Tralci vivi della vera vite che è Gesù e non abbandonati  

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,1-8)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Audio della riflessione

Siamo radicati in qualcosa di vivo, di sicuro, di producente o siamo tutti alla deriva, staccati dalla storia, dalla vita del mondo, da legami indispensabili per il nostro stesso benessere? Siamo abbandonati come rami tagliati da un albero spezzati e buttati ovunque dal vento, come spesso vediamo in questi giorni di bufere improvvise e pericolose o siamo ben saldati a una sorgente di vita dove scorre continuamente una linfa che ci nutre e ci dà forza e gioia? 

L’immagine della vite/vigna è molto frequente nell’Antico Testamento per indicare il popolo eletto che molte volte ha prodotto soltanto uva insapore anziché vino buono. Gesù aprendo un discorso sui tralci e sulla vigna si riferisce a sé stesso e nello stesso si contrappone a quanto nell’AT si dice della vigna di Jahvè.  

La vigna fedele è Lui Gesù stesso. È Lui che ha corrisposto alle cure e alle attese di Dio e ha prodotto il vino buono della fedeltà all’alleanza. Non solo ma l’immagine della vite e dei tralci non si esaurisce con questa spiegazione, Cristo si serve di questa immagine per sottolineare la comunicazione e la circolazione di vita divina che esiste tra Gesù stesso e coloro che credono in Lui, quindi una immagine di Cristo “vite della vita” parallela a quella di Cristo “pane di vita”, che quindi assume pure un sapore eucaristico perché l’unione, profonda con Cristo vera vite si inizia con la Fede, ma si consuma e culmina con l’Eucarestia. 

La vite deve portare frutto per l’azione di Dio Padre, ma anche per quella degli apostoli e di ciascun cristiano che possiamo realizzare, lasciando agire in noi la parola di Gesù, così la preghiera ottiene ciò che domanda. Il tema di questa immanenza mutua e impossibilità di portare frutto se non si rimane in Gesù è fondamentale. Noi riusciamo ad esprimere bontà, se restiamo sempre innestati in lui. I tralci sono legatissimi e sono dentro la vita della vite. Gesù ci dice molto semplicemente: se volete portare frutto dovete stare attaccati a me, innestati nella mia vita. Noi siamo tralci, non siamo la vite. Il cristiano deve sentirsi innestato sempre in Lui nella sua vita di risorto. 

10 Maggio
+Domenico

La pace è sempre un dono di Dio da invocare (Gv 14,27-31) 

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,27-31)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.
Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.
Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il prìncipe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco».

Audio della riflessione

La parola pace è di quelle che evocano infinti pensieri di benessere, di tranquillità, di serenità, calma, distensione, soprattutto assenza di guerre, visti i tempi in cui viviamo. La pace che Gesù lascia ai suoi non è però solo una ricomposizione esterna dell’ordine tra i popoli, essa nasce dalla vittoria su tutte le leggi di separazione, vittoria che presuppone la comunione col Padre in Gesù e per opera dello Spirito Santo. Qui i figli di Dio dispersi ritrovano ciascuno la propria integrità e la propria autentica relazione con gli altri, e da qui prende senso quella visibile pace sociale, che fa parte anch’essa delle promesse messianiche. 

 È chiaro allora che questa pace è osteggiata dal principe di questo mondo, da satana, che ha potere sulla nostra vita esteriore e può dominare sui rapporti pubblici con il suo spirito di divisione: la vita di Dio in sé e in noi però non è sotto il dominio dei poteri del mondo, del male impersonificato. Il che semplicemente vuol dire che ci illudiamo che sia possibile raggiungere la pace agendo solo sulle strutture, ancor meno sulle armi. 

Ancora molti pensano che la guerra sia una realtà necessaria che ci deve per forza essere, che serve a risolvere i problemi, il contenzioso, a punire i reprobi, a fermare i terroristi. Purtroppo, e ce ne stiamo facendo una esperienza personale, tutte le volte che si inizia una guerra per ristabilire l’ordine, si crea un altro disordine più grave e non se ne vede mai la fine. Giovanni Paolo II, e tutti i papi, hanno sempre consigliato, supplicato i capi dei popoli di non ricorrere alla guerra per risolvere i problemi, ma non li ha mai ascoltati nessuno. 

