Ci nasca in cuore la voglia di ‘vedere’ Gesù  

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 5,1-16)

Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici.
Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.
Quel giorno però era un sabato. Dissero dunque i Giudei all’uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi la tua barella e cammina”». Gli domandarono allora: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi e cammina?”». Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo.
Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato.

Audio della riflessione.

C’è stato un tempo in cui si leggeva il vangelo come un libro molto bello, commovente, edificante, capace di infondere sentimenti buoni, una sorta di “Cuore”, utile per i bambini e per dare al mondo insegnamenti morali positivi, ma per nulla storico. Quello che accadeva nel vangelo era narrato con molta fantasia e con qualche riferimento essenziale a luoghi conosciutissimi. Il miracolo di quel paralitico che voleva immergersi nella piscina di Siloe e che nessuno aiutava a fare il balzo nell’acqua, era per gli studiosi di questa tendenza proprio un fatto moraleggiante di questi.  

A Gerusalemme non c’era nessuna piscina con portici come si dice nel vangelo. Invece scavi non recentissimi hanno fatto emergere la piscina così come è descritta nel vangelo con cinque portici. Un colpo duro a chi continua a pensare al vangelo come a una favola.  

Il paralitico è lì ad aspettare l’aiuto degli amici, che non ha. Lo incontra Gesù e lo guarisce e gli dice di raccattare il suo lettuccio consunto dagli anni di pazienza e di tornarsene a casa. È un sabato e un uomo che gira per i vicoli della città, vicini al tempio per giunta fa colpo. Come ti permetti di sabato di spostare letti e masserizie? Ai custodi della legge non interessava la sua felicità di poter camminare, saltare, girare da solo, senza la pietà di nessuno dopo aver sofferto 38 anni di immobilità, anchilosato nel corpo e nell’anima. Doveva aspettare il giorno dopo, come sempre aveva aspettato per tutta la vita.  Ancora un precetto che allontana dalla vita. Qualche volta siamo tentati anche noi cristiani di premettere le leggi alle persone, le formalità al bene concreto, le nostre manie di perfezione al dialogo sincere e al dono gratuito. Se faccio questo poi che cosa diranno? E intanto il povero il malato è lasciato solo. 

Invece Gesù lo fa danzare alla nuova vita. Lui parte, non bada a nient’altro, non si preoccupa nemmeno di sapere chi lo ha messo in piedi così. Ci pensano gli scribi a riportarlo alla realtà con il loro bisturi della legge.  Gli nasce allora in cuore la voglia di vedere Gesù; quando lo incontra gli si affida, lo percepisce come la salvezza dal peccato e gli diventa testimone coraggioso. Quello che Dio compie nella vita di ogni uomo è patrimonio di tutti, è squarciare il cielo per illuminare la nostra terra spaesata. 

12 Marzo
+Domenico

La vita è sempre un dono da accogliere  

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 4,43-54)

In quel tempo, Gesù partì [dalla Samarìa] per la Galilea. Gesù stesso infatti aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. Quando dunque giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa.
Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire.
Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino.
Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia.
Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.

Audio della riflessione.

La vita non fa sconti a nessuno. È sempre un dono da accogliere e mai da possedere, è sempre una sorpresa e una prova. Non guarda in faccia a nessuno, non conta se sei ricco o povero, non la puoi barattare e vendere, comperare o dominare.  

Il vangelo presenta la figura desolata di un funzionario del re, di un notabile del governo, di un uomo oltre la media che non ha bisogno di nessuno, che non è costretto a mescolarsi con i miserabili che seguono Gesù. Lui ha tutto, ma non possiede la vita. Infatti, suo figlio è malato gravemente e a quel figlio è legata la sua felicità. Ha un cuore di padre prima delle sue cariche e della sua posizione sociale. Alla forza della vita di suo figlio non può comandare. Se ne sta fuggendo e solo Gesù la può trattenere.  

Gesù non si dimostra tenero verso di lui, perché è un notabile, anzi lo prova, lo rimanda a casa con una promessa: tuo figlio vive. È la parola che tutti noi vorremmo sentirci dire sulle nostre disgrazie: tuo padre vive, tuo figlio vive, tua madre vive, tua moglie vive, tuo marito vive. La vorremmo sempre sentire sulle morti e le disgrazie che popolano la nostra esistenza, la vorremmo sentire anche sulle nostre vite spente. Spesso viviamo, ma ci spostiamo nel mondo come cadaveri ambulanti, perché non sentiamo più di niente, abbiamo l’anima morta, il cuore spento, la fantasia imprigionata solo nel male, incattivita nel voler perseguire ad ogni costo i nostri disegni malvagi, le nostre passioni incontrollate.  

