Barnaba: testimone coraggioso di vita cristiana

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 17-19)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento.
In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».

Siamo in tempi di grandi cambiamenti, ancora più destabilizzanti perché avvengono in fretta. Noi adulti facciamo fatica a adattarci. Ieri i nostri genitori ci facevano da maestri per tutte le cose della vita, oggi con i giovani dobbiamo farci insegnare tutto: a fare gli sms sul cellulare, a usare il computer, a leggere Internet, a fare la spesa più conveniente, a impostare la stessa azienda. Ma papà non si fa più così oggi. Sei fermo ancora al secolo scorso. È vero anche se non sono passati ancora 25 anni. Quello però che ci mette più in difficoltà è questa liquidazione del passato, questo continuo orientarsi al moderno quasi fosse per natura sua sempre più adatto, più bello, più vero perché è di oggi.

Gesù vive in tempi di grandi cambiamenti, di assoluta novità. È Lui che lo provoca, è lui che continuamente annuncia la buona notizia, la novità assoluta, la presenza di Dio nel mondo nella sua persona. Lui è il nuovo per eccellenza e spinge gli uomini a cambiare tutto, a fare nuove tutte le cose, a non vivere di pezze come sempre ci si accontenta di fare.

Ma una cosa chiara dice Gesù: il nuovo che lui porta non è trascurare la legge che Dio da sempre ha scritto nel cuore degli uomini, non è liquidare il passato con il suo bagaglio di esperienze necessarie per capire il futuro. Lui non disprezza nessun comandamento che Dio nella sua delicatissima pedagogia ha voluto come tappe di un cammino di crescita. Si mette nella stessa linea e la porta a compimento.

I figli portano a compimento ciò che i genitori hanno iniziato e lo volgono al meglio, come appare alle loro nuove esperienze, non disprezzano il passato, le tradizioni; sanno andare in profondità a cercare le ragioni che hanno dato calore a quei comportamenti che oggi nella loro attuazione sembrano superati, ma sempre utili per superare eventuali semplificazioni o sviste. Il mondo va avanti così. Il presente è la necessaria elaborazione del passato per creare un vero futuro, è il discernimento di tutti le energie, i doni che Dio ha fatto crescere nella storia per far crescere il suo Regno. La speranza è proprio basata sulla certezza che Dio sta sotto questa continuità e la fa crescere verso nuove mete. A noi apprezzarle, non buttarle e imparare nuove soluzioni, tenendo conto di un creato che dobbiamo sempre curare e custodire.

12 Giugno 2024
+Domenico

Festa di San Barnaba

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 7-13)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento.
In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi».

Audio della riflessione

Oggi riflettiamo sulla figura di san Barnaba, che ha realizzato nella sua vita alla lettera il brano di Vangelo di oggi, che invita ogni annunciatore del Regno di Dio di offrire gratuitamente e con coraggio la propria vita intera per testimoniare Gesù.

Uno dei termini che ricorrono più volte negli Atti degli Apostoli, che descrivono la chiesa primitiva dei primi tempi dopo la morte e risurrezione di Gesù Cristo, è il termine franchezza, una parola che ricorre spesso quando si parla di primi cristiani, un po’ meno quando si parla di noi cristiani del 2000. In greco si dice “parresia”, per noi significa coraggio, forza, decisione, dinamicità, franchezza, radicalità…, metterci la faccia, resistere, affrontare, guardare in faccia le situazioni, prenderle di petto, sapersi sacrificare… E vorremmo essere tutti così.

Invece noi ci specializziamo nel contrario, cioè paura, rispetto umano, compromesso, debolezza, nascondersi, mimetizzarsi, scantonare, far finta di niente, cedere, adattarsi, usare verbi al condizionale, infarcire il discorso e la vita di tanti “se” e tanti “ma”, attutire le frasi forti, optare per la mediocrità. 

Ma sia ben chiaro che non siamo chiamati ad essere talebani, fondamentalisti, violenti, gente che conosce solo imposizione, costrizione, togliere libertà, stressare, fare ricatti…

È l’esperienza e la forza tipica che gli apostoli si trovano regalata da Dio e accolta con radicalità dopo la risurrezione, o meglio, dopo la discesa dello Spirito Santo nel Cenacolo a Pentecoste.

Parlano con franchezza gli apostoli che, dopo aver ricevuto umiliazioni e torture, sono lieti di averle subite nel nome di Gesù; ha questa franchezza san Paolo di fronte ai puri della fede d’Israele; riprende coraggio Pietro, dopo che era bastata una serva nel pretorio per demolire tutta la sua boria, che scambiava per fede in Gesù. È storia di coraggio e franchezza quella di Stefano che affronta la lapidazione per dire alto il nome di Gesù, come Signore. È coraggio quello di Giacomo che affronta il martirio a Gerusalemme, ancora prima che la comunità degli apostoli si disperda.

