Rispondi all’invito

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 22, 1-14)

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.»

Audio della riflessione

“Mi inviti a nozze”, si dice quando qualcuno ti fa una proposta che sta già dentro nei tuoi desideri, nelle tue aspirazioni, nei tuoi sogni, quando ti mette in un ambito in cui ti sai muovere al meglio, dove puoi esprimere tutte le tue qualità: sta proprio a significare che è una gioia esaudirla, è un regalo accoglierla.

C’è qualcuno invece che a nozze non ci vuol andare: il Vangelo parla di un re che invita tutti alle nozze del figlio, ma la festa va deserta. Nessuno è disposto a regalare questa gioia al re, a dedicare tempo e allegria a questo suo figlio, a condividere col re questo passo importante per la sua famiglia che cresce e si moltiplica, a fargli compagnia in quel tanto di nostalgia che lo assalirà durante la festa per una vita che si stacca, diventa autonoma e si fa indipendente. Nessuno accetta l’invito.

La vita intera è un grande invito a nozze e purtroppo molte persone rifiutano la vita, la sopportano, la disprezzano, non la tengono in conto. Ne vedono l’impegno e lo evitano, ne vedono le prospettive, ma calcolano solo se sarà faticoso raggiungerle.

Ricordo che quando domandavo a mia madre perché mi aveva messo al mondo era la domanda più stupida che potevo farle e il dispiacere più grande che ne aveva: qualche volta mi arrivava un ceffone che aveva tutto il sapore di una certezza incrollabile da non metter mai in dubbio, qualche altra era uno sguardo severo e buono che ti faceva capire che stavi delirando e che ti insegnava che la vita è sempre un dono, è sempre una gioia, è un regalo di cui bisogna sempre sentirsi felici e responsabili.

E il re, vedendo che nessuno veniva alle nozze del figlio, mandò per tutte le strade, per calli e campielli, per sentieri e siepi, per ponti e stazioni, mandò i suoi servi a chiamare i barboni, i senzatetto, tutti i disperati e gli abbandonati: quelli sì sapevano apprezzare il suo dono!

Quanta gente ha voglia di vivere e glielo impediamo con la fame, con la guerra, con la schiavitù, con la violenza … e noi qui ad annoiarci, a drogarci, a vendere morte, a strillare per qualche sgarbo, mentre la maggioranza dei popoli ancora vive di stenti e ci sa insegnare che la vita va sempre apprezzata e al suo banchetto anche se povero val sempre la pena di partecipare.

La forza di Dio è inarrestabile, non pone condizioni: al suo banchetto ci possono stare tutti! L’invito deve arrivare, non c’è ufficio postale che seleziona; la sua mailing list ha gli indirizzi di tutti: nessuno può fare da filtro, soprattutto quelli che hanno accettato il suo invito.

Con chi lo segue è esigente, nessuno può illudersi di sentirsi “a posto; la vita è sempre una sorpresa, si porta dentro sfide nuove. Se poi questo banchetto è la vita cristiana, è l’esperienza di una comunità credente, è la vita di fede, questa ha sempre bisogno di prendere il largo, ha bisogno di conversione, di vigilanza, di misura alta, di autentico fascino per tutti.

11 Ottobre 2020
+Domenico

Che mamma fortunata hai avuto Gesù! Si’ perché ascolta e fa sempre quel che Dio Le dice

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 11, 27-28)

In quel tempo, mentre Gesù parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!».
Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».

Audio della riflessione

I grandi personaggi hanno sempre un fascino particolare: quando li incontriamo restiamo ammirati … ci siamo fatti di loro un’idea di grandezza, bellezza, desiderabilità e vogliamo toccarli, avere qualcosa di loro. Così fanno i ragazzi quando vanno a chiedere l’autografo, un ricordo, un contatto, un selfie di uno sportivo o di un eroe del cinema o un grande cantautore che interpreta i loro gusti e la loro vita.

Gesù stava spopolando da questo punto di vista, cominciava a diventare una persona desiderabile, un riferimento, un desiderio di tanti. E’ naturale che una donna si alzi a gridare: “che mamma fortunata hai avuto, che figlio prodigioso ha allattato al suo seno, che grande soddisfazione devi essere per lei.”

