Carne e sangue: la grande sfida

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv  6, 52-59)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.

Audio della riflessione

Facciamo fatica, noi uomini del terzo millennio a credere che ci sia qualcosa che va oltre le leggi della natura. Noi calcoliamo tutto, misuriamo ogni cosa sappiamo dire tutte le cause, sappiamo prevedere tutti gli effetti, anche se non sappiamo ancora dominare la natura, non conosciamo fino in fondo la stessa nostra umanità, il nostro stesso corpo. Gesù è Figlio di Dio, è con il Padre creatore del cielo e della terra. Lui è il centro dell’universo e pone il mondo al servizio del suo piano d’amore. Le leggi della natura sono per Lui al servizio del grande messaggio di amore di Dio per l’uomo. Per questo ha moltiplicato i pani, per questo un giorno offre all’uomo una proposta sconvolgente: si offre come cibo per la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita piena.

Gesù sta spiegando ai suoi apostoli la preziosità del dono del suo corpo e del suo sangue che sta offrendo con l’Eucaristia. Il discorso è duro da capire, difficile da immaginare, è provocatorio. Dire a un ebreo che occorre bere il suo sangue è blasfemo, va contro tutte le norme del suo vivere. Ma sangue è sinonimo di morte, è riferimento alla sua crocifissione, è necessità di confrontarsi con il suo dono fino all’ultima goccia. Il discorso è duro, ma su questo Gesù non transige. E’ pronto a restare solo. L’Eucaristia è una esperienza necessaria per la vita del cristiano, sia come rapporto con Dio, sia come modo di impostare la propria vita, sia cioè come modo di comunicare con il Signore, sia come modo di incarnare il suo messaggio.

  Dirà più tardi ai suoi discepoli che rimanevano esterrefatti come la gente che lo ascoltava: volete andarvene anche voi?  Qui occorre fare quel salto di qualità che spesso vi chiedo.

E’ un dono che supera non solo le leggi della natura, ma anche la fantasia degli uomini. Quando non sai che strada prendere nella vita: io sono con te; quando hai bisogno di ritrovare senso e gusto nel vivere, io sono con te; quando cerchi la vera speranza della vita, io te la posso far incontrare nel mio essere pane per te, perché speranza vera nasce quando uno si dona all’altro per amore fino in fondo. I suoi apostoli in seguito si rifaranno all’Eucaristia per avere speranza in ogni situazione di vita.

5 Maggio 2022 – Tempo di Pasqua
+Domenico

In verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 44-51)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Audio della riflessione

La ricerca di una presenza viva, un contatto con la persona cui si vuole bene, avere la possibilità di un suo sguardo che ti penetra, almeno un vedere senza filtri come le foto e le riprese, le sequenze di parole e sguardi, di sorrisi e pianti, una stretta di mano che mette in contatto la nostra stessa corporeità è un punto di arrivo necessario per la nostra umanità … e vediamo quanto ci è costato e ci costa ancora in questa epidemia stare sempre a distanza anche fra di noi: fa scaturire una esigenza pressante che si scrive nella nostra stessa corporeità: si può chiamare, fame, sete, solitudine, carenza di qualcosa di specifico per la nostra natura umana.

Deve essere molto alta la motivazione che ti fa sopportare tutto questo e lo stiamo facendo volentieri pensando a chi è intubato, isolato, sofferente e spesso morente, rimasto solo negli affetti.

Questa esigenza ha una sua validità anche nelle esperienze spirituali, soprattutto cristiane: non a caso nel dialogo di fede con Gesù esistono i sacramenti, cioè degli incontri certissimi con Cristo proprio veicolati da elementi sperimentabili, come l’acqua, il pentimento, l’amore, il pane e il vino che si fanno corpo e sangue di Cristo, il crisma che consacra e dà la concretezza di una immissione dello Spirito Santo nella persona, la comunione tra gli stessi cristiani che si chiama chiesa, ben visibile, sperimentabile, ne è il primo e sorgivo sacramento dell’incontro con Gesù Cristo … e Lui stesso si propone con una affermazione inconfutabile: “Io sono il pane della vita“, e prima di morire si offre in quell’ultima cena, la prima definitiva del Testamento nuovo.

