La fede è sempre uno scandalo

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,1-6)

Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù andava attorno per i villaggi, insegnando.

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Immersi nel nostro mondo in cui tutti si lamentano, si offendono, si vogliono superare a vicenda, ci si mette a discutere senza amore alla verità o solo si vive alla giornata, la fede ha scarso posto. E’ un capitolo riservato a dei “patiti”, così ci vogliono rappresentare quelli che passano per comunicatori.  

Al tempo di Gesù non era molto diversa la situazione, soprattutto quando, dopo aver iniziato il suo cammino di proposta del vangelo, della buona notizia, ritorna al suo paesello. Tra i suoi parenti, nella sua patria e in casa sua è motivo di scandalo. I suoi ammettono facilmente che quello che sta dicendo e facendo Gesù è qualcosa che non si può ridurre ad esperienza puramente umana, che i prodigi da lui compiuti vengono da altrove, che tutto sommato Gesù è una persona positiva, ma che spaventa e scandalizza è che solo in lui Dio possa incontrare l’uomo e l’uomo possa incontrare Dio. Un uomo grida al mondo incredulo che in lui Dio parla e agisce in maniera decisiva e ultima e il mondo non ci crede proprio. L’incarnazione è lo scandalo determinante. La rivelazione di Dio è sentita come un attacco alla mondanità, alla carnalità. L’uomo è provocato a lasciare da parte le sue norme, i suoi modelli di vita, i suoi criteri mondani. La carne, il sangue, la patria, il buon senso non superano lo scandalo della Parola fatta carne.

La fede è superamento di questo scandalo e Gesù orienta tutta la sua vita, la sua parola , i suoi gesti, i suoi miracoli a questo. Il Dio della filosofia è sconfitto, lo spirito assoluto è un vago pensiero filosofico per mettere delle pezze allo scandalo. Dio è libero da tutti gli schemi, si rivela in un pezzo di storia, che è proprio la storia di Gesù di Nazareth. I Nazarethani dovrebbe credere che Dio è quel povero uomo  Gesù che verrà messo a morte in croce!? Gli stessi semplici credenti in Dio, trovano proprio sconveniente doverlo riconoscere nel carpentiere Gesù.

Gesù stesso si meraviglia che ora chi lo vuol uccidere non sono gli erodiani o i farisei, ma proprio quelli della sua casa, del suo parentado.

Nel mistero dei Nazareni che rifiutano Gesù è adombrato il mistero della chiesa stessa che tutta conosce Cristo, che lo maneggia nei sacramenti e che lo tocca, ma che non tutta sa riconoscerlo e lo rifiuta e lo vuol uccidere forse senza accorgersi in nome del buon senso. Quante volte noi rifiutiamo di vedere Cristo nel povero, nella persona sola, ammalata; nel mendicante  o nell’immigrato che sta per annegare e morire di stenti. Siamo come gli abitanti del suo paese e la nostra chiesa deve continuamente uscire da sé e mettersi sulle molteplici strade di Cristo per incontrarlo, per celebrarlo, per amarlo. Tornare all’Incarnazione, non solo a Natale con atmosfere eteree, ma in ogni giorno della nostra vita. Dio s’è fatto concreto di carne e ossa, di parola e di affetto, di amore e di condivisione.

4 Luglio 2021
+Domenico

E’ così importante toccare?

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 53-56)

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C’è una parte delicatissima della nostra esistenza che finisce per diventare determinante tutta la nostra vita: la nostra corporeità. La divisione in corpo e anima di tipo platonico, con un certo disprezzo per il corpo, come prigione dell’anima, non fa più parte della nostra mentalità anche se ogni tanto riaffiorano comode semplificazioni … soprattutto quando si invecchia, quando il nostro corpo perde smalto, si appesantisce in malattie insopportabili, la prestanza fisica viene meno e il declino è irreversibile … se poi siamo ancora in pandemia, noi vecchietti abbiamo già un piede nella fossa.

