L’uomo non è un possidente, ma un economo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 12,39-48)

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Chi fa dipendere la vita da ciò che ha, vive la morte come un ladro che ruba tutto. Chi attende il Signore, sa che la venuta di questo ladro in realtà è l’incontro desiderato, è aprire a colui che bussa  per entrare in comunione con lui.

Gesù non teme di paragonarsi a un ladro che giunge all’improvviso e che ci sorprende a svendere la nostra vita: è talmente coinvolgente il rapporto con lui, è così prezioso il tesoro di bontà che rappresenta per noi, che per il regno di Dio occorre sempre massima allerta: o meglio, il regno di Dio è una dimensione che sta in ogni istante della vita, è un bene che sta nella tua coscienza, è come l’aria che respiri, è una vita attaccata alla tua pelle.

Ti puoi godere il riposo, sei più disteso: non farti rubare il meglio di te, ma dagli fondamenta ancora più sincere, trovagli una roccia su cui poggiare! Allora capiterà qualcosa di straordinario mai avvenuto: “se ti trovo sempre sveglio sarò Io che mi metterò a servirti, Io, il tuo Signore e Dio, ti domanderò che cosa ti serve e farò di tutto per colmare i tuoi sogni, i tuoi desideri, la tua sete di felicità.”

Non si è, ma si diventa “preparati”, tutta la vita è preparazione all’incontro.

Certo, il momento della fine ci resta ignoto, però sappiamo però che segna l’incontro tra il Figlio dell’uomo che viene e sappiamo che tutta la vita è un cammino verso Lui.

La nostra attesa di Dio non è di un padrone che punisce, che sta dietro la curva per darti la multa, ma di un Dio che ti viene a servire: sta in mezzo a noi come uno che serve.

L’uomo poi non è un possidente, è un economo, che amministra beni non propri: Tutto ciò che è ed ha non è suo, è dono di Dio e deve restare tale per essere quello che è.

Tutti abbiamo ricevuto un grande dono, dovremmo fare qualche volta l’elenco di questi doni: la vita, la gioia, l’intelligenza, la sessualità, l’amore … ci sarà quindi chiesto molto, esattamente quanto fu donato, però tutto accresciuto dal frutto di un buon investimento, perchè il dono è fecondo come l’amore.

21 Ottobre 2020
+Domenico

Attesa operosa e piena di speranza

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 12, 35-38)

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E’ esperienza tipica della nostra umanità: uomini, donne, ragazzi giovani, adulti e anziani, quella di vivere in attesa. Ci aspettiamo sempre tutti qualcosa o qualcuno.

Il nostro essere desidera, aspetta, si protende verso; non è possibile non aspettarsi niente dalla vita.

L’esperienza credente è una esperienza di attesa: è attesa l’esperienza dell’amore, la tensione verso la propria realizzazione, l’attesa di una nascita, di un traguardo di vita, dello stesso futuro.

Ebbene l’attesa ha la possibilità di definire anche la persona che attende: l’uomo, la donna è ciò che attende. Chi attende la morte, diventa suo figlio e produce morte; chi attende il Signore Gesù, ha la sua stessa vita di Figlio di Dio. L’esperienza cristiana è attesa di colui che deve tornare: lo sposo – dice il Vangelo.

Il tempo dell’attesa però non è vuoto: è il tempo della salvezza, in cui noi chiesa dobbiamo testimoniare il nostro Signore davanti a tutto il mondo. Quella salvezza che ci attendiamo da Lui è affidata alla responsabilità dei credenti.

La storia allora è per tutti noi luogo della decisione e della conversione, della vigilanza e della certezza della sua venuta. Le famose dieci vergini che erano in attesa dello sposo si sono subito divise in due gruppi: chi sapeva attendere e ne era sicura e si era preparata con saggezza e chi, invece, “tirava a campare” e si è lasciata chiudere fuori perché all’appello non c’era, stava cercando scuse per la sua svogliatezza, la sua assenza di tensione verso lo sposo.

