Domenico Sigalini (Dello, 7 giugno 1942) è un vescovo e giornalista italiano, Vescovo emerito della sede suburbicaria di Palestrina.
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Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 33-35)
In quel tempo, il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
Video della riflessione
A te una spada trafiggerà l’anima. E’ l’ultima frase della saggezza di un uomo anziano, ma capace di aspettare e resistere a tutte le difficoltà e le delusioni della vita, una fiaccola che ha sempre tenuto acceso la speranza.
Ci sono ancora dei vecchi saggi che non stanno tutti i giorni a lamentarsi, a piangere su questo mondo moderno che va sempre peggio, che prendono spunto da ogni fatto di cronaca nera per dire che siamo alla fine. Lui, invece, il vecchio Simeone va ogni giorno al tempio e aspetta giorno dopo giorno che si avverino i suoi sogni, i sogni del suo popolo, le attese delle generazioni che lo hanno preceduto e della sua. E il bambino appare nel tempio: è Gesù portato da Maria e Giuseppe. Ora posso morire in pace, dice, ma la sua attenzione si fissa su questa giovane mamma, su questa ragazzina cresciuta in fretta con la sua maternità, che porta il bambino. Una spada ti trafiggerà l’anima.
Tutti ricordiamo di aver visto in qualche chiesa o in qualche processione una madonna vestita di nero, con un fazzoletto bianco tra le mani e con una spada conficcata nel cuore. Una scena di dolore, una sofferenza portata con dignità, un pianto amaro in un viso non disperato. E’ l’addolorata, è la madre di Gesù che sola rimane accanto alla croce, a sentire nel suo corpo tutti i colpi di disprezzo che infliggono a suo figlio, fino all’ultimo colpo di lancia che attesta la morte avvenuta. Quella lancia aveva già squarciato il suo cuore, era già stata conficcata nel cuore della madre.
Le donne soffrono nel dare alla luce i propri figli e da quel dolore nasce un patto di acciaio che diventa attesa, difesa, attaccamento, protezione, speranza, apprensione, compagnia. Quello che passa in quel cuore non è di tutti. Quante volte le mamme sono insorte contro le violenze delle guerre, dei soprusi, delle violazioni della vita, delle sparizioni di tante vite. Se la strategia dei popoli lasciasse di più alle madri il potere di decidere le sorti del mondo non saremmo così crudeli e guerrafondai.
L’amore di una madre è speranza di vita come lo è stato quello incrollabile di Maria per il figlio Gesù. Così si sarà ricordata delle parole pronunciate dai profeti, parole come queste: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello” (Is 53, 7). Ora tutto questo diventa realtà. Nel suo cuore avrà sempre custodito la parola che l’angelo le aveva detto quando tutto cominciò: “Non temere, Maria” (Lc 1, 30). I discepoli sono fuggiti, ella non fugge. Ella sta lì, con il coraggio della madre, con la fedeltà della madre, con la bontà della madre, e con la sua fede, che resiste nell’oscurità: “E beata colei che ha creduto” (Lc 1, 45). “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18, 8). Sì, in questo momento egli lo sa: troverà la fede. Questa, in quell’ora, è la sua grande consolazione.
Santa Maria, Madre del Signore, sei rimasta fedele quando i discepoli sono fuggiti. Come hai creduto quando l’angelo ti annunciò ciò che era incredibile – che saresti divenuta madre dell’Altissimo – così hai creduto nell’ora della sua più grande umiliazione. È così che, nell’ora della croce, nell’ora della notte più buia del mondo, sei diventata Madre dei credenti, Madre della Chiesa. Ti preghiamo: insegnaci a credere e aiutaci affinché la fede diventi coraggio di servire e gesto di un amore che soccorre e sa condividere la sofferenza.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 14-21)
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
Video della riflessione
Avere un ideale ti aiuta molto a vivere, avere un sogno che lancia la tua immaginazione oltre le ingessature della realtà ti può far rischiare la fuga, ma spesso ti permette di nutrire progetti, visioni di mondo belle, catalizzare le forze su prospettive nuove. Non abbiamo bisogno solo di mangiare, di riempire la pancia, ma anche di bellezza, di ideali, di simboli che ci richiamano la grandezza della vita oltre ogni miseria in cui la nostra insensatezza l’ha costretta.