Il funzionario del re accetta, si fida ritorna a casa, col cuore in gola, tra la certezza e il dubbio, tra la fiducia che Gesù gli ha ispirato e la sua tentazione di uomo di volere verifiche. È in un cammino di fede come tutti noi, che vogliamo conferme, segni, evidenze. È stato il cammino in cui ha giocato la sua libertà, l’ha iniziato rivolgendosi con fiducia a Gesù e l’ha completato nel cammino di ritorno a casa. Ha in regalo la vita del figlio, ma soprattutto la fede, la certezza che su Dio può sempre contare. La sua speranza non verrà mai meno è fondata sull’abbandono in Gesù. La sorgente è sempre Lui. 

11 Marzo
+Domenico

Guardiamo a quella croce

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,14-21

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: 
«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Audio della riflessione.

Avere un ideale ti aiuta molto a vivere, avere un sogno che lancia la tua immaginazione oltre le ingessature della realtà ti può far rischiare la fuga, ma spesso ti permette di nutrire progetti, visioni di mondo belle, catalizzare le forze su prospettive nuove. Non abbiamo bisogno solo di mangiare, di riempire la pancia, ma anche di bellezza, di ideali, di simboli che ci richiamano la grandezza della vita oltre ogni miseria in cui la nostra insensatezza l’ha costretta.  

Mi sono sempre domandato perché nelle catapecchie più squallide delle bidonville, nelle capanne più sperdute e povere della savana, nei tuguri più puzzolenti, dove manca acqua corrente, igiene e il necessario per una vita civile, non manchi mai l’antenna parabolica. Ci sono più antenne paraboliche in un villaggio sperduto che in un paese cosiddetto civile. Proprio perché l’uomo ha bisogno di sogni, di allargare gli orizzonti. Rinuncia anche a qualche pasto pur di poter avere un segno di riscatto, una prospettiva di futuro. Solo che le TV vendono solo se stesse e non costruiscono spesso vera speranza.  

Così è stato per gli ebrei nel deserto. Mosè aveva levato un serpente su un palo, chi lo guardava guariva dai morsi dei serpenti che avevano invaso il loro accampamento. È una immagine ardita, ma usata dal vangelo, di Gesù sulla croce. La croce è quel simbolo, quel sogno, quell’ideale, quella prospettiva cui ogni uomo può guardare per avere salvezza, per poter avere forza di riscatto, per stringere i denti nel dolore, per contemplare non tanto la sofferenza che esprime, ma l’amore che vi è depositato nella persona del crocifisso. Lì l’uomo, noi nelle nostre pene quotidiane, troviamo avverata la promessa di Dio, guardando a quella croce vediamo realizzata la volontà di amore di Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Unigenito figlio. Lì Dio si è compromesso fino all’estremo per noi. Lì c’è l’immagine della morte, ma c’è anche la certezza della vita.  

Fosse meno un ornamento e più un ideale quel crocifisso che portiamo al collo, che seminiamo nei nostri luoghi di vita comune, avremmo forse più coraggio nell’affrontare la vita, sicuramente molto di più che a guardarci nello specchio. Lo specchio ci può dare compiacimento o delusione, la croce invece è sempre una speranza. 

10 Marzo
+Domenico

Signore, mi sento indegno di questo tuo amore  

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 18,9-14)

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Audio della riflessione.

Proviamo a fare la preghiera del peccatore che sta in fondo alla chiesa e che non osa alzare lo sguardo a Dio. 

Signore, sono di nuovo qui davanti a te. L’ultima volta ti avevo promesso che sarei cambiato, mi ero pentito veramente, me ne ero partito da te con nel cuore la gioia del tuo perdono. Ho osato dire a me stesso che ce l’avrei fatta, avevo ormai toccato il fondo e potevo contare su un cuore diverso; avevo sperimentato la tua bontà e ho creduto di potercela fare.  

Invece sono di nuovo tornato alla mia miseria e sono qui perché l’unica gioia che provo nella vita è il tuo abbraccio, la tua bontà che mi accoglie sempre.  

