Vi garantisco la vita vera

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 5,38-40) dal Vangelo del giorno (Gv 5, 31-47)

«Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato.
Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per avere vita.»

Audio della riflessione

Sentirti dire da chi ti conosce bene che non sei onesto, che non sei corretto, che non hai un cuore capace di amare, che sei “autoreferenziale”, che ti sei trovato amici che ti adulano e ti nascondono la verità … è una bella batosta: dovresti farti un serio esame di coscienza, una buona autocritica … e invece spesso sei nel massimo della tua superbia e gli occhi ti restano chiusi sulle cose più evidenti della tua vita perché ti fanno male e non hai il coraggio di ammetterlo per cambiare.

Nel serrato confronto tra i giudei e Gesù avviene proprio questo: loro sono sicuri di essere nel giusto e decidono continuamente di “combattere” Gesù soprattutto quando tenta di smascherare i loro atteggiamenti ideologici.

“Dove sta la vera vita? Dove sta la salvezza? Che atteggiamento di accoglienza avete nei confronti del mistero di Dio? Quanto siete disposti a darmi fiducia? Potete alzare lo sguardo dai vostri interessi e dalle vostre comode ideologie che vi impediscono di cercare la verità? “.

È un rimprovero … sono domande che il Signore può fare a ciascuno di noi oggi: Ci diamo ragione gli uni gli altri, senza cercare la vera ragione che è Lui; Crediamo di avere in mano la vita e di poterla manipolare, mentre la vera vita è lui. Abbiamo collocato la nostra salvezza in alcuni nostri principi minimali, ma non ci accorgiamo che la loro fonte e la loro completezza sta proprio nel Signore Gesù.

Giovanni ha avuto il coraggio di mandare i suoi discepoli da Gesù per mettersi in dialogo e ricerca con Lui, che ha dato loro solo la cruda verità: “Giovanni era il precursore e un altro doveva venire dopo di lui. Ma a me che sono stato indicato da Giovanni voi fate continua opposizione preconcetta, senza lasciarvi interrogare dalla Parola, dalla Buona notizia. Per voi tutto è come sempre, il tempo che viviamo non ha niente di coinvolgente da parte di Dio!”.

Voi non volete venire a me per avere la vita, vi accontentate di imitazioni, di inganni, non siete disposti a darmi fiducia!”.

La nostra vita spesso è proprio così? Ci lasciamo incantare da tante cose e perdiamo di vista l’essenziale, siamo più disposti a credere al caso che a Dio, a fidarci dei venditori di felicità a buon mercato piuttosto che di Gesù …

Lui invece è l’amore!

Lui è la vita!

Lui è uno squarcio nel cielo per aprirci alla verità in questa nostra terra spaesata.

31 Marzo 2022
+Domenico

Suo Padre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 5,17-18) dal Vangelo del giorno (Gv 5,17-30)

In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco». Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.

Audio della riflessione

Se c’è un messaggio bello, desiderato, sentito, dolce, capace di sciogliere le nostre durezze e le nostre malizie è proprio quello di Gesù di chiamare Dio con il nome di “padre”. Quante ricerche si sono fatte da parte di ogni cultura, di ogni intelligenza per tentare di dare un volto a Dio.

Tutti ci facciamo domande su di lui. Esiste? Dove sta? Se c’è, che volto ha? Che cosa pensa di noi? Perché lascia crescere tanto male nel mondo? È stato definito come il motore immobile, come la causa incausata, come la bellezza infinita. Si è tentato di definirlo guardando a noi e dicendo di lui il massimo che si può dire di noi. Fatica sovrumana. Sarebbe come se definissimo un uomo a partire dagli aggettivi che possiamo dire di un filo di erba. Potremmo dire di tutto senza avvicinarci minimamente alla grandezza dell’umanità. Abbondano allora i superlativi: bellissimo, buonissimo, onnipotente; o i termini negativi di ogni nostro limite: non finito, non misurabile. Ne abbiamo attribuiti di aggettivi a lui, di titoli. I musulmani ne ripetono ogni giorno cento.