Tanto più che oggi le guerre sono diventate molto più distruttive e coinvolgono non solo quelli che fanno il mestiere della guerra, ma bambini e persone innocenti.  In queste ultime guerre le persone meno colpite sono proprio i soldati e la potenza di fuoco si scarica maggiormente sui civili. 

Gesù giustamente dice: vi lascio il dono della pace, ma non come la dà il mondo. La sua è la pace che va alla radice, è quella del cuore, è la dimensione del dono, della giustizia, della remissione del torto, la pace con Dio, la cancellazione della cattiveria dal nostro cuore, la pienezza di vita che non desidera altro che esprimere l’amore. 

La pace nel mondo ci sarà quando saremo tutti disposti in coscienza a perdonare, quando la nostra bontà sarà tale da far cadere le armi dalle mani di chi le impugna. Deve esserci in noi un ambito non alienabile in cui si maturano liberamente le decisioni che toccano i destini dell’uomo e del mondo. Questa pace si accenderà nel mondo a partire dallo stare radicalmente con Dio, in cui abitano i destini del mondo. 

Sembra impossibile come lo è tutto quello che Dio promette e fa. Del resto, anche solo cinquanta anni fa nessun europeo pensava che ci potesse essere pace tra Francia, Italia, Germania, Inghilterra… Ieri era così; oggi invece si è tornati a pensare che occorre inventare controversie tra noi da risolvere con la guerra.  

Tutto lo sforzo della nostra vita umana è affidato a Dio perché ci cambi il cuore. Signore metti in noi un cuore di carne e toglici il cuore di pietra. Facci capire che la pace del mondo comincia dalla pace interiore, dal rispetto della vita sempre e comunque, da un animo che cancella da sé ogni odio, da gente che sa accettare il sacrificio della sua vita per mantenere il mondo nella pace.  

 Il primo saluto di Gesù alla risurrezione è stato shalom, la pace, la pienezza della serenità interiore e dell’impegno perché diventi stile di vita in ogni esistenza. Annunciare il Risorto significa credere in una vittoria definitiva sulla morte, sull’odio e noi ne vogliamo essere i primi portatori.  

Le mamme in genere sono molto più sensibili alla pace di noi uomini. Se facessero fare a loro gli stati non entrerebbero mai in guerra, loro che sarebbero pure disposte a morire per difendere i propri figli e invece sono obbligate a raccoglierne i cadaveri. Maria è la Madre e la Regina della pace anche perché ha patito la morte di suo figlio su di sé e lo ha riaccolto tra le braccia come segno di pace vera per il mondo.

09 Maggio
+Domenico

C’è lo Spirito che abita in voi

Una riflessione sul vangelo secondo Giovanni (Gv 14,21-26)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Gli disse Giuda, non l’Iscariòta: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?».
Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

Audio della riflessione

Ascoltare una parola è godere di una compagnia. Spesso quando ti senti solo, ti vengono in mente le parole degli amici del papà o della mamma. Ti trovi magari in difficoltà o sei sopra pensiero, o senti l’urgenza di dover decidere e trovi bello sentirti risuonare una parola dentro di te che ti dà certezza, compagnia, forza per procedere.  

Con la Parola di Dio è ancora più vero. Dice il vangelo: chi ascolta la mia parola può contare sulla mia presenza. Se mi ami e ascolti quel che dico, veniamo ad abitare in te. La mia parola non è una informazione fredda, una risposta che chiude un desiderio, ma è una presenza viva che scava dentro di te.  

Gesù sta quasi congedandosi dai discepoli e sa che dopo la sua partenza si sentiranno soli. Se hanno trattato così lui, chissà come tratteranno i suoi seguaci. Se hanno ammazzato lui, se gli sono stati sempre addosso, sicuramente non tratteranno diversamente i suoi apostoli. Si preoccupa allora di non far mancare compagnia e forza: verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Siamo abitati da Dio, siamo sua dimora. La nostra vita di uomini e di donne che ascoltano Gesù è abitata da Dio, il nostro corpo è tempio della sua presenza. Non ne siamo coscienti, altrimenti non ci sarebbe spazio per lo smarrimento che spesso ci prende 

La promessa non è di quelle romantiche che si fondano tutte sul ricordo, magari sulle fotografie o sui filmati, sui DVD o sui nastri magnetici, ma diventa una persona. Appare nella sua funzione determinante a questo punto della vita di Gesù la promessa dello Spirito Santo.  

