Desidero abitare anch’io come te con un papà così

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 25-27)

«In quel tempo Gesù disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.» 

Audio della riflessione

Si può stare tanti giorni a vivere in non-luoghi, cioè dove le relazioni sono funzionali, legate al momento, senza storia; si possono passare periodi di viaggio o di vacanza lontano da tutti, in una sorta di “sospensione” dalle relazioni fondamentali della vita, senza – evidentemente – illudersi di aver trovato la libertà; si può vivere in contesti dove non sei conosciuto, senza amici, senza relazioni profonde … ma prima o poi è necessario tornare agli affetti, alle relazioni personali, a una casa … soprattutto se si è giovani, a un padre e a una madre.

Gesù, quando parla di Dio, ne parla sempre con il bellissimo nome di Padre, di papà: Lui vuole sempre vivere la vita a casa, in un rapporto profondo con il Padre celeste; il mondo non sarà mai per Gesù un non-luogo, uno spazio di relazioni funzionali, ma sempre uno spazio di relazioni profonde con un papà: nei suoi pensieri si sente un piccolo in cui risuona la bellezza della vita, del creato, la pienezza dell’amore.

Gesù non è un sapientone o un personaggio, ma il figlio di un Dio che è Padre.

A noi è dato di scandagliare con la nostra intelligenza il mistero della vita, sondare nell’infinito per farci una idea di Dio; la filosofia ha raggiunto vertiginose altezze di introspezione e di pensiero sull’infinito, ma quello che conta è che per dare un volto a Dio occorre farsi semplici, disposti alla meraviglia, fiduciosi in una Parola più grande di noi, non mettere distanze comode che ci fasciano la vita.

Tornare semplici non significa abbandonare le doti di intelligenza e di ragionamento che abbiamo, ma sapere di stare a cuore a Dio, che prima di essere un eterno, infinito, onnipotente creatore, è un papà.  

Questa esperienza Gesù la vive e la vuole donare a tutti gli uomini; vuole che chi si affida a Dio non lo faccia per dovere, non lo pensi come una assicurazione sulla vita, ma come l’abbraccio di un Padre, dal quale è possibile percepire il significato del vivere e del morire, del dolore e dell’amore, e guardare a tutti gli eventi con la vera saggezza e sapienza che rivela il gusto del sentirsi creature amate e desiderate. 

Da questa casa possiamo rileggere tutte le nostre fragilità, le nostre pazzie, la nostra sicumera, la spocchia che possiamo avere verso chi ci ignora e soprattutto la nostra maledetta autosufficienza che ci gioca gli scherzi della colpa e del peccato, della cattiveria e della solitudine. 

Vivere una vita cristiana invece significa sentirsi accolti da un Padre, sentirsi confidenti di Dio sul mistero della vita, poter ascoltare la Parola che salva e che orienta e avere sempre lo sguardo fisso al cielo, sempre abitato da un Padre. 

E questo non lo viviamo da soli, ma sempre in compagnia: non siamo in un eterno lockdown, ma in un nuovo modo di vivere assieme per, di apprezzare la compagnia di altri, di ritrovare nel lavoro la grammatica dell’esistenza e in chiesa con gli altri la Parola fatta carne che nutre e rivela non solo e sempre ai sapienti e intelligenti. 

15 Luglio 2020
+Domenico

Le parole della vita eterna

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 20-24) 

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Alla fine della vita umana, ci sarà da rendere conto di essa a qualcuno? Il rendiconto porterà con sé anche una condanna? Ogni religione si pone di fronte a questo problema e ogni persona si domanda: l’esito eterno della nostra vita sarà di felicità o no? Abbiamo da chiarirci termini come: minaccia, punizione, salvezza, felicità, inferno, giustizia, libertà umana e libertà di Dio, che io chiamo le parole della vita eterna. 

E’ fuori di ogni dubbio che Gesù, dando la vita per i peccatori, rivela il volto misericordioso di Dio suo Padre: le comunità cristiane delle città citate dal Vangelo – Korazym, Betsaida, Cafarnao – sono luoghi dove Gesù ha compiuto prodigi e miracoli, ha lanciato segni inequivocabili di amore; questi segni li usiamo per convertirci a Lui o per difenderci da Lui? 

Le “minacce” di Dio sono profetiche con intento pedagogico, come quelle di una mamma: sono un primo avvertimento per chi ancora non ha capito che il male fa male! Sono efficaci quando si avverano, sono un deterrente per tutte le incoscienze che viviamo, rivelano il male come tale e chi ci vuole bene, perché chi ci minaccia, ci avverte, non vuole il peggio, è proteso al mio bene. 

