Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,1-8)
Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».
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Spesso ci rivolgiamo alla fede e leggiamo il vangelo con una mentalità esageratamente logica, ragionata, definita già prima di interrogarci su di esso, sulla figura di Gesù, sulla sua vita, il suo essere il Figlio di Dio, in unità sempre viva con lo Spirito Santo. Facciamo la figura che ha fatto Nicodemo quando è andato da Gesù di notte.
Sicuramente era senza pretesa, voleva dare alla vita come tutti noi una boccata di ossigeno. Siamo sempre infatti legati a deduzioni, tabelle, previsioni matematiche, deduzioni, sequenze logiche se non a abitudini che ci siamo creati con i social, Facebook o WhatsApp e crediamo che l’ossigeno ci venga da una sequenza di cose che già sappiamo e possediamo.
Siamo impelagati nelle difficoltà a seguire i comandamenti, abbiamo già la certezza che essere cristiani significa entrare in qualche gabbia di vita, in qualche luogo di costrizione, di coercizione, mentre immaginiamo di essere liberi, ma di una libertà che vuol dire ancora di fare ciò che ci piace.
Occorre rinascere dall’alto, dice Gesù a Nicodemo, e lui risponde portando il discorso alla nascita umana, alla impossibile ed evidente verità di dovere uscire dal seno di una madre. Qui Gesù sfonda subito e dice: Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito»
Essere cristiano non è soltanto osservare prescrizioni, comandamenti, precetti, rifarci a gabbie di ogni tipo. Ci sono certo anche i comandamenti, che finalmente stiamo riscoprendo come proposte di autentica libertà: si devono vivere anche questi, è vero; ma se ci fermiamo lì e con questo crediamo di essere cristiani, siamo ancora lontani; il cuore della vita cristiana è lo Spirito Santo. Essere cristiano è lasciare che lo Spirito entri dentro di te e ti porti, ti porti dove lui vuole.
Nella nostra vita cristiana tante volte ci fermiamo come Nicodemo, perché non sappiamo il passo da fare, non sappiamo come farlo o non abbiamo la fiducia in Dio per fare questo passo e lasciare entrare lo Spirito. Nascere di nuovo è lasciare che lo Spirito entri in noi e che sia lo Spirito a guidarci.
Bella frase, ma concretamente? Come gli apostoli che usciti dal cenacolo ebbero quel coraggio e quella franchezza di osare, senza pensare alle conseguenze, ai condizionamenti tipici che li tenevano rinchiusi là dentro per la paura. Non sapevano che cosa sarebbe successo di loro, ma avevano avuto questa ispirazione di essere franchi, decisi, portatori della novità che era stata la risurrezione per Gesù, in cui erano immersi anche loro.
Credere e pregare perché lo Spirito agisca, vivere la tensione a una vita nuova, a una speranza nuova, a una visione di vita libera da tante sovrastrutture che ci siamo creati, è una grazia sempre da chiedere e lo Spirito non ci può lasciare soli a noi stessi, ai nostri spazi asfittici. Mettiamoci come Nicodemo alla scuola di Gesù questa settimana, ne vogliamo seguire la vicenda, la sua fatica e il suo dialogo con Lui.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31)
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Audio della riflessione
Certe feste vorremmo che non finissero mai. È la festa di matrimonio, è la festa di una prima messa, è la festa di una nuova nascita. È stata attesa, preparata a lungo e quando giunge sembra debba chiudersi in un baleno. L’attesa alla velocità del suono, la festa alla velocità della luce, come i momenti di felicità della nostra vita.
Invece per la Pasqua non è così: per noi oggi è ancora Pasqua e Giovanni ci aiuta a porre la nostra fede in parallelo con gli avvenimenti di quella giornata interminabile, piena di sorprese. Era iniziata con una notizia sconvolgente, si era prolungata in corse, constatazioni, meraviglie, emozioni, esperienze. Ora il gruppetto degli apostoli tira le somme, si ritrova nella Santa Sion, in questo luogo che tramite l’interessamento di Gesù era diventato il luogo in cui questo gruppo sparuto di Galilei si era rifugiato per la Pasqua. E arriva Gesù: pace a voi.