Sappiamo invece che la corporeità e tutto quello che è legato ad essa, fa parte della globalità della persona e, quindi, va recuperata dal suo interno come un “segno”; soprattutto deve diventare lo spazio personalissimo e originale per vivere veri rapporti con tutti e veri rapporti di amore.

In questo contesto dobbiamo collocare la nostra naturale necessità di vedere, toccare, sentire, gustare, far passare per la porta dei nostri sensi anche l’esperienza spirituale, anche il mondo misterioso della fede, anche le nostre liturgie che non devono interessare solo udito e vista, ma anche tatto, gusto, odorato: tutti i cinque sensi.

Evidentemente viviamo in pandemia e soffriamo molto questa mancanza di contatto fisico, ma quando la gente va a qualche santuario vuole “toccare la statua”, vuol vedere, vuol entrare in contatto concreto con qualcosa … e non ci dobbiamo meravigliare, perché questo accade anche quando i giovani vanno a qualche concerto rock: avere una maglietta, un autografo, una bacchetta del batterista, un braccialetto del cantante, una stretta di mano, un bacio è il massimo per sentirsi “dentro veramente” in una esperienza.

Così era la gente che rincorreva Gesù per le strade della Palestina: tutti volevano sentirlo, vederlo, ascoltarlo, ma soprattutto toccarlo.

Aveva fatto di tutto quella donna che toccò il lembo della sua tunica e restò guarita, così vogliono fare tutti quelli che si sentono imprigionati dalla malattia. Il toccare però è vero se si porta dentro una fede profonda: occorre sempre unire l’anima al corpo per unire la speranza al presente, il desiderio alla realtà.

Infatti Gesù offre la sua salvezza se chi lo accosta lo fa con fede, se sa andare oltre il fatto fisico e lo carica di adesione spirituale alla sua persona, lo fa diventare un segno di una fede profonda, di una consapevolezza di mettere al centro della sua vita Gesù.

La forza che promanava da Gesù era la conferma della certezza che Dio è incontrabile nella vita quotidiana perché Lui è l’Emmanuele, il Dio con noi: basta che noi apriamo l’incontro con Lui all’incontro con le persone, i poveri, i malati, i bisognosi, le sue immagini vere e plastiche … e se è vero, che “chi vede me, vede il Padre mio”, come ha detto Gesù a Filippo, allora siamo immersi sempre nella immensità di Dio, nel suo essere ovunque come spesso sant’Agostino affermava e viveva.

8 Febbraio 2021
+Domenico

Attività, riposo e preghiera per essere sempre almeno umani

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 30-34)

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Ma che vita è la nostra? Sempre indaffarata, con l’assillo dell’agenda, sempre piena di impegni, di cose da fare, con le nostre categorie e i nostri criteri di efficienza, di produzione, di fatturato! Ma che senso ha tutto questo?

E’ forse proprio per dare un senso all’esistenza, un senso che non si trova o che si è perso, per affermarsi, sentirsi qualcuno, magari più importante, che noi ci schiavizziamo nel lavoro, nell’azione senza posa e lo stesso facciamo per chi dipende da noi … forse per questo la pandemia è anche traumatizzante perché interrompe le occupazioni e non sappiamo più come vivere.

Se fosse per noi, porteremmo all’esaurimento tutte le nostre riserve di energia: ci vogliamo stordire nell’attività, non domandarci mai che senso stiamo dando al nostro vivere, al nostro stare in compagnia, in famiglia, in società; c’è da pensare a che senso complessivo diamo al nostro umano vivere assieme agli altri.

Non voglio prendere il sacco sopra, perché il lavoro è importante, la professione esercitata fa parte integrante di ogni vita. Non ci sembra che restare un pò quieti, in silenzio, creare orizzonti di riflessione, di meditazione – io direi anche di preghiera – e su questi far nascere tutte le nostre attività, le varie occupazioni e preoccupazioni; non ci sembra – dicevo – che in esse le cose acquistino un loro vero senso e la nostra esistenza trovi il suo vero significato?!