A noi Gesù ha detto che Dio è un papà, è padre; non un padre in astratto, tanto per dargli un bell’aggettivo commovente, ma suo padre. È mio padre. Affermazione inaudita, per ogni discorso filosofico su Dio, per ogni ricerca razionale, per ogni correttezza di teoria teologica, ma per noi grandemente consolante. Questo Dio che ha fatto cielo e terra è il padre di Gesù, di questo uomo che passa per le strade della Palestina a condividere con tutti povertà e sete di verità, amore e solidarietà.

È un salto grande che ci chiede di fare la fede, è una novità assoluta nella mente umana, e giustamente gli scribi accusano Gesù di bestemmia. Per questo cominciano a tessere trame di morte attorno a lui. Gli preparano il processo, la croce e il Calvario. Per questo sarà ancora più grande lo sconcerto, anche razionale, quando verranno a sapere che proprio questo crocifisso è il Dio dei cieli e della terra: scandalo e pazzia per ogni mentalità prima del Vangelo.

Noi però decidiamo di credere e di farci abbracciare da questo Padre che abita il cielo e vive per tutti sulla nostra terra desolata.

30 Marzo 2022
+Domenico

Sano e salvato

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 5,1-3.5-6) dal Vangelo del giorno (Gv 5,1-3.5-16)

Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici.
Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». 

Audio della riflessione

C’è stato un tempo in cui si leggeva il Vangelo come un libro molto bello, commovente, edificante, capace di infondere sentimenti buoni, una sorta di Cuore, utile per i bambini e per dare al mondo insegnamenti morali positivi, ma per nulla storico: quello che accadeva nel Vangelo era narrato con molta fantasia e con qualche riferimento essenziale a luoghi conosciutissimi.

Il miracolo di quel paralitico che voleva immergersi nella piscina di Siloe e che nessuno aiutava a fare il balzo nell’acqua, era per gli studiosi di questa “tendenza” proprio un fatto moraleggiante di questi.

A Gerusalemme si pensava non ci fosse nessuna piscina con portici … invece scavi non recentissimi hanno fatto emergere la piscina così come è descritta nel Vangelo, con cinque portici … un colpo duro a chi continua a pensare al Vangelo come a una favola.

Il paralitico è lì, è li ad aspettare l’aiuto degli amici, che non ha … lo incontra Gesù e lo guarisce e gli dice di raccattare il suo lettuccio, consunto dagli anni di pazienza, e di tornarsene a casa.

È un sabato e un uomo che gira per i vicoli della città, vicino al tempio per giunta, che si porta pure un letto, fa colpo: “Come ti permetti di spostare letti e masserizie di sabato tu? “. Ai custodi della legge non interessava la sua felicità di poter camminare, saltare, girare da solo, senza la pietà di nessuno dopo aver sofferto trentotto anni di immobilità, anchilosato nel corpo e nell’anima … doveva aspettare il giorno dopo, come sempre aveva aspettato per tutta la vita.

Ancora un precetto che allontana dalla vita!

Qualche volta siamo tentati anche noi cristiani di premettere le leggi alle persone, le formalità al bene concreto, le nostre manie di perfezione al dialogo sincere e al dono gratuito … “Se faccio questo poi che cosa diranno? ” … e intanto il povero, il malato è lasciato solo.

Invece Gesù lo fa danzare alla nuova vita: Lui parte, non bada a nient’altro, non si preoccupa nemmeno di sapere chi lo ha messo in piedi così … ci pensano gli scribi a riportarlo alla realtà con il loro bisturi della legge.

Gli nasce allora in cuore la voglia di vedere Gesù: quando lo incontra gli si affida, lo percepisce come la salvezza dal peccato e gli diventa testimone coraggioso.

Quello che Dio compie, nella vita di ogni persona, è patrimonio di tutti: è squarciare il cielo per illuminare la nostra terra spaesata.

29 Marzo 2022
+Domenico

Ho solo te

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 4,46-50) dal Vangelo del giorno (Gv 4,43-54)

Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e lo pregò di scendere a guarire suo figlio poiché stava per morire. Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Ma il funzionario del re insistette: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli risponde: «Va’, tuo figlio vive». Quell`uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino.

