Dio ci regala sempre una gioia immeritata

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 16,23b-28)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena.
Queste cose ve le ho dette in modo velato, ma viene l’ora in cui non vi parlerò più in modo velato e apertamente vi parlerò del Padre. In quel giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che pregherò il Padre per voi: il Padre stesso infatti vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio.
Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre».

Audio della riflessione

Si coglie anche con estrema semplicità nell’aria quando sta cambiando nella vita propria o di una comunità o di una città il contesto, lo scorrere dei giorni, una situazione di serenità raggiunta anche a fatica in cui ci si è abituati a scambiare pensieri, affetti, amore, modi di pensare, collaborazioni, intese, sacrifici e pene.  

È la partenza anche dolorosa, ma sempre carica di speranza, di un figlio o una figlia che si sposa, è la dolorosa morte di un congiunto, è il venir meno di una persona che ha fatto da riferimento indiscusso, che ha portato grandi novità e bontà a tanti. Ricordiamo la morte di Papa Giovanni 23mo in quel caldo giugno di tantissimi anni fa, di Paolo VI nel pesante agosto di un anno triste di morti violente per le brigate rosse, che hanno avvelenato i suoi ultimi giorni pur pieni di grande serenità e speranza, di papa Giovanni Paolo II in quell’aprile non troppo lontano.  

Ciascuno ha nella sua vita la tensione di attese imminenti di grandi cambiamenti. La comunità degli apostoli così viveva l’imminente partenza di Gesù, la conclusione della sua presenza tra di loro.  

Gesù dice che ritorna al Padre: è una partenza che può solo creare gioia perché si compie la sua missione. La sua è una conclusione di una vita regalata in maniera unica, non un fallimento. Diversa era la tremenda situazione della sua morte che aveva lasciato gli apostoli nella più nera disperazione, difficile a risalire anche con tutta la paziente presenza di Gesù risorto in mezzo a loro. Finiva il suo cammino sulla terra e iniziava quello della chiesa. Questa vita della chiesa iniziava con il dono della preghiera, di un dialogo assolutamente ascoltato con amore dal Padre, con la presenza di una parola chiara e avvincente: “vi parlerò apertamente”. Si tratta di una gioia piena, senza ombre di disperazione che si allungano sulla quotidianità, perché può contare sulla sua presenza nel corpo e nel sangue dell’Eucaristia, soprattutto sulla presenza dello Spirito. Santo. 

È la gioia che nasce dalla certezza di una salvezza donata senza rimpianti. È una gioia immeritata e che non sta nelle mani dell’uomo, ma di Dio. Nessuno ve la potrà togliere. A noi allora è richiesto solo di amare Gesù e credere in Lui, è richiesto di accogliere, che è diverso da un impossibile meritare. Il padre stesso vi ama, perché a me volete un bene assoluto, senza riserve, con tutta la vostra nuova vita e la vostra passione.

20 Maggio
+Domenico

Contro ogni evidenza la croce si cambierà in gloria

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 16,20-23a)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.
La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla».

Audio della riflessione

Fa parte dell’esperienza umana venire al mondo attraverso il dolore del parto. Per le mamme giovani alla loro prima esperienza è preceduto da una attesa sempre molto apprensiva. I dolori del parto sono intensi, ma è intensissima la gioia di aver tra le braccia un bimbo. Dice Gesù nel vangelo: “La donna quando partorisce ha tristezza, perché è venuta la sua ora. Ma quando ha partorito il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è nato un uomo al mondo.” È dolore intenso quello del parto, molte donne dicono a noi maschi: voi non potete capire. È nel mistero della nostra esistenza. Per questo siamo diversi, per questo ciascuno ha una sua vocazione precisa, una sua originalità.  

Deve essere così anche il rapporto che dobbiamo avere con la vita cristiana nella sua quotidianità, nel suo svolgersi lungo la storia. Nel mondo, nella battaglia per la vita sicuramente dovremo affrontare tristezza. In ogni esistenza umana si creano le condizioni di un parto, si prova tristezza per una attesa che sembra infinita, per una speranza che sembra svanire, per un male che sembra sopraffarci, ma, Gesù dice, la gioia che proverete a stare con me, a incontrare di nuovo me, alla mia venuta definitiva non ha paragoni. Siamo chiamati alla gioia. Papa Benedetto continuava a ripeterlo a tutti: siamo fatti per la gioia e Gesù è la nostra gioia. Papa Francesco ha impostato la vita della chiesa sulla Gioia del Vangelo. 