Ormai credo che sia retorico parlare di ritmi frenetici, ma anche come nella famiglia si riescano a perdere moglie o marito e figli in abissi di incomprensione e di incomunicabilità … però ci possiamo però fare alcune domande: c’è qualcosa di disumano, di superficiale, oserei dire di diabolico, nel ridurre la vita all’agire? Non è forse attività più profonda una sosta contemplativa, religiosa, oggi molti dicono anche “estetica” … l’ascolto, il dialogo?

Che senso ha sempre avuto il sabato nella Bibbia, e per noi la Domenica, se non avere spazi di ricomprensione del nostro essere umani, del nostro lavoro: la domenica non è solo un periodo di tempo di ricupero di forze, di giusto riposo per ritemprare tutto l’insieme della persona, ma anche una finestra aperta sull’eternità, per respirare a pieni polmoni la bellezza e la preziosità non del nostro destino, quasi sia una cappa di piombo che ci salterà addosso, ma della nostra destinazione finale che è sempre tra le braccia di un papà.

E’ per stare con Gesù che ogni cristiano deve trovare uno spazio silenzioso, come Gesù trovava nello stare con il Padre per immergersi nel significato del suo essere dentro nella vita del mondo, mandato da suo Padre, nella sua incarnazione: non si sottraeva ai fratelli che lo aspettavano, ma ne andava sempre a comprendere il segreto … così i nostri momenti di raccoglimento e di preghiera non sono abbandoni di azioni importanti per il prossimo, ma trovare la forza di non dimenticare e abbandonare mai chi ha bisogno e diritto alla nostra compagnia.

6 Febbraio 2021
+Domenico

Adulti … che “rubano” la vita ai giovani

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,14-29)

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Non una volta sola nel percorso di fede e di crescita, di conversione e di testimonianza che ci propone l’anno liturgico, il Vangelo distribuito lungo tutto un anno in cui stendiamo la nostra vita, viviamo i nostri sogni, non una volta sola – dicevo – ci viene presentato san Giovanni Battista: un martire provocato da un ballo, tanto la vita può essere distrutta, misconosciuta e buttata, ma non certo il suo significato, la sua intensità, la sua esemplarità e il suo destino in Dio.

La sua missione di dito puntato verso Gesù l’ha terminata col sangue.

Giovanni Battista era stato severo con se stesso, con la religione del tempio, con chi lo voleva seguire nel deserto … là diceva “Dio non è un bene di consumo; che ne avete fatto? È un vento che spazza via la pula dall’aia delle nostre esistenze superficiali, è una scure che taglia di netto alla radice. La gente è stanca di riti morti, di assolutizzazioni cultuali, di commercio di cose di Dio. Chi ha ingessato il Signore? Chi tenta continuamente di farlo prigioniero?” … e lui faceva rinascere speranza: strappava la gente dal torpore dei “supermercati del sacro”, dal chiasso dei propri affari meschini.

Avete in cuore una profonda sete di Dio, sentite urgere dentro una aspirazione insopprimibile e la spegnete con la droga, con l’ecstasi, con i compromessi? Avete una sete insaziabile di pace e la cercate con armi e tritolo? Sentite desiderio di interiorità e sperate di trovarla nei talk show?

Giovanni non aveva mezze misure: “Avete desideri di affetto pulito e profondo e vi prendete i mariti o le mogli degli altri?”

Poi è venuto Gesù: non credeva ai suoi occhi – il battista – e ha ceduto il passo.

Incrocia la vita di Giovanni, una ragazzina, bella, agile, elegante, armoniosa: vuole sfondare con la sua bellezza e la sua leggiadria; si allena e finalmente arriva la sua grande occasione: non è il solito compleanno con la torta, oggi c’è tutto il governo, i notabili … e danza, se la mangiano tutti con gli occhi.