Audio della riflessione

Si fa tanto parlare oggi, soprattutto nella nostra società, di libertà, di ingerenza del papa o della Chiesa nei fatti pubblici, quasi che oggi siano tutti “costretti” a credere in Dio, a comportarsi secondo il Vangelo, a sentirsi “obbligati” a professare la fede cristiana … esistono sicuramente retaggi storici che potrebbero far credere che ciò sia un vero problema, ma è sempre utile rifarci a ciò che insegnava Gesù …

… nel suo insegnamento c’è sempre stato un grande rispetto della libertà: un giorno lo incontra un funzionario del re, un uomo potente e influente, una “bella posta” se dovessimo ragionare in termini di “proselitismo”. Se questo personaggio avesse creduto, si sarebbe tirato dietro sicuramente l’indice di gradimento del mondo che conta, della stessa corte, degli uomini del potere …il funzionario ha il cuore in mano, ha un figlio che gli sta morendo! Sta alla corte del re, ma di fronte alla morte non c’è re che tenga, non ci sono raccomandazioni e favori capaci di cambiare la morte in vita: lui sa di Gesù e si affida a Lui!

Gesù lo prova: “Mi state addosso solo perché volete sempre aver conferme su di me? non mi credete? volete sempre segni ed evidenze, conferme e sicurezze….

Il funzionario però parla col cuore: “Se questa è una diatriba culturale o religiosa non mi interessa proprio. Io sono a pezzi, mio figlio, la mia vita, la mia speranza, mi sta morendo, non mi interessa di che cosa pensano gli altri di me, se mi sono venduto o no. So che Tu sei capace di dare la vita perché sei dalla parte di Dio.”

Gesù vede l’insistenza, legge nel cuore e gli dice perentorio “tuo figlio vive!

Al funzionario del re basta la parola, non vuole evidenze, vuole solo sapere che Gesù parla: sa che la sua parola è vita, l’ha sentita prima nel cuore e l’ha percepita come un balsamo, e crede! Crede prima di vedere: non crede obbligato dal miracolo, ma affidato alla parola di Gesù! Questa è libertà!Questo è dialogo serrato! Questa è richiesta con tutta l’anima, è rischio globale, è fidarsi con il cuore in gola.

Poteva benissimo dire “questo Gesù non mi ascolta, mi inganna, resto nella mia solitudine” Invece si affida.

Anche per noi credere è affidarci a un cielo che è abitato da Dio, e che viene aperto a questa nostra terra sempre, anche quando è sospettosa di essere ingannata.

28 Marzo 2022
+Domenico

Mi corri sempre incontro

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 15,20-21) dal Vangelo del giorno (Lc 15, 1-3.11-32)

«Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio”.»

Audio della riflessione

Siamo sempre tutti figli in cerca di un padre: l’esperienza di essere stati affidati all’amore di un papà e una mamma è tra le più belle della vita!

Il Vangelo non poteva non passare da questo rapporto così determinante e necessario per ogni persona: questi due figli che fanno fatica a stare con il loro padre, che crescono in fretta, che si distanziano – anche giustamente – dalla vita del padre, che vogliono conquistarsi lo spazio indispensabile della loro libertà, sono la nostra immagine?

Uno di loro se ne vuol proprio andare, non ce la fa più: si sente soffocato, scambia l’amore per una catena, crede di poter volare, ma non ha ancora le ali.

Parte, crede di andare a conquistare la luna, invece si schianta appena fuori dal nido nelle braccia del vizio: trova subito il suo spacciatore che lo tira nella rete! Per fortuna che gli resta la capacità di ragionare e, soprattutto, non gli si sono ancora cancellate nella mente le belle esperienze di amore che ha avuto con il papà: la bella sensazione di essere preso tra le sue braccia, il ricordo della sua tenerezza … fa un giro di 180 gradi e ritorna! Gli basta stare nei paraggi, sa di aver sbagliato, ma anche solo a 100 metri da casa potrebbe respirare il suo amore!