E Gesù riporta sempre tutto al suo vero significato: Quale è la vera beatitudine? Certo avere dei figli che riescono nella vita, potersi identificare con una riuscita bella dell’educazione e della dedizione vissuta quotidianamente senza sosta, ma la vera beatitudine è mettersi in ascolto della Parola di Dio, mettersi in comunicazione con la sua volontà, attuarla, farla diventare stile di vita, spazio di dedizione di sé per il bene di tutti, luogo di dialogo ininterrotto con Dio.

Questa era la figura di mamma che Gesù voleva mostrare di Maria, una donna di grande fede, talmente attenta alla Parola di Dio da averla portata in grembo per generarla alla vita.

Questo intervento di Gesù che sembra a prima impressione un po’ distaccato, scostante nei confronti di sua madre, in realtà è la definizione più bella di Maria: non è importante per un legame di affetto o di sangue, è grande parchè questo legame pur intenso è solo il segno di una adesione definitiva, totale, generosa a Dio della propria vita, un mettersi a disposizione del piano di Dio senza riserve, un abbandonarsi alla sua volontà coscientemente per tutta la sua vita.

Gli affetti sono importanti, ma sono solo l’inizio della strada della fede: Gesù vuole sempre portare l’umanità nell’abbandono a Dio, nella fiducia in Lui, il padre di tutti, nel gettarsi con tutta la vita, il cuore, i sentimenti in colui che, se abita un cielo, è perché il suo amore faccia alzare lo sguardo di tutti gli uomini dalla miseria in cui si sono cacciati e dia alla terra la gioia di sentirlo Padre.

E’ bello che questo brano di Luca sia letto nelle chiese proprio oggi che è sabato, il giorno della settimana che dedichiamo a Maria e che oggi diventa anche una decisione di ascoltare sempre e custodire la Parola di Dio … e realizzarla.

10 Ottobre 2020
+Domenico

Il demonio esiste e va combattuto come ha fatto Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 11, 15-26)

Audio della riflessione

Non siamo molto abituati nella nostra mentalità occidentale a pensare all’esistenza del demonio, dello spirito del male, eppure il Vangelo, Gesù stesso ne parla spesso, inaugura con lui una stagione di lotta all’ultimo sangue.

Vi appare nel momento in cui deve prendere le decisioni importanti per la sua vita, all’inizio della predicazione itinerante. Lì nel deserto dice il vangelo lo tenta.

Ma che è questo demonio? E’ il principio del male opposto al principio del bene che è Dio? E’ una fantasia che ci creiamo per dare la colpa del nostro malessere a qualcuno che sta fuori di noi? Il nostro mondo è di fronte a una lotta tra due principi che si contendono la nostra vita e noi ne siamo in balia nell’incertezza?

Niente assolutamente di tutto questo: il demonio è tentatore, divisore, soprattutto, perché semina discordia, ma non è potente come Dio, è un angelo decaduto, è nell’ordine delle creature, non sta mai al livello del Creatore.

Dio lo ha vinto una volta per sempre e affidarci a Dio significa vincere ogni potenza del male. E’ importante sentircelo dire perché il demonio è ancora presente e si impossessa della vita delle persone, mai però definitivamente, perché Dio lo sconfigge.

Oggi purtroppo si sta diffondendo il satanismo, soprattutto tra i giovani, l’appellarsi cioè a questo principe del male per offendere Dio, profanare le cose sante, disprezzare la vita, distruggere la fede. Forse nasce da una ribellione alla chiesa, ma diventa un modo di pensare e un odio incontenibile nei confronti anche della vita.

Qualche cantautore gioca col fuoco, lo usa per fare cassa, ma soprattutto distrugge la serenità nella coscienza dei giovani che vengono portati a compiere delitti estremi – come ci dimostra la nostra storia – senza motivazione, in preda spesso ad autentiche possessioni.

