Il Regno di Dio non sta nell’audience, nei soldi, nei followers

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 31-35)

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La nostra società è tentata sempre di cose grandi e di sentimenti forti: una grande riunione di massa, uno stadio pieno, una vittoria al mondiale, un dramma coinvolgente, sentimenti violenti e inaspettati, successi chiari e senza dubbi … siamo stati un po calmati dalla pandemia ma queste sono le tentazioni che abbiamo sempre.

Invece la nostra vita quotidiana si svolge tra una sequenza che ci sembra interminabile di ore normali, di gesti semplici ripetuti fino alla noia, di abitudini, di andate e ritorni, di levate mattutine troppo presto e di rientri notturni: ogni giorno occorre preparare il pranzo, rigovernare la casa, aprire e chiudere il cantiere, sistemare il negozio, far uscire e rientrare l’automobile, addestramento, rapporto, uscita, stesura di moduli, domande, code agli uffici … per fortuna che tante cose le facciamo senza pensarci altrimenti ci assalirebbe una noia mortale.

Ma è tutta qui la nostra vita?

Gesù dice che il regno dei cieli, il meglio della vita, il suo segreto, la sua grandezza, sta in un piccolo seme, gettato in un campo: è qualcosa che nessuno nota, che spunta indifeso, che rischia di essere calpestato da tutti, ma che ha in se una forza e una destinazione incoercibile. Diventa albero contro tutte le apparenze.

Il regno dei cieli è come un pizzico di lievito, qualcosa di invisibile, ma che movimenta tutta la pasta, il pane si raddoppia, la torta ancora di più.

Nella nostra realtà quotidiana Gesù ha messo tutta la forza per farla diventare la nostra felicità: occorre guardarci dentro, non lasciarci trarre in inganno dalle cose grandi, chiassose, forti e violente.

Dio agisce nella storia quotidiana, nasconde nei nostri passi giornalieri la sua forza e costruisce il mondo con la nostra povera, piccola, tenue, debole vita.

E’ interessante vedere come da piccoli paesi, da borgate disperse sulla montagna senza orizzonte o nelle pianure senza confini, nascono persone che cambiano il mondo, uomini e donne che lievitano la realtà e la portano a pienezza.

Dietro questi personaggi, ci sono stati una mamma, un papà, un prete, un insegnante, un nonno, una zia, che hanno amato nel silenzio, hanno voluto bene, si sono sacrificati, hanno scritto nella vita quotidiana un amore, tenace e pieno: non hanno bisogno di apparire, basta loro essere se stessi.

Dio mette in ogni persona un piccolo seme, un poco di lievito.

Non siamo stati fatti in  serie: per ciascuno Dio ha messo a disposizione la sua vita, il suo amore, la sua forza, ci ha messo il suo sangue fino all’ultima goccia; non teme piccolezze da seme, ma piccinerie di vedute; non teme invisibilità da lievito, ma mediocrità di vita.

Ecco, la speranza del mondo di Dio sta nella semplicità di una decisione, che è quel piccolo seme che si porta dentro la forza incoercibile di Dio, e Dio non si spaventa del nostro scomparire come il lievito, basta che non sia indifferenza, ma dono totale di se.

27 Luglio 2020
+Domenico

Si può ancora provare entusiasmo per la fede?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 44-52)

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Il miraggio di un colpo di fortuna, dell’affare straordinario, colpisce sicuramente tutti una volta o l’altra nella vita: è capitato forse anche a noi di fare il turista sprovveduto che nelle aree di servizio dell’autostrada si fa rifilare un mattone ben confezionato dopo che gli hanno presentato in tutti i particolari una cinepresa o videocamera a prezzi stracciati … oppure è l’agricoltore che viene abbindolato a impegnare tutti i suoi soldi sul valore straordinario di un francobollo o di un quadro falsificato alla perfezione.

Insomma, fa parte della nostra vita, è scritta nel suo DNA l’attrazione irresistibile verso qualcosa o qualcuno che si intuisce fonte di gioia, capace di appagare desideri e di liberare felicità.