Ci è chiesta vigilanza che non è mai uno scrutare nel buio, ma tenere accesa davanti al mondo la luce del Signore, quel che Lui dice e fa, la sua tenerezza, il suo amore senza confini. Quando camminiamo come lui ha camminato, prestiamo i piedi al suo ritorno, di cui nessuno conosce né tempi, né modi, ma gli deve restare in cuore la certezza della sua venuta. Se vogliamo essere suoi discepoli sappiamo che Il Signore è la nostra vita, per noi si fa riposo, cibo e bevanda, gioia e forza. Il Signore si cinge per servirci, noi suoi servi, si mette in mezzo a noi come colui che serve. Non è forse questo il senso dell’Eucaristia, lo spazio dell’attesa e della condivisione della cena della vita, del suo corpo e del suo sangue, il servizio inimmaginabile per ogni uomo e donna che gli si affida?

20 Ottobre 2020
+Domenico

Chi ha in mano la nostra vita?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 12,13-21)

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Chi può dire di stare tranquillo perché lui è prudente, scaltro, ha fatto le cose bene e dopo un po’ di fatica può finalmente vivere soddisfatto senza problemi? Il ricco? Forse, ma oggi ci sono troppe tasse, troppi ladri … pure coi guanti bianchi.

Il povero? Non ha preoccupazioni, non ha paura dei ladri, ma c’è sempre qualcuno che lo vende per un paio di sandali.

Forse l’asceta che si è staccato da tutte le preoccupazioni materiali? Ha anche lui le sue crisi, e puntualmente si sente inutile.

Il “verde”? Lui ha creato attorno a sé un’isola di benessere, di natura, di aria pura … ma l’aria e l’acqua qualcuno gliel’avvelena sempre.

Forse il “regolare?” Io ho sempre fatto il mio dovere, non ho mai mentito a nessuno, ho sempre fatto l’onesto … ma hai attorno gente che non bada a niente, ti ammazza per quei quattro soldi che ti trovi in tasca.

Ma allora chi ha in mano la mia vita? Avere in mano la vita non significa poter conquistare benessere: le cose, i soldi, gli affetti, le ideologie, gli amici, la casa non sono una assicurazione.

Se fai dipendere la tua vita da ciò che hai, distruggi ciò che sei: Ciò che credevi essere sicurezza di vita, dissemina ovunque uova di morte. Ciò che hai e che possiedi, ti dà morte se lo consideri come fine invece che come mezzo.

E’ solo Dio che ha in mano la vita!

Stolto, stanotte, dopo il consiglio di amministrazione in cui hai spostato capitali, hai investito in nuovi mondi, hai contrattato compere fortunate, hai comperato appoggi politici … questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita.

Devi lasciare tutto, resti nudo con te stesso, con la tua anima, senza portafoglio, senza libretto degli assegni: ogni bancomat è scaduto, le carte di credito annullate, cento sono già pronti ad occupare il tuo posto, a recitare la commedia dell’immenso dolore, ad affrettare un nuovo assetto, a criticare quel che sei stato.

La tua vita riprende il senso definitivo che ha cercato di costruire, se l’ha costruito bene … altrimenti resta vuota! Resta la tua coscienza ricca di quei momenti di forza che si è data in quel dialogo personalissimo con Dio, lontano da ogni telecamera che giorno per giorno ti sei mantenuto.

Quel Dio della cui presenza ogni giorno vivevi e a cui facevi posto nella tua vita, che sapevi incontrare nel volto dei poveri che, petulanti, ti chiedevano e tu con pazienza ascoltavi e aiutavi: ecco questo Dio te lo ritrovi in pienezza.

19 Ottobre 2020
+Domenico

Stato e Chiesa, molte diatribe ideologiche e non veritiere

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 22,15-21)

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Ci domandiamo spesso in questi tempi che funzione ha la religione nella vita dell’uomo: per qualcuno è una debolezza della capacità di ragionare, per altri è una sensazione insopprimibile cui dare un volto; per molti è una abitudine sociale creata ad arte per attutire le passioni; per molti invece è ancora una dimensione della vita con una sua dignità.

Forse oggi un certo “positivismo materialista”, che non ritiene degno dell’uomo accettare quello che non si può dimostrare, quello che non è falsificabile si dice per chi se ne intende, questo lascia spazio a una ricerca meno ideologica, intellettualmente onesta e umanamente sensata.