Dona loro la pace, la massima aspirazione dell’uomo della terra. E oggi ci rendiamo conto quanto la guerra ci intorbida le coscienze, ci imbroglia i pensieri, fa soffrire innocenti, scatena odi e ritorsioni. Un compito ci dobbiamo dare anche oggi: supplicare Dio che ci dia la pace. Noi siamo capaci solo di fare gli interventisti o i non interventisti se Lui non ci cambia il cuore. Credo che oggi come cristiani siamo anche chiamati a una grande responsabilità. Noi costruiamo armi. Noi non vorremmo che il nostro benessere fosse dovuto alla morte dei bambini come lo è stato per tanti anni con le mine fabbricate in Italia. Siamo davanti a Dio a supplicarlo di farci capire il dono della pace, di aiutarci a cambiare il cuore, a ritenerci tutti responsabili di questo grande male che c’è nel mondo.
L’altra grande parola che dice Gesù è il dono dello Spirito per rimettere i nostri peccati. Sappiamo quanto è dono togliersi dal cuore il male che abbiamo fatto. Ci possiamo ubriacare, drogare, ma la coscienza pulita è un’altra cosa. Solo Dio col suo perdono può davvero mettere una pietra sopra il nostro passato. Può riportarci alla innocenza primitiva. E questo lo ha dato alla Chiesa. Abbiamo tutti provato questa gioia confessandoci a Pasqua.
I cristiani oggi stanno dimenticandosi di avere bisogno del perdono e assillano gli studi degli psichiatri o degli psicologi. Non per niente papa san Giovanni Paolo II ha collocato nella seconda domenica dopo Pasqua la festa della divina misericordia, dopo che magari abbiamo fatto penitenza e ci siamo confessati. Pensiamo a quanta gente ancora non conosce la misericordia di Gesù e non ne ha ancora goduto, non ha provato quella pace che si sente dentro di noi quando veniamo accolti dall’amore di Dio nostro Padre
È Gesù solo che ci può dare la pace del cuore. Certe nostre inquietudini non sono di origine psicologica, sono consapevolezza di un male più grande di noi; occorre curarsi se si è ammalati, ma spesso la nostra malattia è spirituale. Diceva il sociologo Andreoli: i giovani sono in crisi di astinenza da fede. Perché sono così inquieto nella mia vita? Perché sono sempre infelice? Come mai sono sempre arrabbiato con tutti, sono cattivo dentro? Ti sei mai chiesto che posto ha Dio nella tua vita? Se l’hai buttato fuori che felicità speri se è solo lui la pace e la felicità?
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 21,1-14)
In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
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Ci capitano tanti fatti nella vita di cui facciamo fatica a vedere la portata e l’importanza che hanno, ci passiamo sopra e perdiamo occasioni di rinnovo, di rilancio dello stesso lavoro, della vita affettiva, delle responsabilità anche ecclesiali o civili che possiamo prendere. Spesso sono responsabilità verso i figli o verso i genitori, gli ammalati o gli stessi poveri che ci vivono accanto e non ce ne accorgiamo.
Così gli apostoli; erano tornati a pescare. Storditi dalla morte e dal dileggio dei benpensanti che vedevano in loro, gli apostoli, dei poveri illusi avevano ripreso la vecchia amicizia e il vecchio sodalizio del lavoro. Occorreva tornare a vivere; avevano dentro la certezza della risurrezione, ma ancora non riuscivano a capirne il vero significato, le conseguenze per la loro vita, per il futuro della esperienza credente, quasi che la risurrezione fosse stata solo una rivincita di Gesù nei confronti dei suoi nemici e di loro di fronte a chi li umiliava spesso. Non avevano ancora capito che tutto doveva cambiare, che la prospettiva del loro vivere, del loro credere e del loro sperare era completamente nuova, diversa, non mai prima sperimentata.
Vivere da risorti non era continuare ad adattarsi, ma sprigionare nuova vita, nuovo rapporto con Dio, mettere al centro Gesù, ancor più di quando era vivo tra loro. Non avevano ancora capito che toccava a loro fare quel che aveva fatto il maestro, che non potevano starsene più a casa loro a ridirsi la bella esperienza e a sentirsi gratificati di una bella avventura che avevano vissuto, magari vivendo di nostalgia.
Cominciavano forse troppo presto ad aspettare il suo ritorno, come aveva sempre promesso e se lo immaginavano imminente, quasi a riempire il loro futuro. Ma Gesù non li lascia soli, ritorna a definire mete grandi e a condurre la loro vita al largo. Gettate le reti dall’altra parte. Come? abbiamo lavorato tutta notte da professionisti, abbiamo raschiato inutilmente il fondo di questo lago e non abbiamo ricavato niente. Adesso viene lui questo turista sconosciuto a darci consigli. La forza del comando di quell’uomo però li ha stregati. Della serie: le abbiamo tentate tutte possiamo tentare anche questa. Non si erano accorti che era Gesù. Il primo ad accorgersene è Giovanni il più giovane, quello che ne era innamorato perso; l’amore pulisce la vista sempre, ti fa guardare col cuore, trapassa tutte le nebbie e le oscurità. Quel che occhio non vede, cuore sente.