L’altro figlio invece “sta col padre”: non si muove, aspetta senza lode né infamia che il tempo passi … io sono un pò cattivo, ma immagino che pensi così: “Morirà ‘sto vecchio, mi lascerà quel che mi spetta. Io tento ogni tanto di strappargli qualcosa, ma non molla facilmente, ha in mano tutto lui!”. Sta col padre, ma lo ritiene un padrone; è docile, ma per convenienza; è in casa, ma senza cuore; vuole bene non al padre, ma alle sue proprietà … il padre gli dice “tu sei sempre con me” … ma lui non gode del padre, non sa che significa poterlo “godere” come padre, non scandaglia nel suo cuore, ma solo nel suo portafoglio …

.. e quando il primo figlio ritorna, forse per interesse, ma almeno ritorna e dichiara di aver bisogno del papà, questo che sta sempre a casa si allontana col cuore e non ha il coraggio di chiamarlo “fratello”, ma dice “questo tuo figlio”, come quando in casa si litiga tra papà e mamma per i figli e si dice “guarda tuo figlio che ha fatto” …

Qui il padre è un grande, è proprio l’immagine del Signore: passa la vita ad accogliere l’uno e a coinvolgere l’altro! Non vuole lasciarli nel loro egoismo, spende la sua vita per farli cantare nell’amore … e questa  è la più bella immagine di Dio che noi abbiamo e che sicuramente non ci abbandona mai!

27 Marzo 2022
+Domenico

Ho nostalgia di te

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 18,9-10) dal Vangelo del giorno (Lc 18, 9-14)

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano».

Audio della riflessione

Ciascuno di noi ha una sua identità, un suo carattere, un suo modo di fare, una sua personalità … i hobby, gusti, preferenze, una sua immagine, una sua figura da presentare in pubblico: insomma, c’è una parte molto fisica che spesso è fin troppo curata, ma c’è anche una parte spirituale interiore, o anche solo psicologica, che ci caratterizza … e fin qui c’è da ringraziare Dio se ci teniamo ad avere una nostra solida personalità.

C’è però un atteggiamento sbagliato che spesso ci prende: affermare la propria identità distruggendo quella degli altri! Questo avviene soprattutto quando giudichiamo gli altri come inferiori a noi per emergere, quando disprezziamo per vantarci, o diciamo malignità sugli altri per stare noi al centro.

Nel Vangelo c’è un episodio molto significativo al riguardo e il peggio è che nel compiere questa operazione si mette di mezzo Dio: un fariseo sta impettito davanti all’altare ed elenca con supponenza tutti i suoi meriti e continua a gonfiarsi dicendo “io” … Io… io… io. Io faccio questo, io faccio quello … è il classico pallone si gonfia, soprattutto quando non è più sufficiente dire “io”, ma comincia a parlar male degli altri … crede che Dio lo accolga perché è lui, il fariseo, il supponente che gli apre gli occhi sulle differenze: “Io non sono come i peccatori, quelli te li raccomando! Poveracci, sono proprio fatti male. Guarda quello laggiù per esempio … invece, io…“.

In fondo alla chiesa, che allora era la sinagoga – diremmo noi oggi – negli ultimi banchi, appena dentro per non disturbare, cogliendo la sacralità del luogo, ma non come muro che allontana, ma come atmosfera che gli dà fiducia, un poveraccio non ha il coraggio di alzare lo sguardo e dice a Dio la sua vita: “non sono ancora stato capace di amarti, tento, ma non ce la faccio, ti ho promesso tante volte che sarei cambiato, avrei voluto almeno qualche volta essere degno del tuo amore, ma ne ho solo la nostalgia. Non ti prometto niente nemmeno oggi, ma guardami, abbi misericordia, compassione, mi basta questa, poi tornerò per le strade del mondo a vivere di tentativi, saprò però che tu mi vuoi bene.

Questi – dice il Vangelo – se ne andò col cielo nel cuore, sicuro che lassù qualcuno lo ama, e l’altro invece ha creduto di organizzare il cielo a suo uso e consumo, e si è ritrovato per le sue strade spaesate, e senza vita.

A noi il Signore chiede continuamente di abbandonarci al suo grande perdono.

26 Marzo 2022
+Domenico

La conversione: cambiare testa e cuore, rispondere a un invito esplicito, come città, non solo come singoli o comunità di fede, di fronte all’eternità.