È franchezza quella di un altro personaggio poco noto della prima comunità cristiana, ma molto amato, e patrono di tante comunità cristiane: Barnaba, uno che infonde coraggio, come significa il nome. Era talmente entusiasta della vita, capacedi compagnia, convinto di quel che viveva, attento alle cose belle nell’esistenza, che gli amici l’avevano soprannominato così, nonostante si chiamasse Giuseppe, un nome di tutto rispetto e significato.

Con lui non potevi stare col morale ai tacchi, non potevi lasciarti andare alla lagna, al rimpianto: dovevi riprenderti, ritentare, osare. Avere coraggio nella vita è non lasciare dire l’ultima parola su di te a nessuno. Vuol dire convivere col rischio e l’incertezza, decidere di vivere sul trapezio della vita senza rete di protezione.

Avere un animo giovanile che guarda più al futuro che al passato, che affida la riuscita nella vita più ad una fionda che a un’armatura, come Davide contro Golia.

Avere coraggio è farsi conquistare dal discorso della montagna, avere quella marcia in più che una fiducia assoluta in Dio, ti dà.

Avere coraggio è aver dentro un fuoco che vuoi che bruci tutte le incertezze che ti tarpano le ali.

Avere coraggio della fede è sapersi amati da Dio senza riserve e sapere di avere la sua forza per affrontare l’esistenza.

Avere coraggio è essere contenti di vivere per un ideale e portarlo a tutti, farlo cantare nella tua vita perché diventi forza per tutti.

Ebbene Barnaba era fatto così.

Decide subito: ha un campo, un legame concretoe solido, un’àncora per la sua vita; un ebreo prima di rinunciare a un campo si faceva passare un esercito sul suo corpo: va, lo vende e pone il ricavato a disposizione. Non ha mezze misure. Mette in pratica alla lettera le parole di Gesù. Non si ritira triste nella sua tana, nella sua bellissima compagnia, coi suoi soldi, i suoi amici, il suo computer, i suoi CD, le sue notti brave, il suo sballo; parte deciso con i classici elementi di stile di ogni credente:

  • la gratuità: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
  • la libertà da pesantezze e da organizzazioni, da fasciature e da sentimenti intriganti; ha sentito Gesù dire: lascia che i morti seppelliscano i morti, io non ho tana, né nido come gli animali e gli uccelli, se mi vuoi seguire devi avere un animo libero
  • la fiducia in chi incontra: ogni uomo e donna che gli si para davanti è sempre un messaggio di Dio, un dono da accogliere piuttosto che una persona da convertire.
  • gli occhi fissi su Gesù, la speranza che non delude, la contemplazione della verità che fonda ogni libertà.

È tale il coraggio di vivere che con Paolo diffonde, che ad Antiochia per la prima volta, chi segue questa ventata di aria fresca viene chiamato Cristiano.

C’è sempre una prima volta e c’è sempre, dietro, uno che dà coraggio: o Barnaba o qualsiasi cristiano che ci crede.

11 Giugno 2024
+Domenico

La marcia in più

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 1-12)

Lettura dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».

Audio della riflessione

Non so se avete mai fatto caso, soprattutto quando avete comperato la vostra prima automobile, al quadrante che segna la velocità, i Km che l’automobile può fare all’ora … c’è sempre scritto un numero spropositato: 200 Km/h oppure 250 Km/h.

Vi sarà capitato anche ingenuamente, su qualche rettilineo, in discesa, quando proprio non c’è nessuno, a motore caldo, di fare una pazzia: di premere al massimo l’acceleratore, contro tutte le indicazioni di meccanici, di amici,  nonostante i limiti di velocità, la paura di essere giustamente beccato dalla polizia stradale, di vedere insomma se questa lancetta della velocità, se questa automobile giunge fino al limite stabilito dal quadrante … rieni le marce al massimo: terza, quarta, quinta, fai crescere i giri del motore… rumore assordante, perdita di stabilità, vibrazioni sospette ti fanno – forse – desistere.

Non arriverà mai a quella velocità.

Sul quadrante è stato scritto 250 Km/h, ma l’ultima marcia che hai inserito non ha nessuna possibilità di portarti a quel risultato … vorresti cambiare marcia, ma non ce n’è più … dobbiamo concludere che era un comprensibile inganno aver scritto una velocità così spropositata e meno male!

È forse questa la sensazione che noi abbiamo quando leggiamo o sentiamo il discorso della montagna che ha fatto Gesù: Gesù, vedendo che c’era tanta gente, salì sopra uno spuntone di terra, si sedette e cominciò a parlare … direi io, cominciò a scrivere nella mia vita, nella tua, nella esistenza di ogni persona; se mi permettete di parlare così: cominciò a scrivere la velocità massima della nostra vita, il massimo di bontà, di felicità, di bene, di generosità cui possiamo aspirare … ha cominciato a scrivere il quadrante delle nostre possibilità.

Ma non è che anche a noi capiterà la stessa sorte dell’automobile?! Che Dio ci abbia scritto un massimo per ingannarci, per farci sentire piccoli, per schiacciarci nelle nostre debolezze … ricordo la rabbia, l’umiliazione quando giravo con la mitica Fiat 500 e in autostrada c’era scritto, indicando la corsia più a destra possibile, “piccole cilindrate viaggiate qui”.