C’è anche un modo più soft per farsi dominare dal demonio: sentire di avere malattie spirituali, vessazioni di cui non si conosce la causa, strane esperienze che capitano in casa.

Alcuni hanno la consapevolezza di essere posseduti da una volontà da cui non riescono a liberarsi. Allora che si fa? Si fa la coda dai maghi, che spillano soldi in quantità e lasciano il segno del demonio nella nostra vita. Complice spesso è anche halloween o giochi banali che fanno i ragazzi invocando il demonio.

Gli esorcismi sono preghiere che la Chiesa ha formulato per implorare da Dio la sua potenza sullo spirito del male. Gesù nel Vangelo scacciava demoni, ridava alle persone la serenità della vita interiore. Per la gente il suo perentorio “Taci! Taci! Esci da costui” è segno della sua figliolanza divina.

E’ solo Dio che può vincere lo spirito del male!

Molte persone hanno bisogno di sentirsi dire sulla propria vita questa speranza: il demonio non vince più, Dio lo ha sconfitto attraverso la morte in croce di Gesù. 

9 Ottobre 2020
+Domenico

Abbiamo un Padre, cui ci possiamo abbandonare

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 11, 5-13)

«… Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!
».

Audio della riflessione

Ti capita talvolta nella vita di aver perso la fiducia in tutti: l’amico del cuore ti ha abbandonato, anzi ha usato la tua amicizia per fare i suoi interessi, le persone con cui hai sempre collaborato ti hanno voltato le spalle nel momento del bisogno; quando ti senti colpito da dicerie, i tuoi vecchi amici ti evitano. Se chiedi qualcosa devi guardarti da quello che ti danno, non è sempre il meglio e spesso può essere un tranello … ma c’è ancora qualcuno di cui ci si può fidare ciecamente?

Avere fiducia è una sete necessaria per vivere: chi vive di sospetti si ammala e trasforma la vita in un inferno.

Gesù ci presenta suo Padre, che è anche Padre di tutti noi, come un porto sicuro: le sue braccia sono la gioia più grande che ci può capitare; ho negli occhi tante immagini di ragazzi e ragazze che si sono buttati nelle braccia di Giovanni Paolo II o di Benedetto XVI o di papa Francesco con la sete di un abbraccio definitivo e il desiderio di un cuore tutto per loro.

Dio è per noi ancora più di qualsiasi abbraccio umano: Lui è il porto sicuro della nostra vita. Se riusciamo a maturare nella preghiera questa confidenza abbiamo in noi la chiave della serenità della vita e della felicità.

Fuori dalle sua braccia non possiamo cadere: da Dio non ci aspettiamo né scorpioni, né pietre, ma pane e vita.

Nel fondo di ogni cuore di padre c’è una bontà impensata, verso i propri figli, scritta nel dna dell’esistenza: il giovane più spavaldo, il lavoratore più duro, il manager più severo, il pugile più deciso di fronte al suo bambino, si strugge e si scioglie. La sua grande mano in quella piccola del bambino sono una forza sicura e un affidamento totale.

Se voi che siete cattivi – dice Gesù nel Vangelo – vi intenerite così per i vostri figli, non volete che il Padre vostro celeste non sia ancor di più amorevole con voi?! Che idea di Dio vi siete fatti? Pensate ancora che vi aspetti col fucile in un’imboscata?

Nel suo silenzio ci affidiamo a Lui, senz’altra prova che la fiducia in Lui che si è consegnato proprio a noi: proprio così vinciamo la menzogna antica che ci fece vedere in Dio un nemico, sordo e ostile, e ci abbandoniamo a colui che noi abbiamo abbandonato e decidiamo di tornare ad essere suoi figli.

E’ questione di fede: la fede non è solo e soprattutto tenere per vere cose che ci paiono impossibili, ma sentirci sempre nelle braccia di Dio, avere fiducia del Signore, smettere di lagnarci ogni volta che prendiamo coscienza della vita e iniziare la giornata con Lui, con la certezza di stargli a cuore come ogni figlio al Padre, e concluderla sempre nelle Sue braccia.