Sono ancora loro due alla ricerca del risorto, sono ancora il vecchio e il giovane. Stavolta Giovanni intuisce e vede e Pietro si tuffa nel mare e a nuoto arriva a Gesù; chi nuota concentra tutte le sue energie verso la meta, i suoi muscoli, la sua intelligenza, la sua forza, il suo sguardo, tutto il suo corpo sono tesi verso il punto di arrivo. È una immagine della nostra vita che tende a Gesù. Forse però noi impegniamo tutte le energie per fuggirne, per altre cose che crediamo felicità invece sono inganni.
A Pietro non sembrava vero di poterlo rivedere. Era ormai lontano il tempo del tradimento; la fiducia che Gesù gli aveva dimostrato aveva già invaso la sua vita e segnato il suo futuro. La speranza era diventata realtà e si cambiava in nuova speranza ogni giorno.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,11-18)
In quel tempo, Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». Maria di Màgdala andò subito ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.
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Una domanda ci dobbiamo fare: chi cerchiamo noi nella nostra vita? Quando ti poni di fronte a Gesù, chi cerchi? Nell’Evangelista Giovanni il termine cercare riferito a Gesù, ha sempre per oggetto Gesù nel suo mistero. Maria di Magdala nei giorni della Pasqua è al sepolcro per questa ricerca, ma all’inizio cerca il suo cadavere.
È un punto di vista troppo personale, troppo umano, sottolineato dalle sue lacrime (il verbo «piangere» ritorna quattro volte, in 20, 11-15). Essa spiega la ragione della sua pena con le parole: «Hanno portato via il mio Signore, e io non so dove l’hanno messo». Non sospetta minimamente che egli potrebbe essere risuscitato; è convinta che abbiano messo in qualche altro posto il corpo del suo Signore; vuole conoscere questo posto per andare a riprendere lei stessa quel corpo inerte: potrà almeno ricordarle colui che ella ha conosciuto.
Parla del suo Signore, come se non appartenesse più che a lei sola. Quel titolo Kyrios, troppo personalizzato, non ha qui la dimensione trascendente che assumerà più avanti. Maria deve essere liberata da un attaccamento ancora troppo sensibile al Gesù terreno, deve abbandonare la sua volontà di possederlo. Questo attaccamento al sensibile impedisce a Maria di riconoscere Gesù risuscitato: le occorrerebbe la fede. Ecco perché, alla domanda degli angeli: «Donna, perché piangi?» (20, 13), Gesù stesso aggiunge: «Chi cerchi?» (20, 15). Con questo invita Maria a prendere coscienza dell’equivoco della sua ricerca e a purificarla nella fede; invece di tormentarsi a proposito del luogo dove pensa abbiano messo il corpo morto del suo Signore, deve cercare il Cristo, il Signore vivente. La sua ricerca deve cessare di essere preoccupazione di trovare il Signore per sé, e trasformarsi in un movimento verso di lui.
Tutti, Maria di Magdala, i discepoli, noi cristiani, i giovani, i ragazzi devono e dobbiamo porci la domanda essenziale: «Dov’è Gesù?». Se cresciamo nella fede come Maria di Magdala e gli apostoli a questa domanda daremo un po’ alla volta una risposta molto diversa: non ha più importanza, come per Maria, di sapere dove hanno messo il suo corpo morto e di cercare questo corpo; si tratta ormai di sapere dove realmente è il Cristo, nella sua vita profonda, nel suo mistero. Colui che i discepoli ormai dovranno cercare, non è più il Gesù terreno quale essi l’hanno conosciuto, non lo devono cercare come Lazzaro risuscitato, come il figlio della vedova di Nain pure risuscitato, ma colui che è «nella casa del Padre», colui che è nell’intimità del Padre. Lo stesso tema è suggerito in 20, 15: Maria non deve più aggrapparsi ai ricordi del passato, cercando il corpo morto del suo Signore. I versetti che seguono diranno come deve orientarsi la sua ricerca: dovrà cercare nella fede colui che, in quello stesso momento, sale verso il Padre suo (20, 17). Allora soltanto, essa saprà dove è realmente il Signore: «Il luogo di Gesù risorto, è il Padre».