Le cose grandi cui Dio ci chiama sono per dirci:”Piccolo uomo, piccola donna, ragazzo o ragazza, giovane o vecchio accontentati?”.

Il discorso della montagna dice che quando tu, ragazzo, ragazza, giovane adulto anziano o anziana, ti apri a Dio, ti metti in contatto con Gesù, aderisci a Lui, ti butti nella sua amicizia, ti fidi di Lui … solo a questo punto scoprirai che hai quella marcia in più che ti permette, non solo di arrivare al massimo della tua vita, del tuo quadrante, ma di spostarlo pure in avanti di tanti km/ora in più, perché la forza che ti dà il Signore e la bellezza della tua vita avrà dell’impossibile.

E nella vita, se andremo al massimo della capacità di bene, non dobbiamo temere multe per limiti di velocità o di attentare alla vita altrui, anzi… ne avrà vantaggio chiunque ci incontra.

10 Giugno 2024
+Domenico

Diventiamo consanguinei di Gesù solo se obbediamo a Dio Padre

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 3,20-35)


In quel tempo, gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni».
Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa.
In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna». Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro».
Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

Audio della riflessione

Se ne sentono tante di idee oggi in giro anche riguardo alla religione. Ti sembrava di avere acquisito qualche buona idea, qualche saggio comportamento legato alle tradizioni, al buon senso, ad abitudini collaudate e invece senti dire che non va più bene questo, non è più esatto quello, occorre comportarsi in maniera diversa. Ogni tanto appare un predicatore che ti sconvolge e non sai più a chi credere. Se resti abbarbicato alle tue idee passi per sorpassato, non all’altezza dei tempi moderni; se cambi e ti adatti, ti sembra di aver tradito qualcosa di grande che ti aveva permesso di vivere con onestà.

Era capitato qualcosa del genere alla gente che ascoltava Gesù. Si domandavano: ma questo che dice? Ci fa nascere speranza quando parla, ma non è proprio come quello che noi comunemente ci siamo imparati nelle nostre frequentazioni della sinagoga. E’ un insegnamento che esige una conversione dai nostri modi di pensare. Ma prima di cambiare dobbiamo vedere bene di che si tratta. Potrebbe essere anche il demonio che ci tenta.

Ecco la prima grande accusa: Gesù è un demonio che ci porta al male. Forse perché era scomodo ascoltarlo, forse proprio perché metteva in discussione il loro modo di aver ingabbiato Dio nelle loro abitudini. E Gesù con pazienza a far capire che è troppo comodo chiamare demonio il suo invito alla conversione, è una buona scusa che non ti permetterà mai di uscire dalle tue sicurezze, dai tuoi peccati, dalle tue posizioni errate. Dire che Gesù è un demonio è una bestemmia imperdonabile.

Capita anche a noi oggi per le nostre comodità di opporci a ogni cambiamento in meglio della nostra vita, di adagiarci sul buon senso, che è anche un buon maestro, ma non è sufficiente a offrire ragioni vere di vita. Di buon senso si può morire. Il buon senso ti dice che se non vai d’accordo in casa puoi separarti, se trovi che un’altra persona ti rende felice e invece tuo marito no, puoi tranquillamente cambiare; che se non puoi mantenere un altro figlio, puoi tranquillamente abortire; che se  hai una buona occasione per far soldi, basta che non si veda anche se è disonesto lo puoi fare; che se hai occasione puoi sempre arrotondare, che qualche avventura sentimentale è permessa, ti muove un po’ la vita. Questo sarebbe cristianesimo? La speranza nostra è un’altra è di poter avere qualcuno che ci dà luce, convinzioni difficili da vivere, ma vere.

Il buon senso portava anche i compaesani di Gesù a legarlo alla sua famiglia e Lui li sconvolge dicendo che la parentela con Lui è solo nel fare la volontà di suo Padre. Ce ne è voluto di tempo perché loro capissero di che padre si trattava.  Noi non abbiamo scuse se non abbiamo ancora capito che diventiamo suoi fratelli, suoi consanguinei se ci facciamo obbedienti a Dio Padre.

09 GiugnoIn quel tempo, Gesù entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé».
Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni».
Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa.
In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna». Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro».
Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

9 Giugno 2024
+Domenico

Cuore Immacolato di Maria, di ascolto di Dio e di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,41-51)

Lettira del Vangelo secondo Luca

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore.