Erode stravede, i giovani sono sempre sorprendenti, ti incantano, meritano tutto: la metà del mio regno è tua. La ragazza è saggia, i complimenti non le danno alla testa. La sua danza è una sfida con se stessa, non con gli adulti; sa di aver bisogno di tutti per crescere, per decidere e va da sua madre … “Mamma è il momento più bello della mia vita. Ti ricordi quanti allenamenti, quante volte volevo smettere e tu mi hai aiutato? Se non ci fossi stata tu starei ancora a divertirmi con l’orsacchiotto di pelouche. Il re è disposto a darmi la luna. Ho un avvenire sicuro, non sono più in casa sua soltanto perchè vuole bene a te. Ho un  posto anch’io”.

Non si sente più una vita da scarto, come capita a tanti giovani, le si è aperta nella vita una strada … non vuoi che sia questa anche l’aspirazione degli adulti che le vogliono bene, di colei cui tra una coccola e l’altra si confida?

E la madre, l’adulta, il “maturo”, quella che vede bene, che calcola, che è navigata nella vita, che le dice? Purtroppo non sa più sognare e cambia i sogni dei giovani in incubi, dice tutto il suo odio per la vita, e per il futuro dei figli: “la testa di Giovanni Battista”, una sentenza che prima di ammazzare Giovanni, distrugge speranza e uccide l’anima di sua figlia che non ha ancora il coraggio di ribellarsi, è ancora soffocata dall’affetto predatore di sua madre, dell’adulto senza scrupoli.

Occorre sempre avere la vista più lunga dei sentimenti.

5 Febbraio 2021
+Domenico

La carta di identità della Chiesa

Una riflessone sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 7-13)

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Stanno nascendo da sempre in tutto il mondo civile, ma anche ecclesiale, aggregazioni, enti, compagnie … associazioni, gruppi … insieme di amici, cordate … insomma, tutta una serie di persone che si legano tra loro, che si danno uno scopo, una finalità, quasi sempre di interesse pubblico, con degli ideali da proporre, far vivere, esprimere come servizio al bene comune.

Soprattutto in questi tempi di pandemia, in cui non ci si può incontrare di presenza, ma si hanno sempre cose da dire, da proporre, solidarietà da esprimere, tramite i social le persone si aggregano per dire la loro presenza, le loro idee, fare le loro proposte ad altri. L’ultimo caso che mi è capitato … un folto gruppo di frati, in un convento, tutti positivi al tampone, tutti segregati in casa, ma con bisogno di provviste per vivere: sono bastati alcuni appelli in whatsapp che un gruppo di persone ha portato e porterà viveri di prima necessità e cose essenziali per affrontare in severa quarantena il periodo necessario.

A Gesù è capitato la stessa cosa: ha annunciato che ormai era finita l’attesa del regno di Dio … “Basta aspettare, è ora di cambiare testa, di convertirsi e affidarsi a questa buona novella, a questo Vangelo e viverlo in pienezza”.

Gesù ha formato una squadra, gli apostoli, e ha inviato altri, i discepoli, a due a due a proporre la bellezza del regno di Dio: ha dato a loro una sorta di carta di identità che diventerà la “magna charta” della Chiesa, se vuole mantenersi fedele al suo mandato.

Tutte queste persone: apostoli, discepoli … la gente che segue Cristo, saranno presto chiamati cristiani, continueranno la missione data da Gesù … ecco allora le qualità della vita da proporre e mantenere: dovranno “stare con Gesù”, il che non vuol dire stare fermi o tranquilli, ma vivere poveri, come lui ha vissuto, testimoniare con la propria vita, condividere con Lui amore al Padre, passare dal Calvario ciascuno portando la sua croce, non portarsi dietro niente con sé neanche il pane, perché il pane è Lui, e sulla barca della nostra vita Gesù c’è sempre, il centro è Gesù, il riferimento è sempre a Lui.

Siamo … quindi un po’ tutti come Abramo, dobbiamo abbandonare le nostre comodità, verso la terra che Dio ha promesso: dobbiamo contare solo sulla fedeltà e sulla potenza di Dio, non sui mezzi umani.

La povertà è sacramento, cioè segno efficace della fede in Dio: è qualcosa che si vede bene, che tutti possono sperimentare: è segno concreto della fede … senza povertà non c’è fede, se non a parole!