La forza che vi condurrà nella vita, la consistenza della vostra fede, il nerbo della vostra speranza, la luce per le vostre difficoltà non sarà un pio ricordo di me, un riandare con un pensiero nostalgico ai bei tempi in cui stavo con voi, ma sarà ed è già fin dal momento della mia partenza da voi una persona, lo Spirito Santo.   

La speranza non è un vago ottimismo, ma la certezza di avere nella vita la forza dello Spirito che conforta, che consola, che indica, che guarisce, che illumina. È una presenza non una congettura o un desiderio. Non è un “sarebbe bello se” …, ma io sono con voi e non vi lascio soli. 

Oggi riviviamo nella festa della Madonna di Pompei la supplica alla vergine “…Vedi, o Madre, quanti pericoli nell’anima e nel corpo, quante calamità ed afflizioni ci costringono. O Madre implora per noi misericordia dal Tuo Figlio divino e vinci con la clemenza il cuore dei peccatori. Sono nostri fratelli e figli tuoi che costano sangue al dolce Gesù e contristano il tuo sensibilissimo Cuore…  

Ci uniamo a tutto il popolo credente che La invoca e rinnoviamo a lei la nostra fiducia. 

08 Maggio
+Domenico

Gesù è l’unico che ci introduce nel mistero d’amore della Trinità

Una riflessione sul vangelo secondo Giovanni (Gv 14,1-12)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre»

Audio della riflessione

Torri di controllo, bussole, satellitari, segnaletiche luminose. Oggi non puoi più perderti; qualcosa o qualcuno che ti tiene sulla strada giusta c’è sempre, c’è chi veglia sulla tua sicurezza, sulla correttezza del tuo cammino verso la meta. Per male che vada puoi sempre abbassare il finestrino e importunare l’ospitalità dei passanti. 

Ma non è questo il problema principale, c’è una segnaletica nella vita che è sempre difficile intercettare. Non è sufficiente sapere dove andare che è già molto; sapere dove andare nella vita è già salvarsi da quel torpore che ti toglie ogni entusiasmo, che ti fa sentire inutile, che ti mette in balia di ogni stupida passione, che ti abbandona alla prima difficoltà.  

Ebbene hai scelto dove andare, hai chiara nel cuore una meta, ma, dice l’apostolo Tommaso al Signore, come possiamo conoscere la via? Spesso ci si trova a un bivio, non si sa quale strada scegliere, dove andare; ci sono tante strade sbagliate, tante proposte facili, tante ambiguità. Oggi soprattutto c’è una eccedenza di opportunità, molte sono le sollecitazioni; voglio essere felice, ma quale è la vera strada della felicità? La vita non è una nave tranquilla che scivola da sola verso il porto della felicità, si sentono dire i giovani nel loro catechismo.  

La risposta alla domanda di Filippo è semplice: Io sono la via, la verità e la vita. Cristo col suo Vangelo, col suo esempio, col suo stile, con la sua decisione ritenuta trasgressiva per il suo tempo, con la sua dedizione assoluta al bene, con i suoi umanissimi gesti di amore, di accoglienza e di perdono, con il suo abbandono nelle braccia del Padre è sempre e solo la via più sicura, la via che sbocca in una piena e duratura felicità. Perché?   

Perché è la Parola di verità, pronunciata da Dio stesso come risposta a tutti gli interrogativi del cuore umano. Ma soprattutto è una Parola d’amore che non ha esitato a salire sulla croce, a dimostrare tutto l’amore infinito di Dio per l’umanità, a farci capire che ogni nostra domanda deve avere la risposta definitiva nell’amore di Dio Padre e nel vento dello Spirito Santo. È Lui che ci svela pienamente il mistero dell’uomo e del mondo. Con lui non puoi mai sbagliare strada, Lui è il vero satellitare. 

07 Maggio
+Domenico

Il faro che illumina, riordina, dà valore e gusto definitivo alla vita è Gesù, che ci mostra Dio Padre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,7-14)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.