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-9)
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Audio della riflessione
Non è vero che la cattiveria vince sempre, che la morte è l’ultima parola, che chi vive da persona onesta debba per sempre soccombere. Non è vero che la nostra vita è una condanna, che alla fine siamo mangiati dal nulla. Non è vero che anche Gesù è passato, come tanti, come tutti coloro che vogliono il bene dell’umanità, No! Lui resta per sempre, Lui ha spuntato le armi della morte. Lui ha vinto tutti gli apparati di guerra, non c’è Pentagono che tenga. Il male è sconfitto.
E noi possiamo vivere di speranza, non abbiamo più paura della morte, noi possiamo credere che Dio non ci abbandonerà mai e ci aprirà le sue braccia. I nostri problemi sono visti e guardati con altro sentimento, quello del non mollare mai, del resistere a tutto il male che ancora ci tormenterà, ma sicuramente non avrà l’ultima parola sulla nostra vita e su quella del mondo.
Ma ora a noi cristiani di oggi non basta dare luce all’intelligenza dei fatti, vogliamo anche capire il senso di tutto questo. Oggi ci dobbiamo fare occhi di Pasqua: avere occhi di Pasqua significa vedere nella morte la vita, nella colpa il perdono, nella divisione l’unità, nelle piaghe la gloria, nell’uomo Dio. Dobbiamo cambiarci gli occhi, non c’è collirio che tenga, non ci sono retine trapiantate da fissare. È un cammino da fare quotidianamente, un percorso come lo hanno fatto gli Apostoli, i due di Emmaus, che si sono visti affiancare Gesù, e che hanno discusso con Lui, che hanno riletto con Lui le scritture, la Parola di Dio, luce indispensabile per un cammino di fede.
In Lui hanno versato tutta la loro amarezza come potremmo fare noi oggi. Che senso ha questa vita? Mi scriveva un giovane: che senso ha mettere quattro crocifissi alle pareti se poi si disprezza la vita degli uomini, dei poveri, dei lavoratori, si ruba e ci si approfitta del debole, si licenzia senza un minimo di garanzia, si imbroglia sui contributi…? Che senso ha, aggiungo io, che Dio ci dia la forza di generare e noi cancelliamo vite quando ci pare e come ci pare? E le facciamo morire insindacabilmente quando non servono più?
Che senso ha che nel pieno della vita un ragazzino di quattordici anni, di cui mi sono occupato tempo fa, stia solo aspettando la morte tra una operazione chirurgica e l’altra tra una chemioterapia e l’altra? Lì ci sono una mamma e un papà, dei fratelli che fanno una cordata d’amore, di coraggio, di dedizione. Solo Dio nella sua bontà infinita sa vedere e calcolare ogni sospiro che diventerà vita piena in Lui.
La risurrezione non è soprattutto un fatto di cui meravigliarsi, perché superiore alle nostre possibilità e alla nostra fantasia, ma diventa il punto di arrivo di tutti noi. C’è un mondo altro che bisogna lentamente creare, in cui in maniera impensata occorre traghettare ogni vita donata da Dio; ebbene il giorno della Risurrezione questa nuova vita ha fatto il suo ingresso nel mondo e ha trascinato con sé tutti gli uomini. Dio non ci aveva creati e buttati a caso nel mondo, ma ci aveva predestinati a questo, perché Lui non ci abbandona mai.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 18,1–19,42)
In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cèdron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato».
Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua.
Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi.
Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna». Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».
Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà. Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare». Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Parascève della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.
Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco.
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé. Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».
Audio della riflessione
È la croce il centro della nostra preghiera di stasera. È un legno incrociato con inchiodato l’uomo Gesù, il Figlio di Dio Gesù, l’uomo qualunque che viene sacrificato dagli egoismi umani, la persona torturata, disprezzata, uccisa per vendetta o per cattiveria pura, come anche in questi giorni la cronaca ci mette davanti. È la consapevolezza del dolore umano che resta sempre un grande mistero, anche se spesso la causa siamo proprio noi e lo sappiamo bene.
Un supplizio mal tollerato da tutti in tutta la storia è al centro della nostra fede: la croce. È la croce su cui sono finiti i tanti martiri del cristianesimo, i nostri santi protettori fin dai tempi antichi, che durante la quaresima abbiamo ricordato, pregato e cercato di imitare.