È l’esperienza cui si rifà Gesù per spiegare il fascino del regno di Dio e i dinamismi che questo deve scatenare nella nostra esistenza: un uomo ha trovato, in un campo che non è suo, un tesoro e un mercante è riuscito a mettere gli occhi su una perla di inestimabile valore … Non stanno più fermi, non si danno pace finché non possono mettere le mani su tesoro e perla: hanno una gioia nel cuore, una attrazione fatale – mi viene da dire – che riempie la loro vita; vendono tutto con la caratteristica dell’urgenza e dell’immediatezza, si distaccano da quello che prima era la loro comoda tranquillità, routine, abitudine, spesso noia di un’attesa adattata, rischiano il tutto per tutto e comperano campo e perla.

Sono stanchi di stare ad aspettare, a pensare che solo con un lavoro quotidiano riescono a dare una svolta alla loro vita. Tanti altri loro amici vivono una vita senza slanci e senza grandi soddisfazioni e sono sempre allo stesso punto.

Noi vogliamo dare una svolta a questa esistenza perché ci sentiamo in corpo che abbiamo energie e sogni: abbiamo forze e desiderio di realizzarli.

Il solito sognatore tu – gli avrà detto la moglie, o il marito se era una donna – ti lasci sempre prendere dalla novità. Ma sta un po’ tranquillo! Che cosa vuoi di più dalla vita? Accontentiamoci. Non siamo nemmeno mediocri.

Magari ha pure detto: che vai a fare in Chiesa o in parrocchia? Sta qui con me e con i tuoi figli e datti una calmata. La vita una calmata ce la dà sempre da sola. Di là però c’è il tesoro e là ci va ormai il cuore.

Questo è il regno di Dio: è aver scoperto la pienezza della vita, provare gioia e non badare a spese per raggiungerla. Trovano, vanno, sono pieni di gioia, vendono e comprano.

E Se Dio ci facesse questo regalo di entusiasmarci di Lui, almeno qualche volta?

Sono i verbi della vita di Gesù: è afferrato dalla bellezza del Regno del Padre, pianta tutto e parte: ci sarà la croce, ma la gioia dell’abbraccio del Padre, del suo disegno di amore sconfinato è più grande.

Noi, i cristiani, non siamo gente che sta a penare perché deve vendere e lasciare, ma persone entusiaste, che non stanno nella pelle perché si sono lasciati affascinare da Gesù: la radicalità del distacco da tutto il superficiale è solo il risvolto della appartenenza gioiosa a Gesù.

26 Luglio 2020
+Domenico

Anche il regno di Gesù ha suoi ministri, soprattutto per annunciare e servire

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 20, 17-28)

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E’ molto interessante vedere nelle varie campagne elettorali la corsa ai seggi, a vincere le elezioni: è giusto, è necessario avere chi governa, chi si mette a fare leggi, a interpretare le necessità della gente, a dare sicurezza alla vita pubblica, e costruire uno stato di diritto contro le sopraffazioni, spendersi per il bene comune, affrontare con coraggio tutto quello che occorre per far convergere le energie delle persone al bene di tutti, ma forse la nostra vita pubblica ci dà anche tanti esempi di una politica non tanto disinteressata, di corsa al potere senza ideali se non quelli del proprio tornaconto, dell’affermazione di una ideologia indipendentemente dai veri problemi delle persone.

La stessa cosa può capitare anche nella Chiesa, nella stessa parrocchia: la corsa ai posti di prestigio, ad esposizione continua per primeggiare è di tutte le strutture …

E così si stava comportando anche il gruppetto degli apostoli che da alcuni anni seguivano con continuità Gesù Cristo: ha parlato di regno, di nuovo mondo, di una società in cui avrà il sopravvento la bontà, i discepoli si sono scaldati il cuore, ma è cresciuto anche l’interesse a occupare qualche sedia in questo famoso regno di Dio.