I cristiani devono condurre una vita come quella di Gesù, tutta trasparenza del messaggio di fede di Dio: per la Chiesa sarà povertà materiale ed effettiva, una povertà di spirito che la privi di ogni potere e di ogni dominio, di ogni sapienza e persuasività mondana; insomma … ha un ben altro modo di proporsi che non la coercizione, l’accalappiamento, ancor meno l’inganno e la menzogna!

Solo così la Chiesa è sacramento di salvezza, testimonia la sua fede in Dio, è solidale con i poveri, può protestare e lottare con loro! Solo così il suo messaggio è credibile e potrà sperimentare la beatitudine che Dio ha promesso ai poveri, agli afflitti, ai miti, agli affamati, agli assetati e perseguitati di giustizia, ai misericordiosi, ai semplici, ai pacificatori.

4 Febbraio 2021
+Domenico

La fede non ha bisogno di cose meravigliose per cambiare la vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 1-6)

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Il nostro rapporto con il Signore è sempre qualcosa che ci stupisce: noi ci facciamo una idea di Dio, della religione, della vita cristiana … che purtroppo ha sempre bisogno di qualcosa di straordinario, di sorprendente, di diverso da quello che siamo noi e la nostra ricerca non riesce mai a trovare colui che cerchiamo.

Lo è stato anche e soprattutto per i compaesani di Gesù, i quali anziché “avvantaggiarsi” di avere Gesù tra le proprie case, le proprie amicizie, i propri lavori, nella stessa sinagoga dove vanno a pregare ogni sabato … si “scandalizzano”, cioè diventa per loro un inciampo insormontabile: evidentemente non possono non credere che Gesù ha delle qualità “particolari”, hanno sentito e forse anche visto quello che Gesù sta facendo in giro nei paesi vicini sulle rive del lago, presso il quale molti di loro vanno a lavorare e a commerciare, ma per loro l’inciampo più grosso e insormontabile è che il messia che stanno aspettando, la parola decisiva della loro fede, l’azione liberatrice di Dio dell’umanità decaduta nel peccato – questo in sinagoga l’avevano sentito e imparato da sempre – che questa persona, che questo messia sia proprio quel Gesù che tutti conoscono, il loro compagno di scuola, di apprendistato per diventare falegname.

E’ lo scandalo della parola fatta carne, cioè della rivelazione di Dio in un pezzo di storia umile e simile a quella di loro tutti: Dio incontra l’uomo solo in Lui e l’uomo incontra Dio attraverso e in questo giovanotto, bravo, ma sempre uno di noi.

Un uomo rivela e grida al mondo incredulo che in lui Dio parla e agisce in maniera decisiva per sempre e per tutta l’umanità … ma perché proprio lui? perché un giudeo, perché proprio una persona normale, che si può toccare, e, vedremo più avanti nella vita di questo nazzareno, che si può addirittura ammazzare crocifiggendolo!?

Non è stata una passeggiata per il figlio di Dio, l’aver condiviso la nostra umanità: comprendiamo ancora di più come senza la croce sarebbe stata davvero un’altra incarnazione.

Credo che ci rendiamo conto della sfida che nostro Signore, Dio Padre e creatore, lancia a tutta l’umanità, a noi stessi, a tutte le intelligenze e le persone che vivevano, vivono e vivranno su questa terra: questo giovanotto è la parola ultima e definitiva di Dio all’umanità!

Noi siamo chiamati a mettere da parte i nostri criteri, i nostri standard mondiali: la carne, il sangue, la patria, il buon senso, l’intelligenza non superano lo scandalo della parola fatta carne.

Il nostro Natale salta: tutta la nostra fede cristiana passa da qui!

Dio si rivela in questo brano di storia. E noi siamo felici di avere un compagno di strada, di vita, di dolore e di gioia, di difficoltà e di pace, in Gesù … ed essere cristiani è una gioia immensa: è la vera felicità.