L’altra parola, la “punizione”, prevista dalla minaccia, ha ancora un intento positivo: noi pensiamo che se trasgrediamo Dio ci punisce, cioè a obbedienza premio, a trasgressione castigo, fatali e automatici come si fa con un cavallo o con un cane, con una carezza o un pizzicotto a seconda se fa quel che gli diciamo; Solo quando ragioniamo riusciamo a capire che il male fa male da solo, la punizione viene dallo stesso male.

Se invece a punire è colui che ci dà la norma, non c’è fatalità, c’è il potere libero di chi comanda, Dio o i genitori, che possono anche perdonare.

San Francesco Saverio, il santo di una dolcezza infinita, pensate che diceva che preferiva essere giudicato da Dio che da sua mamma, e qui comincia già ad aprirsi uno spiraglio che invoca uno “spazio abitabile” oltre la punizione. 

L’altra parola è la “felicità”: è un sogno di ogni persona che non si adatta mai al dato di fatto, al minimo, vuol sempre andare oltre. La vita è piena di limiti, di delusioni, di sogni infranti, di mali … Il male è l’unico problema dell’umanità, e ogni azione che essa fa è per salvarsi dal male. 

Sappiamo però a che abissi può giungere il male nel cuore dell’uomo: il paradiso è il regno di nuovi spazi da abitare oltre la cattiveria umana; la stessa umanità lo sogna, la religione tira in ballo Dio al riguardo di questo male che pare infinito, ma non lo è. La relazione con Lui è salvezza, vita, amore, felicità, superamento d’amore dell’egoismo e dell’infelicità. 

L’altra parola è l'”inferno”: è sicuramente il non raggiungere la salvezza, la vittoria sul male. Possiamo pensare che sia una minaccia profetica e punizione pedagogica?! E’ l’unico luogo dove non si può parlare di salvezza, e Dio ci salva da ogni male a condizione che conosciamo che è male, e ne desideriamo venir fuori. 

L’altra parola è “giustizia”: giudica e punisce il male, però non vi pone rimedio, e sicuramente Dio è giusto, ma non come noi; il suo giudizio è la croce, dove Dio si rivela proprio molto diverso da noi. La sua è una giustizia eccessiva che sicuramente non accresce il male che facciamo. Lì alla croce vince il male portandolo su di sé, e salva ogni malvagio. Dicendo che Dio è giusto, affermiamo che non tollera il male, non lo vuole e non fa l’ingiustizia, che pure c’è; la sua giustizia però è grazia, il suo giudizio è il perdono: è una giustizia superiore. 

E quindi veniamo all’ultima parola, la “libertà” di Dio, che è amare così, e la mia libertà non è tale finché non conosco l’amore di un Dio crocifisso per me, che lo crocifiggo.

Sono libero quando so di essere amato senza condizioni! 

Alla fine del mondo, quando apparirà il segno del Figlio dell’uomo, la croce, tutti lo riconosceranno e si batteranno il petto, l’empio brucerà dalla vergogna per la sua empietà.

L’inferno è reale, è il male che siamo, ci aiuta a conoscere il bene, ci apre alla misericordia di Dio. E’ utile parlarne perché chi ascolta non fraintenda Dio e non si chiuda in se stesso, come spesso avviene. 

14 Luglio 2020
+Domenico

Un oceano di amore per il Signore NON è una devozione

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 34- 11,1)

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La pace è una aspirazione decisamente superiore a tutte le attese sia personali, sia delle nazioni e delle stesse unità di produzione dove si lavora o di tipo tecnico-meccanico o di tipo culturale: è un bene senza paragone nel creato.

Certo, sentirsi dire da Gesù che è venuto a portare la spada e non la pace ci obbliga ad andare più in profondità di un facile irenismo pacifista, perché Gesù è venuto a portare la pace dei figli di Dio: è una pace che sfida il male, e passa attraverso lotte acute, facendo esplodere laceranti contraddizioni, in cui nascondiamo tutte le nostre ipocrisie.

E’ sempre la pace dell’agnello in mezzo ai lupi: non è la pace di chi si adegua al male, è quella famosa pace del regno di Dio riservato ai violenti – dice Gesù in un altro passo del Vangelo – è la violenza di chi si sacrifica per la pace, di chi si impegna per spuntare anche un solo coltello o di chi con la stessa non violenza paralizza le colonne di carri armati, che non sono stati costruiti per gente pacifica.