Si capisce allora la difficoltà che noi cristiani proviamo se ci si toglie questa concretezza della mensa eucaristica: le chiese le abbiamo costruite non soprattutto per andare a pregare, ma perché si facesse comunità che si nutre di Cristo e se ne ospitasse la sua presenza sacramentale! A questo corpo e a questo sangue dovremmo costruire ovunque un duomo di Orvieto, ma soprattutto un popolo di credenti che si nutrono di Eucaristia.

E Gesù si dà tre obiettivi con questa presenza eucaristica, sono tre verbi del vangelo di Giovanni: non respingere, non perdere, risuscitare! Siamo accolti sempre da Lui, non rischiamo di perderci e di perderlo e avremo vita per sempre: questo ci garantisce l’Eucaristia, e questo non è per noi una abitudine, ma l’accoglienza di una scelta che Gesù fa per ciascuno! Non è una “convenienza”, ma frutto di un innamoramento; non è terrore per una fine incombente, ma certezza di una vita che non finisce e va oltre.

Certo, spesso abitudine, convenienza e fatalismo ci incatenano in una “pratica” che non ci dice più niente come la messa domenicale per tanti cristiani … il coronavirus ci ha fatto  fare un “digiuno” forse salutare per tornare alla Eucaristia, come a una presenza e contatto  indispensabile per la nostra fede.

Proprio perché l’Eucaristia non è un sacrificio  di animali come avveniva nel primo testamento o una folata di incensi profumati o un fastidio obbligatorio da subire ogni domenica, ma la presenza vera di Gesù Cristo, noi  finalmente di nuovo possiamo fare la comunione, col mangiare la concretezza di un pezzo di pane, un corpo, e un calice di vino, un sangue che ci dice l’amore infinito di Dio per ogni persona, che la bontà di Dio non ci fa mai mancare.

5 Maggio 2022 – Tempo di Pasqua
+Domenico

Io sono il pane della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 35-40)

Lettura del Vangelo secondo giovanni

In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete. Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Audio della riflessione

In tempi di grande confusione come sono i nostri … non è raro farsi domande del tipo “chi è che ha ragione … di tutti questi che ci imboniscono? I Politici? Le Televisioni? I talk show? I nostri vecchi saggi? I rivoluzionari? La religione è ancora una prospettiva da seguire o è ormai da lasciare all’angolo perchè siamo “autosufficienti”?

Dove sta il segreto per avere una vita vera, non succube delle strane teorie che ogni tanto qualcuno “vende” per “definitive”? E’ possibile trovare “pienezza di vita” o dobbiamo accontentarci sempre di “ritagli”, di piccoli adattamenti?

Il Vangelo non ha dubbi: la vita piena, bella, felice, completa, degna di essere vissuta, determinante, definitiva, ce l’ha solo chi crede, chi si affida, chi mette la sua vita nelle braccia di Dio, di chi ha colto in Dio la direzione del suo percorso e lo continua a seguire, a cercare, a percorrere.

Per essere felici occorre avere una fede … noi cristiani diciamo “occorre avere la fede nel Dio di Gesù Cristo” … purtroppo molti dicono che la fede provoca “fantatismi” e intolleranze … è meglio starsene tranquilli, senza esporsi, facendosi ciascuno i fatti propri …

… la felicità quindi starebbe nel lasciarsi fare la vita dai più furbi? Mettersi in balia di chi ha la capacità di farci ragionare come lui vuole, perchè è potente, perchè è persuasivo, ha tutte le immagini possibili di felicità da propinarci per svariate ore ogni giorno …

A parte che è sempre meglio qualche “litigio” che la “pace del cimitero”, è altrettanto vero però che l’uomo ha una sete di vita che non può passare con l’adattamento! L’uomo è un vulcano di energie, di amore, di intelligenza, di forza, e deve trovare direzioni verso cui esprimerle!

La fede non è una “fuga” dai problemi di ogni giorno, dalla guerra che incombe sempre sulle nostre nazioni, dalla pandemia che non molla … è viverci dentro con la speranza e la lotta per cambiarla: cambiare e uscirne!

La direzione che il Vangelo ci dice è quella della fede, e per prendere questa direzione Dio si pone nella vita come il Pane, il nutrimento di base, la solida possibilità di crescere nella prospettiva di Lui.

Questo pane è il sapore della vita: il sapore è Lui! E’ la forza della vita … e la forza è Lui!

Dice Gesù: “Io sono il pane della vita, Io sono a disposizione per ogni vostra fame, Io sono la forza di quel Dio che non v’abbandona assolutamente mai”.