E’ meglio portarsi avanti – pensa la mamma dei figli di Zebedeo, cioè di Giacomo e Giovanni – se non ci penso io al futuro di questi figli, loro se ne stanno lì buoni buoni a far niente, tanto ci sono sempre io che li mantengo. Questi miei figli ti stanno dietro dall’inizio, gli vorrai trovare un posto buono, garantito, sicuro, di livello?  

Gesù avrà sorriso per questo intervento materno per il futuro dei figli,  che anche oggi fanno molte mamme per i loro, la risposta però è deludente per le mire di questa povera mamma: “Sì ci sono due posti molto importanti, molto in evidenza, ma accanto alla croce.”

Il Regno di Dio è fatto diversamente: il più grande è servo di tutti, il più importante si deve fare schiavo degli altri. Il papa ha come titolo “servo dei servi”.

Le parole si possono sprecare, ma il Vangelo è chiaro: seguire Cristo vuol dire farsi servo come lui, dichiararsi disponibile agli altri come Lui, caricarsi di sofferenze non nostre, non meritate, per alleviare quelle degli altri come ha fatto Lui: solo così possiamo sperare in un mondo diverso, possiamo offrire speranza a tutti.  

E Giacomo, che era proprio uno dei figli raccomandati, ha capito subito la lezione se lo vediamo nei primi anni dalla morte di Cristo portarsi fino agli estremi confini della terra, che allora voleva dire passare lo stretto di Gibilterra, approdare in Spagna forse anche dall’oceano, annunciare il Vangelo senza sosta, ritornare a Gerusalemme, fare il vescovo della prima comunità cristiana che si consolidava in città, rendere la sua testimonianza con il sangue, perché vi venne ammazzato.

La sua tomba a Compostela sarà punto di riferimento di tutta Europa per molti anni ed anche ora il percorso di Santiago è frequentatissimo e dà unità di cultura, storia e fede alla stessa Europa. 

25 Luglio 2020
+Domenico

La parola seminata in abbondanza deve trovare accoglienza esagerata

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 18-23)

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La parola di Dio viene spalmata a piene mani su ogni terreno, e arriva anche su un terreno fecondo, ma pure in esso possiamo porci in ascolto in vari modi per viverla.

Quando ascoltiamo la parola, la Parola di Dio, in parte la sentiamo e non la intendiamo, i pensieri soliti ci rendono impenetrabili all’ascolto: in parte la sentiamo e la accogliamo con gioia, ma le pressioni interne e esterne, impediscono che si radichi e cresca; in parte la lasciamo anche radicare e crescere, ma poi resta soffocata dalle preoccupazioni, dall’inganno della ricchezza, che come rovi, sempre ci seppelliscono; in parte però siamo anche terra bella, che produce frutto.

Ci riconosciamo in questi vari terreni? Vediamo le ovvietà che rendono impenetrabili all’ascolto, le paure che fanno diventare il cuore di pietra, gli egoismi che soffocano l’amore alla verità, intuita, ma non più cercata?

Ma Gesù, nonostante le difficoltà che si incontrano, afferma la certezza del risultato: la sua Parola è sorprendente per i frutti che sa portare, entra nello spessore del male del nostro cuore per convertirci e guarirci.

Il frutto è sempre dono di Dio: è lui stesso che si dona, Lui è il seme e noi il suo campo.

Siamo chiamati a riconoscere le nostre resistenze, e chiediamo a lui di ottenere libertà da esse e così essere in grado di accogliere quello che Lui ci vuol dare: dovremo mettere in conto che occorre superare il buon senso, che spesso ci adatta al ribasso e impoverisce ogni progettualità impegnata e libera, riuscire anche a dare un nome alle nostre paure nascoste, le riserve che abbiamo sempre rispetto a un mondo, quello di Dio, di cui bisogna fidarsi e a cui affidarsi.

Se prevale la mondanità, il ridurre tutto al “politicamente corretto” ci toglie ogni minimo slancio di entusiasmo.

La Parola di Dio è come una spada a doppio taglio che penetra nel nostro esistere e divide il bene dal male: è potente, non può tornare a Dio senza aver operato ciò per cui è stata mandata, è già potente e operante in se stessa! E’ un segno di grande amicizia, perché Dio ha deciso da sempre di parlare agli uomini come ad amici.