La spada che usa Gesù è quella famosa, efficientissima, a due tagli, che usa nel salmo per dividere il bene dal male.

Per chi avesse già messo il cuore in pace, perché si tratta solo di modi di dire sempre esagerati di Gesù, Lui continua sferrando un’altro colpo inusitato, stavolta all’amore naturale, tranquillo di mamma e papà: “Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me”. Mia mamma e mio papà ci resteranno male!

Gesù può non essere amato e ce n’è in giro di gente che lo ostenta pure, ma non può essere amato di meno di un altro: non sarebbe il Signore, da amare con tutto il cuore.

Dio è amore: Se non fosse amato in se stesso non sarebbe Dio e non sarebbe amore!

Di fatto già la sacra scrittura si cimenta con esperienze belle di amore: San Paolo dice – ricordate – “Amo Cristo mia vita, perché Lui per primo mi ha amato e ha dato se stesso per me; alla sua passione per me io rispondo con la mia passione per Lui, sono stato conquistato e anch’io corro per conquistarlo”.

Insomma, l’amore per il Signore non è la devozione per uno dei tanti santi, delle creature sante, dei grandi operatori di miracoli, ma è l’amore definitivo della mia vita e della vita di ogni creatura.

Non solo, ma se è amore vero al di sopra di tutto, immenso, non misurabile, per il Signore, l’amore per i genitori, non lo diminuisce, perché ce l’ha già dentro tutto: i secchi coi quali vuoi amare papà e mamma e che potresti sottrarre dell’oceano dell’amore di Dio, per tanti che siano, sono sempre poca cosa di fronte all’immensità dell’amore per Lui.

Dio amato, diventa la vita di chi lo ama: Se io sono di Lui come Lui per me, mi riempie di amore che contiene ogni mio gesto d’amore.

Fatta questa fatica per capire che non offendo i genitori se amo di più Dio di loro, Gesù ci spinge ancora più in profondità per farci andare oltre. C’è una croce, la tua, perché ciascuno ne ha almeno una, che devi accollarti: è la lotta contro il male che c’è sia in te che nel mondo.

Solo Gesù non ha portato la sua croce, perché ha portato quelle di tutti noi: ciascuno di noi dietro di Lui, come il Cireneo porta la croce di Gesù che in realtà è la nostra su cui egli morirà al posto nostro. Quindi lo seguiamo pure, collaboriamo liberamente alla sua lotta contro il male.

Ci preoccupa la nostra vita? E’ da perdere, perché già per natura sua finisce la nostra vita, ma soprattutto perché se ci fossilizziamo in essa diventiamo egoisti e ne perdiamo il senso vero.

13 Luglio 2020
+Domenico

Non facciamoci rubare il futuro: rischiamo con una grande semina!

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 1-23)

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I nostri nonni ci raccontavano questo: all’inizio del secolo scorso, dopo anni di
scarsissimo raccolto, si erano ridotti a penosa assenza di grano da seminare; non lo potevano fare i grandi proprietari e ancor meno i piccoli agricoltori. Il parroco, molto d’accordo, anzi stimolando i dubbiosi, aveva messo assieme quei tre o quattro
possidenti di un paese – e questo avvenne per molti paesi della nostra pianura padana – per fare un semplice ragionamento: “Oggi nessuno può seminare, voi avete quattro soldi: comperiamo le sementi per tutti, gliele diamo a fondo perduto, sappiamo di rischiare, ma se tutti semineranno e seguiranno il loro lavoro avremo un ottimo raccolto e ne guadagneremo tutti! Voi riavrete la semente che avete regalato, le loro famiglie potranno vivere del loro lavoro e ci sarà futuro per tutti.”

Fu un successo: ciascuno riebbe i soldi che aveva speso, e tutti poterono migliorare la loro vita; nacquero addirittura le banche cooperative e si guardò al futuro con una speranza certa.

Ecco, non intendo fare lezioni di economia evidentemente, ma solo dire che la semina di Dio non ha mai patito questi pericoli! Dio è proprio un seminatore di grandi vedute: La sua semina è talmente generosa, e sempre, che non bada nemmeno al terreno su cui cade, anzi sfida anche i sassi, i rovi, il terriccio, i cordoni del terreno; ha semente per tutti: nessuno deve dire a me è mancata la semente per cui ho dovuto patire la fame.

Che è questa semente che Dio sparge a larghissime mani, con esagerata generosità ovunque? E’ la sua Parola! La Parola di Dio non ci manca mai, non ci manca proprio. Volete che Dio stia a tenersi la sua parola per paura di qualcuno che non ha voglia di accoglierla o di farla crescere o di lavorarla?!

