Gesù di sabato restituisce la gioia di vivere

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 13, 10-17)

In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio. Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato». Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?». Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.

Audio della riflessione

C’è sempre qualcuno che vuol salvare Dio con le sue intransigenze, quasi che Dio abbia bisogno di Lui per esistere o per operare nel mondo: capita così che qualcuno inventa una guerra in nome di Dio, sancisce condanne di persone in nome di Lui, perpetra torture, fa leggi che tolgono la libertà e la dignità alle persone, mantiene nella sofferenza anziché offrire gioia e libertà, sempre nel nome di Dio.

Certo è difficile riuscire a far maturare la propria coscienza e quella dell’umanità che oscilla sempre tra la negazione di Dio e l’assolutizzazione dell’idea che noi abbiamo di Lui: oggi nel nostro occidente è più facile vedere una esclusione di Dio dalla vita, mentre in Oriente – senza esasperare o generalizzare troppo – sembra che prevalga il talebanesimo, cioè una imposizione su tutti di una irrazionalità assoluta nei riguardi delle esperienze religiose.

Il responsabile del culto che ha incontrato Gesù quel giorno nella sinagoga era di questo secondo tipo: Gesù ha davanti a sé una donna piegata da un male, che da troppo tempo la tiene nell’infelicità, di sabato la guarisce e la restituisce alla gioia di vivere.

“Il sabato è un giorno sacro”, dice il capo della sinagoga; “la sinagoga non è un ambulatorio, non è di sicuro il luogo in cui si può andare contro la legge di Dio. Ma tu Gesù che tanto tieni a che il nome di Dio sia lodato e benedetto, tu che vedi quanto la gente si stia allontanando da Dio, anche tu vieni a mescolare il profano col sacro, vieni a far crescere la magia, a far correre la gente in sinagoga a trasformare la religione in un placebo per disperati. Dio va lodato e benedetto, non servito con medicine e chirurgie”.

Quello che Gesù invece vuol far capire guarendo questa donna, ammalata da 18 anni, è di tenere in grande dignità e considerazione la vita umana: non ci può essere contrasto tra la vita, anche senza aggettivi particolari, e la legge di Dio, non ci può essere subordinazione della persona  alla legge, né contrapposizione tra  i precetti e la sete di felicità vera che ha l’umanità.

Sarà Lui, Gesù, con la sua morte in croce a rimettere al centro della vita dell’uomo la vera libertà e il vero culto a Dio: comunione con Lui e solidarietà con i fratelli.

Certo, la nostra società che non è più capace di vivere la domenica, che ormai non distingue giorni feriali da giorni festivi, che monetizza soltanto ogni festa e non sa dare a Dio un tempo di riposo, di meditazione, di riflessione, di sana convivenza familiare e – e io sottolineerei, di adorazione esplicita al Dio della vita, che si celebra col suo Corpo e il suo sangue versato per noi- ci fa pensare.

A noi cristiani è la data la vocazione di aiutare a ricuperare e sviluppare non tanto un dettame di legge, ma un desiderio della persona, che con la domenica vuol vivere una esperienza che fa la vita più bella e apre a tutti una finestra sull’eternità.

25 Ottobre 2021
+Domenico

Non si deve mai tornare come prima, ma sempre meglio

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 10,46-52)

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

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Ciechi lo siamo un po’ tutti … o perché non vogliamo vedere tante cose o perché siamo superficiali, distratti, autocentrati: con molte persone annaspiamo nel buio, di fronte ai bisogni voltiamo le spalle.

Il cieco che Gesù deve per forza udire, perché urla a più non posso la sua disperazione, è un vero cieco: non vede, ha bisogno di tutti, ha una vita in grigio, studia tutti i piccoli rumori e tutti i passi della gente perché la sua vita dipende in tutto  dal loro accorgersi di lui.

Arriva Gesù, sente un vociare di persone, sente nell’aria la sua presenza benedicente e si mette a gridare nonostante tutti cerchino di farlo tacere … e Gesù lo fa chiamare.

Bellissimo, finalmente, per lui sentirsi dire “coraggio, alzati, ti chiama”. La forza della disperazione che aveva in corpo, la condanna al buio che da sempre lo possedeva riesce a fargli godere un contatto.

Tre verbi dicono la sua gioia, la sua soddisfazione, il suo slancio, la sua speranza, la fine della sua disperazione: gettato via il mantello, balzò in piedi, venne da Gesù.