Non è frutto delle nostre pensate, ma un dialogo che ci dona Lui stesso: Dio non butta mai parole a caso, ma ciascuna è tenerezza e potenza sua, e noi siamo continuamente invasi, attorniati, scaldati, vivificati, rinforzati, fatti crescere, santificati, salvati dalla sua Parola, perché la sua Parola è soprattutto Gesù.

24 Luglio 2020
+Domenico

Famiglia, consanguineità nuova del Regno di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 12, 46-50)

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C’è una esigenza di esprimere la vita di famiglia di Gesù, quando sua madre e i suoi parenti vengono per parlargli mentre sta predicando alla folla come ogni giorno faceva: è una sorta di rimpatriata forse … sicuramente Gesù, come sempre vuol scavare dentro questa esperienza nobilissima di affetto familiare uno spazio, una tensione per il regno dei cieli: colloca dentro la buona rete di rapporti di famiglia i nuovi rapporti che ognuno deve avere con Cristo e col Padre.

Non è una risposta – come tanti pensano – piuttosto seccata per un disturbo, ma una prospettiva che Gesù apre dentro gli affetti familiari, oltre che una attestazione che sua madre soprattutto e i suoi familiari già vivono in profondità il fare la volontà di Dio.

All’interno delle relazioni umane si instaura una nuova parentela spirituale che congiunge con Cristo e col Padre ed è la consonanza con la volontà di Dio: siamo insomma consanguinei di Gesù, non perché c’è una parentela del sangue che ci unisce, ma una consanguineità della fede, della passione per il Regno, della ricerca e attuazione dei progetti di Dio.

Diventa allora ancora più chiaro quell’invito, che sembrava mettere in crisi o non apprezzare gli affetti famigliari in cui Gesù diceva “chi ama il Padre e la madre più di me non è degno di me”: proprio entro questa consanguineità nella realizzazione del regno di Dio si esaltano tutti gli affetti, che si fanno più profondi e rivelano esplicitamente una loro dimensione più intima di dialogo con Dio.

Quella famiglia che è la Trinità si inscrive nelle relazioni di amore familiari, che ne vengono ancora di più illuminate ed esaltate: “Chi sono mia madre e i miei fratelli? Sono quelli che fanno la volontà di Dio”.

In questi tempi di sguardo troppo sprezzante nei riguardi dei rapporti familiari e della stessa vita di famiglia, sempre bistrattata dalla politica, sicuramente sempre rimandata, perché ci sono continuamente emergenze più urgenti cui provvedere, riconquistare una nobiltà di relazioni familiari che aprono al progetto di Dio sull’umanità è un dovere di ogni cristiano e un contributo da cristiani alla società: la famiglia è cellula fondamentale anche del Regno di Dio oltre che della società.

E noi vogliamo vivere questa esperienza della famiglia sempre con grande libertà, con grande serenità … la vogliamo però aprire sempre ad accogliere dentro la famiglia di Dio: la Trinità dentro la nostra famiglia ci sta molto bene, perché è un amore profondo tra Padre, Figlio e Spirito, è un amore che cementa, e non abbiamo bisogno noi di avere un amore grande che ci cementa tutti, pur dentro le nostre diverse individualità?

21 Luglio 2020
+Domenico

La fede non gioco di domande e risposte, ma abbandono fiducioso

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 12, 38-42)

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Avere sempre una buona mentalità critica, un poco più di razionalità, una buona dose di libertà di fronte a tutte le news che ci invadono non guasta: oggi siamo sommersi da fake news, da politici che ostentano grandi favori popolari, quindi secondo loro sono in grado di  interpretare la gente, ma poi vieni a sapere che  pagano persone che producono quantità impressionanti di like, di appoggio, di sondaggi pagati a caro prezzo … e noi si abbocca. 

Nella fede potrebbe essere pure così? Non lo erano i contemporanei di Gesù che continuavano a tormentare Gesù di domande, perché la posta in gioco era alta: Lui diceva di essere Figlio di Dio, compiva anche gesti straordinari, metteva a disposizione dei segni o miracoli, che però non avevano il compito di indebolire la ragione critica della gente, ma erano un premio a un atto di fede maturato nella persona.