Siamo noi allora che dobbiamo vedere che farne della semente, non lui
a risparmiarsi; ed ecco allora come ci disponiamo di fronte alla Parola di Dio:
ci sono quelli che vivono di buon senso, a loro va bene solo quello che pensano loro,
sono refrattari a quello che dice Dio perché loro dicono di saperlo già, ma non fanno
niente.

C’è chi si rende conto della difficoltà ad ascoltare la parola di Dio, perché
ha i suoi criteri: non se ne cura vive sempre dei suoi luoghi comuni. Lui ascolta, ma
prevale il suo buon senso, non osa reinvestire, si fa una piccola rendita e si accovaccia: E’ come la strada di sassi.

C’è chi ha deciso di accogliere la Parola, ma ha un sacco di paure, non vuol osare e la seppellisce nei suoi dubbi: è pietrificato da tutte le paure possibili.

Uno invece vi si accosta molto volentieri, ma si lascia prendere dalla
seduzione dell’avere di più, non è mai contento; usa solo per se quel che ricava, si
sotterra nel suo egoismo.

Altri invece sono felici di accogliere: non pensano che sia solo un regalo da godere, ma da far fruttare, e si mettono al lavoro, e vedono che la Parola fa frutti per lui, per la famiglia, per il mondo del suo lavoro per la comunità più grande; stima la Parola di Dio, vi si ispira, cambia vita, e fa cose importanti anche per altri.

Di fronte a questo grande seminatore siamo tutti chiamati a renderci conto che
abbiamo un sacco di resistenze a quello che ci dice Dio, e dobbiamo chiedere che il
Signore ce ne liberi
, e così poter accogliere quello che lui ci vuol dare.

12 Luglio 2020
+Domenico

San Benedetto: dà forza all’Europa, fa brillare il tuo progetto

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 19, 27-29)

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Due frasette semplicissime di Matteo ci mettono in grado di riflettere sulla nostra vita, sul mondo in cui viviamo, e dare voce a un esempio che le ha messe in pratica alla lettera: san Benedetto, patrono dell’Europa.

Di lui purtroppo molta gente poco sapiente – dico così per rispetto alle idee di tutti – non si ispira neanche lontanamente al lavoro che hanno fatto i benedettini in Europa: hanno ricostruito relazioni umanamente ricche e economicamente e politicamente anche vantaggiose tra diversi nuovi popoli, chiamati barbari, dopo lo sfacelo dell’impero romano, promuovendo non soltanto monete, ma anche e di più religiosità, cultura, libertà dalla povertà e dalle malattie, organizzazione del lavoro, autosussistenza … 

“Abbiamo abbandonato tutto” – risalta nel Vangelo di oggi – “e ti seguimmo. Che sarà di noi?” E’ la domanda degli apostoli a Gesù. E’ la domanda di chi si butta per un ideale e si mette al servizio del bene di tutti.

Non solo i frati o i preti o le suore e i missionari, sono tutti i cristiani che per un ideale, quello della famiglia prima di tutto, lasciano tutto e si dedicano a questa grande novità che è l’amore tra un uomo e una donna e la vita dei figli.

Abbiamo speso tutto per la famiglia, per lui, per lei, per i figli … non abbiamo contato le ore, i pensieri, le preoccupazioni, non abbiamo badato a difficoltà di ogni genere e ora, che ci resta?   

Per un figlio i beni sono un dono del padre da condividere con i fratelli: chi li accumula si rende schiavo dell’egoismo e fa i fratelli schiavi della miseria.

Libero invece è colui che è capace di usarli al servizio degli altri!

Gesù ci offre di vivere come “da principio”, non solo in rapporto con l’altro e con noi stessi, ma anche con i beni materiali: questi non sono il fine cui sacrificare la nostra vita e la vita altrui, ma il mezzo da usare tanto quanto serve per vivere da figli e da fratelli, con piena libertà, senza lasciarci condizionare.

Quello che teniamo in proprio, ci divide dagli altri; quello che doniamo ci unisce: i beni del mondo sono quindi benedizione e vita se li condividiamo liberamente, diventano maledizione e morte se li accumuliamo spesso in forma compulsiva, cioè stregati dal desiderio di possedere.

Siamo figli e signori, non servi del creato, proprio perché con esso serviamo i fratelli. 

Rifacciamoci sempre all’incandescenza della creazione: da principio – torno a dire da principio – tutto è dono. Possedere e accumulare è distruggere la radice stessa della creazione.