Audio della riflessione

Ogni fatto della vita di una persona è più grande della materialità con cui si avvera, apre significati più grandi e impensati, ti fa abitare mondi più profondi e ancor più veri di quello che percepisci con gli occhi, con i sensi, con la pelle. Pensiamo ai gesti d’amore, di affetto, di amicizia, di relazione tra persone. Un bacio, un abbraccio, una carezza, un sorriso non sono riducibili alla meccanica fisica con cui devono essere compiuti. Nessuno pensa che una carezza sia solo uno sfregamento di una mano su una guancia o un abbraccio sia solo la tenaglia di due braccia per un corpo. C’è una intenzionalità che essi esprimono, c’è un cuore da cui sono partiti, una volontà che li ha fatti essere che va interpretata, che va molto oltre. I gesti tentano di rendere al meglio le volontà e i pensieri, gli affetti e i desideri di coloro che li pongono, ma non riusciranno mai a esprimere la profondità del cuore da cui partono. Immaginate quanto è sciocco l’applicarsi solo alla meccanica del gesto senza curare che cosa essi esprimono. Ci aiuta ad approfondire la nostra umanità oggi il Cuore di Maria e lo contempliamo in un momento tipico della vita di una famiglia

Dio ha sposato un popolo da sempre, ora sposa una famiglia e con questa famiglia tutte le consuetudini caratteristiche che la fanno appartenere pienamente a esso. Una famiglia ebrea aveva nel suo DNA la celebrazione della Pasqua. I bambini ogni anno partecipavano alla cena pasquale e, curiosi come sono, hanno sempre riempito i gesti solenni e incomprensibili dei genitori di insistenti perché. Quando i tuoi figli ti chiederanno che cosa è questa cena, perché mangiamo in piedi, perché la mamma non ha messo il lievito nella farina… tu risponderai è il passaggio del Signore che ci viene a liberare come quella notte…

Ebbene Gesù a dodici anni, prima che scatti il tredicesimo che lo iscriveva al mondo adulto, questa nota ci servirà dopo, partecipa coi suoi genitori al pellegrinaggio verso Gerusalemme. Abbiamo in mente che cosa è successo. Il solito incidente delle gite: si sarà fermato all’autogrill, sarà con suo padre, chi riesce a star dietro a questi ragazzi di oggi, svegli, spesso indisciplinati, incapaci di stare un po’ con i propri genitori, sempre a giocare e a fare scherzi. Tornano a casa sempre sudati e sporchi, quando non laceri e contusi. Disperazione sul volto dei genitori, ansia, ricerca spasmodica; chi è l’ultimo che l’ha visto, dove era? Poi il cammino a ritroso, il ritrovamento, lo stupore. Il ritrovato è sempre più calmo di quanto si pensi, non immagina il dolore provocato, è concentrato sulla sua avventura E Gesù sta insegnando ai dottori del tempio. Quattro parole dette tra i denti, due dette davanti a tutti e una affermazione solenne, troppo solenne di Gesù chiudono l’incidente. Il ritorno a Nazaret fa balenare la ripresa di una vita di famiglia normale, che aveva avuto in questo episodio uno squarcio di mistero. Non compresero.

Maria qui appare la persona che domina gli avvenimenti, che piega la storia del piccolo gruppo di pellegrini al suo centro, che non era Gerusalemme, ma Gesù. Potremmo dire una famiglia come tutti, con i problemi di tutti, con al centro Gesù, il mistero che si rivela. Ma saremmo poco fedeli alla Parola ascoltata se ci fermassimo a questa interpretazione; L’intenzione dell’evangelista Luca non è quella del corrispondente del Corriere della sera che deve narrare della fuga del solito adolescente, rintracciato alla stazione tutto dolorante e pentito e contento dell’intervista che lo fa apparire in TV e che gli risparmia qualche ceffone dai genitori, con un finale bello che può intenerire i lettori. E’ l’evangelista del racconto dei due discepoli di Emmaus; anche là non narrava solo la gita fuori porta di due amici, col morale ai tacchi e con nel cuore la pietra tombale dell’ormai suggellata sulla tomba del crocifisso, ma parlava del cammino di accoglienza del Risorto che ogni cristiano avrebbe dovuto fare da quel momento in poi.

Così anche qui. Il numero tre dei giorni di assenza di Gesù è troppo uguale al numero tre dei giorni del suo permanere nella tomba; la ricerca appassionata e carica di tensione di Maria è troppo simile alla ricerca col cuore in gola di Pietro e Giovanni e al pianto sconsolato di Maria di Magdala. L’angoscia di Maria è l’angoscia delle donne al sepolcro. Gesù era rimasto a Gerusalemme. Sappiamo tutti che un modo di dire così indica che Gesù è deciso a fare di Gerusalemme il vertice della sua missione.

Il ritrovamento è immagine precisa della scoperta di lui risorto. Infatti lo trovano seduto, un verbo che, mentre fotografa una posizione fisica, definisce una funzione che gli spetta dopo la morte e la risurrezione; si siederà alla destra di Dio. E’ nell’atto di insegnare come spetta al Signore del cielo e della terra. E’ lui la sapienza, lui la riposta, lui ancora che spiega le scritture in virtù della sua consacrazione nella morte e risurrezione. Qui tra i dottori anticipa il suo stato futuro.

E Maria quando lo vede gli racconta tutta la sua ansia, la sua ricerca, il suo affanno, il suo non capire, proprio come i discepoli di Emmaus. E tra le prime parole di Gesù, che ci sono riferite nei vangeli, appare la bellissima parola: padre, abbà. E’ venuto al mondo per questo, per dirci che Dio è Padre. Il quadro allora si ricompone, lo smarrimento e il ritrovamento sono figura di una morte e una risurrezione, di un futuro certo.