Così è – per esempio – del centurione che si affida a Gesù per il suo servo malato e gli crede sulla parola quando Gesù gli dice che il servo è guarito, così sono i lebbrosi che obbediscono a Gesù di andare dai sacerdoti a verificare la guarigione dalla lebbra, così dei suoi apostoli, che non sono mai stai forzati a credere, anzi delusi della sua morte erano andati in profonda crisi fino alla notte del giorno dopo il sabato.  

Nel brano di Matteo gli dicono “vogliamo vedere un segno da parte tua”, un segno divino e inequivocabile, che costringa a credere. 

Dio non lo farà mai, non costringe nessuno a credere: la fede è sempre un dono che la persona decide di accogliere liberamente. Siamo un poco tutti così; gli irriducibili razionalisti esigono una dimostrazione inconfutabile.  

Nella fede avremo sempre 50 motivi razionali per credere e altri 50 per non credere.

La fede non si dimostra, non sta nella scatola dei nostri ragionamenti, devi rischiare, devi deciderti di affidarti. Se sei saggio vedi quante volte nella vita ti devi fidare: nel cibo, nella salute, nel lavoro, negli affetti, nelle sventure … La fede è un bellissimo esercizio di libertà e di affidamento.

E Gesù a questi che gli chiedono una prova allarga il loro orizzonte piuttosto piatto e stretto e dice loro che l’unico segno è quello di Giona, di uno che è stato nel ventre di un pesce e che dopo tre giorni è stato rigurgitato fuori, in mare, vivo.

“Il segno che Io vi do è la mia risurrezione.” 

Come prevedibile non è una risposta botola su un tombino, ma dono, rischio, sfida  che salva.

La risurrezione di Gesù non è nell’ordine delle prove razionali, ma un salto di qualità nel buio della ragione e nella bellezza dell’abbandono e della fiducia in Dio: così fece san Giuseppe, credendo ai sogni, così fece Maria credendo all’angelo, che poi la lasciò sola a portare avanti la gestazione, la nascita, la fuga in Egitto, il rientro, il Calvario, la morte e l’abbandono  di tutti. 

Così chiediamo a Dio di poterlo fare anche noi, sempre. 

20 Luglio 2020
+Domenico

Pazienza figlia della fede e sorella della speranza

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 24-43)

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La parabola della zizzania ci aiuta a capire il perché della compresenza nel regno di Dio annunciato da Gesù, di semi di bontà autentica, ma anche di semi di realtà decisamente cattive.

La domanda che ci facciamo sempre è “se Dio è buono perché c’è ancora tanto male nel mondo?”

L’aspettativa è che alla venuta di Gesù, questo mondo avrebbe dovuto cambiare, invece ci troviamo a fare i conti con tutte le possibili malizie che l’uomo inventa, le sue brutture, la sua incorreggibilità forse … 

Gesù dovrebbe aver fatto subito piazza pulita, mettere a posto le cose sbagliate e più evidenti. Invece tutto è come prima, e i primi ad accorgersi sono i discepoli di Giovanni, che non era stato tenero contro l’ipocrisia, contro i comportamenti errati di tante persone, di categorie diverse. Parlava di vento che spazza l’aia dalla pula e di fuoco che la brucerà.

L’atteggiamento di Gesù invece è di non dividere i buoni dai cattivi, i giusti dagli ingiusti, ma di proporre un atteggiamento nuovo: non abbandonare i peccatori e far sperimentare loro la grande misericordia di Dio.

Dio sarà l’autore della presenza del male, ma sarà sicuramente impotente a toglierlo, dice qualcuno. Invece – buon per coloro che sono più cattolici del papa – che Gesù abbia detto che il seme cattivo l’ha deposto il nemico, altrimenti metterebbero anche Dio alla sbarra.