Avesse anche la nostra vita questo slancio, questa decisione, questo obiettivo, quando il male ci ammorba, quando le tenebre del male ci opprimono, ci condannano al buio! Le nostre sicurezze false le potremmo buttare, i nostri balzi nella vita, quella vera, li potremmo mostrare e finalmente saremmo ai piedi di Gesù.

E Gesù gli ridona la vista. Ma la cosa più bella che chiude la sventura del cieco di Gerico e lo apre a una decisiva avventura nella vita, è che “prese a seguire Gesù”: aveva avuto la vista, era stato guarito, ma aveva anche capito che la sua esistenza non poteva ritornare alla strada dell’accattonaggio che aveva sempre fatto, ma alla strada di Gesù, alla strada della vita che è Gesù! Poteva tornare a viversi la sua vita dopo averla vissuta e persa in tanto buio, poteva cavarsi la voglia di vedere quel che aveva sempre immaginato e sognato nella cecità, ma l’esperienza di Gesù lo ha fatto nascere di nuovo: ha provato non solo a vedere Gesù, ma ad intuire e lasciarsi incantare dal suo sguardo d’amore, dal suo progetto di una nuova impensabile vita.

Questo cieco rappresenta tutti noi: è l’immagine della nostra comunità cristiana, della nostra parrocchia o chiesa! Il miracolo è quello di aprire a tutti noi gli occhi, in modo che possiamo smettere di farci possedere da questa pandemia, da questi nostri continui calcoli di sopravvivenza e lanciarci in un nuovo vivere fatto di fratellanza, di accoglienza, di nuova socialità intrisa di affetti e di amore, di gioia e di capacità di consolare.

Che possiamo vedere finalmente come il cieco guarito, il cammino di Gesù e lo possiamo seguire: vedere significa credere, significa essere salvi, se come il centurione guardando a Gesù Crocifisso che muore sapremo dire veramente costui è il figlio di Dio.

24 Ottobre 2021
+Domenico

La conversione

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 13, 1-9)

In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

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Non ci vuole molto a vedere che la nostra vita è piena di errori, di carognate, di sbagli, di cattiverie anche gratuite … siamo sicuramente anche capaci di bontà: compiamo gesti puliti e sinceri di amore e di dedizione, ma nessuno ci esime dal dover fare spesso i conti con il male.

Sembra quasi più grande di noi: ci siamo applicati spesso ad estirpare le malvagità, ci siamo anche allenati ad avere buona educazione, a frenare le passioni, a mantenere un equilibrio, ma torniamo spesso ai nostri vizi, i nostri peccati si sono inveterati in noi.

Se poi guardiamo la storia del mondo, la storia che ci ha preceduto, ma anche il cumulo di male che stiamo compiendo oggi con guerre, terrorismi, ingiustizie, imbrogli, sopraffazioni, infedeltà, femminicidi, morti sul lavoro, incoscienza nella pandemia… ecco … se guardiamo la storia di questo tempo non possiamo negare che le prospettive di un futuro di bontà e di pace si stanno sempre più allontanando.

C’è, ad onor del vero, lo sforzo di tante persone che pagano con la loro stessa vita per dare al mondo una prospettiva diversa, ma questo male non sembra avere fine.

C’è una frase del Vangelo che Gesù ci ripete: “Se non vi convertirete, morirete tutti allo stesso modo”: mette in relazione conversione e vita, adattamento al male e morte.

Non si può certo pensare di risolvere il mistero del dolore credendo che tutto il male che c’è è un castigo di Dio per i nostri comportamenti malvagi: e il dolore innocente? E le sofferenze di tanti bambini? Proprio per questa applicazione “automatica” tra disgrazia che capita e colpa che l’ha meritata, Gesù richiama alla conversione, e richiama a cambiare vita.

“Voi credete che mio Padre stia a tendervi un agguato per sorprendervi quando sbagliate e punirvi? Credete che Dio, mio Padre, sia un freddo calcolatore di meriti e colpe e che sta a far pareggiare i conti: tanto hai sballato, tanto devi pagare? Saremmo proprio fuori di testa!”