Muore Gesù: è una morte efferata, è un supplizio assurdo. È l’immagine di tutte le morti atroci, ingiuste, violente; è il bisogno di purificazione delle nostre tragiche condotte, la ricerca di una innocenza che abbiamo perduta.
Lui arranca con quella croce sulle spalle per quelle strade distratte e piene di commerci della vecchia Gerusalemme, tra il fastidio della gente che viene disturbata nelle sue spese per la festa imminente. Tra poco chiudono i negozi, si entra nel grande sabato, occorre far presto, occorre far presto anche a uccidere un uomo innocente, perché sia finalmente chiusa la sua vicenda che ha già avuto troppa sopportazione da parte del potere. E Lui, solo, martoriato, fa il suo cammino, entra nella vita di un contadino ignaro, Simone di Cirene, il Cireneo, che lo aiuta a portare il supplizio, nella compassione di una donna che gli deterge il viso, nel pianto delle mamme che rivivono le tragedie dei figli.
Lo accompagna sua madre e un ragazzo che si era entusiasmato di Lui, della sua forza d’amore, del suo messaggio, Giovanni. Sognava ancora, ma gli stavano spegnendo i sogni nel pianto. Epperò resisteva. Lo vedrà morire, si sentirà donare l’ultimo affetto che il condannato a morte si teneva per affrontare il dolore: sua madre. Figlio: Ecco tua madre.
Signore abbiamo sempre bisogno di guardarti morire, ma dacci tua madre per avere una spalla su cui piangere e attendere la tua risurrezione, è il pegno che mentre muori, Dio non ci abbandona mai
Di questa morte in croce ci restano alcune immagini che il vangelo ci ha ricordato. È un fatto doloroso, crudo, ma altamente significativo. Gesù è appena spirato dopo una lunga agonia su quella croce. È morto per i dolori atroci della flagellazione e della crocifissione, dell’abbandono e della solitudine. La causa fisica ultima della morte di un crocifisso è un soffocamento dovuto alla compressione dei polmoni per l’essere appeso per le mani tenute fisse a un palo coi chiodi. Dice il vangelo che i soldati si meravigliarono che fosse morto così presto.
In genere il colpo di grazia era dato dallo spezzare le gambe ai crocifissi, così che non potessero più rialzarsi puntando sui piedi e riprendere respiro. Visto che Gesù era morto, vollero lo stesso sincerarsi della morte; hanno fatto le cose da professionisti; allora non avevano abitudini meno barbare, non erano in una cella della sedia elettrica con elettrodi e strumenti elettrici, che potessero mostrare il diagramma piatto. Gli hanno dato un colpo netto, magistrale, da intenditori al cuore, per sincerarsi che il motore della vita fosse bloccato e svuotato della linfa necessaria all’esistenza: il sangue. Ne uscì sangue e acqua. L’Eucaristia, diranno i padri della chiesa, e il battesimo
Quel cuore lacerato, svuotato, aperto, sanguinante è diventato il segno del dono fino all’ultima goccia di Gesù per noi uomini e donne. Giustamente allora ne è nata una contemplazione, uno sguardo amorevole e continuato del credente a quel cuore squarciato per avere sempre ben impresso negli occhi questo gesto estremo di amore. Questo è il Sacro cuore. Non si aspetta uno sguardo anatomico, ma una contemplazione di amore che si fa per noi sicura speranza.
In questo cuore squarciato ci sono tutti i drammi umani, la guerra della Russia contro l’Ucraina, i morti annegati nel mediterraneo, tutte le ricerche, talora le sconfitte e le disperazioni, le debolezze e le piccole vittorie, le ansie e i martirii, la tenacia nella debolezza, la progettualità e l’accoglienza del dono. Diventa allora importante riuscire a sagomare la vita del cristiano attorno all’esperienza di questo cuore donato fino alla morte, ma regalato vivo nella risurrezione. A noi far vedere nella vita e nella società l’umanità nuova che il cristiano incarna nel vivere in sé e nel mondo delle sue relazioni questo centro della nostra fede pasquale. Questa è la sorgente e il fondamento da cercare e la speranza da offrire.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 13,1-15)
Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».