Per questo diventerà sempre più importante per un cristiano saper attendere, vivere di speranza, avere dentro la certezza che contro ogni apparenza, o evidenza, la croce si cambierà in gloria. Così è stato di Gesù e così sarà di ogni discepolo. 

La mamma non rinfaccerà mai a suo figlio i dolori del parto, ma ne trarrà sempre motivo nuovo di attaccamento e di amore anche contro ogni evidenza e ingratitudine. Siamo mamme dicono quando c’è da lenire un dolore, davanti alle bare dei figli. Non è un dolore disperato, ma la forza di una speranza.  

Siamo certi che Dio ci darà la gioia come quella della mamma dopo il parto, la nostra tristezza affrontata per la giustizia e per l’amore, per un mondo nuovo si trasformerà in gioia. Il dolore è di un momento, la gioia è eterna. A noi il compito di non godercela da soli, ma di coinvolgere tutto il nostro mondo in un cuore che espande gioia vera ovunque.

19 Maggio
+Domenico

La tristezza del male si cambierà in gioia del bene

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 16,16-20)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete».
Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”, e: “Io me ne vado al Padre”?». Dicevano perciò: «Che cos’è questo “un poco”, di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire».
Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”? In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia».

Audio della riflessione

La gioia e la tristezza si mescolano spesso nella nostra esistenza; la vita è fatta di soddisfazioni pulite, talvolta di torti subiti, di risultati raggiunti, di frustrazioni per l’incapacità sperimentata. Si gioisce della nascita, si piange per una morte, si è sofferenti per la malattia che non ti aspettavi, si è contenti per la salute ritrovata. Ma spesso il dolore è quello che ti infliggono gli altri che ti vogliono male o che infliggi tu per la tua cattiveria. Per i cristiani, per i suoi seguaci Gesù predice che la loro vita sarà segnata da contrarietà; c’è un mondo che troverà gusto a farli soffrire, si scatenerà contro di loro la cattiveria di tanti.  

Il secolo scorso, così pure quello che è appena cominciato, è stato un secolo di grande persecuzione per la chiesa, per i cristiani, per la loro fede in Gesù. Molti hanno pagato e stanno pagando il loro credere in Dio, nel Dio di Gesù Cristo con la vita. Popoli interi sono stati spazzati via dalla faccia della terra perché si voleva estirpare il cristianesimo per sempre. Le rivoluzioni contro la fede, le campagne contro Dio, le guerre contro la Chiesa hanno bagnato tante terre di sangue e dolore. Ancora oggi si avvera quel che dice il vangelo: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. È la prova, il male che si è abbattuto sullo stesso Gesù. È una legge misteriosa che è inscritta nella vita di chi ama Dio. 

Ma la vostra afflizione si cambierà in gioia, dice il Signore. Al dolore c’è sempre una fine. Si può assolutamente dire che da quando Gesù è morto ed è risorto, il dolore, il male, la morte hanno scritto nel loro DNA la parola fine. La crudeltà, il livore, la cattiveria, l’intolleranza, la persecuzione, la malattia, la solitudine, tutti i dolori e le cattiverie che nascono nell’umanità sono state vinte dal Dio Crocifisso.  

Su quella croce sono stati inchiodati tutti i mali e ne è nata la vita senza fine. La tristezza del male si cambierà in gioia del bene. Sono solo gli occhi della fede che permettono questa visione; occorre ragionare con altri criteri, mettere la nostra speranza in Lui, per non lasciarci vincere dalla tristezza o dalla cattiveria.  Noi sappiamo che Dio non ci abbandona mai, ci manda senza condizioni un sostegno, una energia che ci dà vita. Come hanno potuto tanti martiri arsi vivi, decapitati, crocifissi morire con il nome di Gesù sulla bocca, se non per la forza interiore che da soli non ci possiamo dare e che lo Spirito ci garantisce? E’ solo lo Spirito Santo che lenisce l’irrimediabile