Convertirsi è cambiare testa, modi di pensare: è uscire dalla logica di un dio-commerciante che ci siamo costruiti a nostra immagine e somiglianza, invece è prima di tutto sentirsi sempre tra le braccia del Padre. Lui, che ti vede non combinare niente di buono, che sa di quanti doni ti ha caricato, che conosce il valore della tua umanità; Lui che dandoti la vita ti ha fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore ti ha coronato, come dice il salmo 8, Lui che ci vede impigriti in continui errori, Lui che fa, Lui che dice? “E’ una vita che ti sto dietro, che sto ad aspettare ogni minimo cenno di bontà, ma non riesco a percepire niente…. Vuoi che ti lasci al tuo destino? Neanche a parlarne! Non c’è nessun destino, ma solo libera scelta”.

L’Incarnazione di Dio in Gesù è una scommessa sulla libertà degli uomini e delle donne, dell’umanità: ha scommesso sulla libertà di Maria di accettare di diventare la mamma di Gesù, ha scommesso sulla libertà di Giuseppe di caricarsi di un figlio non suo, ha scommesso sulla libertà di tutti coloro che lo hanno seguito di fidarsi di un regno che a mano a mano che si avvicinava la fine, la pasqua diventava una disfatta; ha pazientato infinitamente con gli apostoli, ma però non ha loro tolto la fatica del decidersi per il Regno di Dio, e anche a noi tocca avere questa capacità di decisione.

Tutte le persone che sono state travolte dalla sua parola ora dura, ora consolante non sono stati ammaliati: hanno dovuto decidersi, giocare in libertà piena, non costretti da eventi favolosi o da irretimenti sottili.

Sì! Gesù invita a convertirsi, ma …. vedete, lui dice così perché è un carattere deciso, per noi poi nella vita si trova sempre un modo di comportarsi che accontenta tutti.

Insomma … abbiamo l’arte di avvolgere nella melassa tutta la radicalità del Vangelo … Convertirsi è esaltare l’uso della nostra libertà a confronto con la persona di Gesù. Contro questa nostra libertà Dio non può andare e se qualcuno nella sua cattiveria ci toglie ogni libertà perché decide di toglierci la vita, come tanto spesso capita nel nostro mondo violento, Lui ce la ridona in pienezza!

E Dio si paragona al contadino, non più al padrone, si fa uno di noi in Gesù e consuma la sua vita a zappare e mettere concime attorno a questa nostra esistenza inaridita: la mette in condizione di giocarsi in pienezza e libertà.

Ecco … conversione è sentire su di noi queste cure, questo amore che ci toglie dalla nostra sterilità. Il rumore dei colpi insistenti, cadenzati, ostinati del contadino che zappa attorno alla nostra vita è musica e ritmo della nostra conversione.

23 Ottobre 2021
+Domenico

Non solo previsioni, ma speranze

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 12, 54-59)

In quel tempo, Gesù diceva alle folle: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto? Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo».

Audio della riflessione

Dove stiamo andando, che direzione prende la nostra vita, i giovani che futuro potranno godere, che cosa capiterà nei prossimi anni al nostro modo di vivere? Sono domande che ogni tanto mettono ansia a un papà e a una mamma di famiglia che pensa ai suoi figli, o a qualsiasi persona che vuol sentirsi responsabile della sua vita … anche nei giovani, anche nei ragazzi mettono ansia!

Se guardiamo indietro agli anni che ci hanno preceduto e li confrontiamo con l’oggi, registriamo cambiamenti impensabili del nostro modo di vivere: penso alla rivoluzione nelle comunicazioni, nel lavoro, nella vita di famiglia, nello spostamento di tanti emigranti … e siamo spesso impreparati ad affrontare i problemi.

Gesù nel Vangelo ci dice che dobbiamo scrutare con più attenzione i segni dei tempi: “purtroppo – dice – tutta la vostra intelligenza la mettete nel fare previsioni!”

Utili anche quelle: avessimo potuto prevenire lo tsunami! Potessimo prevedere i terremoti!

C’è anche da avere una capacità di cogliere la presenza di Dio nella storia e i segnali di “conversione” che ci manda: il futuro non sta nelle previsioni, ma nella speranza e occorre soprattutto in questi tempi leggere i segni di speranza che nascono nel mondo per accoglierli, svilupparli, orientare il mondo alla sua naturale direzione che è il Regno di Dio.