Audio della riflessione
Quella sera Gesù viveva un momento molto delicato, decisivo, determinante. La sua missione, la sua passione per il regno di Dio, per un nuovo patto con il popolo, con la gente, con l’umanità era vicina all’apice, alla sua conclusione pure. Il profumo della donna che aveva spezzato un vasetto di alabastro di nardo purissimo per ungergli i piedi, quest’ultimo gesto d’amore fatto per il suo corpo, si era già diradato nell’aria e cominciava a diffondersi l’acre odore di un tradimento; un altro gesto che avrebbe dovuto essere di amicizia, sarebbe stato un bacio d’amore; invece, tentava di fissare la vita di Gesù a una morte efferata e vergognosa.
Sono le nostre vite che spesso oscillano tra bene e male, tra gioie e dolori, tra amore e tradimento. Oggi siamo decisi, domani non ci interessa niente della vita cristiana; ora siamo desiderosi di spiritualità, domani non siamo capaci di opporci a una tentazione della carne. Ma Lui, Gesù è lì e si dona in un simbolo, si dona in pane e vino che diventano il suo corpo e il suo sangue.
Stasera in ogni chiesa si va a rinnovare, più che a ripetere, quei suoi gesti, quel suo grande dono, quella passione per l’umanità. Lo faremo solo lavando i piedi, una chiesa del grembiule come diceva don Tonino Bello; non deve essere solo un gesto, ma la scelta di una vita regolata sui dolori e sulle domande degli altri. E qui siamo chiamati in causa tutti: vescovi, preti, genitori, famiglie, giovani e ragazzi.
Ho desiderato moltissimo mangiare con voi questa cena. Gli anni scorsi ci accontentavamo di focacce, di qualche sorso d’acqua sorgiva, poi ci stendevamo sotto gli ulivi, al chiaro di questa luna piena, ad aspettare l’alba per andare al tempio. Quest’anno no. Ho desiderato mangiare questa Pasqua con voi, la prossima sarà nel regno dei cieli. Sappiate che vi amo con tutto me stesso, voglio di nuovo dirvi che abbiamo, e che avete, un Padre che stravede per voi, che soffre con me come Abramo quando pensava di sacrificare suo figlio; avrebbe voluto essere lui al posto di quel figlio. Così il Padre soffre con me per voi; solo questo linguaggio voi potete capire.
Quante sofferenze ci sono nella vita dell’umanità. Dio si è immerso in questo male perché ne nascesse un amore pulito, una dedizione senza condizioni, nascesse l’affetto tra marito e moglie, tra papà e mamma, tra uomo e donna, tra figli e genitori, tra giovani e vecchi, tra bianche e neri, tra poveri e ricchi, tra fortunati e scalognati, tra buoni e cattivi, tra pentiti e offesi con la morte dei propri cari.
Sto passando in rassegna la varia umanità che abita nelle nostre città e paesi, le famiglie provate da dolore e da povertà, le carceri, dove scontano la pena coloro che nella vita hanno sbagliato e tanto, l’ospedale dove si guarisce, ma si muore anche per malattie non gravi, le strade su cui si lascia la vita in un attimo tragico e irreversibile. In questo tempo non possiamo non pensare ai luoghi di guerra, alle sofferenze delle mamme per i loro figli soldati. Abbiamo ancora negli orecchi le urla di aiuto di chi annega nel mediterraneo e il dolore lancinante dei parenti che s’aspettavano un ricongiungimento e si sono solo buttati sulle loro bare e non di tutti. Su tutti stasera continua a stendersi la presenza straripante di amore di Gesù, la sua tenerezza, il dono del suo corpo e del suo sangue. Su ogni immigrato invochiamo il sangue di Cristo e il dono della sua morte e risurrezione.
Il dolore ci abita, ma assieme vogliamo dare corpo alla speranza, alla solidarietà, sicuri che Dio è sempre e solo Padre e il suo farsi cibo è un dono senza condizioni… il suo patto d’amore intramontabile, la decisione di stare con noi tra una congiura e un tradimento, di dare significato e risposta a tutti i nostri interrogativi, il fascino con cui ci trascina nella sua vita d’amore, è sempre e di nuovo riproposto da Gesù.
In quel tempo, [mentre era a mensa con i suoi discepoli,] Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariòta. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto». Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte. Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire». Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte».
Audio della riflessione
Anche nei cuori più puliti, nelle intenzioni più belle e sincere, nelle amicizie più profonde c’è sempre la presenza di un tarlo che può rovinare tutto: il tradimento. Lo abbiamo provato tutti nell’età dell’adolescenza, quando avevamo trovato un amico, una amica, che speravamo fosse la nostra ancora di salvezza, il nostro punto di confidenza, il superamento della nostra solitudine e poi ci siamo visti le nostre confidenze messe in piazza, i nostri sentimenti buttati in pasto a tutti, soprattutto l’amico, con cui avevamo fatto patti di acciaio, farsi ostile e nemico, con il vantaggio di avere in mano tutti i nostri punti più deboli: traditore.