A Maria si svela  tutto il futuro di Gesù, e come è entrata nella adesione piena a Dio e custodiva ogni Parola di Dio che l’angelo le aveva annunciato, ora comincia a  custodire ogni parola di Gesù come un seme. E’ quel seme che viene gettato larghissimamente dal seminatore e che trova nel cuore di Maria, come nel cuore di ogni uomo, la possibilità di svilupparsi. In Maria si è sviluppato al cento per cento. Ora lei scompare nella vita quotidiana della santa famiglia. Lì il Signore ha imparato a essere abbracciato e baciato, allattato e amato, a toccare e parlare, giocare, camminare e lavorare, a condividere i minuti, le ore, le notti e i giorni, le feste, le stagioni, gli anni, le attese, le fatiche e l’amore dell’uomo. Lì ha ascoltato le parole della Torah, della legge, le preghiere a Dio, di cui non si poteva pronunciare il nome e che lui sentiva come papà. A Nazaret Gesù accanto a Maria ha imparato a essere uomo. L’artefice della sua formazione umana è stata Maria, come ogni donna nella vita del popolo ebreo, e proprio dal suo Cuore Immacolato, tutto donato. In esso conservava ogni Parola di Dio gelosamente e ora di Gesù, non per farsene un possesso, ma per caricarlo della forza di dedizione, di amore, di consacrazione alla vita di Gesù e di ciascuno di noi umani. 

8 Giugno 2024 – Memoria del Cuore Immacolato di Maria
+Domenico

Il cuore fuori dal petto, squarciato

 Una riflessione sul Vangelo del giorno (Gv 19, 31-37)


Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via.
Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.
Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».

Audio della riflessione

Siamo in contemplazione di questa figura di Cristo, con il petto aperto, che offre il cuore sanguinante. Noi siamo abituati a vederla, l’abbiamo davanti agli occhi da quando eravamo bambini e non ci fa nessun effetto particolare. Chi non ha conoscenze religiose resta molto sorpreso. Che significa avere in evidenza un cuore così? Tutti gli innamorati sanno che il cuore è segno dell’amore, ma nessuno pensa di farsi rappresentare con un cuore fuori dal petto; piuttosto lo disegna sui bigliettini, sulle piante, sui banchi di scuola, sulle torte, su qualche T-shirt, sugli sms, sui tvtb.

Quel cuore ci richiama a una morte, a un fatto doloroso, crudo, ma altamente significativo come ci viene raccontato dal vangelo. Gesù è appena spirato dopo una lunga agonia su quella croce. È morto per i dolori atroci della flagellazione e della crocifissione, dell’abbandono e della solitudine. La causa fisica ultima della morte di un crocifisso è un soffocamento dovuto alla compressione dei polmoni che è inevitabile quando si resta appesi per le mani tenute fisse a un palo coi chiodi. Dice il vangelo che i soldati si meravigliarono che fosse morto così presto.

In genere il colpo di grazia era dato dallo spezzare le gambe ai crocifissi, così che non potessero più puntare sui piedi e riprendere respiro. Visto che Gesù era morto, vollero lo stesso sincerarsi della morte; hanno fatto le cose da professionisti; allora non avevano abitudini meno barbare, non erano in una cella da sedia elettrica con elettrodi che potessero mostrare il diagramma piatto. Gli hanno dato un colpo netto, magistrale, da intenditori al cuore, per sincerarsi che il motore della vita fosse bloccato e svuotato della linfa necessaria per dire di essere vivi: il sangue. Ne uscì sangue e acqua.

Quel cuore lacerato, svuotato, aperto, sanguinante è diventato il segno del dono fino all’ultima goccia di Gesù per gli uomini e giustamente allora ne è nata una contemplazione, uno sguardo amorevole e continuato del credente a quel cuore squarciato per avere sempre ben impresso negli occhi questo gesto estremo di amore. Questo è il Sacro cuore. Non si aspetta uno sguardo anatomico, ma una contemplazione di amore che si fa per noi sicura speranza.

La sua morte si porta dentro una esplosiva novità.

Una morte di cui vergognarci era stata la sua. Il primo giorno dopo il sabato ci sarebbero dovuti essere i funerali. Sarebbero stati funerali furtivi, in fretta, senza fanfare, senza autorità, senza medaglie al valore. Non sarebbero andati a seppellire un eroe, ma un uomo qualunque, sfortunato dicono gli amici, delinquente dicono le autorità.