8 Ottobre 2020
+Domenico

Il padre Nostro e l’Ave Maria

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 11, 1-4)

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli».
Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione».

Audio della riflessione

Sono molto rare le persone che non pregano: viene spontaneo a tutti immaginare che ci sia qualcuno che ci aiuta, che sta oltre noi, che non è invischiato nei nostri commerci e che gratuitamente si mette dalla nostra parte e ci solleva dalle miserie in cui cadiamo.

Una preghiera semplice ti affiora alle labbra nei momenti più intensi, nei bisogni e nelle situazioni più disperate: è un nome, una invocazione, un sospiro … “Dio, se ci sei, batti un colpo!”

Gli apostoli, che vivevano in un mondo religioso, pregavano: erano cresciuti nelle sinagoghe e avevano imparato a recitare salmi, a innalzare lodi a Dio; frequentavano il tempio e partecipavano alle liturgie dei sacerdoti, ma quando vedevano Gesù stare notti intere a dialogare con Dio Padre, a pregare, hanno avuto nostalgia di questa nuova forma di preghiera di Gesù, lontana dal tempio, dal chiasso, eppure così intensa e determinante per la sua missione, e gli domandano “insegnaci a pregare”.

Pregare è un’arte, non è un mestiere: ha bisogno di tensione interiore, di radicamento nella vita e di grande abbandono in Dio.

Gesù allora li aiuta a fare della preghiera non una continua lagna, o un moltiplicare le parole, ma un atto di abbandono nel Padre: insegna loro a chiamare Dio con il tenero nome di Padre.

Gesù sempre così si è rivolto a Dio, proprio perché questa paternità è venuto ad annunziare agli uomini: è questa la buona notizia che pervade tutta la vita di Gesù.Questa parola è il cuore della vita cristiana, contiene tutto l’affetto di noi figli verso il papà e di noi fratelli verso Gesù.

Questo Padre ancor prima di essermi “utile” deve essere lodato, benedetto, amato, tenuto in conto da tutti i figli … e mentre il Vangelo ci mette in comunione con questo nostro amatissimo Padre – la festa di oggi è dedicata alla Madonna del Rosario – ci mette davanti la bellezza dell’Ave Maria, quell’altra preghiera che fa parte del nostro modo semplice di pregare e che recitata come al rosario, può rischiare di essere solo ripetitiva, ma sicuramente è un insieme di parole d’amore ripetute senza stancarsi, sempre in modo confidenziale, come abbiamo fatto tutti con nostra mamma quando stavamo con lei e sapevamo che ci avrebbe sempre esauditi.

Rosario, non è una nenia, ma litania che sigilla un amore senza limiti e senza pretese, una speranza che non si spegne: questo è il nostro rosario e questo è il nostro rapporto con nostra madre Maria.

7 Ottobre 2020
+Domenico

Appassionato, amico, fratello e figlio di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 38-42)

Tu, Gesù, sei trasgressivo anche quando ti riposi? Sei trasgressivo anche quando te ne stai tranquillo in compagnia di due ragazze? Sei trasgressivo anche se lasci per un po’ di tempo le “public relations” e ti lasci coccolare dall’amicizia?

Nel mondo in cui siamo, il tempo va tutto calcolato, anche quello libero, soprattutto quello libero: occorre spremere di tutto e di più; se vuoi far carriera, sappi che non c’è niente di inutile, devi calcolare tutto e non farti irretire da sentimenti e romanticismi e non farti legare dall’amicizia. Devi essere sempre tu che ha in mano la vita, che la orienta, che decide dove collocarla.

Col mio ragazzo e con la mia ragazza almeno questo l’ho imparato: da venerdì a domenica non ci sono per nessuno. Sembrerebbe tutto tempo gratis e invece anch’esso è tutto calcolato per spremere il più possibile: lo chiami amore, ma fa fatica a diventarlo, perché è furbizia, è sfruttamento dell’occasione, è l’operazione materasso, è apnea della vita, è due cuori e un’automobile, è dare per scontati i sentimenti veri, è coprirli di baci che li soffocano…

Lui, Gesù tornava spesso a Betania: c’erano due sorelle che stravedevano per lui, c’era un amico che lo rincuorava dopo le sfide e le provocazioni senza esclusione di colpi dei farisei.