4 Maggio 2022 – Tempo di Pasqua
+Domenico

Facci vedere Dio  tuo Padre, non parlarci solo di Lui

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14, 7-9) dal Vangelo del giorno (Gv 14, 6-14)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”. Gli disse Filippo: “ Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre.

Audio della riflessione

Conosciamo tante cose, sappiamo trovare di tutto, inventiamo motori di ricerca sempre più raffinati, ci basta una tastiera per aprirci a tutto lo scibile umano, ma non abbiamo saggezza, abbiamo perso la bussola, non sappiamo dare valore e cercare i valori. Siamo una lavagna su cui tutti possono scrivere ciò che vogliono e noi restiamo senza riferimento. Ci passa davanti tutto, ma niente ci prende e ci dà felicità. La nostra vita è un google, che serve quando hai fretta e curiosità, ma ti lascia solo quando devi decidere della tua felicità. Abbiamo bisogno di saggezza, di gusto, di riferimenti, di valori, di motivazioni per spenderci; su tutto il nostro conoscere occorre un faro che illumina e riordina, dà valore e gusto.

Da tanto tempo sono con te e tu non mi hai ancora conosciuto, non sei riuscito ad andare oltre le impressioni, i tuoi modi di pensare e di fotografare. Credi che sia vero solo quello che ti appare e non sai entrare in profondità nella mia vita. E’ il rimprovero di Gesù a Filippo, che era tanto incuriosito di sentir Gesù parlare del Padre che gli era nata la voglia di vederlo. Faccelo vedere, non parlarci solo di Lui. Ma il Padre è di quelli che vanno conosciuti con la luce dello Spirito, con la grazia che solo Dio dà. Chi vede me deve avere occhi che gli permettono di vedere il Padre. Quel Gesù che sembrava solo un buon predicatore, un ottimo amico, un pio ebreo, un entusiasta del regno, un guaritore era l’unica immagine visibile del Padre e i discepoli non lo avevano ancora capito.

Guardando a Gesù noi riusciamo a togliere quel velo che si stende sui nostri occhi e non ci permette di conoscere Dio. Dio nessuno l’ha mai visto, il Figlio ce lo ha rivelato. Gesù è l’unica esperienza che ci dice il volto di Dio, che ci rende sperimentabile in una conoscenza sovrumana la presenza di Dio. Il nostro Dio non è il Dio della filosofia, della razionalità, ma il Dio di una storia che ha trovato e espresso in Gesù il meglio della sua visibilità.

Non siamo più condannati a fare congetture, a vivere di immaginazioni, ma siamo chiamati a contemplare il Dio vivente in Gesù. Quel cielo che non è vuoto e si è aperto, ci ha mostrato nel volto di Gesù il volto di Dio.

Celebriamo oggi la festa dei due apostoli Filippo e Giacomo. Filippo ha evangelizzato la Frigia ed è morto martire sotto Domiziano a Gerapoli, crocifisso a testa in giù.

San Giacomo, detto il Minore  partecipa al concilio di Gerusalemme proponendo alcune norme per una pacifica convivenza fra i cristiani di origine giudaica e quelli di origine pagana, sua è la prima delle 7 lettere cosiddette cattoliche in cui afferma che «la fede senza le opere è morta» e mostra un cristianesimo molto pratico. Fu fatto ammazzare dal sommo sacerdote Hannan II, che approfittò dell’assenza del procuratore Festo per eliminarlo con la lapidazione nel 62.

3 Maggio 2022 – Tempo di Pasqua
+Domenico

Gesù Cristo si presenta e si fa pane della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 22-29)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie. Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

Audio della riflessione

C’è un fatto fondamentale, un argomento, un mistero diciamo noi, della vita cristiana che fa da catalizzatore di tutta l’esperienza credente su cui occorre per forza sostare che è   l’Eucarestia. Se siamo attenti partecipanti all’eucaristia quotidiana o lettori del vangelo che ogni giornata di questa settimana la liturgia ci propone, il capitolo sesto del vangelo di Giovanni, eccetto solo la festa di domani che celebra gli apostoli Filippo e Giacomo, ne è una proposta articolata e avvincente. In pochi altri testi come in questo risulta con tanta chiarezza liberatoria, la diversità tra il miracolo e il segno. Precede questo brano la moltiplicazione dei pani operata da Gesù che è stata insieme un miracolo e un segno.