Una domanda ineludibile però è: come gioca la scelta di una fede con la vita di uno stato, con le leggi di una nazione? Era forse una domanda sopita, perché troppo sbrigativamente si era liquidata la religione come un rimasuglio di ignoranza e la si era relegata a faccenda del tutto privata … al massimo poteva essere vista solo come funzionale all’ordine costituito e per questo ancora più snaturata.

Oggi invece è una domanda attuale per le altre religioni che si affacciano sulla nostra Europa con tutte queste emigrazioni non facilmente ospitabili.

A Gesù un giorno sono proprio andati a chiedere: ma che c’entra la religione con le nostre leggi? Che dici di questa schiavitù cui ci sottomettono  i romani? Continui a predicare belle cose, ma alla prova dei fatti o si è talebani o la religione è un soprammobile, o serve a far la guerra a chi ci toglie libertà, o ci aiuta a liquidare i terroristi, oppure che ci sta a fare?

Usano una moneta per riassumere la diatriba e l’inganno: “È lecito pagare il tributo a Cesare?” E Gesù: dopo aver coinvolto chi gli domandava nel farsi dire di chi era l’effigie stampata sulla moneta, riconoscendola tutti come l’effigie dell’imperatore romano disse: date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio.

Riconosce Gesù che ci sono i diritti dello Stato, e quando lo Stato rimane nel suo ambito i suoi diritti diventano doveri di coscienza anche per il credente, e non occorre che lo Stato sia governato da cristiani per far scattare l’obbligo.

I cristiani non giocano nello Stato, ma lo servono: non ci sono mai scuse per chi non paga le tasse o ruba allo stato … ma lo Stato non può arrogarsi i diritti che competono a Dio, non può assorbire tutto l’uomo, non può sostituirsi alla coscienza, che ha il diritto di essere riconosciuta al di sopra delle leggi.

Se lo stato come è giusto fa delle leggi, non è detto che siano sempre vere e buone e il credente le osserva in base alla sua coscienza: non per niente c’è l’obiezione di coscienza.

Se lo stato ammette l’aborto, il cristiano deve poter sempre non farlo, così se ammette l’eutanasia. Spesso lo Stato, meglio ancora la finanza, diventa l’assoluto, crede di essere una vecchia religione onnicomprensiva e si crea i suoi talebani.

La radice della libertà di coscienza è il riconoscimento del primato di Dio.

18 Ottobre 2020
+Domenico

Il timor di Dio, il suo amore per noi eccessivo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 12, 8-12)

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Si parla spesso nei nostri linguaggi ecclesiastici di timor di Dio: è uno dei sette doni dello Spirito Santo; i ragazzi che fanno la Cresima lo sanno bene, e non pensano come la maggioranza di noi che di Dio si deve avere paura.

Timore di Dio non è paura di Dio: temere Dio significa tener conto guardando bene dentro la nostra vita che Dio è Dio – e solo Lui! – e non volerlo perdere perché è Lui la vita. L’uomo non può non desiderare Dio perché è creatura, e quindi noi persone, creature, siamo essenzialmente bisogno, non solo abbiamo bisogno, quasi che ci sia qualcosa che ci può soddisfare, ma siamo costituzionalmente bisogno di Dio che ci ha fatti, ci ha forgiati, ci ha costruiti a sua immagine, ci ha dato il suo “imprinting”, siamo fatti a sua immagine!

Siccome ciò che noi uomini temiamo diventa il nostro dio e signore della nostra vita, se non vogliamo fare della morte, che temiamo proprio, il nostro dio e il nostro signore, dobbiamo temere solo Dio come Signore unico della nostra esistenza: il timore di Dio rende ognuno di noi uomini liberi, capaci di discernimento, di scelte vere e giuste.

Il timore deriva dalla coscienza della nostra piccolezza e del nostro poco valore. Il Vangelo parla di cinque passeri che valgono due spiccioli. Ma Dio è amore, e l’amore si prende cura di ogni piccolezza: in proporzione proprio del fatto che siamo insignificanti di fronte a Lui, possiamo avere grande fiducia in Lui.

Gesù ci dice di non dimenticare mai in concreto che Dio ci ama: la sua tenerezza si espande su tutte le creature. I capelli che possono essere tagliati e ricrescono sono poco importanti; Dio invece, colui che di tutto si prende cura, tutto conosce, perfino i nostri capelli e li conta come le stelle del cielo.