18 Maggio
+Domenico

La continua novità della comunicazione di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 16,12-15)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

Audio della riflessione

Che la nostra vita e la consapevolezza di essa, del suo valore, dei suoi limiti, delle nostre fragilità e dei nostri valori siano sempre in continuo ridefinirsi, lo abbiamo sperimentato nel nostro passare dalla fanciullezza, alla giovinezza, all’età matura, alla vecchiaia; negli imprevisti difficili da comprendere e da umanizzare sempre, negli interrogativi sempre più profondi che ci abitano a mano a mano che l’umanità cresce, si compone, si ricompone, si fa cattiva e brutale, ma anche buona e generosa.  È così però anche la nostra comprensione della comunicazione che Dio ha deciso di intrattenere con l’umanità, della Parola di Dio scritta nella bibbia e presentata nella vita concreta delle persone, nella vita di Gesù, nelle vite di santi e peccatori, di popoli giusti e ingiusti, aperti e chiusi da muri asfissianti. 

Nella scoperta e nell’approfondimento della verità del vangelo, possiamo contare sul ruolo insostituibile dello Spirito non tanto per darci una nuova rivelazione che si aggiunge a quella di Gesù, ma per illuminare guidare, stimolare la Chiesa a interpretare sempre più a fondo la Parola del Signore. La Parola di Dio, infatti, non è un deposito di proposizioni cristallizzate: è una parola vivente. È verità di Dio e quindi inesauribile nella sua comprensione e nei suoi significati. È anche verità sull’uomo; verità che si porta dentro tutte le implicazioni esistenziali e storiche che questo comporta. È una forza dinamica che continua a rivelarsi nella storia, che si arricchisce attraverso la riflessione, l’esperienza, le vicende storiche del popolo di Dio.  

L’assistenza dello Spirito che ci è guida verso la pienezza della verità è pure stimolo per una comprensione sempre nuova e creativa e per una fedeltà di lettura e di interpretazione che rifugge da ogni avventuroso accomodamento proposto o imposto da letture ideologiche, da potere oppressivo di falsi autoritarismi. Pensiamo quanto la vicenda dolorosa della pandemia da Covid-19 ci ha fatto capire il senso che la Parola di Dio può suggerirci in essa. Chi ci aiuterà a capire il messaggio del Signore che la Parola di Dio scrive dentro le sofferenze, gli sforzi, le ricerche, le vite donate per la salvezza di tanti ammalati? Credo che lo Spirito Santo abbia suggerito a medici, infermieri, operatori della salute, gli stessi malati sopravvissuti e passati attraverso il crogiolo di dolore che li ha investiti, i significati nascosti della sua Parola in questa stagione dolorosa e difficile. 

 Non sono solo i teologi o noi preti e vescovi che abbiamo il dono dell’ascolto e della comprensione e interpretazione della Parola di Dio, ma anche ogni battezzato, ogni uomo di buona volontà è illuminato dallo Spirito. Papa Francesco ci dice sempre che occorre liberare la stessa teologia dalla occupazione degli uomini di mestiere, che pure sono utili, ma non gli unici ispirati dallo Spirto Santo, che noi invochiamo su tutti i protagonisti, sofferenti, fragili e audaci, di questa stagione, di questo tempo che è sempre tempo dell’uomo e per questo tempo di Dio. Molti di questi ci hanno detto: “quel brano di vangelo occorre leggerlo anche così, quella parola forte di Gesù si porta dentro anche questo”; la nostra mentalità rispetto alla vita chiarisce ancora di più il dolore di Gesù e il suo amore per noi in questo senso… dobbiamo tutti farci dono di quello che ci ha suggerito lo Spirito in questa Pentecoste di dolore, di apprensione e di attesa e ora di guarigione. 

17 Maggio
+Domenico

Lo Spirito non solo ci toglie ogni schiavitù del corpo e dello spirito, ma ci fa persone libere.

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 16,5-11)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Ora vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?”. Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore.
Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi.
E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato».