Il suo scopo era stato di saziare una folla affamata e la sproporzione tra il mezzo, i cinque pani, e l’effetto, sfamare 5000 uomini, è un grande miracolo. E siccome il suo scopo era di significare un altro cibo, la vita eterna e quindi un’altra fame, era un importante segno. Per essere entusiasti del miracolo era bastata e basta la grande fame di tutta la folla che viene saziata, ma per accogliere il segno la carne non basta e occorre la fede. I destinatari del miracolo possono entusiasmarsi all’idea di avere a disposizione permanente colui che ha compiuto il miracolo ed è quello che molti hanno pensato, come fa notare bene Gesù e magari in questa maniera inserire Dio fra gli strumenti dei desideri delle persone. Dio come qualcuno che appaga, che riempie qualche buco materiale della vita.

 In questo caso il miracolo non opera nessuna salvezza; come del resto era capitato agli ebrei nel deserto che saziati dalla manna, morirono, non ebbero salvezza. Al contrario la fede non si interessa al miracolo per il fatto che è una deroga alle leggi della natura, ma perchè è una manifestazione del disegno di Dio sulla persona umana, sulle sue esigenze più profonde, che soltanto perché vengono a contatto con il disegno di Dio si fanno chiare a se stesse. Nell’uomo c’è una fame radicale che è fame di vita piena, eterna. Questa fame non si sazia per la semplice moltiplicazione di prodigi che fanno restare con la bocca aperta, ma solo se gli affamati credono in colui che Dio ha mandato e che ha detto: io sono il pane della vita .

Per credere all’inviato del Padre, il miracolo non basta, occorre elevarsi allo stesso livello del segno. Questo passaggio non è automatico o opera dell’uomo, ma è una attrazione di Dio, che agisce solo se gli uomini si lasciano ammaestrare da Dio, attraverso colui che ha mandato, il suo Figlio Gesù Cristo. La fede appartiene a un ordine diverso. Così come il pane di vita non è quel nutrimento cui ci spinge l’istinto del corpo o la nostra umanità frustrata in cerca di compensazioni.

Questa fame e questo pane sono l’una per l’altro, ma il loro incontro è così superiore alle nostre forze che soltanto l’attrazione di Dio lo realizza: il Dio che invia colui che  è il pane di vita è colui che suscita la fame capace di desiderarlo e di accoglierlo. Allora ascoltare Gesù è mangiare un pane venuto dall’alto e saziare con esso la fame che sale dal profondo di noi stessi.

Non meravigliamoci troppo dei mormorii dei farisei, perché ne saremmo invasi anche noi se Dio non ce ne concedesse la grazia di superarli.

2 Maggio 2022 – Tempo di Pasqua
+Domenico

Prendiamo anche oggi il largo con Pietro, con papa Francesco

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 21,1-19)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

Audio della riflessione

La piccola comunità … degli apostoli ha ripreso la sua vita, ma si porta dentro una verità che prima o poi dovrà esplodere: la gente li ritiene i poveri illusi che hanno avuto un po’ di notorietà al tempo di quel Gesù che è “finito male”… loro dicono per consolarsi che è risorto, ma sono tutte illusioni.

Intanto sono saggi: se si sono lasciati montare la testa ieri, oggi almeno sono tornati a pescare e hanno la concretezza di non vivere di miracoli … “in quella notte non presero nulla”: sono tornati alla durezza della vita.

Ma la compagnia è di gente con dentro una certezza: Lui è risorto. Se lo dice Pietro, se lo dice Tommaso che è con Lui. Ha tergiversato, si è ostinato ma non ha potuto non credere. Quel “mio Signore e mio Dio” gli ha riempito la vita.

C’è Natanaele un giovane schietto: ha sempre detto pane al pane, vino al vino. Si è innamorato di Gesù. C’è Giovanni il giovane entusiasta intuitivo, con l’occhio limpido e il cuore sgombro. E’ lui che riconosce laggiù sulla riva Gesù. “E’ il Signore” dice a tutti. Avere questa capacità di vedere nella vita il Signore è compito di ogni cristiano, riuscire ad andare oltre i fatti, oltre le nebbie del nostro egoismo, essere capaci di andare al cuore della vita per incontrarne il Signore è frutto di pazienti avvistamenti fatti di ascolto della Sua Parola, di preghiera soprattutto di amore. Giovanni era giovane e innamorato. L’amore ti pulisce la vista. Giovanni lo vede e Pietro si butta a nuoto per andargli incontro. Stavolta è Pietro che precede Giovanni non è come il mattino di Pasqua che Giovanni l’aveva battuto nella corsa al sepolcro. Stavolta è Pietro che raggiunge Gesù. Il suo nuotare nel mare è simbolo del nostro andare verso Gesù. E’ una concentrazione di energia, di sguardo verso la meta, di coordinamento dei movimenti, di sforzo costante, di desiderio di arrivare. Gesù lo si raggiunge così, non a caso. E’ lui che si offre, ma sei tu che lo devi desiderare.