Così è stato per gli ebrei nel deserto. Mosè aveva levato un serpente su un palo, chi lo guardava guariva dai morsi dei serpenti che avevano invaso il loro accampamento. E’ una immagine ardita, ma usata dal vangelo, di Gesù sulla croce. La croce è quel simbolo, quel sogno, quell’ideale, quella prospettiva cui ogni uomo può guardare per avere salvezza, per poter avere forza di riscatto, per stringere i denti nel dolore, per contemplare non tanto la sofferenza che esprime, ma l’amore che vi è depositato nella persona del crocifisso. Lì l’uomo, noi nelle nostre pene quotidiane, troviamo avverata la promessa di Dio, guardando a quella croce vediamo realizzata la volontà di amore di Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Unigenito figlio. Lì Dio si è compromesso fino all’estremo per noi. Lì c’è l’immagine della morte, ma c’è anche la certezza della vita.
Il crocifisso può recare sicuramente fastidio per tanti motivi, per chi ha smesso di credere e si vede collocare davanti un segno che richiama tempi che vuol rinnegare, per chi ha altra religione che vorrebbe un segno più suo, per l’agnostico che non si adatta a questa debolezza razionale di tanti uomini pure saggi e stimati. Ma faceva fastidio soprattutto questo simbolo nei primi secoli del cristianesimo. Per molti anni si è fatto fatica a disegnare questa croce, questo supplizio, questo inaudito segno di riconoscimento per collocarlo alla venerazione dei cristiani.
Eppure proprio quella croce è il simbolo che ha cambiato la storia dell’umanità. Chi guarda a quella croce, si sente rinascere le forze, gli sparisce la febbre mortale del peccato, riprende speranza nel suo futuro, si sente la carezza amorevole di Dio che gli cancella ogni rimorso, ogni disperazione.
Guardando a quella croce, ci vede inchiodato un atto di amore che sembra folle, ma che è il gesto di Dio che ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio, l’unico, amatissimo, agapetòs, Agapito. Cristiano, uomo, non ti vergognare di questo orrore, lì è condensata la cattiveria di ogni uomo e di ogni tempo, lì però si è schiantata la forza del male, che si è caricato Gesù sulle spalle. Queste due braccia incrociate hanno cambiato la storia. Oltre, il male non può andare. E la croce non è un giudizio, ma una salvezza. Non ha mandato il figlio per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.
Quando sono diventato prete sono salito su quella croce, me la sono scritta nel cuore, me la sono tatuata sulla pelle. Su questa croce sono salito tutte le volte che ho celebrato l’Eucarestia; sono stato accanto a Gesù fino alla resurrezione e porterò sempre questo mistero nel mondo, anche se mi sento sempre inadeguato.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 7, 11-12) dal Vangelo del giorno (Lc 7, 11-17)
In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.
Cortei se ne incontrano tanti per le città, più sono grandi, più la gente vi si dà appuntamento per fare dimostrazioni, per proporre le proprie idee, spesso per imporre la propria visione di vita. E’ naturale che dove c’è maggior concentrazione di persone ci siano anche ricerche di ascolto, di notorietà e spesso anche di verità. Le grandi città sono sempre state incrocio e rielaborazione di pensiero, non sempre di forti personalità, che vengono spesso da paesi piccoli e insignificanti. Nain nella Palestina, non era una grande città, ma un giorno venne percorsa da due importanti cortei: quello di Gesù, fatto da Lui e da gente che osava sperare, ascoltava la sua parola, ne sentiva il conforto, lo seguiva per non perdere l’annuncio gioioso della salvezza. Era un corteo forse chiassoso, forse osannante, spesso di diatriba con gli scribi, talvolta di incontri pacati, altre volte di riflessione profonda sulla propria vita, come quando Gesù ha detto a tutti coloro che lo seguivano e volevano lapidare la donna, di lanciare pure la pietra, ma a partire dalla propria innocenza, dal proprio cuore pulito.