Non ti voglio promettere che d’ora in avanti sarò bravo, perché non mi fido più delle mie forze, ma voglio dirti che ti voglio bene, che senza la tua decisione di amarmi sempre, io sarei un fallito. Mi sento indegno di questo tuo amore. Non perdere tempo con me. Aiuta invece chi ti può promettere sequela e ti esprime gratitudine. 

Ho sempre creduto di essere io il centro della mia vita, mi sono fatto legge a me stesso, ma ora non ne posso più; se mi prendi con te io ritorno. Mi hai dato un corpo e l’ho disfatto; mi hai dato un cuore e l’ho venduto, mi hai dato intelligenza e l’ho sperperata a costruire tranelli per i buoni, mi hai fatto per amare e io mi sono specializzato nell’approfittare; mi hai dato una vita pulita e io ci ho scritto dentro tutte le mie carognate. Sto vivendo una storia d’amore, ma è più l’egoismo che so esprimere che il dono, e il brutto è che sono sempre alle solite; mi lascio usare e sfrutto nello stesso tempo. 

Mi voglio riempire gli occhi di te, mentre abbracci tuo figlio, che ti ha abbandonato e che ritorna, fammi godere della festa che gli prepari; mi incanti quando ascolti la supplica della vedova, che ha fiducia solo in te; ti voglio ascoltare mentre parli agli uomini dalla montagna e dici loro che sono felici, perché tu sei la loro gioia.  

Ho anch’io quattro amici che sono disposti a scoperchiare il tetto di una casa per depositarmi davanti a te, ma li ho traditi un’ennesima volta e mi hanno giustamente lasciato. 

Ti ho spiato nell’orto del Getsemani, e mi hai fatto paura, ma ho visto l’abbandono nelle braccia di tuo Padre. Apri anche a me queste braccia. 

Vorrei anch’io essere preso per mano da te come hai preso per mano il cieco. Mi riempi di speranza quando fai cadere le pietre dalle mani dei lapidatori.  

Ci sarà una strada che mi porta fuori? Posso sperare in un colpo d’ala che mi aiuta ad abitare quel cielo che tu mi rappresenti? 

Io sono del genere dei senza speranza, sto cercando di capire che sei tu l’unica mia speranza, il Dio che non mi abbandona mai. 

09 Marzo
+Domenico

Non separare mai l’amore di Dio dall’amore del prossimo

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12,28-34

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocàusti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Audio della riflessione.

Non ho mai capito perché molte volte si entra in crisi di fede e di vita cristiana accampando tanti motivi strani: la ricchezza della chiesa, il comportamento dei preti, la severità dei comportamenti, la opposizione politica, la mancanza di modernità, la complessità dei comportamenti che richiede. Ma Gesù ha detto soprattutto che essere cristiani è amare Dio e amare il prossimo. È solo e soprattutto questione di amore. Questa è una affermazione che ci deve mettere il cuore in pace e nello stesso tempo trasferire nella vita cristiana tutte le leggi, i comportamenti, i sentimenti, le intuizioni, le emozioni dell’amore.  

Essere cristiani è essere presi dall’amore verso Dio e verso il prossimo e non separarlo mai. Le separazioni sono tutte un tradimento; molti si rifugiano in un astratto amore di Dio che non tiene conto del prossimo, che taglia fuori tutti in un isolamento che non è contemplazione di Dio, ma adorazione di sé; molti altri invece si danno da fare per il prossimo, ma su un orizzonte chiuso, incapace di dare slancio e apertura all’infinito. Prima o poi è un amore che si chiude su orizzonti ristretti e non permette di volare, di stimare il vero bene dell’altro.  

Se non hai come orizzonte Dio non riesci a fare il bene massimo dell’uomo, ci si adatta troppo ai condizionamenti, si abbassa la guardia. È un esempio di questa necessità quel filantropismo che non bada troppo a limitazione delle nascite con qualsiasi metodo, a soppressione di vite prima di nascere, a limitazioni di fertilità attraverso mutilazioni, a disprezzo della cultura dei poveri… 

Ma Gesù con molta determinazione ci ripropone il grande precetto di Israele, con questa accentuazione sul prossimo che diventerà il distintivo di ogni cristiano. Da qui nasce il perdono, da qui la dedizione fino alla morte, da qui il famoso esame finale della nostra vita. Non mi avete dato da mangiare, non mi avete dato da bere, non mi avete visitato…Quando mai Signore? Noi ti abbiamo adorato, abbiamo cantato le tue lodi, di abbiamo fatto posto tra le nostre case. Quello che non avete fatto ai più piccoli è a me che non lo avete fatto 

La vita cristiana è della massima coerenza. Proprio perché in ogni persona Lui è presente e non ci abbandona mai.  