Dice il Vangelo “Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro”: si metteva in pantofole, lui che nessuno fermava nell’ardore di buttarsi nell’avventura del Regno, Lui che appena il giorno prima aveva buttato all’aria le bancherelle del tempio e qualcosa di più nella coscienza della gente.

“Venite in disparte e riposatevi un po’, passate di qua quando non ne potete più e avete giù la catena e non capiterà mai che io abbia qualcosa d’altro da fare che abbracciarvi, ascoltarvi teneramente”.

Maria se ne stava là a contemplarlo, lo riempiva dei suoi sguardi, Marta invece brigava e borbottava perché si voleva mettere al centro della scena, Lazzaro gli dava il cuore e senza volerlo gli preparava in gola il pianto per la sua morte.

Gesù non era un super eroe, non era un blocco di pietra, non girava col portatile per programmare tutto e sempre, ma un cuore che ama, che apprezza i sentimenti, che sa commuoversi e piangere, arrabbiarsi e presentare contro il male una faccia dura come la pietra. Gesù sapeva e sa quello che c’è nel cuore dell’uomo. Sa che la nostra parte migliore è stare in contemplazione, lui del Padre e noi di Lui.

Marta e Maria dovevano imparare ancora questo da Gesù: ci sarebbe stato tempo poi per riflettere, perchè Lui fra poco se ne sarebbe ripartito e voleva che tutti noi che tentiamo di volergli bene sapessimo stare con Lui nel miglior modo possibile, come aveva fatto Lui per Marta Maria e Lazzaro.

Nell’imminenza della sua passione e la sua morte voleva vivere fino in fondo la sua umanità anche nell’amicizia, era una amicizia che si portava dentro la fede nella vita eterna, la gioia di donarsi fino all’ultima goccia, il dolore per la morte imminente di Lazzaro e la speranza riaccesa con la sua risurrezione.

Questa amicizia vissuta fino a far risorgere Lazzaro gli è costata la sentenza di condanna: Gesù sapeva di rischiare e per l’amicizia ha pure fatto tutto questo.

L’unica cosa necessaria all’uomo  per vivere è essere amato senza condizioni: questa casa frequentata da Gesù prelude ciò che sarà alla fine, quando tutti, accolti e accoglienti, riceveremo  e daremo amore.

6 Ottobre 2020
+Domenico

Il prete del tempio e il levita: pendolari del sacro che smontano dal turno

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10,25-37)

Audio della riflessione

Siamo un poco tutti pendolari, siamo sempre una categoria troppo debole: spendiamo un sacco di tempo sulla strada e siamo soggetti a tutto … ingorghi, ritardi, persone balzane, ladri, prepotenti … te ne devi sempre aspettare una ogni giorno, sai quando parti la mattina e non sai come torni la sera.

In apertura e chiusura sempre una avventura: la strada. Per questo vediamo nella strada solo il punto di partenza per il nostro lavoro, per i nostri obblighi di società; ci sarà di nuovo ancora il luogo del ritorno, stanchi, ma soddisfatti di rimetterci nella serenità e nella gioia della vita che ritorna ad essere nostra, perché ritorniamo in famiglia, tra gli amici.

Il pericolo però … è che pensiamo che il tempo del viaggio sia proprio inutile, da vivere in apnea in attesa che passi: vivevano così anche i leviti che lavoravano al grande tempio di Gerusalemme: loro pure pensavano che la loro vita consistesse proprio nella gioia del tempio, del loro contatto con Dio, dei momenti belli, anche sinceri di preghiera nella pace del convento, le volute di incenso fatte salire per dire la gioia di servire il Signore, per aprire nella vita una finestra di eternità. Ma non pensavano che tutte queste belle esperienze di dialogo con Dio, di pace con se stessi  fossero in attesa di una autenticazione: il prossimo.