Il Concilio Ecumenico Vaticano II ci aveva aiutati a questo esercizio di lettura dei segni dei tempi, dei luoghi, cioè, in cui si manifesta maggiormente la presenza di Dio, e quindi si concretizza la storia della salvezza: sono indicazioni di apertura a nuovi fatti che caratterizzano il cammino della nostra storia e in essi il cristiano deve seminare la Parola di Dio, li deve orientare nella direzione giusta.

E’ ancora più importante oggi leggere ciò che la pandemia ci fa capire, come dobbiamo cambiare il nostro modo di vivere, la consapevolezza di essere fratelli, di vivere in un mondo che si sta autodistruggendo.

Papa Francesco ci ha offerto non solo un metodo adatto alle nuove sfide, ma anche chi dobbiamo essere: Laudato si e Fratelli Tutti sono due encicliche che aprono panorami amplissimi in tutti, ai cattolici, ma anche a tutta l’umanità.

Esistono oggi tanti segni di speranza che vanno sviluppati: la valorizzazione della persona concreta, l’apprezzare le differenze, l’originalità, il pluralismo, la tol­leranza, il crescente e diffuso interesse per la creatività, il simbolo, i riti, la dimensione estetica del­la vita; la particolare e generalizzata sensibilità al­la comunità internazionale, alla festa e al­la componente ludica del vivere umano; l’attenzione al­la vita quotidiana, intesa come spazio minimo vitale che consente al­le persone di costruire concretamente la propria esistenza; la nuova sensibilità verso la pace, una certa nostalgia del sacro, l’avvertire che ti si fanno dei buchi nella vita che non riesci a colmare con il buon senso… I femminicidi, i troppi morti sul lavoro, la scelta di non procreare, il declino della gioia di vivere…devono interrogare ogni persona umana e soprattutto ogni famiglia.

E’ Dio che ci è Padre che non ci abbandona e ci si presenta sempre come casa abitabile da tutta l’umanità.

Non c’è che da farsi prendere da questa speranza che sale dalla vita.

22 Ottobre 2021
+Domenico

Portatori di speranza e di entusiasmo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 12,49-53)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Audio della riflessione

Eccettuato qualche fanatico, in genere chi imposta la vita secondo una religione è un tipo calmo, tranquillo, è uno che sta dalla parte dell’ordine, non offende nessuno, è trattabile …. insomma: fa parte del “sistema” …

… ma non doveva essere proprio così Gesù: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; come vorrei che fosse già acceso.”

Era una frase con cui san Giovanni Paolo II congedava i giovani di Tor Vergata alla GMG del 2000 con le parole di Santa Caterina da Siena: “Se sarete quello che dovete essere metterete fuoco in tutto il mondo”.

Allora il cristianesimo non è un tranquillante, non è la codificazione del politicante corretto, non è un galateo, non è buonismo: “non sono venuto a portare la pace, ma la spada” … allora è tutta rivoluzione, trasgressione, ribaltamento dell’ordine costituito?

Anche nel mondo degli affetti, che è per eccellenza il luogo della pace, Gesù entra con forza e porta scompiglio.

Come sempre Gesù non lo si comprende con le nostre semplificazioni ideologiche, stringendolo nei nostri schemi di destra o di sinistra, di restaurazione o di rivoluzione.

Quando Lui c’è, la sua presenza non si somma, non si confonde, ma determina, cambia, porta a verità, colora, dà sapore, crea anche crisi perché la pace che Lui dona non è frutto di accomodamenti o di falsità.

Per accogliere la sua pace, perché questa è il grande dono di Gesù agli uomini, è necessario a volte prendere delle decisioni dolorose.

Spesso sotto la copertura degli affetti anche all’interno della vita di coppia, della vita di famiglia si instaurano rapporti falsi, opprimenti, ingiusti …

Gesù porta alla verità di te stesso, alla verità delle tue relazioni, per questo porta scompiglio, fuoco che brucia il male, che brucia l’ingiustizia, i soprusi.

Gli uomini e le donne con lui acquistano dignità: è un acquisto sempre a caro prezzo.

Chi paga e ha pagato per primo è Lui, è Gesù, e il cristiano è un “trasgressivo” che porta su di sé la croce e non la impone mai agli altri: il male se lo carica sulle spalle, come ha fatto Gesù sulla croce, e questa è la nostra vocazione.