Ma questa situazione la troviamo anche nella chiesa: perché trionfa il peccato anche nella chiesa? Una risposta lapidaria a questo nostro smarrimento è la pazienza, virtù delicata, difficile e molto assente ai nostri tempi.

La pazienza non è l’indifferenza di fronte al male: nessuna confusione tra bene e male, nessuna rassegnazione se il male continua ad avanzare, non è uguale il carnefice e la vittima. Intanto guardiamo quanto bene c’è e perdura nonostante tutto. Se perdiamo questo modo di vedere tra noi, sicuramente lo vediamo tutto dall’altra parte e diveniamo intolleranti.

La pazienza è figlia della fede e sorella della speranza.

Il male nel mondo è dato dal cattivo uso della nostra libertà, dalla nostra debolezza che non sa orientarsi al bene. La nostra vita è un grande campo di grano in cui attecchisce anche l’erba cattiva che prende linfa nei nostri cuori.

Dio è pieno di misericordia. Lascia che crescano assieme; diamo un’altra possibilità di cambiare, di orientarsi alla bontà; solo alla fine si farà il giudizio, e allora Dio interverrà. Per ora dobbiamo convivere con il peccatore, pure dentro di noi, anche se prendiamo tutte le distanze dal peccato.

Questo grano siamo noi, con i nostri pregi e difetti. Anche noi ci troviamo intrisi di bene e di male. Diceva San Paolo, colgo l’attrazione verso il bene, ma in me vince spesso la forza del male.

L’inizio della conversione, del cambiamento è proprio uno sguardo misericordioso su di noi: è accettare che soltanto Dio è capace di cambiare anche il nostro cuore e che occorre sempre un amore senza condizioni per cambiare.

Nella storia i maggiori disastri li hanno compiuti quelli che volevano estirpare il male e piantare un mondo solo di buoni. Non posso dimenticare quanto diceva papa Ratzinger: “meno male che esiste questa parabola della zizzania, perché almeno posso starci anch’io nella chiesa”.

Questa visione di fede genera allora speranza per una incrollabile fiducia della vittoria del bene sul male.

19 Luglio 2020
+Domenico

Un bel ritratto di Gesù da contemplare

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 12, 14-21)

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Quando leggiamo il Vangelo o lo sentiamo proclamare in chiesa abbiamo  tendenzialmente una preoccupazione moraleggiante: vediamo che cosa mi dice di fare oggi … o di essere oggi questo brano di Vangelo.

La nostra vita è sempre bella, ma fragile, ne siamo contenti, ma non sempre soddisfatti: il Vangelo mi darà ancora qualche bella indicazione che mi accompagna durante la giornata.

La nostra vita, la vogliamo sempre avere davanti, magari in mano per trattarla e spesso complicarla; il Vangelo però ha anche un’altra prospettiva e oggi vogliamo seguire quella: ci viene presentato un bellissimo ritratto di Gesù, fatto da Isaia e vogliamo metterci in contemplazione. Ecco, abbiamo bisogno di contemplare.

Ecco il mio servo. Colui che nel Battesimo al Giordano fu chiamato Figlio ora è chiamato servo. E’ proprio servo dei fratelli in quanto Figlio. E’ l’eletto, l’amato, a Palestrina direbbero l’Agapito: in Lui la compiacenza del Padre va alle stelle. Il mondo lo scarta, odia e disprezza, ma Dio lo sceglie, ama e ammira, stravede per Lui.

Non solo, ma ha lo Spirito di Dio, quell’unico grande amore tra Padre e Figlio, fatto persona; proprio in forza di questo si fa servo di tutti noi; ha qualcosa di assolutamente determinante da portare a tutta l’umanità: il giudizio di Dio, che manda in crisi tutti i nostri giudizi, che spesso, da pessimi cattolici che siamo, diventano con sicumera condanna inappellabile. Prima di perdonare e dimenticare un torto o un peccato in altri ne passa di tempo.

Gesù non condanna, ma salva, i suoi giudizi portano la giustizia su tutta la terra e la verità a tutti i popoli, sicuramente la prima limitazione che salta sono i confini alla sua bontà e della sua misericordia. Non fa privilegi di persone, va a tutti i pagani.