Sempre per la concretezza della nostra umanità credente … oggi è la festa di san Biagio cui raccomandiamo sempre oltre che l’imitazione di questo santo vescovo, il benessere della nostra gola, delle vie respiratorie.

3 Marzo 2021
+Domenico

La pandemia non è un destino, ma una prova

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc6, 50-51) dal Vangelo del giorno (Mc6, 45-52)

Ma egli subito parlò loro e disse: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». E salì sulla barca con loro e il vento cessò.

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Perseguitati dai fantasmi, presi dentro vicende che hanno dell’impossibile, sfortunati da ogni punto di vista, spesso col cuore sospeso perché ci sembra di dover rispondere a forze più grandi di noi … in questi tempi di pandemia soprattutto ci sentiamo anche impotenti di fronte a un contagio che dipende anche da noi, ma che ha la sua penetrazione spesso nemmeno tracciabile.

Ci siamo dentro tutti, sperimentiamo che la vita non è proprio nelle nostre mani, anche se possiamo almeno difenderci, perché neanche la pandemia è un destino: ci sembrava d’aver trovato un equilibrio e ci capita una disgrazia e ci riporta alla nostra debolezza.

I discepoli di Gesù si trovano proprio nel pieno della bufera anche metereologica, oltre che spirituale: sono sballottati dal vento e dalle onde di un lago quasi sempre calmo, ma tragico nei suoi colpi di testa.

Hanno bisogno di Gesù, si mettono a gridare, ma lo ritengono un fantasma. Si ritengono perseguitati dalla mala sorte … e Lui “coraggio sono io, non ci sono fantasmi nella vita, c’è sempre e solo la cattiveria degli uomini che ha sconquassato il creato e la bontà di Dio che vi salva. Io sono qui per darvi la gioia di una compagnia, per farvi nascere dall’interno la disponibilità allo Spirito” … e salì sulla barca con loro.

Gesù sale sulla barca della nostra vita, non ci lascia soli con i fantasmi delle nostre paure e la debolezza dei nostri cuori smarriti: la sua è una compagnia da sempre progettata, dall’Incarnazione realizzata e non sarà mai più ritratta.

Oggi è presente con lo Spirito Santo, la forza quotidiana della vita e della fede. Verrà ancora una volta alla fine dei tempi proprio perché abbiamo la sicurezza di un appuntamento non con la fatalità o l’ineluttabilità degli eventi o la lenta distruzione del mondo, ma con la sua pienezza in cui tutti potremo vivere.

Stiamo vivendo ancora questa attesa?
Siamo sempre sentinelle anche dopo il Natale o becchini di un cimitero?

La nostra vita è più grande della pandemia: ci dobbiamo sempre difendere, apriamo la nostra cura a tutto il mondo, non lasciamo indietro nessuno, perché se ne esce solo assieme.

Anche con i vaccini o facciamo in modo che li abbiano tutti, anche i paesi poveri oppure ci troveremo ancora inguaiati proprio perché ci riteniamo privilegiati e potenti.

E’ forse la nostra poca fede che non ci permette di avere la lucidità di una speranza certa, di superare le tentazioni dell’abbandono e della sfiducia, dell’egoismo e del si salvi chi può.

Dalle nostre vite salgono grida, purtroppo spesso sono di rabbia e di disperazione, debbono invece sempre essere di invocazione: Dio ci ascolta!

Se la terra è spaesata, se ci mancano riferimenti validi e solidi, se ci disperdiamo nelle nebbie del nostro relativismo, noi abbiamo la certezza che il cielo però non è mai vuoto.

9 Gennaio 2021
+Domenico

Dalla compassione al farsi carico della gente

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 34-44)

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Capita a tutti di essere messi a confronto con situazioni che ti provocano compassione: non è un vago sentimento o una impressione momentanea, ma quello che vedi o che provi … ti provoca dentro, il contatto che hai con le persone non ti lascia solo di loro una fredda fotografia, ma la loro situazione ti va subito oltre la pura curiosità, ti va al cuore – gli ebrei dicevano “alle viscere” – provocando  un moto di partecipazione concreta, almeno una domanda: e io che ci posso fare?