Una riflessione sul libro del profeta Geremia “Gerusalemme città chiamata alla conversione” (Ger 2,1-5.7.11-13) e sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 33-34 – Lc 21,5-11)

Geremia 2,1-5

1 Mi fu rivolta questa parola del Signore:
2 «Va’ e grida agli orecchi di Gerusalemme:
Così dice il Signore:
Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza,
dell’amore al tempo del tuo fidanzamento,
quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata.
3 Israele era cosa sacra al Signore,
la primizia del suo raccolto;
quanti ne mangiavano dovevano pagarla,
la sventura si abbatteva su di loro.
Oracolo del Signore.
4 Udite la parola del Signore, casa di Giacobbe,
voi, famiglie tutte della casa di Israele!
5 Così dice il Signore:
Quale ingiustizia trovarono in me i vostri padri,
per allontanarsi da me?
Essi seguirono ciò ch’è vano,
diventarono loro stessi vanità

Geremia 2,7

Io vi ho condotti in una terra da giardino,
perché ne mangiaste i frutti e i prodotti.
Ma voi, appena entrati, avete contaminato la mia terra
e avete reso il mio possesso un abominio.

Geremia 2,11-13

11 Ha mai un popolo cambiato dèi?
Eppure quelli non sono dèi!
Ma il mio popolo ha cambiato colui che è la sua gloria
con un essere inutile e vano.
12 Stupitene, o cieli;
inorridite come non mai.
Oracolo del Signore.
13 Perché il mio popolo ha commesso due iniquità:
essi hanno abbandonato me,
sorgente di acqua viva,
per scavarsi cisterne, cisterne screpolate,
che non tengono l’acqua.

Conversione

All’inizio di ogni cosa, di ogni vita, di ogni popolo, di ogni città non solo c’è il regalo dell’esistere, ma pure c’è un grande amore di Dio: quasi una sorpresa di Dio che si è innamorato di ciò che aveva fatto esistere, un amore che ha prodotto liberazione.

Ogni persona, ogni popolo ha avuto un suo Egitto, da cui è stato “liberato” per amore puro, cui ha risposto con l’affetto della sua giovinezza, con l’amore di un fidanzamento, con un faticoso, ma alla fine convinto accettare di seguire Dio nel deserto, in una terra non seminata, con tutte le incognite di un futuro non facilmente immaginabile.

Questa terra fu cambiata presto in terra da giardino, ma noi, l’umanità l’abbiamo cambiata in abominio: una sorgente di acqua viva ridotta a pozzanghera, con un futuro da terra screpolata! A questa storia di tradimento umano, di allontanamento, di ribellione si fa presente immediatamente il suo invito alla conversione e come dono, la grande misericordia di Dio, il dato di fatto indiscutibile, con tanti esempi in cui si è già realizzato.

La conversione richiesta da Dio a Gerusalemme, al popolo di Israele, la distribuiamo sui tre momenti principali che la devono caratterizzare: iniziamo subito dalla vita di ogni persona del popolo di Dio, dalla nostra stessa vita.

1: La conversione “personale” di ogni abitante della città

L’amore e il perdono di Dio, la sua ricerca appassionata di ciascuno di noi che se ne allontana, che si perde, che scappa o si nasconde, che brucia il patrimonio di bene in cui è immerso per prendersi soddisfazioni stupide, ha immediatamente il regalo della storia di Gesù che ha  un cuore squarciato per amore: un cuore che non si è mai più ricomposto perché la cattiveria dell’uomo è sempre grande e la libertà dell’uomo è un dono da cui Dio non si ritrae mai.

Sei libero, ti ritrovi a fare sempre quello che ti piace di più, non ti interessa più niente delle persone che ti vogliono bene, ne vuoi sfruttare tante altre, ma sappi che da Me puoi sempre tornare, che Io non ti mollo! Io, tutte le sere prima di chiudermi in paradiso faccio la conta e mi accorgo se ci sei o no, se sei tornato dai tuoi insani percorsi, se ancora una volta ti sei fatto i tuoi giri perversi, il tuo sballo per sentirti vivo, le tue comode isole in cui seppellisci il tuo cuore … ma il mio cuore è sempre aperto ad accoglienza, a tenerezza, a gesti d’amore. Vorrei che quando tornerai ancora da me, anche il tuo cuore resti sempre aperto perché chiunque ci possa scavare dentro e trovi quello di cui ha bisogno per vivere bene e per essere veramente felice.