La violenza che usiamo per impossessarci delle cose distrugge non soltanto la fraternità, ma anche i beni stessi di cui viviamo. La cacciata famosa dal paradiso terrestre, è stata una conseguenza amara del voler rapire ciò che era stato donato.

Alla fine delle nostre fragili vite ciascuno porterà il suo tesoro vero: non saranno certo le ricchezze possedute e accumulate, ma quelle vendute e condivise; di quelle non andrà perduto nulla. 

Allora per rifarci alla prima domanda “e noi che avremo?”, nella nuova creazione, nel giorno senza tramonto che già ora è cominciato, i discepoli, parteciperanno alla regalità, alla gloria, alla ricchezza del Figlio: i poveri regneranno per sempre con Gesù. 

Chi avrà seguito Gesù e amato gli altri non perde nulla, ottiene tutto, ed eredita la felicità senza fine: la pienezza del dono si manifesterà dopo, ma già ora il Regno è suo, per questo il suo futuro sarà diverso.  

E allora il presente allora rimane il luogo per decidere il passaggio dall’egoismo all’amore, è lo spazio della liberazione della nostra libertà. 

E’ forse questo il programma dell’Europa? Si libra ancora nei suoi cieli questa colomba di pace o deve fuggire perché la vogliono ingabbiare o impallinare o avvelenare? Certo dobbiamo capovolgere i nostri modelli di vita sociale e stabilire nuove priorità: sognare sempre una Europa come l’ha voluta san Benedetto ci fa solo bene e non ci fa perdere la speranza.

10 Luglio 2020
+Domenico
 

Chiesa madre mia, aiutaci a vincere il male col bene

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 16-23)

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La debolezza della Chiesa fa contrasto con la forza del mondo: è il contrasto che Cristo ha manifestato continuamente nella sua persona.

Gli Ebrei aspettavano un re potente e trionfatore ed egli si presenta inerme e mite: è così povero da non avere dove posare il capo, ma dona prodigiosamente pane a migliaia di persone; davanti a Pilato si proclama re, ma si lascia incatenare, brutalmente flagellare, condurre alla morte come delinquente, malfattore, bestemmiatore.  

Un programma non facile per la sua Chiesa, continuamente tentata di assumere gli stessi atteggiamenti del mondo, più apparentemente efficaci; sappiamo però che tutte le volte che la Chiesa si è rivestita di potenza, si è allontanata dallo Spirito del suo Fondatore e ha inaridito le sorgenti della sua azione.  

Un discepolo di Cristo invece è testimone – come il Maestro – di povertà, di semplicità, di umiltà e insieme di coraggio e di chiarezza di pensiero, di posizioni in tutte le circostanze: pronto a sopportare con pazienza ogni ingiuria, pronto a denunciare con fermezza ogni ingiustizia – anche compiuta dalla Chiesa, ma con un grande amore per essa – e non facendo chiasso o cercando appoggi mondani.  

Il cristiano deve sapere che ogni passo del Vangelo va fatto mettendo in conto sofferenza e pazienza, disponibilità e passi indietro non nella verità, ma nei tempi e nella attesa. Ognuno di noi cristiani, preti, vescovi e cardinali, laici, religiosi o religiose, frati o monaci, dobbiamo comprendere che il mistero del maestro è anche il nostro: anche noi per paura di soffrire e di morire rischiamo di chiuderci in noi stessi e ci difendiamo facendo male a noi e agli altri.  

Chiediamo al Signore la grazia di capire che il male non è soffrire e morire, ma far soffrire e far morire: il male, come sempre provoca, nel senso che chiama fuori, da vita al male latente nell’altro e innesca una reazione a catena, che si arresta solo dove c’è uno tanto forte da non restituire mai il male che ha ricevuto.

La vita è sempre sacrificio di sé o di un altro: l’amore è quel sacrificio di sé che ci fa simili a Dio, capaci di rispondere alla provocazione del male con il bene.  

Del resto Gesù questo ce lo ha insegnato con la generatività, che è qualità tipica del bene che si deve fare proprio andando oltre e aprendo orizzonti nuovi alla famose “legge del taglione” e a tutte le controversie: al male non si ripara con un altro male, ma con una abbondanza di bene! Anche storicamente la non violenza ha reso incapaci di mostrare i denti anche agli eserciti più potenti. 

Purtroppo anche la Chiesa tante volte crede di parificare i torti facendone altri; invece il nostro maestro ci fa capire che le difficoltà, le lotte e le persecuzioni sono i costi della vittoria del bene, sono segno della distruzione del male che viene scoperto e rimane sconfitto. 