E sulla riva Pietro dopo che ha mangiato si sente lanciato su altri lidi più grandi. E’ finita questa quieta vita del lago, devi prendere il largo. C’è un mondo che aspetta che tu racconti la tua fede. Ti avevo detto che saresti diventato pescatore di uomini. E’ ora di prendere il largo. E da allora Pietro è partito è andato a Roma ed è ancora lì a confermare la fede, oggi attraverso papa Francesco che ogni giorno, con tenacia sotto la paura della pandemia o i rombi di guerre assurde come quella della Russia contro l’Ucraina, ma anche tutte le altre che a macchia di leopardo insanguinano il mondo, ci collega a Gesù risorto, ci garantisce la forza della fede, ci sta davanti per indicarci la strada, dietro per non perder nessuno in mezzo per farci compagnia come Gesù ha sempre fatto con i dodici. 0ggi la custodia di san Giuseppe, festa del lavoro e di ogni lavoratore del mondo, ci aiuti ad assumerci le nostre responsabilità in Italia soprattutto dove non siamo ancora capaci di proteggere la vita di ciascun lavoratore.

1 Maggio 2022
+Domenico

Non siamo noi gli artefici della nostra vita, ma Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 16-21) dal Vangelo del giorno (Gv 6, 16-21)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura!». Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.

Audio della riflessione

La nostra vita è proprio una barca che solca mari, fiumi, torrenti, oceani a seconda della capacità di libertà che ci creiamo, a seconda della vocazione che ciascuno vive o delle situazioni che la vita ci costringe spesso ad affrontare. Qualche volta sembra tutto tranquillo, altre volte ci si sente buttati in problemi più grandi di noi, spesso ci si sente alla deriva, senza mete e certezze. La nostra vita, la nostra barchetta deve destreggiarsi in mezzo a tante situazioni difficili. La meta è il porto della felicità, ma la barca non scivola da sola verso la felicità, va orientata, occorre tenere il timone nella direzione giusta. E spesso il timone si rompe o scende la nebbia a occultare la meta e rischiamo di perderci. Spesso siamo senza bussola, nessuno ci può indicare la strada.

Gli apostoli un giorno partono da soli e prendono il largo, non c’è Gesù. Infuria una bufera che mette a repentaglio la loro vita. Continuano a fare miglia e miglia senza toccare riva, senza arrivare al porto, girano su se stessi. Scorgono Gesù da lontano che li incoraggia, lo prendono con sé e rapidamente la barca toccò la riva. Contro la loro fatica inutile, con Gesù riescono con rapidità a giungere alla meta.

E’ troppo evidente il significato. Con Gesù nella barca della nostra vita non dobbiamo temere niente, non giriamo a vuoto, non torniamo disperati sui nostri passi, come quando si perde la strada; non lavoriamo per niente,  non ci perdiamo d’animo, né  ci possiamo scoraggiare. Lui è il Signore della vita, Lui ci ha creati e ci ama ad uno ad uno, Lui ci può salvare.

Il nostro unico impegno è di fidarci di Lui, di affidarci alla sua potenza e alla sua bontà. Sembrerebbe facile, ma occorre una grande fede, una profonda fiducia, un taglio alla radice delle nostre false sicurezze, cui ci abbarbichiamo, che difendiamo pur sapendo che non portano a niente. Crediamo di essere noi gli artefici della nostra vita, invece è Lui.

Avere fiducia in Dio non significa abbandonare la lotta o consolarsi della debolezza, ma avere la certezza che il cielo non è vuoto e che le nostre strade sono illuminate dalla sua presenza infallibile. Questo ci dà forza e decisione, ci fa affrontare i pericoli che rimangono sempre da superare, ma senza paura perché c’è Lui. Si presenta anche come il pane della vita, quel corpo donato e fatto diventare nostro cibo, nostro nutrimento indispensabile, necessario, centro e forza di ogni esistenza.