08 Marzo
+Domenico

Riteniamo sempre di avere la verità in tasca.

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 11,14-23

In quel tempo, Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle furono prese da stupore. Ma alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo.
Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.
Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino.
Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde».

Audio della riflessione.

C’è un vizio sottile che è sempre quello di definire cattivo, nemico, poco di buono chi non è del nostro parere, chi non riusciamo a inquadrare nei nostri schemi, chi si comporta diversamente da noi. È la voglia di azzerare, di non farsi mettere in discussione, alla fine di non voler confrontarsi per crescere, per cercare la verità. Riteniamo sempre di avere la verità in tasca. 

Gesù opera prodigiosi miracoli, riesce perfino a liberare le persone dai demoni e che dicono i suoi connazionali? È d’accordo coi demoni, sta dalla loro parte, non sta dalla parte del bene, ma ha connivenza col male. Se è riuscito a ottenere quel che ha ottenuto chissà che cosa ha pagato, a quali compromessi ha dovuto cedere. Non sono disposti a riconoscere in Gesù la bontà, l’originalità di un mondo nuovo che sta nascendo, di un Dio che si mette tra gli uomini a dialogare, a convincere, a liberare.  

Gesù invece sta ingaggiando una lotta senza quartiere con il male. Non è sceso a compromessi fino dal primo giorno, fin dalle tentazioni del deserto. Satana aveva tentato di accalappiarlo come ben riesce con tutti noi, quando nella nostra debolezza cediamo alle sue lusinghe, a impostare una vita sul potere, sul danaro, sulla superbia, sulla apparenza e non sulla Parola di Dio, sulla debolezza delle nostre stesse esistenze che in Dio diventano risorse. 

Chi non è con me è contro di me. Occorre decidersi, non possiamo stare sempre a giocare a dadi, quasi ci fosse una decisione casuale o a vedere chi vincerà per collocarci al momento giusto dalla parte del vincitore. Gesù non è un vincitore di questo tipo; siamo sicuri che vince il male, ma non secondo i nostri schemi di successo, non secondo la nostra leggerezza e superficialità, ma pagando di persona con la croce.  

Metterci dalla sua parte significa che siamo disposti a fare tutta la strada di ricerca della verità, di dedizione alla sua causa, di solidarietà con i fratelli che anche faticosamente sanno camminare per le vie del vangelo. 

Stare con lui è stare con la speranza fatta persona, è sapere che c’è una meta difficile, ma sicura, impossibile se guardiamo alle nostre forze, ma garantita se gli stiamo col fiato sul collo, non lo molliamo mai. 

07 Marzo
+Domenico

Le norme Gesù non le abolisce, ma le porta alla loro vera necessità

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,17-19)  

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».

Audio della riflessione.

Certo, la spontaneità è un grande valore e una grande forza e non deve essere repressa. Perché la vita è spontaneità. La vita ha il proprio senso in sé stessa, non è regolata da una norma ad essa esteriore, non si ripete, si rinnova continuamente. La vita tanto più è «vita» quanto più sgorga liberamente da sé stessa, quanto più è audacia ed avventura imprevista, e quanto meno è ingessata in vie che danno sicurezza, ma che spengono ogni slancio, ogni vera novità.  

Oggi siamo ridotti quasi tutti a attività costrette, obbligate da una società che si è super garantita di fronte a ogni imprevisto. 

Ma questa è una faccia soltanto della realtà. L’altra faccia è il rischio di andare «oltre»: di far scadere cioè la spontaneità e l’originalità a instabilità, irrequietezza, disordine ed anche a cattiveria e malvagità.  Da questo rischio ci salva la «norma», la quale dà alla tua vita un ordine, la inserisce in una sintesi. Non pensate che o sia venuto ad abolire la legge o i profeti. La legge e i profeti cui si riferisce Gesù non erano solo norme, erano il progetto di Dio per l’alleanza con il popolo d’Israele, anche se contenevano leggi e precetti, indicazioni e prescrizioni per servire un cuore delicatissimo quale era il patto d’amore tra Dio e l’uomo. E Gesù a questo patto è legatissimo, perché lo sta rinnovando e continuando. 