Audio della riflessione

Ognuno nella vita fa purtroppo esperienza di schiavitù, di catene, di costrizione. È la schiavitù della malattia che ti costringe in ospedale o inchiodato in un letto, attaccato a flebo o costretto in ingessature; è la schiavitù di qualche vizio o cattiva abitudine che non ti lascia correre nella via del bene; è la morsa della droga che ti porta sempre a dosi maggiori e ti rende uno straccio; è la dipendenza dall’alcool che ti fa terra bruciata di saggezza e sentimenti. Può essere la stessa detenzione per delitti commessi e giustamente puniti. Ed è una grande gioia quando ritorna la salute, esci dall’ospedale, si schiudono le porte del carcere, smetti di drogarti e di bere. È un’altra vita. Il carcerato non vede più il sole a scacchi, non sta più a misurare il perimetro della cella, non divide più il tempo in ore di aria o di cella. È bello non sentirsi più dipendente da sostanze, uscire dall’incubo dell’alcoolismo. 

 È stato così anche per il popolo di Israele. Era stato per tanti anni schiavo dell’Egitto e finalmente dopo molteplici tentativi, dopo lotte serrate contro il faraone Mosè riesce a far passare il mar Rosso. È bellissimo il canto di Maria, la sorella di Mosè, oltre il mare che si chiude alle spalle sui cariaggi del faraone. Inebriati di una liberazione definitiva. Contenti di una rottura delle catene.  

Così capitò in Italia nel 1945 quando finì la guerra e i tedeschi se ne andarono da tutta l’Italia. Liberazione: non c’era più nessun oppressore che ci faceva paura con le sue armi, con le sue ritorsioni, i suoi soprusi. Liberati finalmente, senza padroni, senza schiavitù, senza dipendenza da altri. Ma per vivere veramente da liberi abbiamo dovuto cambiare dentro, saper far fiorire oltre alla giustizia il perdono, un nuovo modo di rapportarci tra noi e con Dio. Vivere questa dimensione del perdono non è stata solo una liberazione, pure necessaria, ma come un nuovo principio vitale.  

Quando diamo e chiediamo perdono, non solo veniamo liberati, ma viviamo da liberi proprio per la presenza dello Spirito. Non c’è più spazio per la morte, perché lo Spirito la sorpassa. Dobbiamo pure morire, ma la morte è solo una conseguenza di un peccato, non la realtà definitiva in cui siamo collocati. Lo Spirito la bypassa e ci traghetta di là sempre.  

Non siamo stati lasciati soli, Gesù non solo ci ha aperto gli occhi, ma ci ha mandato la luce senza della quale i nostri occhi non avrebbero potuto vedere. Non solo ci ha dato la vita, ma anche l’aria per respirare. Non solo ci ha rotto le catene degli inferi, ma ci ha fatto diventare abitazione dello Spirito. Questa compagnia e presenza dolcissima dello Spirito è la continuazione della presenza di Lui tutti i giorni della nostra vita, fino al suo ritorno.  

La liberazione è un atto, la libertà è una condizione, una vita, una continuità di sentimenti, di decisioni, di responsabilità. È la vera pace, senza ritorsioni e rimorsi, senza odio, e non solo dimenticanza, ma nuovi rapporti di amicizia, di collaborazione e di pace interiore

16 Maggio
+Domenico

Verrà il Paraclito, la forza, il conforto, l’energia vera  

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,26-16,4)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.
Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l’ho detto».

Audio della riflessione

Ci sono giornate in cui si ha il morale ai tacchi, in cui senti di non avere energia per affrontare le cose di tutti i giorni. Depressione, la chiamano i medici e sono sempre di più coloro che ne soffrono, che vedono svanire ogni energia dalla loro vita, che non trovano motivi per alzarsi la mattina. Quello che ieri era grinta, oggi diventa rabbia contro sé stessi e impazienza verso tutti. Si pensa che sia solo malattia, da curare con psicofarmaci, o ricostituenti, ma spesso è mancanza di vita interiore, di rapporto con Dio, di preghiera, di consapevolezza di sentirci nelle mani di Dio e di avere una missione da compiere. Non è sempre e solo depressione insomma, ma vuoto interiore, mancanza di ragioni per vivere, forza interiore.  