Audio della riflessione

Conosciamo tante cose, sappiamo trovare di tutto … inventiamo motori di ricerca sempre più raffinati: ci basta una tastiera per aprirci a tutto lo scibile umano, ma non abbiamo saggezza, abbiamo perso la bussola, non sappiamo dare valore e cercare i valori.

Siamo una lavagna su cui tutti possono scrivere ciò che vogliono e noi restiamo senza riferimento: ci passa davanti tutto, ma niente ci prende e ci dà felicità!

La nostra vita è un “Google”,” che serve quando hai fretta e curiosità, ma ti lascia solo quando devi decidere della tua felicità. Abbiamo bisogno di saggezza, di gusto, di riferimenti, di valori, di motivazioni per spenderci; su tutto il nostro conoscere occorre un faro che illumina e riordina, dà valore e da gusto.  

“Da tanto tempo sono con te e tu non mi hai ancora conosciuto, non sei riuscito ad andare oltre le impressioni, i tuoi modi di pensare e di fotografare! Credi che sia vero solo quello che ti appare e non sai entrare in profondità nella mia vita!” … è il rimprovero di Gesù a Filippo, che era tanto incuriosito di sentir Gesù parlare del Padre che gli era nata la voglia di vederlo… “Faccelo vedere, non parlarci solo di Lui”.” … ma il Padre è di quelli che vanno conosciuti con la luce dello Spirito, con la grazia che solo Dio dà!

“Chi vede me deve avere occhi che gli permettono di vedere il Padre”.

Quel Gesù che sembrava solo un buon predicatore, un ottimo amico, un pio ebreo, un entusiasta del regno, un guaritore era l’unica immagine visibile del Padre e i discepoli non lo avevano ancora capito.  

Guardando a Gesù noi riusciamo a togliere quel velo che si stende sui nostri occhi e non ci permette di conoscere Dio.

Dio nessuno l’ha mai visto, il Figlio ce lo ha rivelato.

Gesù è l’unica esperienza che ci dice il volto di Dio, che ci rende sperimentabile in una conoscenza sovrumana la presenza di Dio: il nostro Dio non è il Dio della filosofia, della razionalità, ma il Dio di una storia che ha trovato e espresso in Gesù il meglio della sua “visibilità”: non siamo più condannati a fare congetture, a vivere di immaginazioni, ma siamo chiamati a contemplare il Dio vivente in Gesù.

Quel cielo che non è vuoto e si è aperto ci ha mostrato nel volto di Gesù il volto di Dio.

6 Maggio 2023
+Domenico

Nessuno raggiunge Dio Padre, se non per mezzo di Gesù.

Una riflessione sul vangelo secondo Giovanni (Gv 14,1-6)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».

Audio della riflessione

È esperienza comune quella di trovarci talvolta in un dedalo di vie tutte uguali, intricate, di continuare a girare sempre attorno agli stessi isolati, di fermarci a guardare la cartina, di sbagliare l’orientamento, di chiedere, di avere informazioni contraddittorie. Insomma, non si riesce a venirne a capo. Non c’è satellitare che tenga. Oppure sei in un bosco, credevi di continuare nel verso giusto invece dopo ore di cammino ti trovi pressappoco al punto di prima, se non nella parte opposta verso cui volevi andare. Avere la certezza di un cammino sicuro in montagna, per esempio è questione di vita o di morte. 

La stessa esperienza se non più drammatica è quella della strada da scegliere nella vita. Che faccio? Che cosa decido? Continuo questa esperienza affettiva o do’ un taglio netto? Ma è proprio questa la mia strada? Sono nel giusto se mi comporto così? È questo il mio futuro? Passa da qui la strada della mia felicità? 

E si procede spesso per tentativi. Oggi è più conveniente, dice qualcuno, navigare a vista, non decidere, procedere per approssimazioni, tanto si può tornare indietro da tutto.  

Si sente comunque la necessità di avere una indicazione, di avere qualcuno che lasciandoti pure tutta la tua libertà di decidere, di dà dei segnali, ti fa intuire dove sta una buona meta, ti aiuta con la sua chiarezza, il suo punto di vista meno coinvolto del tuo a guardare la realtà. 