Nel costruirci una nostra personalità e nell’edificazione di sé come soggetto umano maturo ed adulto, la legge, le norme, le regole hanno un ruolo ineliminabile: insegnano a non rimanere prigionieri delle proprie pulsioni e dei bisogni immediati e danno, così, l’accesso alla vera libertà. Molti giovani credono che non occorrano paletti, regole, ma quando giocano sono molto ligi e decisi a farle rispettare, perché permettono a tutti di giocare bene. È così anche la vita spirituale e affettiva. La legge aiuta a crescere. 

La legge del Signore soprattutto protegge il bene comune, ma protegge anche la libertà personale, che altrimenti sarebbe soggetta ad ogni forma di violenza. Grande per il regno dei cieli è chi sa darsi una legge interiore che Dio fa diventare spazio di libertà e di incontro con il cielo abitato da Dio per dare luce alle strade dell’uomo. 

06 Marzo
+Domenico

Il perdono è fuori da ogni misurazione  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18, 21-35)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”.  Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

Audio della riflessione.

La vita ha tutti i suoi tempi: ci sono i tempi del riposo, dell’incontro con le persone, del lavoro, delle faccende famigliari; ci sono i tempi dell’amicizia, degli affetti, dei colloqui, della sopportazione. Ecco quest’ultimo si sta sempre più restringendo: aumenta il tempo dello shopping, dello stare a guardare la TV, dello smanettare in Internet, del fare notte al pub, dello stare in piazza senza dire niente, del talk show, che proprio è più un vedere che un comunicare, uno spettacolo più che un aiuto a pensare.  

Diminuisce enormemente il tempo del perdonarsi, dell’accettarsi, dell’ascolto, dell’accoglienza, della pazienza. Forse anche l’apostolo Pietro si vedeva restringere sempre più questi tempi di gratuità. Ne avvertiva la sconvenienza, ma voleva essere rassicurato.  

Gesù, non ti sembra che quando è troppo, è troppo! Io perdono, sto zitto, ho imparato nella vita a non reagire troppo in fretta per non offendere, sto ad ascoltare ore e ore, non mi manca la capacità di attutire, di stemperare, ma qualche volta non se ne può proprio più! Soprattutto quando ti offendono senza motivo, diventano petulanti e ti fanno del male, ti fanno sentire uno straccio; hanno pretesa di giustificare tutte le storture che compiono nella loro vita; sono insolenti, violenti e sporchi. Vorrebbero sporcare anche me. Non ti sembra che si debba dire basta prima o poi, anzi che forse tu con la tua bontà li stai coccolando troppo, hai sempre una parola buona da dire. Non ti sembra che ne approfittino.  

Quante volte devo perdonare? A 7 volte io ci arrivo, vuol dire che non mi faccio ricrescere nessuna pazienza. Ma bisogna dare un taglio. Il perdono che è? Un incitamento a delinquere?  

E Gesù candidamente moltiplica a Pietro il tempo della perfezione giudaica: 7 è un numero che indica pienezza? Per il perdono non c’è mai pienezza che tenga. Dio è spropositato nel suo perdono. È 70 volte 7. È il numero perfetto oltre ogni paragone e limite. Il mio cuore è una speranza vera per tutti e per sempre. A te Pietro che avrai le chiavi del perdono nella chiesa, dico che il perdono non è cosa da contare come i soldi, ma è uno stile di vita, una strada definitiva, che una volta imboccata, non permette ritorni. Per questo è una speranza certa. 

05 Marzo
+Domenico

Tu sei proprio difficile da seguire, a noi piace la nostra vita comoda

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4,24-30

In quel tempo, Gesù [cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret:] «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidóne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Audio della riflessione.

Tu Gesù non puoi stare nelle nostre città, ci costringeresti a cambiare tutto. Dovremmo cominciare a stimarci di più, dovremmo impostare la nostra vita sociale sui tuoi principi: rispetto dei deboli, mentre invece noi abbiamo proprio bisogno di loro per guadagnarci sopra, accoglienza dei senza dimora che invece noi ammassiamo in stanze asfittiche ricavandoci un buon affitto; mettere al centro i bambini, mentre invece ce ne serviamo per ricattarci tra noi genitori; seguire gli anziani, che noi troviamo troppo ingombranti; celebrarti e lodarti, mentre delle tue feste e delle tue processioni facciamo nostra vanagloria.  