21 Ottobre 2021
+Domenico

Siamo sempre sentinelle del mattino

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 12,39-44) dal Vangelo del giorno (Lc 12,39-48)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così.

Audio della riflessione

Essere attenti, svegli, vigili, pronti a intervenire, preparati ad ogni evenienza, sentinelle che al primo allarme sanno scattare e portare aiuto è il compito di tante professioni: vigili del fuoco, protezione civile, medici, operai, addetti ai corpi speciali, militari, guardie del corpo, vigilanze di ogni tipo. Non dipende solo da situazioni di conflitto o di movimenti rivoluzionari, ma dal tipo di organizzazione della società e dalla cura della vita che si diffonde sempre più, forse anche di più degli interessi economici da difendere, per i quali è naturale che chi li possiede si attrezzi.         

E’ così anche per la vita spirituale? Per l’attenzione alla spiritualità, per la promozione dei valori evangelici, per la cura della dimensione religiosa della vita c’è questo atteggiamento di cura? C’è una task force che entra in azione, non certo eclatante o rumorosa, che aiuta le persona per uscire da disastri spirituali perniciosi e distruttivi di ogni bontà?

Forse no: Le cose materiali ci vedono sempre più attenti di quelle spirituali.

Gesù però quando parla del Regno, del suo amore e della vita credente ci invita ad essere sempre “vigilanti”, a vivere in profondità la tensione spirituale, a non farci sorprendere nell’inedia e nell’adattamento al ribasso.

Il cristiano deve essere vigile nell’intuire i tratti della presenza di Dio e nel servirne la diffusione. L’atteggiamento vigile e attento, la cura meticolosa della vita spirituale è un compito importante di chi annuncia il vangelo, del cristiano che ha ricevuto in dono la Parola di Dio, dei preti e di chi ha responsabilità di guida della comunità cristiana. Non avrà mai un atteggiamento di sicurezza, tipica di chi si sente “padrone delle cose”, ma quello del fedele e saggio amministratore di beni non suoi, da rinnovare e tenere sempre vivi, custoditi, perché Gesù è esigente: è comprensivo e buono, ma non si adatta al ribasso.

Il cristiano è uno che non si siede mai, se non per ascoltare e contemplare la Parola: allora il suo “stare” è accogliere il dono di Dio che terrà poi sempre vivo nel cuore della gente, dei suoi compagni di lavoro o di vita, nella sua famiglia, nella sua passione per il regno di Dio diffuso in ogni luogo che lui abita o che visita, e il Signore lo troverà allora sempre fedele a quel cielo che ci aiuta a dare alla terra il suo vero sapore, e noi sappiamo che per fare questo occorre vivere da sentinelle, da gente sveglia, da gente che intuisce, che preannuncia con sicurezza l’alba.

20 Ottobre 2021
+Domenico

La vita è una continua attesa

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 12,35-38)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!».

Audio della riflessione

Noi tutti siamo sempre in attesa di qualcosa, di qualcuno, di cose o di persone, di mete o di rendicontazioni, di imprevisti o – Dio non voglia – di condanne, di concludere qualche  causa penale o amministrativa, da cui ci dobbiamo difendere … siamo in attesa anche di fatti belli come una nascita, la conclusione degli studi o della troppo lunga ricerca di un lavoro.

Il tempo dell’attesa non è mai vuoto, anzi si carica di tensioni, ma anche di speranze e spesso diventiamo ciò che attendiamo: chi attende la morte diventa suo figlio e produce morte.

Nell’esperienza religiosa noi attendiamo il Signore come una attesa di colui che deve tornare: Dio spesso si paragona allo sposo … e allora la casa dell’attesa di Dio non è una nostalgia, ma un futuro, perché la nostra casa definitiva non sta qui, ma altrove … e l’attesa è il tempo della salvezza, che è affidata alla nostra responsabilità di credenti.

La nostra vigilanza non è uno scrutare nel buio: è tenere accesa per noi e per il mondo la luce del Signore.

Il Vangelo di Luca ci dice che ci sono tre tempi di attesa delle cose definitive della nostra esistenza (che noi chiamiamo escatologiche):

  • uno passato: il mondo è già definito e il Regno è già venuto quando c’era Gesù;
  • uno futuro: il mondo finirà e il Regno verrà alla fine del mondo, anticipata per ogni persona quando muore;
  • uno presente: il mondo finisce e il Regno viene quando il credente vive l’Eucaristia: questa è il culmine di ogni vita cristiana, e riporta nel presente – quando celebriamo – il passato e il futuro di Gesù.