I due leviti, uomini religiosi escono dal tempio, pensano di aver dato a Dio tutta la lode possibile, tutto l’abbandono in Lui, pensano di aver dato alla vita interiore, al rapporto con il Signore tutto quanto era dovuto e finalmente si fanno i fatti loro, come facciamo tutti dopo aver lavorato, vissuto per la famiglia e terminati i tempi del quotidiano pendolarismo.

Quei due leviti ritornano a casa loro si immergono nel loro “pendolarismo” e non hanno più impegni. Che capita allora? Sulla strada del loro pendolarismo trovano un uomo riverso a terra mezzo morto: non pensano neanche lontanamente che il loro amore a Dio sviluppato nel tempio adesso esige una verifica, e scansano l’uomo ferito. Non capiscono che così spengono tutte le volute di incenso all’altare, rinnegano il loro dialogo con Dio.

Invece Dio sta proprio lì: quel ciglio della strada scandaglia loro il cuore e ne rivela la meschinità, l’astrattezza del loro rapporto con Dio, dello stesso servizio al Tempio. Sono “pendolari del sacro”.

Non si può essere pendolari del sacro, come non si può essere pendolari della vita: La vita e l’incontro con Dio non sono un lavoro 9-12/ pausa pranzo /15-18. E’ la tua coscienza, la tua umanità che dà sapore anche ai momenti più inutili. Sei sempre tu che vivi, che incontri, che scansi, eviti, ignori o accogli.

Non ti volti da nessuna parte, non cambi marciapiede per non inciampare, per non vedere, perché dall’altra parte ci sei sempre tu.

C’è un altro pendolare che si accompagna ai nostri passi distratti, affaticati, svenduti: è un mercante, senza il senso degli affari, senza preoccupazioni di “target” e di programmi, di profitti e di istogrammi di vendite, di nasdaq e di mibtel.

E’ Lui che si piega sull’uomo ferito, è lui che lo accoglie e lo consola, che non lo vede come un inciampo nella sua corsa veloce all’aeroporto.

Lui sa guardare la vita come una continua provocazione a dare significato al tempo e all’amore, ritiene più importante il tempo che lo spazio, il percorso invece che lo stare annoiati in uno spazio bellissimo, come dice papa Francesco.

Questo “pendolare”, che i leviti neanche lontanamente potevano intuire, era proprio Gesù: alla sua nascita non c’era posto per lui, Maria e Giuseppe nell’albergo; per questo raccoglie il ferito e ve lo porta. Si ferma e non ci abbandona, si carica e si fa carico di noi, e porta proprio là l’uomo ferito, e ciascuno di noi, e gli procura una ripresa per lui impensata.

Per lui ogni piega della vita è una scommessa: non è un pendolare del sacro, ma il Signore di ogni voglia di vivere, soprattutto la più flebile e la più disarmata.

5 Ottobre 2020
+Domenico

Torniamo a dire e cantare sempre “Laudato si’ mi Signore”

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 21,33-43)

Audio della riflessione

Chi si immaginava che la sua vita e la vita del mondo in cui vive sarebbe stata una lenta costante graduale evoluzione verso un mondo sempre migliore, ordinato, tranquillo, o per lo meno verso una completezza e armonia più pervasiva, si deve ricredere: gli sconvolgimenti che i fatti impongono, le migrazioni inarrestabili, la scomparsa di confini per la correttezza delle informazioni, le finanze, i popoli rimettono sempre in dubbio ogni buona meta o aspirazione.

La nostra sicumera di avere in mano tutto e di soffrire solo perché ci stavamo annoiando della vita è stata messa a dura prova dalla pandemia: la tua stessa identità che hai cercato di costruirti a fatica, quando vedi che non è più spendibile o nel lavoro o nel campo dei tuoi affetti, ti sta addosso come un peso e vorresti avere agilità per cambiarla.

In questo gioco entra sicuramente anche il tuo mondo interiore: ti sembrava di aver trovato qualche certezza, di aver sistemato anche questa zona “religiosa” della tua esistenza con qualche buona lezione di catechismo e qualche buona abitudine, invece vedi che tutto questo non regge più.