Ci piacerebbe averti qui tra di noi, ma se fai un po’ di miracoli così possiamo invitare allo spettacolo tanti turisti; potresti stare qui con noi se ci aiuti a far quadrare i nostri bilanci; ti staremmo a sentire se non dicessi tutte queste prediche impegnative. Che è questo amate i nemici, oppure questo perdonate le offese ricevute? O porgere l’altra guancia? Che è questo insistere sulla croce che è un supplizio intollerabile che non vorremmo neanche si affacciasse alla nostra fantasia? Che guadagno ne avremmo se dovessimo ascoltare te quando dici di dare anche la vita? 

Lo cacciarono fuori dalla città. Lo faremmo anche noi perché ci siamo adattati al ribasso, abbiamo perso ogni slancio, ogni ideale. Ci piace la nostra vita comoda, stiamo bene nei nostri loculi. Spesso siamo disperati, ma ci adattiamo. Ci stiamo abituando a vivere di rimedi, a cercare di sopravvivere, senza lode e senza infamia. Tu vorresti trascinarci nel tuo regno. Tu ci dici che con te si avverano i sogni di bontà, di giustizia, di pace che ci hai seminato dentro, ma abbiamo provato troppe volte e ci siamo sempre trovati nella nostra miseria. Dovremmo cambiare modo di pensare, dovremmo mettere al centro te, perché tu non ti accontenti del poco o del superfluo, tu vuoi tutto. 

E Gesù li ha guardati, ci guarda tutti, non teme le nostre minacce, soprattutto la nostra superficialità e codardia e non lo fermano né le nostre infedeltà, né la nostra apatia, continua a ripeterci e ad andare, anche da solo, a dire a tutti che Dio non ci abbandona mai.   

04 Marzo
+Domenico

La casa di Dio scambiata per un mercato  

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 2,13-25)

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». 
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. 
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

Audio della riflessione.

Noi abbiamo la triste possibilità di cambiare anche le cose più belle in una bottega. Abbiamo un istinto indomabile di mercificare ogni cosa, ogni sentimento più bello, ogni realtà anche profonda: il primo ad essere messo in vendita dicono è stato l’amore, o meglio il corpo distribuito a brandelli per denaro. Siamo stati fatti per essere un dono l’uno per l’altra, invece diventiamo una merce. Poi abbiamo mercificato la paternità e la maternità, la nascita: possiamo prendere in affitto un utero per far fare un figlio, andiamo alla banca del seme a comperare un padre; poi abbiamo fatto bottega della vita affettiva: oggi si può comperare una zia o una nonna per riempire il vuoto di affetti di una casa o dei figli; e di conseguenza abbiamo mercificato anche il rapporto con Dio.  

Che cosa mi dai se ti prego Dio per farti avere una grazia? Signori avete avuto fortuna quest’anno con i vostri greggi, con i vostri affari? Guardate che dovete pagare, altrimenti l’anno prossimo la grandine è assicurata, le locuste vi mangeranno tutto, dall’aviaria non avrete scampo. Guardate che bel capretto vi potete acquistare per placare Dio di tutte le malefatte che avete combinato. Era la scena che apparve davanti a Gesù quel giorno vicino alla Pasqua in cui era salito al tempio. La casa di Dio scambiata per un mercato. È l’immagine di ogni dimora di Dio, che è la nostra vita, scambiata in oggetto di mercificazione.  

E Gesù butta all’aria tutto, attirandosi le ire non solo dei commercianti, ma soprattutto di coloro che ricavavano guadagno dai loro affari. Ogni posto vendita del tempio è come ogni posto vendita delle nostre fiere; il suolo pubblico lo chiedi e lo paghi se vuoi vendere. La mia casa è la casa della preghiera, è il luogo in cui puoi ascoltare la Parola di Dio e non comperare benedizioni; è lo spazio della lode e della gratitudine, non del contrattare le tue pigrizie. Il tuo corpo è tempio dello Spirito Santo, non lo puoi vendere, la vita è dono gratuito di Dio, non la puoi barattare né vendere, né comperare; la terra è di tutti, l’aria e l’acqua sono beni indispensabili per la vita, sono di Dio e da Dio regalati alla vita degli uomini. No! voi li vendete. 

Il gesto di Gesù che tocca gli interessi concreti sarà decisivo per la sua morte, ma è proprio qui che abbiamo bisogno di far nascere speranza; se perdiamo speranza in Dio in chi la troviamo? 

03 Marzo
+Domenico