Invece siamo costretti da un racconto molto particolareggiato a puntare gli occhi su un vuoto: una donna col cuore in gola lancia il primo urlo che squarcia la storia: là nella tomba non c’è più. Due uomini: il vecchio e il giovane, due vite distanti, ma legate da un amore appassionato, corrono. Pietro si stava ancora pentendo amaramente per non essere stato capace di condividere gli ultimi rantoli d’amore di Gesù. Aveva ancora gli occhi velati di pianto. Avrebbe voluto far ritornare indietro la storia, come capita sempre a tutti noi quando ci sentiamo pentiti per le idiozie che abbiamo compiuto; avrebbe voluto ritrovarsi ancora in quel cortile, rivedere quella serva e dirle: Quel Gesù di cui mi hai domandato, era mio amico. Non so se fosse veramente quello che diceva di essere, ma mi voleva bene.

L’altro il giovane, ancora non s’è reso ben conto di quello che è capitato. Lui è ancora ingenuo come tutti i giovani, crede che nella vita ci sia niente di definitivo, che si può sempre tornare indietro da tutte le decisioni e i fatti che capitano. Invece stanotte s’è trovato solo. La morte non è reversibile, lo schianto con l’automobile contro un palo non è un filmato da cui si può tornare indietro, quel corpo freddo che ha visto calare dalla croce mentre reggeva la mamma di Gesù, non è una fiction. Quell’urlo ha destato anche lui dal dolore e dall’incoscienza, lascia per un momento la custodia della madre e corre.

Mi par di vederli il vecchio e il giovane: uno che arranca e l’altro che morde il freno nell’impazienza, Pietro che finge di essere ancora forte e il giovane che finge di stancarsi per non mettere in imbarazzo; il vecchio con il peso della coscienza, il giovane con quello dell’incoscienza. I pensieri di Pietro per chiedere un’altra volta perdono: tu sai Gesù che io sono un carattere sanguigno, ho ancora voglia di spaccare il mondo, ma abbocco a tutto, soprattutto metto al centro ancora me; invece, ho capito che sei tu l’unico mio bene… I pensieri di Giovanni che chiedono come il giovane ricco: che devo fare per avere vita piena? Sono domande, colloqui restati in sospeso da una morte inaspettata.

La conclusione della corsa non è un podio per ricevere la medaglia: ma la fede. Giovanni vide e credette. Che cosa aveva visto? Una tomba nuova, con tutto quello che compone delicatamente e custodisce un cadavere, ma senza il corpo. Tutto è afflosciato su di sé, sul vuoto lasciato dalla sottrazione del cadavere. Non ha visto luci, non ha visto neon, non hanno notato candelieri; loro l’angelo non l’hanno visto; hanno solo visto il vuoto che parla di più di qualsiasi altro vuoto. Un vuoto inspiegabile. Giovanni l’ha capito solo per un flash di memoria di ciò che Gesù aveva detto ai loro distratti ascolti, che sarebbe cioè risuscitato dai morti.

E noi, da quella corsa nelle brume del giorno che nasce, abbiamo avuto la notizia che è finita la tristezza, che nel mondo c’è speranza vera, che la paura non ci imprigiona, che noi adulti e vecchi possiamo sperare perdono e i giovani possono sognare futuro, che Gesù è risorto

A quella morte è capitato qualcosa di inedito, già presente in quel cuore squarciato che oggi siamo ancora invitati a contemplare. In questa compresenza di crocifissione e risurrezione, in questo cuore squarciato ci sono tutti i drammi umani, tutte le ricerche, talora le sconfitte e le disperazioni, le debolezze e le piccole vittorie, le ansie e i martirii, la tenacia nella debolezza, la progettualità e l’accoglienza del dono. Diventa allora importante riuscire a strutturare la nostra vita di cristiani attorno all’esperienza di questo cuore donato fino alla morte e regalato vivo nella risurrezione e nello stesso tempo tradurre in linguaggi culturali comprensibili nella vita e nella società l’umanità nuova che il cristiano incarna nel vivere in sé e nel mondo delle sue relazioni la fede pasquale. Questa è la sorgente e il fondamento da cercare e la speranza da offrire.

07 Giugno – Solennità del Sacro Cuore di Gesù
+Domenico

Il Signore Dio nostro è l’unico Signore e tu ama Dio e il prossimo

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mc 12, 28b-34)


In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio».
E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Audio della riflessione

La necessità di semplificare, non di fare i sempliciotti, oggi è assolutamente prioritaria. In un mondo pieno di informazioni, invaso da immagini, destabilizzato dall’esasperazione delle emozioni e dei sentimenti è necessario avere qualche punto fisso da cui guardare la vita, soprattutto è necessario avere capacità di sintesi, cioè la possibilità di dare unificazione al nostro pensare. La vita non è una somma di fatti, un susseguirsi disordinato di eventi, ma è una storia composta di avvenimenti nella coscienza di ciascuno, un filo d’amore che Dio tesse nella vita di tutti e tocca a noi intercettare, rendere consistente, offrire come corda di solidarietà a tutti. Così è della nostra vita cristiana.  

C’è un punto unificatore di tutto? Esiste una scelta di base che dà significato a tutta l’esistenza, che permette di valutare e rivedere, di riorientare e ritrovare forza dopo le immancabili cadute e defezioni, dopo lo smarrimento e la debolezza dei nostri comportamenti? C’è nel cristianesimo un principio base che giudica tutte le alterne vicende della nostra vita? L’aveva anche il popolo di Israele. Era lo shemà israel: ricordati, ascolta Israele: il Signore Dio nostro è l’unico Signore.  