30 Aprile 2022 – Tempo di Pasqua
+Domenico

Qui da me c’è spazio per tutte le vostre fatiche e insuccessi

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 25-30)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: Dàteci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compràtevene. Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, àprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”.

Audio della riflessione

La fatica della vita spesso è tanta e non ne vedi un sollievo: la casa, i figli, il lavoro, lo studio, le avversità, le incomprensioni, le sventure e quando ti sembra che tutto fili liscio, la malattia o la morte. Altre volte invece c’è serenità, gioia, comprensione, collaborazione, intesa, amore. Purtroppo sembrano più frequenti le sfortune che le fortune.

I discepoli di Gesù da un po’ di tempo stanno con lui e cominciano a sentire la dolcezza della sua persona e l’arditezza dell’impegno che loro chiede e si avventurano da soli per le strade della Palestina a predicare, a preparare la via a Gesù. Tornano stanchi e desiderosi di parlare, di confidarsi, di confrontarsi con Lui, di sentire il suo sostegno. Il vangelo è così difficile da annunciare? Perchè incontriamo tanti ostacoli? Non stiamo parlando e offrendo pace e serenità, vita serena e amore di Dio? Perché troviamo persecuzioni e molestie? Il male viene sconfitto, ma il mistero del male non vuol cedere e scatena nell’uomo tutte le reazioni possibili. La vita è una lotta continua. Il male non vince il bene perché Gesù lo ha già sconfitto, ma  vincere le resistenze del cuore è una scelta di libertà che parte dalla convinzione della persona.

Gesù si pone come interlocutore della fatica del vivere e della lotta contro il male. Lui è forza e balsamo, ristoro e serenità, fiducia e consolazione. Se avete qualcosa che vi pesa nella vita io vi aiuto a portarla, non vi lascio soli, non vi lancio appelli, non vi faccio una video conferenza dal cielo, ma sto con voi; non vi seguo dall’esterno dei problemi e della vita, ma mi accompagno ai vostri passi. Vedrete poi che il mio giogo è lieve e la vita cristiana una fontana di luce e di gioia. Se siete stanchi passate da qui, Io non ho altro che accogliervi e farvi dimorare con me. Anch’io mi sento sempre accolto dalla braccia forti e sicure, amorevoli e rappacificatrici del Padre mio.

Star dietro a me può sembrare difficile, ma questa è la strada della felicità; le difficoltà le semina nel vostro cuore il principe del male, vi ho dimostrato che lo posso vincere. Fidatevi di me. Mitezza, umiltà, semplicità, povertà, la stessa vostra debolezza sono titoli di assoluta presenza mia nelle vostre vite. E con me si sperimenta che Dio non vi abbandona mai.

Oggi celebriamo la festa di santa Caterina da Siena, patrona d’Italia. La santa si diede ad un’intensa attività caritatevole verso gli ultimi e – in un’Europa dilaniata da pestilenze, guerre, carestie e sofferenze – divenne un punto di riferimento per uomini di cultura e religiosi che, assidui frequentatori della sua cella, saranno ricordati come caterinati. I più intimi fra loro la chiamavano “mamma e maestra” e si fecero trascrittori dei suoi tanti appelli ad autorità civili e religiose: esortazioni ad assunzioni di responsabilità, talvolta rimproveri o inviti all’azione, sempre espressi con amorevolezza e carità. Tra i temi affrontati nelle missive: la pacificazione dell’Italia, la necessità della crociata, la riforma della Chiesa e il ritorno del papato a Roma per il quale la santa fu determinante recandosi nel 1376 in Provenza da Papa Gregorio XI.

Caterina non ebbe mai paura di richiamare il Successore di Pietro, da lei definito “dolce Cristo in terra”, alle sue responsabilità: ne riconobbe le manchevolezze umane, ma ebbe sempre grande riverenza del papa, così come di tutti i sacerdoti. Dopo la ribellione di una parte di cardinali che diede inizio allo scisma di occidente, Urbano VI la chiamò a Roma. Qui la santa si ammalò e morì il 29 aprile 1380, come Gesù, a soli 33 anni. Le parole dell’apostolo Paolo “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”, si incarnano nella vita di Caterina che nel 1375 ricevette le stimmate incruente rivivendo, raccontano testimoni, la Passione ogni settimana.