Gesù è talmente una sicurezza nel suo collocarsi nella vita degli uomini da dire perentorio: Io sono la via, la verità e la vita. Non dice che la conosce, che la può insegnare, che ha fatto studi che lo rendono esperto nel fare la guida, no; dice che lui è la via della felicità, della pienezza, lui è la verità del nostro essere e dell’essere del mondo, lui è la vita, questo bene sommo cui tutti aspiriamo e che è condizione di tutto il nostro essere.  

Questo esige che ci accostiamo a Gesù non come ai soliti guru per avere emozioni, o per tentare anche questa, tanto le ho tentate tutte, o come fanno molti, come un talismano da tenere sul cruscotto dell’automobile, perché non si sa mai. Gesù è veramente la luce della nostra vita e ne resta la sicura speranza 

Gesù in questo si riferisce sempre al Padre, il punto di arrivo di ogni vita, di ogni aspirazione, di ogni ricerca della verità e dell’amore e ci apre obbligatoriamente alla Trinità.

05 Maggio
+Domenico

Non adagiamoci in false sicurezze, il tradimento è sempre possibile

Una riflessione sul vangelo secondo Giovanni (Gv 13,16-20)

[Dopo che ebbe lavato i piedi ai discepoli, Gesù] disse loro:
«In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica.
Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma deve compiersi la Scrittura: “Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno”. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io sono.
In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».

Audio della riflessione

Tutti facciamo esperienza di un qualche tradimento; abbiamo iniziato da ragazzi a sentirci traditi dagli amici per cose semplici dovute alle prime cotte, al tifo sportivo, ai gusti; poi abbiamo trovato tradimenti nel lavoro, talvolta ci ha fatto soffrire negli affetti, nelle rivendicazioni sociali, nella politica. Questo avvenne anche per Gesù nella sua breve vita pubblica di annunciatore del Regno di Dio, di figlio di Dio carico solo di amore per l’umanità.  

Si direbbe che il tradimento accompagna la comunità cristiana fin dalle sue origini e la memoria di esso sia necessaria proprio perché i cristiani non si adagino in false sicurezze e presunzioni, quasi che per loro il male, il peccato, l’infedeltà anche la più odiosa non siano sempre da temere. Il peccato è sempre alle porte di ogni vita, a quella che sembra la più convinta e ben costruita a quella consapevole di debolezze di troppo, a quella che inizia con l’eroismo, procede con miracoli di bontà e inceppa nello scandalo.  

Il peccato nella chiesa è stato in questi anni stigmatizzato con grande coraggio e lucidità e con grande consapevolezza del bisogno del perdono di Dio da papa Benedetto. Portiamo il vangelo in vasi di creta, la fede in cocci di umanità, la vita spirituale entro voragini di umanità. Non si tratta di perdere la consapevolezza che siamo pur sempre deboli e che nella nostra debolezza Dio scrive la sua potenza, ma anche che siamo traditori e dobbiamo metterci in stato quotidiano di penitenza. 

È importante riflettere che questo tradimento di Giuda rientra nel compimento delle Scritture. Non c’è in questa frase nessuna predestinazione, il compimento significa che le scritture si compiono proprio perché Dio lascia l’uomo libero nella sua risposta. La Scrittura si è compiuta con la negazione di Adamo ed Eva alla proposta di Dio di continuare a reggere il mondo nella sua bontà e bellezza primitiva e ne è venuto il peccato, si compie ancora quando alla domanda appassionata di Dio Maria, dice sì e accoglie il dono del Figlio di Dio per l’umanità. 

Le scritture si compiono, cioè sono in sintonia con la volontà di Dio, anche quando l’uomo si oppone al suo piano di salvezza. Se l’uomo venisse privato della sua libertà, perché Dio gli impone la salvezza, allora anche il suo regno sarebbe come quello degli uomini: arrogante e padronale. È paradossale, ma molto bello. Proprio perché si tratta di un disegno divino che lascia l’uomo nella libertà, la crisi, lo scandalo non sarà mai assente, ma Dio saprà cambiare anche il male in bene. La risurrezione di Gesù, uomo giusto e fedele, ucciso dalla scelta libera, ma scellerata, tradimento estremo dell’umanità, ne è la porta.

04 Maggio
+Domenico

Filippo e Giacomo cercano Dio e in Gesù l’hanno davanti

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,6-14)

In quel tempo, disse Gesù a Tommaso: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: Mostraci il Padre?
Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò».