Gesù si trova su una barca e sta parlando alla gente che lo segue a riva e lo vuol ascoltare, si accosta a terra: conosce quel che c’è nel cuore di queste persone e capisce subito che il loro bisogno di ridare senso alla loro umanità, alla percezione di speranza che stanno sperimentando nell’ascoltarlo, esige che lui se ne faccia carico.

Il Tempio era un luogo da frequentare a ore, in certe giornate, ma la loro vita era tutta fuori nel mondo delle loro relazioni, nella famiglia, nel lavoro, nelle loro case e piazze … e Gesù fa passare subito questa loro voglia di ascoltarlo in una domanda profonda: sa di dover scavare fino in fondo nell’esistenza di ciascuno di loro.

I suoi apostoli non sono ancora abituati alla missione di Gesù, però sono attenti alla situazione fisica in cui si trova la gente e la esprimono a Gesù con preoccupazione, non sicuramente per farsene carico, ma per “sbolognarli” -diremmo noi- con la scelta “che ciascuno si arrangi”.

Gesù immediatamente risponde, invece, a questa fame concreta, che le parole sue riescono un poco a far dimenticare, ma non a togliere chiedendo: “quanti pani avete? fa un po’ un giro tra la gente e vedete se si sono portati qualcosa.”

Solo cinque pani e due pesci: un resoconto che gli apostoli mettono ben in evidenza per provocare Gesù … e Gesù fa sedere la gente e compie il miracolo della moltiplicazione dei pani.

Non sono ancora la risposta alla compassione che prova per questa gente, ma il regno di Dio, che Lui vuol portare, avrà bisogno di questo segno, del suo segno di donare la sua vita, farsi pane e diventare nostro complemento: “E’ gente che sicuramente ha un’altra fame più profonda di questa, e io devo dare loro un cibo soprattutto per quest’altra.”

La sua risposta già comincia ad essere anche per lo spirito, infatti non “ciascuno s’arrangi” ma “mettiamoci e mettiamoli assieme”, perché il regno di Dio non sarà la somma di soddisfazioni private della propria fame, ma la condivisione della stessa fame e della stessa ricerca di sfamarsi.

In maniera esplicita ed evidente, anche gli apostoli sono aiutati a leggere in profondità quell’altra fame dello spirito che ogni uomo ha e di cui si dovranno soprattutto preoccupare nella loro missione.

Questi apostoli, sono in pratica la nostra immagine: concreti, sbrigativi, ma superficiali: pensano che tutto si risolva a sfamarli di cibo e non solo dicono “ognuno s’arrangi”, ma dopo la proposta di Gesù e la miracolosa moltiplicazione credono che il discorso sia finito, che la compassione di Gesù possa ritirarsi, anzi cominciano a dirsi la “fortuna” di avere un maestro che ti risolve anche il problema del vitto, così che cresce il loro potere presso la gente.

Ma Gesù non concede il  minimo spazio alla illusione della gente e dei suoi stessi apostoli e li invita – a tagliare la corda, diremmo noi – a prendere subito la barca e portarsi lontano da queste tentazioni: la gente voleva farlo re … e noi oggi come possiamo cambiare la nostra compassione e portarla a compimento indicando la strada della salvezza?

Incontriamo tante persone che ci sembrano proprio senza guida, senza indicazioni di vita, accontentati al ribasso, seduti, addirittura ingannati … abbiamo la pazienza di aiutare a nutrire un’altra sete, proprio perché il nostro mondo gli toglie gli stessi valori.

Penso alla vita, dal concepimento alla fine naturale, a un amore casto, a una solidarietà  senza tornaconto, a coinvolgimento non da dilettanti, ma di gente che è disposta a tutto pur di far risuonare nella vita delle nostre comunità la gioia del Vangelo.

Compassione non sarà mai “poverino …” ma condivisione massima con chi troviamo in difficoltà, comunicazione della nostra esperienza di Gesù e assieme andare verso Lui.