Il nostro valore è in realtà infinito come il suo amore per noi: Valiamo più della vita del suo figlio, valiamo il sangue di Cristo. Il timore di Dio allora si fonda su questo amore eccessivo che Dio ha per noi ed è una vibrazione del nostro cuore di fronte al suo cuore. E’ principio di sapienza perchè ci fa conoscere la nostra verità, ce la mette davanti evidente, e ci libera da ogni paura.

Il timor di Dio allora non è assolutamente paura di Lui, ma è accovacciarsi – direi – nel suo grande amore, sentirsi sicuri dentro la sua paternità, sapere di essere venuti da questa sorgente e far parte di questa sorgente.

17 Ottobre 2020
+Domenico

Gesù guarisce dall’ipocrisia

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 12, 1-7)

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Si fa tanto parlare oggi di privacy, di intercettazioni telefoniche: ti capita di vederti scritto sui giornali quello che hai detto in confidenza agli amici, le parolacce e le volgarità a cui ti lasci andare quando sei arrabbiato o quando non hai più nessun ritegno nei confronti di qualche odio che covi nel cuore.

Il cellulare svela spesso i sentimenti del cuore, le tue trame, i tuoi tradimenti, la tua vera faccia: dietro persone che passano per essere perbene “a plomb”, sempre sorridenti, emergono caratteri irascibili, egoismi inconfessati, anime malate; non c’è più spazio per l’ipocrisia, o meglio, viene fotografata e messa in piazza l’ipocrisia delle persone, la doppiezza della vita, viene tolta la maschera al benpensante che resta nudo di fronte a tutti con i suoi sentimenti veri.

La legge sicuramente interviene per salvare la privacy, ma la correttezza morale delle persone non cambierà perché c’è una legge che giustamente impedisce di mettere in piazza le cose personali: le volgarità che dice, l’animo cattivo che nutre, le trame distruttrici velate da sorrisi e compiacenze, i tradimenti dell’onore camuffati da regali, le dichiarazioni di principio inflessibili e i comportamenti delinquenziali nascono dal cuore e se questo non cambia abbiamo solo riportato l’ipocrita alla sua solitudine e alla sua gabbia di menzogna.

E’ la coscienza sempre il grande centro cui occorre portare ogni cosa: non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto, dice il Vangelo: ogni uomo è chiamato a fare i conti con la verità e la verità abita nella coscienza.

Puoi ingannare tutti, non il profondo di te stesso in cui abita Dio: qui incontri la verità di te e qui vieni visto da Dio e illuminato dalla sua Parola.

Oggi occorre ritornare ad essere autentici, a far corrispondere alle parole la vita, al volto l’anima: questo dà serenità interiore e apre gli uomini alla speranza di un rapporto di pace e di collaborazione.

Non passi la vita a studiare inganni, non perdi il tuo tempo a coprire, non ti dai da fare a non far conoscere, non dedichi la vita a costruirti maschere, ma vuoi continuamente allargarla alla comunione nella verità, e la verità spesso costa: costa la perdita di tanti privilegi, costa la perdita dei tuoi sogni perchè li hai fatti male questi sogni, li hai basati sulla menzogna.

16 Ottobre 2020
+Domenico

Sepolcri imbiancati, guide cieche. Mi carico io le vostre colpe

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 11, 47-54)

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Oggi capita molto meno che la disciplina di certi ambienti educativi sia cosparsa di innumerevoli prescrizioni, da appesantire la vita: c’è un ideale da proporre, ma chi ne è responsabile lo soffoca con  moltissime condizioni, tanto che non se ne vede più l’obiettivo, non ne risalta più il perché e si resta soffocati da leggi e leggine, obblighi e condizionamenti, prescrizioni …

I farisei in questo erano dei grandi maestri e Gesù che voleva portare serenità, libertà, gioia, non una volta sola stigmatizzò questo difetto, che nasconde non solo sete di potere, ma anche voglia di soffocare; si tratta di esperti della legge, di teologi dei farisei, detentori del potere culturale, che definiscono e programmano quanto altri devono fare per essere salvi, aggravano il giogo della legge attaccandovi a rimorchio un carro di prescrizioni supplementari: è il carico pesante di chi ha la pretesa di salvarsi.