L’unica bella catena che ci tiene uniti sempre è la misericordia, il perdono, un approccio ai “lupi”, che siamo anche noi, con il perdono.

Questa volontà è stata esplicitata sempre da Dio in Gesù Cristo. 

10 Luglio 2020
+Domenico

Strada facendo … la missione è “dinamica”

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 7-15)

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Bellissima questa descrizione della missione, questa proposta – o questa proclamazione meglio – che si va facendo strada, perché camminando si apre cammino: non si offre una ideologia, ma una strada su cui camminare in compagnia, perché la casa dell’apostolo è la via.

L’annuncio del Vangelo non è per la immobilità, per la chiusura, per imbottigliare nessuno, ma è un messaggio di gioia che mobilita la coscienza prima e in seguito il corpo, il comportamento, l’orizzonte: ecco perché i primi a cui fare attenzione sono gli infermi, coloro che non stanno in piedi, che sono piegati dalla malattia e le persone che sono inferme nello spirito, sotto il peso dell’egoismo.

Risvegliare i morti è ancora più urgente; mondare lebbrosi, scacciare demoni sono segni di un mondo nuovo che strada facendo si realizza per la potenza di Dio: vuol dire scacciare lo spirito della menzogna, liberare dalla lebbra del peccato e soprattutto essere pienamente convinti che questo Regno di Dio è frutto di generosità diffusa, perché l’apostolo dona quello che a sua volta ha ricevuto e lo fa gratuitamente; è come ogni dono vittoria sul possesso, sull’interesse, sul rendere la bellezza della vita il risultato obbligato di una vendita o di una compera. 

Ancora di più: se l’apostolo si presenta povero, senza casa, senza sicurezze, può ricevere in dono di essere accolto; la povertà dell’annunciatore del Regno è la libertà dal dio di questo mondo, segno della gratuità e della possibilità di regalare la buona notizia, il Vangelo che è Gesù e che è la felicità che la persona cerca.  

Quando san Francesco d’assisi propose la regola ai suoi frati di vivere di elemosina, di andare di porta in porta a supplicare un pezzo di pane, quel poco di cibo che ognuno è capace di condividere con il più debole, era davvero un cambiamento di paradigma.

Poi – non si sa come mai – la chiesa, invece di chiedere l’elemosina per aprirsi a tutti, spesso è funestata da uomini che vogliono solo fare soldi per se stessi o farsi immagini per presentare se stessi o – Dio non voglia – trarre in inganno il debole e il fragile. 

Sull’onda di queste parole di Gesù possiamo ben delineare la figura degli annunciatori del Vangelo anche di oggi: li chiamiamo “operatori pastorali” e in questo nome papa Francesco colloca tutti coloro cui sta a cuore l’annuncio del Vangelo, della gioia del Vangelo; si vede continuamente espressa una figura di persona, giovane o vecchio che sia, ragazzo o bambino pure, che si relaziona con tutti in modi gratuiti, nuovi, senza schemi prefissati, capace di condividere e di rischiare, di obbedire e di sforare per eccesso di amore, di sopportare la povertà per non creare nessuna barriera con i più fragili, lebbrosi e appestati compresi.  

Dice papa Francesco: “C’è una predicazione informale che si può realizzare durante una conversazione ed è anche quella che attua un missionario quando visita una casa: essere discepolo significa avere la disposizione permanente di portare agli altri l’amore di Gesù e questo avviene spontaneamente in qualsiasi luogo, nella via, nella piazza, al lavoro, in una strada “. 

Non luoghi, ma percorsi continui … strada facendo.

9 Luglio 2020
+Domenico
 

La squadra di “poco raccomandabili” e pure incompatibili tra loro

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 1-7)

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Esistono realtà importanti nella vita di fede che si esprimono attraverso due realtà che devono sempre stare assieme; per esempio il comandamento più importante del cristiano è l’amore, che assolutamente deve essere duplice e sempre assieme: amore a Dio e amore al prossimo: non c’è l’uno senza l’altro.

Ancora, il Corpo e il Sangue di Cristo sono sempre assieme perché indicano la vita di Gesù offerta fino all’ultima goccia.

Ancora, ogni cristiano non è a caso nel mondo, ma ha una vocazione che si sviluppa sempre assolutamente in una missione; se uno è chiamato da Dio è sempre mandato: ogni vocazione diventa una missione.

Così Matteo, quando fa l’elenco dei discepoli di Cristo, immediatamente li fa diventare apostoli, cioè sono mandati: chiamati e mandati, chiamati ad uno ad uno e mandati.  