La fede si porta dentro istanze di rinnovamento, esigenze non solo di restauro intelligente, ma di rifondazione. Invece tu la lasci andare alla deriva, nella insignificanza.

Così accade nella coscienza dei singoli, così accade nella famiglia, nella stessa comunità cristiana che cambia radicalmente volto: ci si abitua tra di noi come al colore delle pareti, si tiene in piedi qualche vecchia tradizione e si soffoca o annega in una sorta di “modernità liquida”, perchè ogni slancio profetico, ogni invito al rinnovamento, ogni tentativo di colpo di reni risolutivo … non c’è!

“Perciò io vi dico: vi sarà tolto il Regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare”. Mi pare di vedermi davanti Gesù, che dopo tutti i tentativi possibili di far svegliare l’elefante, di far scattare la corsa, ci saluta e va altrove; è il padrone della vigna, che s’aspettava uva pregiata e invece deve fare i conti con qualcosa di selvatico e di insipido.

Certo Dio è fedele al suo popolo, a ciascuno di noi, alla sua Chiesa, ma non al punto di annullare il suo disegno di amore per l’umanità o di mettere da parte le sue esigenze di verità e giustizia.

Se i cristiani rifiutano, se l’occidente gli volta le spalle, se la cosiddetta civiltà cristiana lo rinnega o lo rifiuta, troverà altri che l’ascolteranno e farà vivere la sua Chiesa, la sposa inseparabile, altrove.

Ecco … sentirci dire questa minaccia oggi che celebriamo la festa di san Francesco,  un dono inimmaginabile che Dio ha dato alla nostra vita, alla nostra Chiesa, alla nostra società, alla nostra patria, e anche alla nostra stessa natura, alla sua creazione ci deve far riprendere forza, coraggio, speranza, visioni di mondo belle come il suo cantico di lode che deve ritmare la nostra ripresa di fede, di vita e di cura del creato.

Torniamo a dire … a cantare contenti, e a vivere la vita di ogni giorno “Laudato sì mi Signore”, a risentire Dio nella nostra vita, la sua tenerezza, il suo amore, la sua bellezza.

4 Ottobre 2020
+Domenico

Sei ancora tentato di farti sbattezzare?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 23-24) dal Vangelo del giorno (Lc 10,17-24)

«Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

Non è raro, trovare gente che non riesce ad apprezzare l’esistenza che conduce, l’ambiente, la città, la cultura, il paesaggio, le possibilità di vita di cui possiamo godere: è una tendenza antropologica più forte di noi … da bambini ci sembrava sempre più buona la minestra della zia, da grandi al gusto uniamo il lamento, al lamento l’abitudine, all’abitudine l’ingratitudine e in questa sequenza non sappiamo più godere delle cose semplici della vita.

Non scorgiamo più il miracolo di un giorno nuovo che comincia, la gioia di godere della salute, la bellezza di avere forza per fare tante cose: quando non le avremo più, saremo una lagna per tutti quelli che incontriamo.

È un difetto anche della nostra società opulenta: non siamo mai contenti di niente, non apprezziamo quello che abbiamo. Ora poi che siamo nella pandemia e di essa non scorgiamo la fine, siamo ancora più disperati, vediamo solo quello, non sappiamo alzare lo sguardo a un futuro migliore.

Sappiamo che Dio sta sempre seminando e proponendo il suo regno e noi non riusciamo più ad alzare lo sguardo per riprendere speranza.

Gesù nella sua predicazione si è scontrato con gente che non riusciva a capire la grandezza di quello che stava accadendo con la sua presenza nel mondo: avevano aspettato per secoli un segno, un futuro diverso, un messia e si erano stufati di attenderlo.

Quando è arrivato, non lo hanno riconosciuto. Ma tra la folla che lo seguiva c’era gente semplice senza tante “strutture di pensiero” o gabbie di abitudini. Solo questi lo hanno capito, hanno saputo scorgere in lui la novità di un Dio amabilissimo e vicino, di una Parola che va dritta al cuore.

