anche sicurezza.

Il discernimento ha bisogno di intelligenza, ma soprattutto di comunione, di scambio, di confronto, di comunità, di preghiera, di croce portata dietro a Cristo con coscienza.

Da soli saremo sempre in balia della malvagità, assieme potremo dare forza alla voce dello Spirito, aiutarci gli uni gli altri ad ascoltarla, a individuarla tra le tante sirene che spesso ci ingannano.

Di questi tempi è troppo facile cadere vittime di promesse di salvezza, proprio perché o siamo disperati o abbiamo perso fiducia in tutto.

Anche San Paolo rimproverava le prime comunità cristiane di essere troppo facili a farsi accarezzare le orecchie da vanità e falsità.

Molti dicono il Signore è qui o è là, in base a fenomeni “strani” … non abbiamo bisogno di stranezze, di miracoli, di fenomeni sorprendenti, ma nemmeno ci bastano i sacramenti e la Parola se sono solo una abitudine mal vissuta e non sono accostati e offerti con santità, non da padroni della nostra fede, ma da collaboratori della nostra gioia, sapendo che il Signore nella sua bontà ci manda pure altri segni per la nostra fragilità o scarsezza di fede.

Se le chiese si svuotano non è tutta … fragilità di fede, ma anche approssimazione o disimpegno di noi responsabili dell’annuncio.

I frutti si devono vedere anche nella autorevolezza della Chiesa, che non poche volte ha dovuto riconoscere i suoi errori, perché li abbiamo a riconoscere anche noi e assieme soffrire e gioire per la verità che lo Spirito Santo sempre dona all’umanità, e cercarla.

23 Giugno 2021
+Domenico