Gesù passa attraverso questa dolorosissima esperienza, non nei giochi di una adolescenza che per prove e difficoltà si fa più forte nell’affrontare la vita, ma nel pieno della sua missione. È stato tradito: aveva riposto tutte le sue speranze nei dodici, ma aveva sempre avuto grande rispetto della libertà di tutti. Giuda e Pietro sono alla stessa mensa, a quella cena intima che Gesù ha voluto consumare prima degli eventi definitivi della sua missione. Ambedue apostoli, ambedue collaboratori stretti di Gesù, ambedue alle prese con la propria coscienza, le proprie paure, ambedue con un rapporto di amicizia con Gesù. E satana scatena la sua battaglia, si insinua nelle loro vite e ne sfrutta le debolezze. Giuda lo tradisce con un bacio, Pietro con la paura.
Gesù li ha chiamati entrambi, ha voluto far nascere nel loro cuore la sua passione per il Regno di Dio. Giuda era un poco di buono, Gesù accetta la sfida: se vuoi puoi farti affascinare da un amore più grande di quello che provi oggi. Giuda era stato scelto per essere apostolo, chiamato all’intimità con Gesù, a partecipare al suo progetto di mondo nuovo a partecipare al suo amore, alla sua missione. Ma ha scelto di abbandonare e ha creduto che il peccato fosse più grande della misericordia.
Non ha capito che poteva sempre e solo sperare, perché Gesù è la speranza vera di ogni vita. Anche là dove si costruisce la tana dei disperati, c’è sempre uno spiraglio di bontà. La luce della speranza si insinua in ogni fessura e vince.
Pietro è ancora molto frastornato, forse si ritiene ancora forte; il momento decisivo verrà dopo. Ciascuno di noi deve sentirsi chiamato a decidere sempre, a scegliere di nuovo ogni giorno se stare con Gesù o perderlo.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12,1-11)
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Làzzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariòta, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Làzzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Làzzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
Audio della riflessione
È bello ascoltare storie, evocare sentimenti, osservare descrizioni di personaggi, vedersi rispecchiare in figure che ci aiutano a leggere più in profondità le nostre stesse emozioni e a dare voce ai nostri sentimenti. La settimana più decisiva della vita di Gesù ce ne presenta tanti.
Sei giorni prima della grande festa ancora tutto è normale, non è ancora esplosa la cattiveria umana che porterà Gesù in croce, c’è una scena intima di amicizia, dove si mescolano tenerezza e triste presagio. Gesù sente di essere braccato, quell’ingresso trionfale a Gerusalemme ha messo in allarme il sinedrio; non staranno con le mani in mano a farsi cogliere di sorpresa. O adesso o mai più, pensano i sommi sacerdoti. Quel che Gesù ha fatto è troppo. E Gesù si concede un momento di intimità con gli amici. Va a Betania nella casa dell’amico Lazzaro. La casa è piena di tanti amici, ma la scena è occupata da due persone: Maria, la sorella di Lazzaro e Giuda.
Da una parte la tenerezza, un cuore ansioso, pieno di presagi, una sensazione di qualcosa di irreparabile che sta capitando, dall’altra un freddo calcolatore pieno di sicurezza e di disprezzo, frustrato e tentato di tradimento. Maria rompe un vaso di nardo preziosissimo e riempie la sala di profumo. Sono i piedi di Gesù che meritano tanto, ma è tutta la casa che ne viene saturata, la vita di quel gruppo di disperati che viene inondata da un profumo che nei loro ricordi resterà indimenticabile. È un gesto d’amore, è l’ultimo vero gesto d’amore che viene rivolto dall’umanità a Gesù.
La sua vita stava arrivando al termine cruento e violento. Alla sua nascita aveva avuto la cura delicata di sua madre, in quella estrema povertà, ma sicuramente in un abbraccio d’amore, il più bello che possa immaginare l’umanità, l’abbraccio di Maria. La sua vita poi era proseguita, aveva provato tutti i sentimenti umani: l’affetto di coloro che si era scelto, il desiderio di ascoltarlo di molti poveri, la sincera gratitudine dei miracolati, l’odio strisciante dei suoi oppositori. Proverà tra poco il massimo di cattiveria che il cuore umano può esprimere, quando viene strattonato da una cella all’altra del palazzo del potere, nella passione, sul Calvario, lungo le vie della città, con qualche gesto di umana pietà. Ma ce ne sarà tra poco un altro, il bacio di Giuda, quello non sarà amore, ma tradimento.