Il giogo di Gesù invece è dolce e il suo carico leggero: la sua misericordia ci alleggerisce sempre di più, svuotandoci di ogni rapina e iniquità.

Le infinite disposizioni che questi cultori della legge escogitano tocca ai farisei portarle. Gesù critica nel – chiamiamolo – “legista” soprattutto il potere culturale: dice e non fa, esercitando il potere su chi fa quanto lui dice.

Mentre i profeti annunciano la parola di Dio, questi cultori della legge, questi legisti, la vanificano, soffocandola in infinite prescrizioni.

Se i loro padri hanno ucciso i profeti per non convertirsi, questi uccideranno la Parola stessa! La loro sapienza è di perdizione: invece di aprire all’invocazione della misericordia, chiude all’autosufficienza della presunzione.

Questi cultori della legge, invece di essere testimoni della sapienza di Dio, portano a consumazione il mistero di iniquità dei loro padri, come loro e come tutti “insensati e tardi di cuore a credere quanto dissero i profeti”.

La sapienza di Dio sa di essere perseguitata e uccisa: è la sapienza della croce, del bene che vince il male, caricandolo su di sé.

Questo capitolo di Luca pronuncia sei “ahimè”, tre per i farisei e tre per i cultori della legge, ma Gesù li ha fatti diventare non un ahimè per loro, ma  un ahimè per se stesso, per Gesù stesso, perché se li è caricati tutti sulla croce, dove ha portato su di sé tutta la maledizione della legge e ha pagato il conto per ogni nostro delitto.

Gesù ha iniziato quel “Padre perdona loro perchè non sanno quello che fanno”, che poi ha ripetuto Stefano e tutti i martiri che sono morti per la causa di Gesù Cristo.

15 Ottobre 2020
+Domenico

Comportamento esterno ineccepibile, e l’interno?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 11,42-46)

In quel tempo, il Signore disse: «Guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio. Queste invece erano le cose da fare, senza trascurare quelle. Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. Guai a voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo».
Intervenne uno dei dottori della Legge e gli disse: «Maestro, dicendo questo, tu offendi anche noi». Egli rispose: «Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!».

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Si fa sempre un gran dire riguardo alle cariche istituzionali, che non devono essere destabilizzate da critiche e quindi delegittimate: capita ogni giorno in politica che si rinfaccino l’un l’altro critiche ai corpi dello stato … ora è la magistratura, ora il governo, ora il presidente stesso …

E’ giusto avere sempre il massimo rispetto, ma non a scapito della verità e del dovere di ciascuno di essere fedele al mandato e scrupoloso nella giustizia.

Gesù vede tutto il marciume che si sta diffondendo a macchia d’olio nel mondo intellettuale e dirigenziale del popolo d’Israele e non può tacere: gli hanno ridotto il tempio a borsa di valori, la religione a prigione dei buoni sentimenti e strumento comodo per schiacciare il povero e togliere la speranza alla gente, l’autorità ridotta ad un asservimento al potere del più forte.

Contro i farisei e i cultori della legge non ha mezze misure: li richiama al loro dovere ed è talmente forte che gli stessi si lamentano … “Maestro, dicendo questo delegittimi anche noi”.

Gesù non demorde, mette anche loro davanti alle responsabilità precise di ogni autorità, che deve essere sempre al servizio della verità: ogni persona che ha una qualche autorità nella chiesa o nel governo della cosa pubblica deve sapere che ha grandi responsabilità nei confronti della gente, non può usare la sua posizione per fare ingiustizie, per portare avanti i suoi interessi, per arricchirsi, per dare sfogo alle sue passioni.

Diceva La Pira, un santo sindaco di Firenze, che ogni politico alla fine del mandato si deve trovare in tasca gli stessi soldi di quando ha iniziato, meglio se con alcuni di meno: non si tratta solo di soldi, ma anche di coscienza pulita, di debolezze riconosciute e riparate, di onestà intellettuale che sa distaccarsi dal potere per essere sempre al servizio.

Allora l’autorità nella Chiesa e nello stato è un vero servizio, allora si può vedere nel loro compito l’abbraccio di Dio a questa umanità che alza gli occhi al cielo per vederne la sicura presenza di Dio, per dare salvezza a questa terra che si attorciglia sempre di più su se stessa.