Un altro corteo però viene incrociato da questo: è un mesto corteo di dolore, di disperazione, di adattamento, di solidarietà buona, ma impotente. Portano a seppellire il figlio unico di una madre vedova. Fanno compagnia a una madre che piange ancora per uno strappo devastante per la sua vita e una solitudine senza significato che le si abbatte addosso. Non le resta che piangere; ha pianto tutta la vita e non ha più lacrime.
Ma incontra Gesù: Lui è la risurrezione e la vita. Il corteo della fede e il corteo del dolore si incrociano, si fanno domande, il pianto è sospeso, la fede è silenziosa e si fa interrogazione sulla vita, diventano un unico corteo stretto dalla morte e dal dolore. Che speranza c’è ancora in questo dolore, Dio dove è? Perché permettere alla morte di accanirsi ciecamente? Sono le domande della vita di tutti i nostri cortei. Non si può non condividere pietà e lamento. Ma Gesù prende per mano il ragazzo morto e lo consegna vivo alla madre. La fede muta di fronte al dolore con Gesù è diventata speranza e certezza, risurrezione e gioia, consolazione e futuro. Questa risurrezione attesta che Gesù è colui che deve venire, che è atteso da Israele e da tutta l’umanità, e offre a tutti la garanzia che la vita trionfa sulla morte. E’ la risposta più convincente a chi gli chiedeva: sei tu che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?
Tutti i nostri cortei dovrebbero sperare di incontrare Gesù per dar luce alle ricerche e ai dolori, alle attese e alle speranze, per far luce nelle coscienze violente e ridare la forza della pace, per abbandonarsi nelle braccia di un Padre, che non ci abbandona mai e trasforma la vita in un canto di lode sempre, anche nel dolore più forte.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 7, 1-10)
In quel tempo, Gesù, quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafàrnao. Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede – dicevano –, perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga». Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.
Lettura del Vangelo ed Audio della riflessione
Non è raro anche ai nostri giorni incontrare gente che ha una fede incrollabile. Quando si parla del loro futuro, della loro esperienza, della vita di famiglia, dei progetti della propria vita vanno avanti con una decisione invidiabile. Ci sentiamo sicuri nelle mani di Dio. Affidiamoci a Dio che sicuramente ci aiuterà; se siamo nelle mani di Dio, non ci capiterà niente di male… Noi invece spesso siamo titubanti, viviamo di se e di ma, di forse e di verbi al condizionale: sarebbe bello se… certo ci potrebbe capitare che…. Oggi però è più frequente incontrare chi ha già collocato la fede fuori da ogni suo interesse; la società di oggi fa volentieri a meno della fede in Dio
Un uomo invece tutto di un pezzo è questo pagano, questo capitano che ha a casa un servo che sta male e gli interessa vederlo tornare sano. Lui è un militare. È abituato a comandare, ha idee chiare, sa di chi può disporre e come disporne, non ammette tergiversazioni. Fa questo, fa quell’altro, sbrigati, prendi questa posizione.. abbiamo tutti in mente come sono determinati e come non ammettano eccezioni tutti i militari di questo mondo. Sempre impettiti, sempre precisi, nessun dubbio, nessuna scusa. La vita ha bisogno di essere decisi e precisi, di non tergiversare mai.
Ebbene il centurione si sente molto vicino a come Gesù ha impostato la sua vita. Se Gesù viene a offrire agli uomini una parola di salvezza e dice di essere in contatto con Dio tanto da dichiararsi suo Figlio deve essere assolutamente risoluto e capace di ottenere quello che vuole. Che figlio di Dio sarebbe se dovesse anche lui vivere di congetture, vedere prima la gente che indice di gradimento ha verso di lui, aspettarsi qualche decisione di maggioranza per fare qualcosa?
Avere fede è un vago sospiro di chi alza gli occhi al cielo più rassegnato che convinto o è un investimento serio sulla nostra vita che ci apre orizzonti nuovi possibilità impensate, dialogo confidente con il Signore? Ecco, il centurione si immagina che la fede sia una forza, una certezza, non certo matematica, ma capace di ribaltare una vita e di farla crescere e rendere più bella e vera. Gesù lo loda. Dice il vangelo che Gesù restò ammirato e disse che una fede così non la vedeva nemmeno tra i credenti.