E Gesù si ritira da qualsiasi ombra di litigio, non vuole contendere con nessuno, non fa valere il suo diritto opponendosi al malvagio. Il male in lui si arresta, non lo restituisce a nessuno, lo fa morire dove nasce: pone fine ad ogni catena o sequenza di torti. Non è del tipo che “chi grida di più si impone e domina”, non raccatta o compera  like per creare opinione favorevole. Non ha bisogno di amplificatori, né di piazze da aizzare pro o contro, si propone sempre come servo. Non cerca rilevanza, non occupa per ore smisurate televisioni, YouTube, Instagram e hashtag. Non abbocca a tik tok. Ha la sapienza mite e umile del Figlio. Anche se verrà annunciato sui tetti sarà sempre un sussurro all’orecchio. E’ benevolo anche con le canne agitate dal vento e spezzate. Si prende cura di noi che lo siamo spesso. Una canna gli porterà sulla croce l’unico acido conforto nell’agonia.

Lui è luce, ma preferisce essere la candela che si accompagna a ciascuno nella sua oscurità, nel suo stentato cammino piuttosto che un faro abbagliante. Il suo giudizio però sarà “scagliato” alla vittoria proprio dalla croce, dove tutto sarà compiuto.

Il suo nome è Gesù che salva, l’Emmanuele: in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini nel quale è stabilito che possiamo essere salvati. Lui è l’unico.

Tutte le genti pongono speranza in Lui. E noi lo contempleremo spesso perché siamo affascinati da Lui.

18 Luglio 2020
+Domenico

Gesù Signore del sabato, futuro dell’umanità che crede

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 12, 1-8)

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Una abitudine che spesso ci facciamo leggendo e commentando il Vangelo è di fermarci alla comprensione immediata dell’episodio e raramente di leggerlo in prospettiva del futuro di Dio che noi vediamo in Gesù.

Proviamo a tentare una riflessione sulla predicazione di Gesù circa il sabato ebraico per leggere,  sempre nel Vangelo, il vero futuro portato da Gesù, dentro l’alleanza con il popolo ebraico – era già prevista – per conoscere e contemplare quanto Gesù si stacca nella sua assoluta novità rispetto alla Legge, la Torah, che per Lui è molto di più che un libro sacro, ma la volontà di Dio vissuta nella Trinità, che prepara e predispone alla novità che porta Gesù stesso.

Il capitolo 12 di Matteo che oggi iniziamo a leggere nelle messe quotidiane descrive molto bene il passaggio fra il vecchio e il nuovo, tra la carne e lo Spirito, tra la morte e la vita che sono momenti assolutamente di grande importanza per ogni persona che si affida a Dio.

Tutta questa operazione è appoggiata sul sabato: volete che Gesù si blocchi ad aggiungere altre prescrizioni da osservare presso un popolo che quasi fa del sabato una prigione? Massimo rispetto da parte sua, ma già fa prevedere il futuro.

I discepoli possono fare di sabato ciò che è permesso ai sacerdoti: non saranno in futuro col battesimo il popolo messianico libero e sacerdotale?! E Gesù qui proclama la grande rivelazione: Lui è il Figlio dell’uomo, Signore del sabato e chi lo segue è come Lui, figlio e libero.

Le parole usate in questo tratto di Vangelo sono  tutte parole che richiamano l’Eucarestia offerta e abitata nel futuro da Gesù. Il dono che Gesù fa ad ogni persona è cibarsi del sabato, che è vivere la vita di Dio stesso! Il cibo è la conoscenza del Figlio offerta ai più piccoli, il sabato è Dio stesso, compimento non solo della creazione, ma con Gesù anche della redenzione.

La legge non può normare la vita, è la vita a  normare la legge: chi assume come principio l’amore del Padre, gioisce dell’amore di Dio e mangia di sabato – questo è un parallelo un po delicato ma è verissimo.