Noi non abbiamo bisogno di gente che mostra un comportamento esterno ineccepibile, se poi dentro non sa vivere per se e per gli altri la vera giustizia di Dio che è misericordia.

Possiamo fare anche i conti con gli sbagli delle nostre autorità, di quelli che ci governano, ma siamo anche capaci di perdono, purchè però questo sbaglio sia riconosciuto e si cambi comportamento.

14 Ottobre 2020
+Domenico

La coscienza prima dell’immagine

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 11, 37-41)

In quel tempo, mentre Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo.
Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro».

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Al nostro aspetto esteriore teniamo tutti, è anche segno di buona educazione e di rispetto per gli altri essere minimamente presentabili, ordinati, gradevoli disponibili al dialogo.

Qualcuno invece spesso fa di tutto per creare distacco, fastidio, imbarazzo o spesso anche ostilità: si guarda solo le scarpe quando cammina e mai la gente che incrocia.

Purtroppo molti invece esagerano nell’opposto: sono tutta e solo immagine, apparenza, castelli di carta, se non maschere per far capire il contrario di quello che si è.

Proviamo almeno una volta a descrivere chi sono i farisei di cui spesso parla il Vangelo: il fariseo è un separato dal resto del mondo e questa separazione è per costruirsi il suo mondo a parte. Sono persone che presumono di essere giusti e annullano le altre persone, amano il danaro, senza il quale nessuna presunzione è in grado di farsi valere. Si vantano davanti a Dio e agli uomini, rubando la gloria a Dio e disprezzando i fratelli: hanno sostituito la misericordia di Dio con la propria impeccabilità. Invece di porre Dio e il suo amore al proprio centro, ci pongono se stessi e l’amore della propria figura, e pure Dio è funzionale alla loro bontà.

Purtroppo talvolta è la stessa celebrazione della Messa che dà questa impressione: la religione è vista come un insieme di riti vuoti, di immagini da posa, di recite, lontana dai veri drammi della vita. Niente di più errato!

Ricordo la rabbia dei giovani quando per delle riprese televisive, dovevano dare addio alla loro spontaneità e fingere di assumere posizioni, facce, gesti e azioni non immediate. L’effetto sarà pure bello, ma loro quando venivano ripresi non erano se stessi.

La vita così rischia di essere un fiction! Fiction rischia di esserlo spesso anche la vita religiosa, anche il rapporto di fede, quando si riduce tutto a riti esteriori, a parate, a processioni, a farsi vedere, a recitare una parte.

Il richiamo alla coscienza è fondamentale per il rapporto con Dio: esiste uno spazio interiore non disponibile a manipolazioni in cui si realizza il vero e profondo rapporto con Dio. Lì nessuno viene a manipolare, lì nessuno ti può giocare, sei sempre e solo con Lui, con Dio. E’ a questo strato di interiorità che nasce il dialogo con Dio e la fiducia in Lui. E’ nell’intimo della radice di ogni libertà e di adesione alla verità che si gioca la vita dell’uomo. Sicuramente le scelte interiori si intuiranno anche da comportamenti conseguenti esterni e visibili, ma la radice è nella profondità della nostra coscienza.

Non si tratta di vivere un cristianesimo anonimo, ma di radicare nella verità e nella coscienza la propria fede, che da sola spingerà il cristiano a testimoniare con verità ciò che si porta dentro. I cristiani non si curano della facciata, perché il Dio della luce, della verità, rende la nostra vita trasparente della sua presenza in noi.

13 Ottobre 2020
+Domenico

Anziché vivere di speranza vogliamo sempre certezze

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 11, 29-32)

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Più uno si guarda allo specchio, meno vede gli altri; più si è autocentrati, meno ci accorgiamo delle belle cose che abbiamo attorno: delle persone, delle natura, delle occasioni, dei fatti decisivi per la vita. Più stringiamo l’orizzonte su di noi, meno ci accorgiamo di quello che di importante capita proprio tra di noi. Sicumera, la si chiama questo atteggiamento di sentirci l’ombelico della terra, di aver risolto tutto perché noi siamo bravi, di sentirci autosufficienti e autoreferenziali: tutto ci è dovuto, tutto è scontato, tutto è scolorito.