Il problema è che tante volte ci abituiamo alla fede senza renderci conto della novità e della forza che ha, non la valorizziamo e talvolta ci sembra un peso. Abbiamo bisogno di imparare da chi non crede per vedere quanto siamo fortunati ad essere credenti.
La fede è una cosa seria, non è un optional o un altro tentativo di tirare a campare; è una vita bella, felice e piena di speranza. A chi non crede potremmo dire: non sai che cosa ti manca! A chi tergiversa sempre: buttati nelle braccia di Dio che non avrà che abbracciarti e coccolarti! Nei momenti di fragilità devo sapermi dire: la forza me la dà Dio non i miei ventriloqui o le mie fisse o la costatazione dei miei peccati.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 15, 11-32)
Lettura del Vangelo ed Audio della riflessione
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. Ed egli disse loro questa parabola: “Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”. Disse ancora: “Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.
Lettura del Vangelo ed Audio della riflessione
Stessa famiglia, stessi genitori, stessa educazione, eppure guarda che differenza di esiti ha la vita di questi due figli. D’accordo hanno caratteri diversi, non sono la clonazione del papà e della mamma, li abbiamo già visti da bambini comportarsi diversamente, avere reazioni molto contrastanti, ma il linguaggio dell’amore potrebbero capirlo tutti e due. Perché uno se ne va e sbatte la porta e l’altro resta e ti presenta solo il conto della spesa anziché farti da sostegno nella prova?
E’ la storia di un padre e di due figli raccontata dal vangelo di Luca. Se abbiamo ancora dubbi sul volto di Dio, questa storia ce ne mostra una immagine al di sopra di ogni nostra fantasia e bisogno. Ed è guardando a Lui, a questo Padre, che si fa verità dentro di noi.
Noi infatti siamo questi due figli. Il primo, un po’ crudo, proprio fuori di testa; frequenta sicuramente qualche compagnia di balordi che gli cuoce il cervello. E’ nato lazzarone, non sa la fortuna che ha avuto; o, meglio, sa di avere un padre che si danna per farsi un gruzzolo che mette al riparo la vita da ogni disgrazia e lui ringrazia la fortuna di avere una eredità che la legge gli garantisce. Tu papà lavora e fa i soldi, tanto è a me che devi lasciarli, anzi dammeli subito! Delle fatiche, dei sogni, delle attenzioni del padre non si cura: dei soldi di lui, sì.
Ma quando sarà scattato questo disegno perverso? Quando ha preso la prima bustina di droga? Ma perché l’ha presa, se qui aveva tutto? Adamo ed Eva perché hanno dato ascolto al serpente? E’ ancora il mistero della libertà che Dio rispetta fino in fondo rischiando il dolore di un tradimento, di una perdita, di una offesa. E gli mette in mano il frutto della sua fatica, sicuro che è una bomba ad orologeria che scoppierà presto nella sua vita.
L’altro figlio invece è buono, tranquillo; lavora, è sempre nei campi. Purtroppo anche lui nasconde un tradimento, un insulto all’amore del Padre: si sente servo, non figlio. Anche lui è attaccato all’eredità e non al padre, ai suoi vitelli e al suo premio, non allo stare con il padre. Quel che passa nel cuore del papà gli è estraneo. Non riesce a capire perché si preoccupi tanto del fratello lontano, perché invecchi precocemente nell’aspettarlo. Gli torna comoda la fuga del fratello minore, non ha più da spartire l’eredità con nessuno.
Tutto scoppia al ritorno del fratello. Ma che giustizia è questa? Il piccolo torna a spartire di nuovo, il mio sudore stavolta. Il padre corre da un figlio all’altro: da un figlio fatto schiavo di ogni cattiveria che si adatta a fare il salariato e non ha ancora capito che il padre è amore, all’altro che si sente solo un salariato, e vuol solo i suoi beni, ha rimandato alla sua morte la decisione di prendersi l’eredità; da una parte si rimargina una ferita, dall’altra si apre una voragine. Non c’è pace per chi decide nella vita di amare! L’amore non fa quadrare i bilanci di giustizia, li supera, ma ti lascia solo a resistere e a provocare la purificazione dei sentimenti.