Non dovevano essere molto diversi gli apostoli dopo la grande sofferenza e la grande sconfitta della croce. Il popolo aveva intentato un processo a Gesù, aveva preferito Barabba a Gesù, l’aveva mandato a morte. I primi sconfitti erano loro. Gesù era risorto, ma la forza nuova di affrontare la vita da soli ancora non si manifestava. E Gesù la promette e la manda loro. Verrà il Paraclito, la forza, il conforto, l’energia vera, la grazia, la nuova presenza intima di Dio in ogni vita. Colui che aiuterà a cambiare testa, a misurarsi con verità su ogni parola di Gesù, a sentirlo dentro come fuoco d’amore. Il peggio non è ancora passato, perché ora quello che hanno fatto a me lo faranno anche a voi, Anche voi sarete messi a morte nella convinzione di fare piacere a Dio, mio Padre. Vi isoleranno, vi cacceranno, vi scardineranno dalla vostra stessa identità. Non vi lascio soli con voi ci sarà sempre lo Spirito. Non è che Gesù sia stato molto tenero con loro, perché proprio quando li stava lasciando li ha messi di fronte alle difficoltà; non ha attenuato la profezia, non ha nascosto loro tutte le vessazioni cui sarebbero stati sottoposti. Ma non li ha lasciati in balia delle sofferenze e dei costi della evangelizzazione, della loro nuova missione 

E la storia dei cristiani non è storia di kamikaze, ma di martiri, di testimoni che rispondono a ogni sorta di tormenti con cui i carnefici si divertono, con il sorriso, con il perdono, con la preghiera, senza rabbia. Hanno avuto una grinta interiore che non si sarebbero mai immaginati di poter avere. Dio ama i suoi figli e non li lascia soli.  

Con lo Spirito nasce la speranza che è la prima cura contro la depressione spirituale e lo scoraggiamento. Quanto dovremmo anche noi cristiani di oggi avere più coraggio e meno lamentele, meno esclamazioni sfiduciate della serie: “non mi sarei mai immaginato un mondo così bastardo, leggero o stupido o assassino o cattivo o irriverente nei confronti della nostra religione”. Lo sappiamo che senza lo Spirito Santo moriremmo di lamentele. Con Lui, Gesù ci dona forza imbattibile, coerente e non diremo mai che nessuno è nostro nemico

15 Maggio
+Domenico

Gesù ho bisogno di te, mia colonna indistruttibile

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,15-21)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Audio della riflessione

Forse qualcuno di noi ricorda quelle file di ragazzini infelici, vestiti tutti alla stessa maniera dietro un funerale: gli orfanelli. La guerra aveva sottratto a loro i papà, spesso tutti e due i genitori e qualcuno li aveva raccolti. Oggi purtroppo il mondo è ancora pieno di orfani: le guerre non sono mai finite e tanti di questi bambini nemmeno trovano una fila di infelici, ma sono buttati e venduti per essere usati a pezzettini. 

L’orfano è colui che manca dell’appoggio indispensabile per la vita. È colui che ha in cuore un cumulo di promesse che non possono più essere accese perché manca il sostegno. Occorre qualcuno che si fa padre o madre, che si inscrive in quella vita infelice per riaccendere le speranze, aprire una strada per il futuro. 

Gesù guardando ai suoi fragili e semplici discepoli, a coloro che gli avevano creduto e che, dopo tante tergiversazioni, piccoli tradimenti e meschinità, si erano stretti a lui, immagina il loro smarrimento. Quel che non era riuscito ai potenti con la sua crocifissione e morte forse lo poteva ottenere la solitudine. Per questo dice: non vi lascerò orfani, non posso vedervi così pieni di speranza e in balia del male che non vi darà tregua, la dolce compagnia del Salvatore non è questione di sentimenti tenui da continuare, ma di forza indispensabile su cui contare. 

Vi darò un consolatore, un confortatore, una forza, una colonna su cui potete contare. Non vi relegherò a fare la fila di orfanelli, ma vi darò la tempra e la forza di una paternità, la sicurezza di una verità, la certezza di una presenza. Egli dimora presso di voi e sarà in voi. 

Così la Chiesa non è un orfanotrofio che piange il suo fondatore defunto, ma una comunità che tutti nella storia hanno tentato di decimare e che è sempre risorta nelle coscienze di chi ha saputo ascoltare lo Spirito, il Consolatore. 