Quando sono chiamati spesso ricevono anche un altro nome che indica la missione, o la propria storia: Mosè voleva dire salvato dalle acque, Simone viene chiamato Cefa – pietra – da cui romanizzato Pietro, roccia su cui fonda la chiesa, di cui sarà il primo papa. 

Gesù poi – diremmo noi non troppo delicati – fa il “partigiano” nel mandare gli apostoli prima di tutto agli ebrei, ai figli di Israele, perché è il popolo che si è scelto, non viene meno mai alle sue promesse il Signore, e il popolo è talmente libero che non smette di disobbedirgli. 

Gesù è il primo mandato, il primo apostolo: la Chiesa ha in Gesù e nei suoi apostoli le proprie radici ed è costituita subito su itineranza e mobilità, annuncio della parola e servizio ai poveri, gratuità e povertà le sue caratteristiche principali; se serve i poveri, i rifugiati, gli emigranti non è per ideologia di partito e debolezza di sinistra, ma è obbedienza assoluta al suo Signore Gesù, e tutti i gesti dei cristiani non si attuano senza entrare nelle leggi che i popoli si danno, facendo in modo che le mentalità chiuse su se stesse si aprano ad orizzonti vasti come il regno di Dio; ciò dipende da come noi cristiani siamo convinti, pure rispettosi, ma anche pronti a pagare di persona per quello che la nostra coscienza, basata sulla vita di Gesù, ci suggerisce.  

La squadra che Gesù si sceglie è tra le più impossibili umanamente a stare assieme per uno stesso scopo: ma com’è possibile combinare i primi quattro con Matteo cui dovevano pagare le tasse per l’odiato romano? come combinare questo con Simone il Cananeo e Giuda Iscariota? Sono persone poco raccomandabili, per lo più incompatibili tra di loro: era gente più diversa, che resterà sempre con le sue diversità, ma decisamente chiamata a vivere da fratelli, se la preghiera che loro insegna chiama Dio con il nome di Padre nostro.

Dio non seleziona secondo criteri di bravura, cultura o efficienza: la Chiesa è sempre aperta a tutti, buoni e cattivi.  

Ognuno è rispettato per quello che è e chiamato ad accogliere e rispettare l’altro nella sua diversità: forse i nostri corsi per operatori pastorali, i nostri seminari, i nostri conventi dovrebbero avere davanti sempre questa coraggiosa e responsabile chiamata di Gesù dei suoi apostoli, caricandosi sulle spalle le differenze che ci fanno uscire da noi, ma moltiplicano le strade di salvezza. 

8 Luglio 2020
+Domenico

Il mondo è una messe, non una discarica

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 32-38) 

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La nostra storia, e la storia della salvezza soprattutto, è uno scontro tra fede e incredulità, tra luce e tenebre, tra accoglienza e rifiuto, tra tocco che salva e bestemmia imperdonabile.

Gesù fa miracoli: dona la luce della vista ai ciechi, scaccia demoni, produce sempre per tutti segni e delinea strade per poterlo incontrare.  

La bestemmia la dicono stavolta i farisei, che senza il minimo pudore affermano che Gesù è d’accordo con i demoni per scacciarli dalla vita delle persone: è una incredulità che si indurisce e rifiuta, e ritiene che Gesù è un divisore, un diavolo.

E’ il peccato contro lo Spirito Santo: ritenere che Gesù non solo non ti può salvare, ma è attivo nel cacciare le persone, le creature di Dio nell’inferno nel regno di Satana è una grande bestemmia.

Gesù invece si presenta sicuramente come il Figlio di Dio, e qui dà risalto alla sua profonda umanità: andava attorno per tutte le città, per tutti i villaggi; vuole incontrare tutti, sia sulle strade di grande comunicazione del mare di Galilea, sia nei villaggi all’interno.

Ma soprattutto contempliamo quel “viste le folle ebbe compassione di loro”: avere compassione non è un sentimento vago, una idea di commiserazione, ma è sentirsi provocato, chiamato, desiderato, coinvolto con tutto se stesso, nelle stesse sue viscere nella situazione di abbandono della gente, essere dedicato a tutti a partire dalle sue viscere di misericordia.

A mano a mano che si avvicina a Gerusalemme gli si chiarisce la missione per cui è presente su questa terra: la sente urgente, provocatoria per chi vuol stare nel suo brodo, nei suoi social ogni ora del giorno e pure della preghiera. 