Il primo figlio è tornato, il secondo andrà a fare festa con il fratello? Avrà il coraggio di accoglierlo, di scaricare la sua rabbia, ma alla fine di abbracciarlo come ho fatto io?
No purtroppo: non lo chiama fratello, ma: “questo tuo figlio”; proprio come spesso i figli sentono in casa dire dal papà o dalla mamma: guarda tuo figlio che ha combinato, quasi a separare le responsabilità.
E’ il nostro cammino della vita: c’è chi di noi deve tornare a casa, deve cambiare vita, deve pentirsi e chiamare vigliaccheria, cattiveria, balordaggine i suoi comportamenti e c’è chi deve aprire il cuore a un altro modo più profondo di vedere la vita.
C’è chi si deve dare una calmata, deve staccarsi da una vita viziosa, piena di avventure che fanno male a tutti, soprattutto ai più deboli; chi deve veramente sentirsi peccatore e lasciare l’infedeltà, il non pagare le tasse, l’imbroglio, la sopraffazione e chi deve scendere dal trono di ipocrisia che si è costruito e avere il coraggio di smascherare sentimenti di buonismo che nascondono solo l’idolatria di sé e non hanno niente a che fare con l’onestà, l’amore, la giustizia… ma tutto questo lo sapremo fare se scopriremo di avere un padre da accogliere o nel fondo della nostra miseria o nella sicumera della nostra autosufficienza.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6, 43-49)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico? Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».
Lettura del Vangelo ed Audio della riflessione
Molti dicono che seguono Gesù, se ne vantano pure, lo vogliono mostrare a tutti, si ricordano di essere andati a catechismo da bambini, di aver fatto pure il chierichetto, di aver visitato tutti i santuari mariani, di essere stati perfino a piedi a Santiago. Sono cose molto interessanti e positive. Gesù però da due criteri infallibili per potersi dire cristiani, per distinguere i veri dai falsi, gli autentici dai fasulli: il primo è di paragonare il cristiano a un albero e vedere se fa frutti buoni, il secondo è di vedere le fondamenta della sua vita se la paragoniamo a una casa.
E’ cattivo cristiano quello che produce solo spine, grandi foglie mirabolanti e forse pure fiori , ma tutto marcisce. E’ cattivo se pure è bello e fa meraviglia ai curiosi con la sua altezza, la robustezza dei suoi rami, ma non dà nessun frutto e soprattutto quelli per cui è stato piantato. Fuori da metafora possiamo dire che molti possono avere sapienza umana, capacità di organizzazione, esperienze pure mistiche, ma se non fanno opere concrete in favore degli altri non sono veri cristiani. I frutti sono: amare il nemico, dare senza aspettare restituzione, fare bene sino alla fine senza ricompense, non ergersi a guida o sottomette l’altro, aprirsi al regno come un povero.
Un altro criterio che chiarisce anche questo primo è di vedere dove sta il centro di una persona, su che cosa si regge. Qui non basta dire Signore… Signore. Cristo è roccia sicura di ogni persona se questa ascolta e mette in atto ciò che dice e che è la sua Parola, fonda la sua vita sul Cristo totale del vangelo. Non basta una fede semplicemente interiore, un culto anche ecclesiale separato dall’amore e dalla vita.
E’ Maria stessa che dice alle nozze di Cana a chi era rimasto senza vino: fate tutto quello che a Lui venga in mente di chiedervi. Questa è la strada della fede. E’ la strada della fiducia in Gesù, dell’ascolto attivo delle sue parole, del farci nostra la sua visione del mondo e di Dio Padre. Da qui possono nascere alberi che danno frutti buoni; altrimenti la religione è una consolazione a nostro uso e consumo, come tutte le cose che ci inventiamo e diamo vita a un’altra autosufficienza più ambigua, quella della religione senza il Dio di Gesù Cristo. Gesù invece è per noi una parola sicura che ci tiene aperto il cielo e ci fa godere della bontà di Dio.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6, 39-42)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».