L’appartenenza al Figlio di Dio, il coraggio e la sapienza infusa sono tratti distintivi di una donna unica nella storia della Chiesa, autrice di testi come Il Dialogo della Divina Provvidenza, l’Epistolario e la raccolta di Preghiere. In ragione dell’alta statura spirituale e dottrinaria Paolo VI nel 1970 l’ha proclamata Dottore della Chiesa. Innamorata di Gesù Cristo, Caterina scriveva: “Niente attrae il cuore di un uomo quanto l’amore! Per amore Dio lo ha creato, per amore suo padre e sua madre gli hanno dato la propria sostanza, egli stesso è fatto per amare”.

29 Aprile 2022
+Domenico

Dobbiamo guardare in su, vedere oltre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 31) dal Vangelo del giorno (Gv 3, 31-36)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti.

Audio della riflessione

Occorre spesso un colpo d’ali per alzarsi in volo sulla nostra vita e coglierne le dimensioni infinite che si porta dentro. Siamo troppo appiattiti sulla terra, troppo ingolfati nella materia. Con la scusa che dobbiamo risolvere i nostri problemi, che tutto quello che diciamo deve avere un riscontro concreto ci siamo abituati a calcolare tutto secondo un interesse materiale: quanto costa? a che cosa serve? Che cosa mi viene in tasca? Alla fine che cosa mi porto a casa? Sono le domande più normali con cui affrontiamo la vita. Poi, grazie a Dio ci accorgiamo che ci sono realtà importanti che non stanno in questi angusti schemi: il gioco, la musica, la bellezza, l’amore, lo spirito. La religione deve essere di questo tipo, deve aiutarci a librarci nel cielo della gratuità di Dio.

Chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra, dice il vangelo; invece noi sappiamo che veniamo dal cielo, che il nostro futuro, il nostro passato, la nostra prospettiva è più grande. Si usano termini come terra e cielo non per disprezzare il creato in cui viviamo e nemmeno per illudere di un posto diverso, astratto in cui dobbiamo vivere, ma per dare alla nostra vita una dimensione più completa, più vera. Se c’è un difetto nel nostro tempo è proprio quello di aver appiattito tutto sulla percezione dei nostri sensi; quello che non vediamo e non tocchiamo non fa più parte del nostro orizzonte. Invece Gesù è venuto a presentarci un mondo altro, una vita futura, un Padre nostro che sta nei cieli. Curiamo il corpo, ma sappiamo bene che è la faccia di un’anima che non muore mai, che non si può costringere sulla nostra terra.               Tanta nostra infelicità è dovuta all’appiattimento, alla prigione che ci siamo costruiti. Ci siamo collocati in un bicchiere d’acqua e continuiamo a sbattere contro le pareti, mentre il nostro vero habitat è il vasto mare della vita che viene dall’alto, dal misterioso mondo di Dio. C’è un vento dello Spirito che soffia su di noi e dà vita vera. La creazione lo ha atteso, Gesù lo ha inviato. Abbiamo bisogno di un’anima per tutte le cose. Quest’anima viene dall’alto. La risurrezione ha aperto i nostri confini, ha offerto gli orizzonti infiniti di quel Dio che anche in questo non ci abbandona mai.

In questo tempo pasquale possiamo addentrarci anche noi in un dialogo serio con il Signore come ha fatto Nicodemo con Gesù; anche noi abbiamo bisogno di rigenerare la nostra fede. Il nostro è un tempo che ci chiede di uscire allo scoperto, di prendere decisioni, di stare della parte della verità, di contemplare il Signore, ascoltare la sua parola

Ci possiamo domandare: come mai ci sono stati anni in cui la nostra vita cristiana è implosa, anziché esplodere? Forse perché non abbiamo contemplato, ma solo organizzato o custodito, abbiamo dato alla preghiera il significato solo di un dovere, di un compito da fare

Non vogliamo più nasconderci nessuna delle domande profonde di umanità, dobbiamo percepire la sete dell’uomo di oggi, constatare il fascino di un mondo male orientato; oggi c’è una pervasività  del male e delle tenebre come dice il vangelo di Gv  che esige lo sbilanciamento dalla parte della luce. Il primo nostro scopo è di contemplare

La contemplazione è luogo di ricerca, spazio in cui ci si fanno domande, non si dà niente per scontato, dove c’è posto per il dubbio, la dialettica, il lavoro della ragione e dei sentimenti, delle emozioni e dei comportamenti. Vogliamo scavare in profondità, a far emergere tutte le riserve umane che nascono nei confronti della fede, del mondo religioso, della propria appartenenza alla chiesa. 