Mi scrive un ateo convinto: “per me Dio non esiste, posso vivere senza inginocchiarmi, né di fronte a Dio, né di fronte ad altre divinità; la ragione è il contrario di una divinità che impone la genuflessione, lascia libero l’uomo di pensare ciò che vuole. Per me vivere senza Dio non è un tormento. Io trovo in me stesso, solo in me stesso la forza di emergere più forte da ogni prova.”

Certo … se la ragione diventa un assoluto non c’è spazio per la sorpresa, l’accoglienza di un gesto d’amore. Invece si può essere razionali fino in fondo e accogliere qualcuno che va oltre, non contro.

Molti avrebbero desiderato udire quel che voi udite e non l’udirono, conoscere la bellezza del Vangelo e invece hanno dovuto accontentarsi del buonsenso, dei talk show, delle fiction.

Quando siamo troppo pieni di noi, perdiamo la saggezza della vita: C’è una possibilità nel nostro mondo di poter tornare ad apprezzare la bellezza della nostra fede? O ci chiediamo tutti di farci “sbattezzare”?

Sicuramente possiamo tornare ad apprezzare la bellezza della nostra fede se tendiamo la vita come un arco. È una speranza da nutrire sempre!

3 Ottobre 2020
+Domenico

Un angelo custode ha sempre cura di noi

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18, 1-5.10)

Audio della riflessione

E’ bello sentirsi di qualcuno sempre, sapere che non sei mai solo, che hai qualcuno cui affidarti, che veglia su di te, che è disposto a faticare, a camminare, a crescere con te.

Questo sicuramente è un amico, è per una buona parte della nostra vita il papà, la mamma; qualcuno ha la grazia di avere un fratello o una sorella con cui si litiga,  ci si cerca, si bisticcia, ci si confida, ci si coalizza contro i grandi, ci si fanno confidenze.

Quando si è più grandi si cerca una guida: molti di noi ricordano di avere avuto nell’esistenza una persona che li ha sorretti, spronati, tenuti per mano.

Nella fede ciascuno di noi ha una presenza speciale, personale, di Dio: l’angelo custode. Dice Gesù, parlando dei bambini: non crediate di poter fare da padroni sulla vita di questi piccoli, di poterli strumentalizzare o disprezzare, perché i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio.

La storia di salvezza di Dio raggiunge ogni persona nella sua situazione concreta attraverso questi “messaggeri”, questi angeli, queste presenze personificate dell’amore di Dio.

Gesù nella sua vita ha esplicitato molte volte questo rapporto, soprattutto nell’ora suprema del dolore e dell’abbattimento, della possibile disperazione e del tradimento. Nell’orto del Getsemani, la notte della sua cattura da parte della soldataglia, Gesù viene confortato da un angelo.

I bambini sono già grandi e intoccabili per se stessi, per la persona che essi sono: devono stare al centro della nostra attenzione, ma spesso vengono usati come ricatto nelle famiglie, nei litigi tra papà e mamma, vengono usati nelle pubblicità, vengono rapiti, vengono fatti  morire in mare da scafisti assassini, della loro vita non si tiene conto, le città sono costruite a misura di adulto, non sono fatte perché anche loro vi possano vivere felici, sono spesso lasciati soli, vengono affidati alla TV, anche quando  fa scempio della loro innocenza. Molti vengono usati a lavorare, in certi contesti vengono usati come soldati, invece di giocattoli imbracciano armi.

Il maggior male è sempre la pedofilia, di cui tutti dobbiamo chiedere perdono, perché la responsabilità è di chi la compie, ma anche di tutti noi che non ce ne facciamo carico e non la impediamo. Potremmo continuare a ricordare le nostre inadempienze, ma solo per richiamarci ciascuno alle nostre responsabilità. 

Ci sono anche però molti che vivono per loro, per loro danno il massimo dell’amore. Tanti genitori sono capaci di atti eroici, quotidiani, senza tanto clamore; sono imparentati e in buona compagnia, spesso senza saperlo, con i loro angeli che Dio ha messo come sicuro segno di speranza nelle loro vite.

2 Ottobre 2020
+Domenico