Video della riflessione
Abbiamo un sottile male che ci contamina tutti, quello di usare male la nostra intelligenza, la nostra capacità di vedere, di guardare, di confrontarci con gli altri che è quella di giudicare le altre persone, da una certa sicumera o disprezzo o cattiveria verso le persone con cui veniamo a contatto. Gesù con questi versetti del vangelo ci smaschera e ci aiuta a guarire e concentra la sua attenzione sull’occhio, sulla cecità, sullo sguardo. Parte da un proverbio: se un cieco guida un altro cieco finiscono ambedue nella fossa, dove quello che sembra amore è farsi invece padrone del destino di un altro e ci aiuta a superare quella che è sempre una tendenza di dominio;
introduce poi un’altra bella sentenza sul discepolato, sul rimanere sempre, nei confronti di un maestro vero per la nostra vita, nella linea del suo insegnamento. Come Gesù, che è il nostro vero maestro non si è mai arrogato il diritto di forzarci con la sua guida e tanto meno di dominarci, ma ci ha sempre offerto liberamente un aiuto, senza cercare qualsiasi profitto e solo offrendo tutto quello che aveva e che era.
Il discepolo non è mai più del maestro … e discepolo lo deve essere ogni credente che così si comporta e siamo grati a lui se ci considera sempre allievi.
C’è un altro aspetto decisivo e molto delicato che viene reso ancora più plastico utilizzando l’occhio. Per quanto abbiamo tutti una certa cecità non resistiamo alla tentazione di vedere il più piccolo segno di imperfezione nel prossimo, la pagliuzza nell’occhio del fratello, incapaci di vedere la nostra grande cecità su di noi. Non possiamo assolutamente dominare gli altri o condannarli per quelli che consideriamo loro difetti. Nessun uomo è padrone degli altri, nessuno ha quindi il diritto di imporre agli altri i suoi criteri.
I potenti di questo mondo si arrogano il diritto di determinare il bene e il male per tutti gli altri; i governi esercitano il loro potere giudicando i sudditi; chi ha autorità la impone a coloro che sono loro sottomessi. E tra di noi vediamo la pagliuzza nella vita degli altri e non il disastro nella nostra.
Si stende sempre sulla nostra vita come un velo quasi automatico di difesa quando non è una lente trasformante, ingannevole, che cambia addirittura i veri colori della nostra vita. Se ci vedessimo invece con verità scopriremmo la nostra condizione di persone perdonate, ci vedremmo in un debito inesauribile, ma non umiliante, nei confronti della misericordia di Dio.
Allora il nostro sguardo sui difetti degli altri diventa condivisione della voglia di limpidezza e aiuto vicendevole per incontrare la bontà del Signore.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 1,1-16.18-23)
Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide. Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asaf, Asaf generò Giosafat, Giosafat generò Ioram, Ioram generò Ozìa, Ozìa generò Ioatàm, Ioatàm generò Acaz, Acaz generò Ezechìa, Ezechìa generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosìa, Giosìa generò Ieconìa e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia. Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconìa generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa Dio con noi.
Audio del Vangelo e della riflessione
Siamo abituati alle ingiustizie, al sopruso, al terrorismo e alla guerra, agli attentati che molti giovani non hanno visto altro … da fare per uscire da questa vita insulsa, altro da fare che che arruolarsi nelle crudeltà di qualche … gruppo estremista, nel creare squadre punitive, nel fare diventare la violenza l’unica soluzione ai problemi della società … mentre invece ne crea altri, peggiori!
Nella filigrana di ogni nostro comportamento tesse la trama l’ombra del male .. non siamo però né abbandonati, né disperati, ma accompagnati e tenuti per mano, inscritti nella carne del Figlio di Dio e di Maria, speranza certa per tutti gli uomini, anche per i più abbandonati!
In questa fila di uomini peccatori c’è un salto di qualità: si inscrive Maria, l’Immacolata, la stella del mattino, la tutta pura, colei in cui si realizzano le promesse della nostra salvezza!
In Lei si rispecchia la bellezza iniziale entro cui Dio aveva concepito l’umanità;
in Lei rinasce il colloquio degli Angeli con l’uomo innocente;
in Lei rifulge una integrità verginale che il mondo ammira e non ha;
in Lei il sovrano mistero dell’Incarnazione si compie per la gloria di Dio e la pace sulla terra;
in Lei il silenzio profondo dell’anima perfetta e aperta all’infinito si fa amore, si fa parola, si fa vita, si fa carne, si fa Cristo!