8 Gennaio 2021
+Domenico

Si può stare intrappolati anche dentro noi stessi

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,17-29)

Audio della riflessione

Nella vita spesso occorre fare i conti con le infinite nostre indecisioni: scopriamo il bene, ne restiamo affascinati, lo vogliamo compiere, ci entusiasma la visione positiva che ci è nata in cuore, ma non ci decidiamo mai.

C’è sempre qualcosa che ci blocca: ora un sentimento, altre volte un legame affettivo, spesso la paura di un confronto con  gli altri … si tratta di fare i conti con se stessi e con la nostra convinzione: si vuol fare, ma la decisione è coperta da tanti se e da tanti ma.

Erode ha una vicenda matrimoniale fallita in partenza … si crede onnipotente e si prende la moglie del fratello; il fatto crea grande scandalo nella gente: “Se i nostri governanti si comportano così, che legge stanno difendendo? Che esempio possono essere? “

La coscienza del popolo è precisa e la coscienza di Erode è scossa … ascolta volentieri le parole di Giovanni Battista: lui è sincero, dice quel che pensa, la sua parola viene da lontano, evoca dialoghi profondi con Dio; la sua vita austera lo porta a dire sempre l’essenziale, non è implicato con niente e con nessuno; la sua voce è pulita, la sua testimonianza parla.

E’ un uomo che ascolti volentieri, perché, anche se non lo condividi, fa verità nella tua esistenza, e quando sei nel disordine, la verità è l’unico spiraglio di pace che si apre per la tua coscienza.

Erode ascolta volentieri Giovanni: “Vienimi spesso a trovare, tu mi disorienti, mi destabilizzi, ma la tua parola mi sveglia, mi fa sentire vivo.”

Poi intervengono tutti i lacci della vita, la comodità, il tran tran dei rapporti, i sensi che per qualche momento di ubriacatura ti addormentano l’esistenza … e sei vittima degli intrighi, preferisci stare dalla parte del dato di fatto. Come puoi rivoluzionare a questo punto la vita?

Giovanni però è tutto di un pezzo … forse spera di convertire, l’ascolto attento di Erode potrebbe avverare un cambiamento: gli basta poco per un colpo di reni nella sua coscienza … l’animo è sensibile, un po’ di orgoglio onesto ce l’ha dentro.

E arriva la famosa festa, il famoso ballo, il malefico intrigo di Erodiade; lui, Erode, è un entusiasta, in mezzo a tutti questi accomodamenti della vita di corte, nelle pastoie di un potere che sempre più lo ingabbia, si accende una luce, una estasi: la figlia balla troppo bene, sono troppo belli questi ritmi, questa innocenza, questa leggiadria.

Erode si sveglia, quel che di bello in lui c’è di sogno e di ribellione alla routine ha il sopravvento: “vali metà del mio regno, del mio presente, di quello che credo di avere. Te lo do perché lo meriti: mi hai risvegliato orgoglio assopito e addomesticato, finalmente vedo nella mia famiglia un guizzo di novità. Metà del mio regno.”

E invece gli viene chiesta la voce della sua coscienza: il male è più tenace del bene nelle vita perdute, il guizzo di gioia che per un attimo lo aveva portato al meglio di sé si spegne e si frantuma, la piccola speranza di poter cambiare, di scrollare di dosso il giogo di una coscienza continuamente addormentata, la sete di verità sulla vita gli viene spenta.

La testa di Giovanni il Battista è la sua testa, è la testa del suo sogno di pulizia, di bontà desiderata, della sua nostalgia di una vita diversa, è la decisione che gli è sempre mancata di cambiare.

Divenne triste, ma … «non volle opporle rifiuto».

Che ti costava Erode dare un taglio netto alla tua vita sbagliata?

Che mi costa buttarmi senza riserve in quella fessura di luce che mi si è aperta nella vita?

Perché sono sempre capace di sotterrare ogni speranza di cambiamento, di negare ogni voglia di bene? 

Non voglio più essere anche io una trappola di me stesso, come lo è stato Erode.

29 Agosto 2020
+Domenico