Anche Gesù lo ha imparato dalle labbra della mamma, lo ha ripetuto tante volte quando andava in sinagoga come ogni bambino ebreo e lo ripropone carico della novità assoluta dell’amore di Dio fatto carne in Lui al nuovo popolo dell’alleanza, a tutti i cristiani che erano allora, che sono e che verranno.  

Ama Dio e ama il prossimo. Non fare separazioni che sarebbero ben comode, non fissarti su uno o sull’altro se vuoi rispondere seriamente alle esigenze che io ho seminato in te: ti ho messo dentro una nostalgia di Dio grandissima e non sarai felice se non la seguirai; ti ho messo dentro una assoluta necessità di stare con gli altri, di amare e vivere in pace con tutti gli uomini e la loro compagnia ti sarà strada di felicità se li amerai.  

Sono un unico amore, ma attento: non li separare mai, non viverli mai in alternativa, non dare all’uomo quel che è di Dio e non depositare in Dio quello che devi assolutamente ai tuoi simili. È un riferimento semplice, ma è impegnativo, come si è sempre impegnato Dio per noi perché Lui è un Dio non ci abbandona mai. 

06 Giugno
+Domenico

La vita futura dell’umanità

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12, 18-27)

Lettura del Vangelo secondo Marco

In quel tempo, vennero da Gesù alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e lo interrogavano dicendo: «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo ugualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: “Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”? Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».

Audio della riflessione

La nostra vita finisce qui tra queste quattro strade che percorriamo ogni giorno per andare a lavorare, a studiare, a fare la spesa? I nostri giorni sono inscritti e delimitati da questi orizzonti pur belli, ma chiusi su cui ci muoviamo? C’è un futuro a questi giorni, la polvere di ossa consumate o i tristi loculi di un cimitero sono la nostra fine? Abbiamo in cuore una insopprimibile esigenza di oltre, di futuro, di apertura a orizzonti e spazi infiniti. Il cielo che ci sovrasta, che tentiamo di bucare con ogni sorta di sforzo tecnico e che ci meraviglia per le dimensioni grandissime che ha, ci apre  a sogni di eternità. La nostra vita non può ridursi al niente. E’ il desiderio di ogni uomo. L’avevano anche i contemporanei di Gesù. “Vennero a Lui dei sadducei i quali dicono che non c’è risurrezione”.

 In un mondo religiosissimo come quello di Gesù, in cui la presenza di Dio era parte integrante della vita personale e pubblica e non era assolutamente messa in dubbio, si stentava a credere in un futuro di risurrezione. Allora Gesù molto semplicemente li fa ragionare. Che Dio è quello di Abramo, di Isacco, di Giacobbe? E’ il custode di un cimitero, assiste imperturbabile alla distruzione definitiva della vita delle sue creature? Si accontenta di mettere al mondo dei giocattoli che alla fine si rompono irreparabilmente e spariscono? O è un Dio che costruisce eternità, vita per sempre? Oggi noi facciamo più fatica a credere nella risurrezione, perchè abbiamo tolto dall’orizzonte Dio, ma se Dio sta nella nostra fede, allora è bello pensare che la nostra vita non avrà mai fine, ma si troverà al suo vero posto in Lui. E’ sicuramente un fatto non immaginabile e tutte le nostre congetture peccano sempre di adattamento al ribasso.

Per capire come sarebbe stato il mondo dopo la nostra morte i sadducei hanno fatto a Gesù la classica domanda di chi poteva essere moglie nell’aldilà una donna che aveva sposato sette fratelli dopo la morte di ciascuno di essi. Non abbiamo proprio fantasia, o non vogliamo averla. Immaginiamo la vita in Dio come un tranquillo accomodamento delle nostre vite nel tempo. E’ come quando sei nella nebbia e continui a pensare che è meglio avere fari sempre più capaci di fenderla, mentre invece la vera risposta è il sole, qualcosa che va al di là e al di sopra delle nebbie.  Così sarà la nostra vita in Dio oltre le nostre piccole fantasie, nella sua grandezza e bontà, nella radice di ogni nostro amore che è solo una pallida ombra del suo. E’ la speranza cristiana. Di questa speranza voglio sempre vivere

5 Giugno 2024
+Domenico

Che governo deve scegliere il cristiano?

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12, 13-17)

Lettura del Vangelo secondo Marco

In quel tempo, mandarono da Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso.
 Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?».
 Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». Ed essi glielo portarono.
 Allora disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio».
E rimasero ammirati di lui.