In Lei ogni pietà, gentilezza, sovranità, poesia si fanno donna viva, ideale e reale;
in Lei il dolore raggiunge acerbità che nessun cuore di madre ha egualmente provate;
in Lei la fede, la fortezza, la bontà, l’umiltà, la grazia infine, nella sua più splendida e misteriosa realtà, hanno espressioni sovrumane;
in Lei, come in lampada viva, splende lo Spirito e irradia Cristo Gesù.
Le feste della Madonna sono tutte fontane traboccanti di gaudi e di consolazioni incomparabili: l’esaltazione della nostra povera umanità all’altezza e alla bellezza dei privilegi della Vergine, è una gioia unica per il nostro mondo, soggetto al peccato, alla corruzione, alla disperazione, alla maledizione …
Noi oggi festeggiando il giorno della nascita di Maria celebriamo la bellezza della nostra madre: guardiamo a Maria non solo come a una persona pia, brava, corretta, buona, pura da ogni comportamento malvagio o anche minimamente scorretto, ma immacolata e soprattutto Madre, colei che quando siamo strafottenti, sicuri di essere nel giusto, ma sempre tentati di male, ci aiuta a far emergere dal nostro cuore tutto il bene che Dio vi ha seminato! È il segno che la nostra storia di male non è definitiva, anzi è iniziato un altro invincibile contagio, quello del bene, che da ogni angolo della terra deve diffondersi in tutte le città, le diocesi e il mondo intero, dove ogni sua immagine è diffusa e porta speranza.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6,20-26)
In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».
Video della riflessione
Noi creature di questo mondo viviamo di desideri, di gioie, di ricerche , di sperimentazioni, di orientamenti, di passioni…sono tutte verità molto limitate, non ci soddisfano sempre, nemmeno ci saziano. Il vangelo invece si pone nei confronti dell’umanità, come percorso di gioia, di felicità, di serenità e di soddisfazione e di un certo appagamento. Di fronte al complesso delle nostre verità limitate Gesù propone le beatitudini. Secondo i farisei, Dio si trova con quelli che obbediscono alle esigenze della legge; altri pensano che Dio lo trovi in una esperienza, molto interna, prima che intima; altri lo trovano nei riti sacri, altri ancora lo attendono e lo invocano nel giudizio futuro che distruggerà il mondo ormai imbarbarito.
Gesù non ha criticato apertamente queste posizioni di varia umanità, ma la sua parola ci fa capire che Dio si è rivelato come una forza di salvezza, un potere che accoglie i piccoli della terra. Le beatitudini Gesù le proclama quando il suo gruppo di annunciatori, di apostoli si fidano di Lui, gli obbediscono e ne condividono i gesti di bontà, di amore-servizio alla venuta del suo regno. Quello che Gesù propone con le parole, stana da ciascuno di noi il desiderio di vita pulita, generosa, buona.
Le beatitudini sono l’espressione della presenza di Dio, del suo regno nell’esistenza di noi uomini e donne . Quello che in esse è proclamato è un dono di grazia e di bontà che sorpassa il nostro fragile equilibrio umano,. I poveri, gli affamati, che piangono hanno già la vita e sono felici, non perché soffrono, ma perché scoprono che Dio li arricchisce in Gesù Cristo. Il povero non è ricco semplicemente nella sua povertà materiale, è ricco perché in mezzo alla sua povertà Dio gli ha già scritto il suo regno.
Per il mondo è ricco il fariseo che si basa sulla sicurezza delle sue azioni e delle sue minuziose leggi, come è ricco chi si appoggia sull’abbondanza dei beni materiali. E’ povero colui che si apre a Dio e lo invoca, colui che non riesce a stare in piedi con le sue leggi, le sue sicurezze o le ricchezze terrene, colui che piange ed è indifeso. Questi poveri, che popoleranno sempre la terra, possono ricevere il dono della grazia che è il regno instaurato da Dio in Gesù. Glielo ha guadagnato Gesù che diventa per chi ha il cuore povero, privo delle sicurezze e ricchezze false, principio di ricchezza , di gioia e di abbondanza.