Questi giorni pasquali sono un tempo in cui è possibile l’ascolto, il confronto, lo studio, l’incontro con Gesù, nel silenzio del raccoglimento o nella ricerca comune, nella preghiera o nel dialogo.

Ogni tanto è utile una visita al cimitero, dove sono sepolti i nostri avi, quelli che ci  hanno passato il testimone della fede, che nei secoli hanno tenuta viva la luce della fede e ce l’hanno tramandata, hanno creato esperienze di vita cristiana, hanno affrontato la vita con la speranza del Signore risorto.

Vogliamo guadagnarci una nuova adesione, anche sofferta, ma decisa e felice alla vita di fede. Vogliamo confessare che Gesù è il Figlio di Dio. Dobbiamo tornare da Gesù a dire quel “Mio Signore e mio Dio”, dell’affidamento, della preghiera, della celebrazione, della vita sacramentale, dell’accostamento ai tesori della Chiesa.

Allora la Chiesa prenderà nuovo slancio, la nostra comunità diventerà casa abitabile da tutti, soprattutto dai giovani, che sono sempre il nostro futuro.

28 Aprile 2022 – Tempo di Pasqua
+Domenico

A cose grandi e definitive ci chiama Gesù

Uma riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,16-21)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Audio della riflessione

La nostra ricerca della verità della vita è sicuramente un far lavorare l’intelligenza nel chiedere alla saggezza umana tutto quanto può saziare la nostra sete di verità. Era la passione di Nicodemo nei suoi dialoghi notturni con Gesù; questa ricerca però non ci impedisce di fare un salto con la nostra intelligenza in qualcosa di veramente nuovo. E’ la risposta di Gesù a Nicodemo, che ne rimane sconvolto. A un rabbino Gesù non poteva non tirare in ballo un esempio dell’AT, quando Mosè innalzò un serpente di bronzo nel deserto, perché chi lo guardasse fosse guarito dal veleno del morso dei serpenti. Gesù dice quel serpente di bronzo sono io, io sarò innalzato da terra su una croce  e porterò su di me tutto il male dell’uomo per amore. Sarò colui che dona e perdona, che ama con lo stesso amore del Padre, sarò colui che vi farà capire che Dio vi ama infinitamente, fino a dare la vita per voi. Qui Gesù ci fa capire la nostra identità, siamo realmente figli di Dio. Essere figli non è qualcosa da rubare, è un dono che ci mette in comunione diretta con chi perdona, con Dio.

L’errore fondamentale che noi facciamo è sempre stato quello di pensare a un Dio giudice a un Dio cattivo. Può darsi che abbiamo alle spalle una esperienza negativa dei nostri genitori. Tutto il nostro conflitto è con la sorgente della vita, a partire da Dio. Se non accetto il Padre non  mi accetto come figlio. Il serpente era il simbolo del male, del veleno. Ne nasce una vita di menzogna, una vita avvelenata. Che cosa farà invece Gesù, il Figlio dell’uomo. Lui guarisce chi guarda, non verrà a punire i malfattori, ma sarà lui come il serpente di bronzo a portare su di sé sulla croce tutto il male che facciamo. La croce è tutta la maledizione dell’umanità. Gesù è il maledetto, si è fatto peccato e maledizione. E’ vedendo lui che ci ama fino al punto di identificarsi con il nostro male, senza giudicarci, senza condannarci, lasciandosi piuttosto uccidere che condannarci, che comprendiamo finalmente chi è Dio. Bisogna capire questo mistero. Attraverso la croce rivela la sua essenza, lì, quel Dio che mai nessuno ha visto, si rivela. Lì appare fino in fondo l’amore di Dio per noi. Qui rinasco veramente dall’alto.

Quando c’è un cuore che ti accoglie, che ti lascia vivere come sei, allora esisti e nasci per la prima volta, quando realmente ti senti amato. Che cosa doveva fare il Signore per dirci che ci vuole bene? Questa è la generazione dall’Alto: l’essere generati dalla ferita del cuore di chi ti ama. Ed è il guardare questo amore che ti fa vivere, ti fa respirare liberamente. Allora so chi sono. Il famoso Sacro Cuore squarciato non è una devozione sadica, ma il sentirsi amati da Dio al massimo.

27 Aprile 2022
+Domenico