Ci rende compartecipi della sua compassione e ci apre gli occhi su tutta l’umanità: non siamo nel mondo a perdere tempo o a provare nostalgie di chiese piene, di domande profonde, dobbiamo aprire gli occhi!

Gesù parla di una messe abbondante: il mondo non è una landa di ululati solitari, non è il regno delle tenebre, non è il male personificato: questo nostro mondo, proprio questo che sembra osteggiare la vita di fede, è una messe; c’è una attesa già matura, che noi non vediamo, ma che qualifica l’umanità. 

Certo, gli operai sono pochi, cioè ai cristiani – che pure sono molti – non viene in mente di essere sempre e ovunque convinti della propria fede e soprattutto gustarla: gli operai sono ogni cristiano, non solo i preti, o i ministri o gente che ci sta attorno, ma cristiani battezzati che sanno di poter avere solo la fede che riescono donare agli altri.  

7 Luglio 2020
+Domenico

Fede è toccare e lasciarsi toccare da Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 18-26)

Audio della Riflessione

Nel nostro mondo di grande comunicazione, con tanti strumenti di comunicazione che abbiamo e con i quali tentiamo spesso di semplificare le cose difficili – perché crediamo che la vita non abbia spazio per pensieri, per riflessioni sulle esperienze, momenti di ricerca in cui mettiamo assieme intelligenza, cuore e affetti, relazioni – ecco in questo mondo la stessa fede facciamo fatica a definirla: siamo sempre tentati di farla diventare un credere in cose che nell’esperienza sono impossibili, cose che la ragione non riesce a dimostrare, tendenzialmente lo riduciamo, questo atto di fede sempre a un atto di intelligenza.

Gesù nel vangelo dà una cognizione semplicissima della fede: la fede è toccare, che è la forma prima e ultima del conoscere; è andare oltre il proprio limite, entrare in comunione e in scambio con l’altro; la fede è toccare il Signore della vita, che a sua volta ci tocca: il suo tocco è il dono stesso della vita.

Non si evita la morte che fa parte della nostra finitezza, ma proprio in essa si è presi per mano da Gesù, che ci risveglia.  

Il Vangelo di Matteo ci presenta due miracoli legati tra di loro e intersecati: sta andando da un padre affranto per la morte della figlioletta, invitato da lui a scendere a casa sua dove essa giace morta, e gli chiede proprio: “Vieni, imponi la tua mano su di lei, e vivrà” – il tocco della sua mano.

Lungo il cammino una folla lo circonda, e da essa spunta una donna che ha da tempo un suo grande desiderio: è donna, e quindi soggetta a troppe limitazioni da parte della legge riguardo al suo stare in pubblico, ma osa, desidera, tenta di dare gambe al suo sogno di poter anche solo toccare il maestro e a furia di spinte, ci riesce e si accontenta … ce l’ha fatta: “Ho toccato quel lembo del mantello come si usava toccare il mantello dei profeti. Se questo Gesù è quella speranza che dicono, sono a posto.”

E Gesù si accorge: non s’accorgono gli apostoli, intenti a contare e a incassare complimenti, approvazioni, momenti di gloria e la sottile convinzione di stare al di sopra della media. 

Il tocco di quella donna è un tocco di fede: si è accostata a Gesù come alla sua salvezza, alla sua speranza di poter guarire, di poter tornare alla vita di ogni giorno senza il peso di una condanna. 

Gesù chiama quel tocco “fede”: «donna, la tua fede ti ha salvata». 

Giunge alla casa di uno dei capi che gli ha chiesto di imporre le mani alla figlia morta e Lui la prende per mano: tra quelle due mani passa la vita, passa la vittoria sulla morte, passa la fede del capo della sinagoga in Gesù.

Noi siamo di fronte al limite irrimediabile di ogni esistenza, a meno che ci tocchi il Signore stesso della vita: questo tocco lo ha provato anche il lebbroso, questa mano ha stretto anche il cieco di Betsaida, lo prese per mano e per quelle mani passò la luce

Fede è questo tocco nostro di Gesù e suo di ciascuno di noi! 

La fede è allora molto più grande di una pensata, di un concetto ben sistemato in un angolo del cervello: è la concretezza di un tocco di Gesù, che è venuto su questa terra proprio per rendere possibile, facile, vero sperimentabile il suo tocco, e il massimo del toccare oggi per noi è la comunione eucaristica, è mangiare il suo corpo e bere il suo sangue.

Mi permetto di ricordare oggi la festa Santa Maria Goretti che fece la sua prima comunione a Paliano nella diocesi di Palestrina. 

6 Luglio 2020
+Domenico