Le beatitudini sono seguite anche da alcuni “guai” Il regno di Gesù non uccide, non impoverisce, non distrugge, ma nella sua luce, si rivela la sorte terribile di chi cercando la sicurezza nel potere, nelle ricchezze opprime gli altri e distrugge la stessa propria ricchezza e Gesù ci fa capire che in un mondo in cui i poveri soffrono la fame, ogni ricchezza della terra chiusa in se stessa si trasforma in maledizione per chi si vanta di esserne il padrone.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6, 12-13) dal Vangelo del giorno (Lc 6, 12-19)
Lettura del Vangelo secondo Luca
In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli …
Audio della riflessione
Se hai un ideale e non lo condividi con nessuno, presto verrà sotterrato. Se invece cominci a farlo conoscere, a farti aiutare a farlo diventare un progetto, una scelta coinvolgente, una meta in cui anche altri si riconoscono perché ha dato a loro gioia di vivere, voglia di impegnarsi, sogni di futuro, allora puoi sperare di dare un buon contributo alla vita di tutti. Può essere un progetto economico, una solidarietà da esprimere nei confronti di qualche povertà pesante o anche solo un modo di guardare alla vita che aiuta a sperare in un futuro migliore. Hai bisogno allora di altri che con te lavorano sodo, pensano progettano e tentano concretizzazioni.
E’ quello che ha fatto Gesù nel suo grande progetto di Regno di Dio. Già molte persone condividevano le sue proposte, gli stavano sempre appresso, lo aiutavano ad accogliere le persone, ascoltavano ogni sua parola e cominciavano ad organizzare la loro vita di fede secondo il nuovo stile del Regno di Dio. Gesù sente che qualcuno di questi deve fare qualcosa di più, deve stringersi a Lui con una decisione radicale di seguirlo e di cominciare ad annunciare la sua buona notizia, il vangelo
Il suo dialogo col Padre lo ha fatto diventare una notte di profonda preghiera, in contemplazione della profondità dell’amore che sgorga dal cuore della Trinità per leggere in essa le vite di dodici uomini tra i discepoli che lo seguivano, le loro libertà, i loro sogni, i desideri di spendersi per gli altri. Immagino la preghiera per Pietro, per tutti i suoi slanci e le sue debolezze, la preghiera per Giovanni, il ragazzo entusiasta e fragile, deciso e bisognoso di cura, di sostegno, di fiducia come tutti i giovani, penso alla decisione di assumersi il rischio di scegliere Giuda. Lo vedeva entusiasta per una causa, lo sapeva legato a una visione di mondo violento, ma ha voluto rischiare nel dialogo profondo con Dio di puntare sulla sua libertà. Li ha scelti, ma non li ha forzati, li ha amati in Dio Padre e non li ha plagiati. Ciascuno ha presentato a Gesù la sua vita aperta al suo messaggio e nella propria libertà ha risposto.
Tutti noi siamo chiamati così da Dio, nessun cristiano è generico. Non siamo nel mondo a caso, ma soprattutto non siamo cristiani a caso, siamo sempre oggetto di nella scelta personale di Gesù. Per noi c’è un piano suo, una vocazione, una vita da vivere in un certo modo. Lui ci ha pensati per la nostra missione in una notte di preghiera, sempre, con quel Dio che non ci abbandona mai.
Noi presbiteri ci sentiamo proprio scelti così. Abbiamo fatto parte delle preghiere di Gesù. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi.Ogni battezzato, deve sapere che ha alle spalle una chiamata personale di Gesù, una corresponsabilità con Lui per vivere e aiutare a vivere la bella vita del Regno di Dio, là dove siamo o dove Lui ci chiama ad essere, con il nostro lavoro, la famiglia, la comunità cristiana, le responsabilità che dobbiamo assumerci.
E la prima scelta che Gesù ha fatto con i nuovi chiamati è stata di scendere dal monte, andando incontro agli uomini che lo aspettano in pianura nella vita concreta di ogni giorno.