Audio della riflessione

L’amarezza, la delusione, l’afflizione, il pianto, l’offesa bruciante, le ferite che sanguinano sono costanti della nostra vita. Molti che ci dicono di volerci bene, ci rimproverano, ci fanno sentire in colpa. Sbagliamo, ma abbiamo bisogno di chi con amore ci riprende, ci aiuta a uscire dalle nostre piccole o grandi prigioni.  

Una di queste è di pensare che Dio sia al di fuori del nostro mondo in uno spazio extra cosmico, mentre invece con la morte di Gesù la gloria di Dio Padre, la sua santità inaccessibile si diffonde negli spazi del nostro mondo e prende dimora in coloro che hanno fede in Gesù. La gloria di Dio è un “al-di-là” dell’al-di-qua, è una pienezza che proviene e sta in Dio e vi si accede con l’obbedienza della fede. Se abbiamo fede, Dio sta in noi. Gesù stesso che è tornato al Padre dopo la sua Ascensione è tra noi e raggiungibile se l’accogliamo nella nostra fede. Gesù è la vita, è dolcezza che rasserena, è pazienza che sorregge, è amore che comprende. 

Filippo chiede a Gesù di poter vedere il Padre e Gesù risponde: Chi ha visto me, ha visto il Padre… Credetemi, io sono nel Padre e il Padre è in me 

Ci stiamo abituando alla routine dei nostri giorni quotidiani come al colore delle pareti, senza slancio, né entusiasmo, senza lode e senza infamia. Alla grinta abbiamo sostituito la smorfia, all’ardore l’adattamento, al progetto un insieme di rattoppi. Ci lasciamo andare perché non abbiamo più speranza. Gesù è vita, è fervore che ridà anima alle nostre esistenze, alle nostre coscienze. Abbiamo bisogno di un colpo di reni per scrollarci di dosso il vecchiume dell’abitudine. Ciascuno di noi è una vocazione originale di Dio, è un sogno di Dio è un palpito del suo cuore. Gesù ci ridona la gioia di un sogno, la carezza di Dio. 

Sappiamo però che Gesù, il volto visibile del Padre, ci accoglie come siamo, ci ama prima che noi lo sappiamo e sicuramente senza che noi ce lo meritiamo. I santi apostoli Filippo e Giacomo, ci aiutino ad entrare in questa visione e a godere della paternità di Dio

03 Maggio
+Domenico

La famiglia di Dio che conduce Gesù è il suo gregge  

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,22-30)

Ricorreva, in quei giorni, a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente».
Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Audio della riflessione

Anche se non ci capita se non raramente di incontrare lungo le nostre valli dei greggi di pecore che seguono un pastore, l’immagine evangelica di Gesù come pastore ci è familiare e la sappiamo togliere dall’immaginario piuttosto dolciastro e scontato per capirne il significato profondo che a Gesù è costato anche la sua morte, perché l’immagine di pastore e gregge di Gesù si contrappone alla visione farisaica della religione del Tempio, fatta di precetti e ingiunzioni, di durezza e assenza di misericordia.  

Significativo per la nostra vita di fede quella sorta di linguaggio comune tra pastore e pecore, le stesse abitudini, gli stessi percorsi, gli stessi orari, le stesse consuetudini, e sopra tutte le vicende la voce che chiama, richiama, orienta, dirige, rimprovera, avverte, sferza, sospinge. Una immagine dolce di una vita dura; un quadretto forse troppo bucolico, ma denso di significato. Gesù nel vangelo spesso usa questa immagine per indicare l’amore che ha per gli uomini e la sua cura per aiutarci a trovare la strada della vita.  

Lui si spende per noi; vive la nostra stessa vita, ritma i suoi tempi sui nostri, ha cura di ciascuno e ci spinge a stare assieme, conosce i nostri passi e i nostri pericoli, prevede le nostre deviazioni e ci avverte; ci chiama, ci orienta. Il dono che ci pone davanti, la meta cui ci orienta è la pienezza della vita. La nostra vita se non raggiunge la sua pienezza, tutta la sua capacità di espressione, tutta le possibilità di esprimersi non è degna di essere vissuta. È come se fossimo in una gara faticosa, esaltante e ci accontentassimo di giocare, senza l’ambizione non solo di giocare bene, ma anche di vincere.  