Il brano del Vangelo ci mette in un clima eucaristico, dove il Signore morto e risorto si fa nostro cibo perché abbiamo tutti a vivere una vita pasquale in attesa del suo ritorno definitivo.

Ecco allora spiegati gli atteggiamenti, le posizioni dei nostri corpi e dei nostri animi:

  • lombi cinti – dice il Vangelo – classica tenuta di viaggio, di servizio e di lavoro;
  • lucerne ardenti: la nostra vita deve essere luminosa per indicare a tutti lo sposo, il risorto che viene per formare con noi una unica carne, e sulla croce Dio si è fatto una sola carne con noi nella nostra morte, per farci un solo spirito con Lui nella Risurrezione.

Ogni volta che viviamo l’Eucaristia celebriamo questa unione: come nell’ultima cena si mette tra noi come colui che serve.

La nostra vita con tutte le sue difficoltà è ampia come la notte, ma l’Eucarestia, ci rende capaci di far luce nella nostra notte e in tutte le notti degli uomini fino a quando sorgerà il sole delle vita luminosa e pasquale.

Chi fa dipendere la vita da ciò che accumula avidamente, vive la morte come un ladro, che ruba tutto; chi invece attende il Signore, sa che la venuta di questo ladro è l’incontro desiderato con il Signore.

19 Ottobre 2021
+Domenico

La figura caratteristica dell’annunciatore del Vangelo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 1-9)

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».

Audio della riflessione

Se uno ha un sogno da realizzare … ha in testa il sogno, prevede chi collaborerà alla sua realizzazione, imposta le azioni da fare, intuisce i pericoli che lo possono distruggere, definisce le necessarie qualità dei collaboratori e ne stimola continuamente la presa di coscienza: si fa spesso lui esempio da seguire, chiarendo, se necessario lo stile con cui vive e le cose essenziali da fare, da proporre, ma soprattutto da vivere.

Questo è il senso di questa prima parte del Vangelo che si legge in ogni Messa che celebra come si fa oggi.

Da questi semplici versetti, da queste precise indicazioni emerge tutto il senso del vangelo di Luca: la messe è abbondante e gli operai pochi. Si parte dalla consapevolezza di essere un piccolo gregge, ma … convinto di essere depositario del grande sogno di Gesù, il regno di Dio, destinato a tutto il mondo.

La missione cui sono inviati non è una operazione di proselitismo o “fanatismo”, ma conoscenza dell’amore di Dio Padre per tutti e singoli i suoi figli: ogni persona è frumento maturo per diventare corpo del Signore, i settantadue che sono tutti coloro che si innamorano del Vangelo sono nello stesso tempo seminatori della parola e mietitori.

Il Regno di Dio è il momento in cui chi semina incontra chi miete e ambedue godono dell’abbondanza dei frutti: infatti l’accoglienza dell’annuncio che è la semina è già salvezza, cioè mietitura.

Sono appena stati chiamati i 12 e Gesù allora ha pregato non poco per la loro scelta … ora tocca scegliere e mandare i 72 e occorre supplicare il padrone della Messe, perché pregare è l’unione necessaria con il Signore, il primo mezzo più efficace per l’apostolato.

«come agnelli in mezzo a lupi » : è la verità nuda e cruda che Gesù dice ai suoi discepoli che dovevano cominciare da soli a predicare il Vangelo, a far nascere anche in tante altre persone la speranza che avevano visto in Lui.

Il bene è sempre osteggiato, quindi il Vangelo, che sembra un bel messaggio di pace, crea reazioni incontrollate: il male è pronto a soffocare il bene, la sua parola è vista come una spada, il suo messaggio come un fuoco, il regno di Dio come una sfida.

I lupi si attrezzano da lupi: è il mistero della cattiveria dell’umanità che indica quanto il male si è radicato dentro di noi, nelle nostre relazioni, nei tessuti sociali.

Ma Gesù vuole  una missione in povertà e una sorta quasi di sprovvedutezza, che espone ogni cristiano come Gesù, l’agnello consegnato nelle mani degli uomini.

L’agnello resta sempre tale anche se è con tanti altri. Molti agnelli fanno un gregge, mai un branco di lupi.