14 Maggio
+Domenico

Se il mondo vi odia, sappiate che prima ha odiato me 

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,18-21)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia.
Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato»
.

Audio della riflessione

Si scatenano nel mondo le forze del male contro persone inermi, semplici, credenti convinti, operatori di pace e di serenità. Si direbbe che ci sia un accanimento speciale contro coloro che cercano di mettere pace, di far stare assieme gli uomini in progetti di convivenza e di bontà. Dove ci sono guerre, contrapposizioni, lotte tra i popoli e divisione tra le religioni e lì c’è una persona che tenta in tutti i modi di unire si scatena la violenza contro il pacificatore. È così per chi tenta di far convivere cristiani e mussulmani, ebrei e palestinesi, ricchi e poveri, inglesi e irlandesi, cristiani e atei. Il diavolo ha questo nome che significa appunto divisore. L’arte sua è di continuare a dividere, a creare odio, a tenere in contrasto. E così si consumano grandi vendette nella storia degli uomini, pure nella politica e nella vita sociale.  

Certo il male ha come terreno di grande prolificazione l’odio, la separazione, la contrapposizione. Spesso i giovani colgono questo tranello, ma gli adulti li puniscono, li tolgono di mezzo, li ammazzano pure per non perdere il potere demoniaco di dividere. Fu così per Gesù. Anche lui che è l’antitesi del diavolo, lui che è il simbolo, Lui ha fatto dei due un popolo solo, Lui ha legato fede e vita, ha abbattuto tutte le barriere, perché sapeva che esse erano responsabili del male tra gli uomini. Noi infatti costruiamo muri, anziché ponti e chi fa ponti viene tolto di mezzo; da cristiani invece noi tentiamo sempre di comporre a ciò che ci differenzia a partire dalla cultura, dagli interessi, dalle tradizioni. Dio ci ha dato la terra e noi l’abbiamo tagliata a pezzettini, l’abbiamo circondata di reti e di confini, di dogane e di posti di blocco. Vogliamo vivere in pace, ma la pace non nasce mai dai muri, dai fossati, dai reticolati, dalle serrature, ma da un cuore che pur difendendosi dal male sa rischiare e sperare di più nel bene.  

Non siamo ingenui, perché crediamo veramente che il mondo va verso una convergenza pacifica, che le guerre sono assurde, che la terra è una casa per tutti e non ci importa dell’odio dei malvagi perché sappiamo che il nostro maestro non li ha temuti e proprio quando sembrava che avesse fallito è risorto e regna ancora per chiamarci alla comunione fra tutto il genere umano. 

Per rimanere nell’amore con cui Dio ci ha amati e ci ama occorre morire a sé stessi, rinunciare alla legge mondana della autosufficienza. C’è sempre il dominio del mondo sulle coscienze, Siamo sempre tentati di porre il senso di noi stessi in falsi valori. Se ha odiato Cristo è perché con la sua parola e con le sue opere ci ha fatto capire che l’incapacità di questo mondo di dare senso e significato alla vita è grande.  Chi con la fede accetta come sua la missione di Cristo, o anche solo la sua misura dell’uomo, già per questo non è più del mondo e dovrà soffrire chi nega Dio per l’uomo e lo stesso uomo in nome di Dio. Sentirci rifiutati o fuori luogo nel mondo che si oppone a Dio deve essere certezza di fedeltà di Dio verso di noi. 

13 Maggio
+Domenico

Il protagonismo dell’amore

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,12-17)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

Audio della riflessione

A noi piace essere protagonisti, e giustamente, in tutte le vicende della nostra vita: noi scegliamo lo studio, il lavoro, le amicizie, lo svago, le cose che ci servono. Siamo noi i soggetti che impostano il proprio futuro, che si danno modelli di comportamento, che decidono di impiegare in un certo modo le proprie energie e qualità. Ci sono stati tempi in cui questo non era facile, perché le libertà individuali erano più controllate.  