Chi sta con lui non ci sta solo per comodità, per essere garantito, per sicurezza gratuita, ma per la pienezza di quello che Gesù propone. È ancora vero che la vita cristiana o è bella, da santi o non val la pena di viverla. 

Entro questo stile, questa prospettiva, questo desiderio e questa certezza che Gesù ci dà vita piena, abbiamo da Dio una promessa: nessuno rapirà dalla mia mano le pecore che ascoltano la mia voce e che io conosco. Spesso crediamo di essere sopraffatti dal male, dallo stesso male che nasce dentro di noi; abbiamo tante volte la sensazione che ci possa essere qualche giorno in cui per pazzia abbandoniamo la via della vita che Dio ci ha insegnato.  

Troppe volte sentiamo di amici che hanno deciso di mollare. Erano sempre stati dedicati alla famiglia e la abbandonano per una stupida avventura, avevano sempre avuto corretta generosità e ora sono sfruttatori, coltivavano la vita interiore e ora sono solo dediti ai soldi. Ma Gesù è sempre il nostro pastore e non ci abbandona se ascoltiamo la sua voce.

02 Maggio
+Domenico

Gesù, conosciuto come il figlio del carpentiere: san Giuseppe

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,54-58)

Venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: “Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?”. Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua”. E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

Audio della riflessione

Per valutare una persona abbiamo sempre bisogno purtroppo di attribuirgli qualche miracolo, qualche notorietà, abbiamo deciso che il bene sta sempre lontano da noi. È irraggiungibile, lo portano solo i personaggi straordinari. Abbiamo un papà e una mamma che sono la fine del mondo, ma abbiamo occhi e orecchie solo per i santoni, teniamo un prete in parrocchia che è pieno di grazia di Dio, e andiamo a far chilometri per accontentare il nostro palato, abbiamo un compagno di lavoro abilissimo, ma dobbiamo imparare solo da qualche estraneo.  

Una volta si diceva molto banalmente che la minestra della zia è sempre più buona di quella della mamma. Nessuno è profeta in patria. Gesù era tutto d’un pezzo, era la Parola di Dio viva, efficace, piena di misericordia e invece i suoi compaesani dicevano: ma questo che vuole? Non è il figlio del carpentiere? Non sappiamo già tutto quello che può dire? Che novità ci sarebbero nella sua vita che noi già non conosciamo? 

Oggi diamo importanza a questo cenno fugace, che spesso noi non teniamo in conto. Davano Gesù per scontato, come noi diamo sempre per scontate le persone con cui viviamo. Siamo stati talmente tante volte assieme che pensiamo di possederle. Abbiamo fatto un cassetto, uno schema in cui incasellarle. Fanno così i genitori coi figli, i figli coi genitori, i maestri con gli alunni, tutti. Questo carpentiere è san Giuseppe ed è giusto che oggi a partire dal suo lavoro per mantenere la famiglia con Maria e Gesù abbiamo a meditare sulla sua figura. 

Un carpentiere che è stato coinvolto nella storia più grande e importante del mondo che è la vita di Gesù. Era innamorato perso di Maria, la voleva sposare; lei gli confida di essere incinta. Gli crolla il mondo addosso. Non dubita minimamente di Maria, ma si affanna, si addolora e pensa, tanto le vuol bene di caricarsi lui di questo difficile momento. Dio gli parla in sogno e gli confida il suo progetto e gli chiede: Vuoi far parte di questa nuova famiglia come padre, come responsabile primo della vita di Maria e di Gesù che viene da lontano, dalla nostra vita trinitaria a farsi uomo in Maria? 

Giuseppe dice sì e salva Maria nella sua dignità di donna e di madre, salva Gesù dalla cattiveria di Erode, fa l’emigrante per le strade del deserto; ritorna al suo paesello e lavora ogni giorno e alleva, custodisce, educa, insegna a Gesù a vivere e a lavorare, mantiene la famiglia di Dio. Resta sempre nell’ombra lui, il carpentiere che scrive con Dio la nuova storia del mondo. E noi desideriamo solo metterci sotto alla sua cura come Gesù. 

01 Maggio
+ Domenico