Agnello non può non far pensare all’Agnello pasquale, al servo sofferente che porta i peccati del mondo. In questa nostra storia il lupo sgozzerà sempre l’agnello … soltanto alla fine dei tempi l’agnello pascolerà assieme al lupo.

Non serve borsa, che è la sicurezza del ricco, dove tiene i suoi soldi, nemmeno bisaccia che è la sicurezza del povero dove mette le sue cose e le offerte.

Lo schiavo non porta sandali, il discepolo è servo di tutti: questa povertà è la carta di identità della chiesa, che incarna i lineamenti di chi l’ha inviata.

Ciò che hai ti divide sempre dall’altro, ciò che dai ti unisce a lui e quando non hai più nulla dai te stesso, sai amare e vivi per l’altro, perché l’altro viva per mezzo tuo.

 Papa Benedetto a Loreto invitava i giovani così: “Siate vigilanti! Siate critici! Non andate dietro all’onda prodotta da questa potente azione di persuasione. Non abbiate paura, cari amici, di preferire le vie alternative indicate dall’amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale; relazioni affettive sincere e pure; un impegno onesto nello studio e nel lavoro; l’interesse profondo per il bene comune. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda”.

L’agnello vincerà non certo per la sua potenza, lui è inerme, ma per la forza di Dio, con la sua umiltà.

Dio guarda l’umile e lo ascolta: c’è bisogno di agnelli, anche se i lupi saranno sempre più agguerriti.

Grazie san Luca, che ci hai presentato questa missione che vuole Gesù, e che tu ci hai scritto nel tuo Vangelo, e che tu per primo hai incarnato nella tua vita.

18 Ottobre 2021
+Domenico

Un cielo per volare, non una corte per razzolare

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 10, 35-45)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. Egli disse loro: “Che cosa volete che io faccia per voi?”. Gli risposero: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Gesù disse loro: “Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?”. Gli risposero: “Lo possiamo”. E Gesù disse loro: “Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato”. Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

Audio della riflessione

La pretesa di occupare posti di onore e di dominio, di rilevanza sociale e di controllo sugli altri è una malattia molto comune: ci sono persone che vivono sempre e solo alla ribalta, che in un mondo che da importanza alle immagini, vivono solo di esposizione ai media, che soprattutto hanno un desiderio costante di  primeggiare e di comandare, di imporre le proprie idee sugli altri, di definirne la vita. Oggi i modi per far questo sono tanti: alcuni pacchiani e ben visibili, altri un po’ più defilati, ma non meno efficaci.

C’è da decidere se la vita si realizza al massimo nel farne dono a qualcuno o se invece è una battaglia per vedere chi comanda di più, chi si fa maggiormente i suoi interessi, a danno degli altri.

Quando un uomo si porta la voglia sfrenata di successo e per il successo arriva fino a vendersi anima e corpo, è finito, anche perché per natura il desiderio non ha limiti, mentre il potere di esaudirlo è limitatissimo.

Gesù in nessun momento della sua vita ha ceduto alle vertigini del potere; ha perseguito sempre e solo un ideale, quello del servizio. Dopo la prima moltiplicazione dei pani lo volevano fare re e invece lui si ritirò solo sul monte a pregare, servo di tutti e schiavo di nessuno, servo dei malati, dei peccatori, dei poveri, dei piccoli senza mai chiudersi alle necessità dei fratelli, agisce sempre e solo da servo: è questo lo stile di chi lo vuol seguire.

Gesù davanti a due suoi discepoli che vengono allo scoperto a chiedergli un posto d’onore nel suo famoso regno di cui parla spesso, è molto deciso: alla ricerca di posti d’eccellenza, alla pretesa di avere conquistato ruoli rilevanti, oppone la radicalità di una vita donata al servizio.

A coloro che vogliono sovrastare e asservire, imporsi e comandare dice molto esplicitamente “tra di voi non è così; il criterio del Regno è certamente esattamente il contrario. Nel Regno di Dio il più grande è colui che serve, è colui che si sente solo servo, che sa realizzare la sua vita nell’umiltà, colui che mette la sua esistenza a servizio degli altri, colui che sa ritirarsi e far crescere, che sa vivere una vita da mediano, che offre sempre agli altri la possibilità di crescere, di realizzare i suoi sogni di bontà.”