Il sacerdote ha libero accesso al tempio, Davide è figura del messia: i discepoli che mangiano di sabato, non mangiano il frutto proibito, lo fanno senza colpa perché compagni del messia; i discepoli, che saranno i nuovi sacerdoti, nuovi preti, i presbiteri, mangiano il pane dell’offerta, che li rende simili a Dio, che vuole misericordia e non sacrificio.

Gesù figlio dell’uomo e Signore del sabato: è il nostro pane, è la nostra vita.

La Chiesa è fatta da coloro che lo mangiano, vivendo la libertà dei figli che amano i fratelli: non sono più schiavi, ma signori della legge, perché godono della  misericordia di Dio Padre.

Insomma un grande capovolgimento già scritto in questi brani di Vangelo che non ci devono fermare a riflettere su un passato, la tradizione del sabato ebraico – interessante – ma che ci fanno vedere la grande novità che Gesù porta con il giorno dopo il sabato.

Sua intenzione non era certo di confutare la pratica del sabato per gli ebrei soltanto, ma di aprire l’umanità al nuovo sabato senza fine che è Gesù, con le qualità massime di Dio, che è misericordia.

17 Luglio 2020
+Domenico

Nell’arsura della vita, Dio assicura rugiada e pioggia ristoratrice

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 28-30)

«Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».  

Audio della riflessione

L’esperienza del vivere è spesso faticosa, non solo per le malattie, le disavventure, le disgrazie, ma anche per il suo corso normale: ogni giorno devi caricarti il tuo fardello e portarlo. Hai una casa, una famiglia e devi esserne sempre responsabile, hai intrapreso una strada di studio e devi portarla a termine.

Tante volte sei tentato di lasciare tutto, spesso, soprattutto quando ti rimorde la coscienza perché ti sei comportato male, trovi ancora più difficile costruirti motivazioni per continuare.

Altre volte ti senti solo, sei circondato da persone che ti dicono di volerti bene, ma non ne senti il calore, l’intensità … non è depressione, ma desiderio di sentirsi di qualcuno sempre, di avere un posto in cui sentirti preso per quello che sei, amato anche senza merito, senza averlo guadagnato. 

Ecco … Gesù capisce questa sete profonda dell’umanità, di me e di te, che stiamo delle volte annaspando nella vita, contenti, desiderosi di continuare, pieni di buoni propositi, ma senza forze, esausti, senza nessuna spinta interiore.

Ci abituiamo a tutto, senza grinta: anche le cose più belle si scoloriscono perché ci lasciamo prendere da follie del momento, da dolori imprevisti e sofferenze che ci paiono insormontabili.  

“Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi: passate di qua quando non ne potete più, perché Io ci sono sempre, Io non vi scarico, Io sto sempre con voi. Quando la vita vi sembra senza sapore, Io sono il sale della vita. Quando vi sembra inutile, insopportabile, pesante, state dietro a me, vi trascino Io, vi tengo Io per mano, vi prendo la croce e l’appoggio sulla mia. Tendi la mano che te la prendo Io e faccio passare in questo contatto la mia forza, la decisione irrevocabile di mio padre che vuole per te la gioia piena. E’ ben altro il peso della vita: è il male che non ti  molla, che ti incatena. Tu puoi avere l’impressione che il Vangelo sia difficile da seguire, ma non è un peso, è una forza, una luce che scandaglia nelle profondità di tanta nostra infelicità e ci dà luce. Non sono una legge – dice il Signore – ma uno Spirito: sono già dentro di te a sanare ciò che sanguina, a lavare ciò che è sporco, a piegare le tue assurde cattiverie.” 

E oggi ci accompagna in questa intimità divina la Vergine del Carmelo, la Madonna che indica e dà corpo alla speranza umana, che, nuvoletta piccola come una mano, avvistata nel cielo, diventa pioggia di fecondità per le nostre anime, terre bruciate, dalla lontananza da Dio, dall’aridità di una vita autosufficiente e superba, chiusa in se stessa sui propri egoismi e non diffusa come l’acqua ristoratrice di ogni deserto che la Madonna del Carmelo ci rappresenta e diventa sicuramente per chi si affida a Lei. 

16 Luglio 2020
+Domenico