C’è però da dire che spesso questo nostro protagonismo è solo formale, perché non ci accorgiamo dei persuasori occulti che ci portano a decidere quello che vogliono loro. Manipolazioni del consenso, costrizioni economiche, pubblicità non sono proprio al servizio di libere scelte. Nel nostro rapporto con Dio, Gesù ha il coraggio di parlare chiaro, di farci capire che la nostra libertà, il nostro protagonismo è dentro un piano d’amore di Dio.  

Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi. Abbiamo davanti una proposta decisa, definita, coinvolgente di Gesù nei nostri confronti. Ci resta sempre tutta la libertà di una risposta, ma è importante sapere che non siamo davanti al nulla, a una eccedenza di opportunità che nessuno ci aiuta a dipanare e quindi poi a decidere. Non siamo a questo mondo nel vago, nell’incertezza. Siamo scelti da Dio, in Gesù. Vi ho chiamati amici, vi ho amato. Non siete nel nulla, non site nel caos, ma dentro una proposta chiara con cui vi dovete confrontare. E la mia chiamata è all’amore 

Non siamo chiamati a fare numero, a fare guerre, a strategie di potere o di controllo, ma solo all’amore, fino al dono della propria vita. Nessuno h amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Essere entro questa decisione radicale, entro questa scelta è per noi una gioia immensa. Sapersi amati da Dio fino all’ultima goccia di sangue, come poi Gesù ha dimostrato è la vera notizia della vita di ogni tempo e di ogni luogo. Questo è il vangelo, è lo sconvolgimento totale del rapporto tra uomo e Dio, tra creatore e creatura. Siamo stati scelti, non imposti, non presi a caso, non sorteggiati, ma pensati a uno a uno e chiamati. 

La nostra risposta definisce le nostre esistenze, ci permette di impostare in maniera nuova ogni nostro protagonismo, soprattutto quello dell’amore. 

12 Maggio
+Domenico

L’amore di Dio per noi in Gesù è concreto come la nostra vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,9-11)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.
Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.
Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».

Audio della riflessione

Nella vita è importante sentirsi di qualcuno, credere che ci sia qualcuno che ti vuol bene. È importante per un bambino che ancora non sa fare ragionamenti. Sentirsi di qualcuno non è una percezione dell’intelligenza, ma della vita, è un sentimento, è una sensazione, è un clima, una esperienza che senti dentro, che nessuno ti può dire a parole per ingannarti. Sentirsi di qualcuno è sorridere, crescere, esprimersi, amare ed essere amati. 

Questo qualcuno a cui ci sentiamo di stare a cuore è Gesù. Gesù è così per noi. Noi dobbiamo avere questa consapevolezza, questa sicurezza, questa verità che ci qualifica come uomini, come donne e come cristiani. Quando ti svegli al mattino, quando riesci a rientrare in te stesso per quelle feritoie che ti vengono lasciate nella vita, quando ti senti solo, sappi che questa verità ti deve possedere completamente. Comincia a contemplarlo. 

Gesù ha convogliato sulla nostra vita tutto l’amore che Dio ha per Lui. Utilizzando il linguaggio religioso del suo popolo, Gesù dice “comandamento”. La parola comandamento per Lui non è legge, non è precetto, non è qualcosa di scritto che ti lega, non è raccomandazione petulante, diritto esigito, tanto meno legame o conto da pagare, ricatto o condizione, è solo amore. Non è nemmeno quel lucchetto che gli innamorati attaccavano a Ponte Milvio, per quanto romantico sia, perché è solo amore.  

Dice papa Francesco: È un amore «che non si impone e non schiaccia, un amore che non emargina e non mette a tacere e non tace, un amore che non umilia e non soggioga. È l’amore del Signore, amore quotidiano, discreto e rispettoso, amore di libertà e per la libertà, amore che guarisce ed eleva. È l’amore del Signore, che sa più di risalite che di cadute, più di riconciliazione che di proibizione, più di dare nuova opportunità che di condannare, più di futuro che di passato». 

Gesù rivive la passione profonda di Dio che con ansia sta a vedere se gli uomini sono capaci di usare la loro libertà per amare, vive nella sua vita la tensione del ricupero della bontà dell’uomo, non calcola che cosa gli costa, vuole solo mettersi a disposizione, vuole solo manifestarsi e mettere in atto amore. E l’amore allora assume tutti i connotati del dono a prezzo della vita. 

11 Maggio
+Domenico