Erano così anche gli abitanti della Palestina al tempo di Cristo, i suoi stessi compaesani, gli uomini del potere e della religione: nel loro tessuto di relazioni c’era Gesù, ma non si accorgevano; Lui diceva di sé e del Regno di Dio, ma non gli credevano. Molta gente veniva da ogni parte per ascoltarlo e loro lo davano per scontato … anzi, volevano una prova ogni giorno. Non bastavano le sue parole, i segni della sua forza e della sua bontà, i ciechi che tornavano a vedere, i disperati cui rinasceva la fiducia nella vita, gli indemoniati che provavano la gioia insperata della liberazione dallo spossessamento; volevano segni straordinari, eclatanti, inequivocabili. Il giorno dopo ne avrebbero voluto un altro ancora più strepitoso.

Non è forse questa una fotografia della nostra vita?

Nel nostro tessuto di relazioni c’è Gesù, ma non ci accorgiamo; viene a bussare alle porte delle nostre case, ma non lo identifichiamo; lo accogliamo nelle nostre opere di carità, ma non lo riconosciamo. Facciamo tante opere di bene, ma senza anima. E’ un dovere, forse solo una specializzazione, spesso una abitudine.

Lui ci continua a dire di sé e del regno di Dio, ce ne fa vedere i segni, si sbilancia dalla parte della debolezza, come certezza della sua presenza, ma noi non gli crediamo, non siamo disposti a scommettere: abbiamo perso l’occhio limpido di chi lo intuisce e indica a tutti la strada per incontrarlo.

Molti vorrebbero che noi glielo facessimo incontrare, ma noi continuiamo a nasconderlo sotto un cumulo di preoccupazioni morali: invece di essere “sentinelle del regno di Dio”, siamo registratori di comportamenti.

Noi vogliamo un segno ogni giorno, noi chiediamo sempre conferme, noi non sappiamo accettare l’invito al cambiamento radicale, perché anziché vivere si, di speranza, vogliamo certezze.

Il segno di sua natura è un rimando a un’altra realtà, come il fumo al fuoco, il cartello stradale al paese o alla città che indica. Giunti là dove indica cessa la sua funzione questo segnale, ci ha messo nella realtà che cercavamo. E noi che facciamo? Siamo proprio come quelli che cercano la luna: un dito gliela indica e noi ci fermiamo a guardare il dito. Ci ammaliamo di segni perché non vogliamo aprire gli occhi, il cuore, la mente sulla realtà.

I contemporanei di Gesù, e lo siamo sempre anche noi da quando Gesù è risorto, non volevano cambiare: stavano troppo comodi nella loro routine quotidiana. Se avessero creduto a Gesù avrebbero dovuto cambiare alla grande, il loro potere sarebbe stato messo in difficoltà.

Molta gente ci invidia la nostra fede cristiana, molti cercano la verità, vorrebbero poter dialogare con il Dio di Gesù Cristo, se avessero a disposizione il Vangelo sarebbero felici. Il mondo nel quale viviamo lo butta, la religione la si sopporta, ci siamo abituati al Vangelo, come al colore delle pareti e le abbiamo perfino scolorite; il nostro modo di credere ha perso nerbo. Forse anche noi vorremmo dei miracoli, per essere confermati, ma il miracolo vero è sempre e solo Gesù, il risorto, colui per il quale i martiri di ieri e di oggi hanno testimoniato con la vita. Desiderare il miracolo significa non aver fiducia, non essere disposti a cambiare, non aver capito che il segno di Dio sono i poveri di cui riempie le nostre case, i nostri colloqui.

Siamo sempre attorniati da questi segni, finché le nostre case, gli episcopi, le canoniche, sono piene di poveracci, di schizofrenici che nessuno vuole, significa che il Signore ci sta dando privilegi per il Regno di Dio, sono i nostri tesori, sono la miglior preparazione all’esame della vita, che tutti faremo davanti a Gesù: avevo fame, non mi guardava nessuno, ho bussato a tutte le porte, ma non mi avete mai riconosciuto e io vi avevo dato occhi grandi per vedermi, e li tenete sempre dietro occhiali impenetrabili per voi e per gli altri.

12 Ottobre 2020
+Domenico