Quel bacio viene preparato da un conteggio che passa per la mente di Giuda: un profumo sprecato questo unguento, con tutti i poveri che ci sono e che potrebbero avvantaggiarsi del suo valore. Vale ben trecento denari. Il prossimo conteggio lo farà ancora il Sinedrio, quando gli conterà trenta miseri denari come prezzo del tradimento.
La nostra vita si snoda tra un atto di amore e un tradimento, siamo Maria che si vota a Cristo e nello stesso tempo siamo Giuda che calcola. Per Maria e per noi spesso Gesù è tutto, ma purtroppo abbiamo la tragica possibilità di essere anche Giuda, di non capire Gesù, di vendicarci su di Lui con la nostra cattiveria. È la Settimana Santa dobbiamo prendere posizione. O contro Gesù o con Lui. C’è un uomo di Cirene che viene coinvolto all’inizio senza spontaneità, ma poi un po’ alla volta con amore, ci sono i ladri crocifissi con Lui: uno ci sta, l’altro si ribella, c’è il centurione che alla fine crolla nella sua indifferenza e fa il primo atto di fede; c’è Giovanni ai piedi della croce, c’è Maria, ci sono gli apostoli in fuga. Ecco noi dobbiamo prendere questa settimana la nostra posizione. Gesù ci aspetta. Decidiamo di fare Pasqua non nei negozi a comprare regali, ma nella coscienza ad assumere la nostra responsabilità di fronte a Lui.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 11,45-56)
In quel tempo, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto. Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione». Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli. Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».
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Si stringe attorno a Gesù il cerchio della morte. Chi gli sta facendo terra bruciata attorno non è la mafia, non è il terrorismo, non sono i nemici della religione, gli altri, i senza Dio, ma sono proprio quelli che vedono sbriciolarsi le sicurezze di una religione senza cuore, ingessata, a servizio di un potere e di una stabilità politica.
Gesù è un pericoloso concorrente delle ricette di religiosità dei sacerdoti del tempio. Li aveva previsti Dio nella legge data a Mosè per fare da parete tra la debolezza e la miseria del popolo e la infinita sua grandezza, ma senza che i sacerdoti se ne rendessero conto il ponte si era spezzato, era crollato. “Avete abbandonato me, fonti di acqua viva per scavarvi cisterne, screpolate”; a pozzanghere andate a bere, non alla sorgente.
Se vogliamo tenere assieme il nostro culto occorre togliere di mezzo Gesù. È necessario che uno muoia per la salvezza di tutti. Caifa è rappresentante istituzionale del rapporto di alleanza tra Dio e il suo popolo e non perde nel suo peccato il ruolo di profeta, di uomo che ha più orizzonti, che permette di capire il senso della storia.
Ma proprio nel suo freddo calcolo di odio, nella sua decisione politica Dio scrive il senso della storia. In questo verdetto assassino trova compimento il piano di Dio, la decisione trinitaria di amore fino alla fine di Dio per l’uomo. Chi andrà per noi? Eccomi manda me. Dio, mi hai dato un corpo, sia fatta la tua volontà, si concretizzi il tuo piano di salvezza. È il mistero della vita e della storia! Dio scrive diritto sulle righe storte dei nostri tradimenti e contorcimenti. La storia è fatta dagli uomini, ma guidata da Dio.
Da quel giorno decisero di ucciderlo. E Gesù si sottrae. Ritorna in una regione vicina al deserto; in un altro brano si dice che Gesù tornò là dove Giovanni quando era in vita stava a battezzare. Ritorna alle origini della sua vocazione a ricollocarsi con coscienza nella definitiva storia del Regno di Dio.
E la gente cercava Gesù. Verrà egli alla festa? C’è Gesù nelle nostre feste o le abbiamo cambiate in trappole per la nostra comodità. Il Gesù che cerchiamo nella festa è il morto e risorto, è il Signore. Questa Settimana Santa ci deve portare a desiderare Gesù, ma sappiamo che prima di entrare nelle nostre feste è venuto fuori del tempio, fuori della città, fuori dell’accampamento umano. C’è da uscire dalle nostre ingessature se lo vogliamo incontrare.