Audio della riflessione

Gesù era sicuramente una personalità molto convincente e definita; non aveva mezze misure, sapeva dire pane al pane e vino al vino. Non temeva confronti, non si adattava, né faceva il camaleonte. Era veritiero, non si faceva intimorire da nessuno, insegnava con verità la via di Dio. Coglieva l’astuzia dei suoi accusatori che sotto complimenti così precisi (tipo: sappiamo che sei veritiero, che non guardi in faccia a nessuno…) nascondevano sicuramente un tranello. E Gesù, da par suo non si tira indietro e si presenta con la sua massima sincerità; non teme la morte e tuttavia qui capendo che la domanda non è sincera, ma un tranello, non ne accetta l’impostazione. Secondo gli Erodiani o si pagava il tributo a Cesare e si accettava un sacrilegio; se lo si fosse rifiutato sarebbe risultato un ribelle.

Gesù non è d’accordo né con gli uni, né con gli altri. Tutti assolutizzano una realtà relativa, quale era il tributo e l’immagine del Cesare scolpito sulla moneta. Gesù non voleva che il servizio a Dio, la scelta di mettere al primo posto il Signore si riducesse a pagare o non pagare il tributo. Si poteva pagare il tributo senza rinunciare per questo al primo comandamento. Si può conservare intatta la fedeltà a Dio anche pagando un tributo. Era né con gli zeloti, né con gli erodiani. Aveva da educare anche alcuni degli apostoli che erano zeloti di estrazione. Simone detto appunto zelota, Giuda iscariota e i figli di Zebedeo.

L’alternativa alla dominazione romana non era per Gesù un governo nazionale ierocratico, religioso e non lo era mai stato prima. Gesù era un critico spietato dell’élite orgogliosa e ipocrita, ambiziosa e rapace che poi lo ucciderà pure per conservare l’ordine e la legalità.

I termini dell’alternativa non sono Dio e Cesare, ma Dio e ogni tipo di movimento umano, anche chiamato di liberazione, che in qualche modo intende occupare il monopolio assoluto che compete solo a Dio. Il potere, compreso il potere liberatore o il massimo di efficienza e di concentrazione di esso in regimi totalitari, porta in sé il virus della pretesa assolutista. Per questo il profeta resta sempre ad una discreta distanza dal potere e la fede non si deve asservire a nessuno.

4 Giugno 2024
+Domenico

La vigna del Signore è molto più di una coltivazione per avere vini

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12, 1-12)

In quel tempo, Gesù si mise a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti, agli scribi e agli anziani]:
«Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a ritirare da loro la sua parte del raccolto della vigna. Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. Mandò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo insultarono. Ne mandò un altro, e questo lo uccisero; poi molti altri: alcuni li bastonarono, altri li uccisero.
Ne aveva ancora uno, un figlio amato; lo inviò loro per ultimo, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra!”. Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori del- la vigna.
Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto questa Scrittura: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?».
E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; aveva- no capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro. Lo lasciarono e se ne andarono.

Audio della riflessione

Se c’è un paesaggio che caratterizza la nostra Italia è proprio quello delle vigne. Non sapremmo vivere senza questa immagine collinare, di questi filari ordinati, che seguono la curva delle conche e degli avvallamenti, delle cime smorzate e degli incroci delle valli, talora approssimati, talora in linea perfetta, ben sarchiati, puliti, ordinati, curati.

Al tempo di Gesù era una fortuna avere una vigna, era segno di terra cui abbarbicarsi, da cui avere dignità di appartenenza a un territorio, radicamento in un paese, una sorta di radice antropologica e culturale necessaria per definirsi. E Gesù nel vangelo paragona tutta la sua vicenda alla storia di una vigna, alla descrizione di questo bene primario che caratterizzava il popolo Israele. Lui alla fine per questa vigna viene ammazzato; perché altri se ne possano impadronire lui viene sacrificato. È l’erede! Ammazziamolo così sarà nostra.

Nell’Antico Testamento la regina Gezabele aveva fatto ammazzare un povero piccolo padrone perché il re che aveva tutto quello che voleva si potesse impadronire della sua vigna. Il re gliela aveva chiesta, ma per lui la vigna era un segno e un diritto di vivere da buon ebreo nella sua terra, di far parte del popolo di Israele Sembrava tutto a posto, ma Dio è custode del povero e manda in malora il prepotente e il ricco operatore di soprusi.

Gli ingiusti hanno ammazzato il figlio del padrone per avere una vigna, ma Dio è più grande di loro. Proprio per la morte del figlio quella vigna sarà di tutti, quella identità, quella appartenenza al nuovo popolo di Dio, al suo regno, quella nuova vigna sarà ereditata da tutti quelli che accoglieranno il figlio non più solo come padrone della vigna, ma come Signore del cielo e della terra. Sarà data a chi si affiderà a Dio, a chi avrà il coraggio di accogliere Gesù come il vero vignaiolo.

È stato scartato dal male questo figlio, questa pietra scomoda, ma Dio lo ha fatto diventare la pietra su cui tutto, lo stesso regno di Dio, il futuro avrebbe poggiato. C’è una pietra che non deve cedere a nessun peso, che dà stabilità alla intera costruzione; occorre un riferimento sicuro che permette ad ogni vita di costruirsi nella certezza dell’oggi e nella speranza di un futuro di bene: questa pietra è Gesù.

3 Giugno 2024
+Domenico