 Aveva appena parlato loro della croce che l’aspettava, della passione che avrebbe dovuto soffrire per amore e solo per amore, che li avrebbe sconvolti e loro non riescono a capire, non vogliono aprire gli occhi su questa sconvolgente novità: un Dio che si fa debole e si fa crocifiggere per portare salvezza.

Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, soprattutto se si è accecati da visioni di potere non si vede più niente, quando si è autocentrati, si vive da prigionieri.

L’orgoglio è una prigione, non è un cielo per volare, ma una corte per razzolare!

Solo la grazia di Dio ci può aiutare a impegnare tutto noi stessi nel servizio, ad aprire gli occhi sulla verità della nostra vita.

San Giovanni Paolo II lo ha seguito alla lettera: fino a quando ha avuto un po’ di fiato ci ha donato l’insegnamento di Gesù; finché si è potuto muovere ha cercato gente da servire e da promuovere. Servo dei servi, guida sicura, sempre in cerca di un cielo per volare, anche di fronte a imperi e regni che gli volevano dettare legge; come capita a papa Francesco, come ad ogni papa sempre è disposto a servire.

17 Ottobre 2021
+Domenico

La bestemmia contro lo Spirito Santo è imperdonabile

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 12, 8-12)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio. Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo, gli sarà perdonato; ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo, non sarà perdonato. Quando vi porteranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi di come o di che cosa discolparvi, o di che cosa dire, perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire».

Audio della riflessione

Spesso siamo in cerca di Dio, del bene sommo della nostra vita e non ci accorgiamo che ci mettiamo fuori da ogni ricerca di Lui volontariamente e senza appello: diciamo di credere, ma escludiamo dalla nostra fede la centralità di Gesù che opera attraverso lo Spirito Santo.

Gesù invece contrappone al giudizio pervertito dell’uomo, la benevolenza di Dio che dona sempre con sovrabbondanza, perché è in questione, sempre, la vita dell’uomo.

La parola di Gesù lancia ad ogni uomo un appello sul come affrontare le questioni della vita: bisogna preoccuparsi non tanto degli uomini che possono «uccidere il corpo» ma piuttosto avere a cuore il timore di Dio che giudica e corregge.

Gesù non promette ai discepoli che saranno risparmiati da minacce, persecuzioni, ma li rassicura sull’aiuto di Dio al momento della difficoltà!

L’appello alle comunità cristiane è molto evidente: anche se si è esposti alle ostilità del mondo, è indispensabile non venir meno nel mettere sempre al centro la vita e la testimonianza coraggiosa di Gesù, e vivere la comunione con Lui.  Il contrario si configura come bestemmia contro lo Spirito Santo, che il Vangelo dice “non perdonabile”.

Il linguaggio di Gesù può risultare abbastanza forte perché abbiamo sempre visto Gesù che mostra il comportamento di Dio che va in cerca del peccatore, che è esigente, ma che sa attendere il momento del ritorno a Lui o la maturazione del peccatore.

La bestemmia contro lo Spirito Santo può significare il deliberato e consapevole rifiuto dello Spirito profetico che è all’opera nelle azioni e nell’insegnamento di Gesù, vale a dire che è un rifiuto all’incontro con l’agire misericordioso e salvifico col Padre. Il mancato riconoscimento dell’origine divina della missione di Gesù, le offese dirette alla persona di Gesù, possono essere perdonati , ma chi nega che Gesù può salvare, cioè che in Lui agisce lo Spirito santo, colui che  non ammette che ci sia perdono, che nega che Gesù sia morto per i nostri peccati e che ci abbia redenti, rifiuta che ci sia in Gesù il perdono, non vuole essere perdonato lui stesso.

E contro la libertà di ogni uomo Gesù non va mai: è l’unico connotato decisivo della nostra vita umana, quello che ci distingue dal mondo animale, vegetale, minerale e dobbiamo essere persone che si affidano a Dio e lo crediamo il centro della nostra libertà e quando ci rapportiamo con Dio, non glielo dobbiamo impedire, dicendo che è il demonio.

Questa è la bestemmia contro lo Spirito Santo: è sovvertire la grande bontà di Dio e l’opera dello Spirito Santo e quindi tagliarci da noi la strada verso di Lui.

Siamo noi che non vogliamo, è Dio che non perdona.

16 Ottobre 2021
+Domenico