Non ci vuole molto a vedere che la nostra vita è piena di errori, di “carognate”, di sbagli, di cattiverie gratuite: siamo sicuramente anche capaci di bontà, compiamo gesti puliti e sinceri di amore e di dedizione, ma nessuno ci esime dal dover fare spesso i conti con il male … sembra quasi più grande di noi!

Ci siamo applicati spesso ad estirpare le malvagità, ci siamo anche allenati ad avere buona educazione, a frenare le passioni, a mantenere un equilibrio, ma torniamo spesso ai nostri “vizi”: i nostri peccati si sono inveterati in noi.

Il nostro agire male aumenta  il cumulo di male che stiamo compiendo oggi con guerre, terrorismi, ingiustizie, imbrogli, sopraffazioni, infedeltà: non possiamo negare che le prospettive di un futuro di bontà e di pace si stanno sempre più allontanando.

C’è, ad onor del vero, lo sforzo di tante persone che pagano con la loro stessa vita per dare al mondo una prospettiva diversa, ma il male non sembra avere fine.

Gesù in continuità e novità con l’invito di Geremia a Gerusalemme, nel Vangelo ci ripete: “Se non vi convertirete, morirete tutti allo stesso modo”.

Gesù mette in relazione conversione e vita, adattamento al male e morte: non si può certo pensare di risolvere il mistero del dolore credendo che tutto il male che c’è è un castigo di Dio per i nostri comportamenti malvagi! E il dolore innocente? E le sofferenze di tanti bambini? Proprio per questa “applicazione automatica” tra disgrazia che capita e colpa che l’ha meritata, Gesù richiama alla conversione, a cambiare vita.

Voi credete che mio Padre stia a tendervi un agguato per sorprendervi quando sbagliate e punirvi? Credete che Dio, mio Padre, sia un freddo calcolatore di meriti e colpe e che sta a far pareggiare i conti: tanto hai sballato, tanto devi pagare? Saremmo proprio fuori di testa.”

Convertirsi è cambiare testa, modi di pensare: è uscire dalla logica di un “dio” commerciante che noi ci siamo costruiti a nostra immagine e somiglianza! Convertirsi è prima di tutto sentirsi sempre tra le braccia di un Padre:

  • Lui, che ti vede non combinare niente di buono, che sa di quanti doni ti ha caricato, che conosce il valore della tua umanità;
  • Lui, che dandoti la vita ti ha fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore ti ha coronato (come dice il salmo 8);
  • Lui che ci vede impigriti in continui errori…

… Lui che fa, che dice?

E’ una vita che ti sto dietro, che sto ad aspettare ogni minimo cenno di bontà, ma non riesco a percepire niente…. Vuoi che ti lasci al tuo destino?! Neanche a parlarne! Non c’è nessun destino, ma solo libera scelta!”.

L’Incarnazione del nostro “essere Dio in Gesù” è una scommessa sulla libertà degli uomini: abbiamo  scommesso sulla libertà di Maria di accettare di diventare la mamma di Gesù, sulla libertà di Giuseppe di caricarsi di un figlio non suo, sulla libertà di tutti coloro che lo hanno seguito di fidarsi di un regno che a mano a mano che si avvicinava la pasqua diventava una disfatta.

Gesù ha pazientato infinitamente con gli apostoli: non ha tolto loro la fatica del decidersi per il Regno di Dio! Tutte le persone che sono state travolte dalla sua Parola – ora dura, ora consolante – non sono stati ammaliati, ma hanno dovuto decidersi “giocando” in libertà piena, non costretti da eventi favolosi o da irretimenti sottili.

Convertirsi è esaltare l’uso della nostra libertà a confronto con la persona di Gesù: contro questa nostra libertà Dio non può andare e se qualcuno nella sua cattiveria ci toglie ogni libertà perché decide di toglierci la vita – come tanto spesso capita nel nostro mondo violento – Dio ce la ridona in pienezza.

La misericordia di Dio ha la sua musica: non è il rombo dei cannoni o il sibilo dei missili o lo stritolare dei cingoli dei carri armati! Dio si paragona al contadino, non più al padrone, si fa uno di noi in Gesù e consuma la sua vita a zappare e mettere concime attorno a questa nostra esistenza inaridita: la mette in condizione di giocarsi in pienezza e libertà.

Conversione è sentire su di noi queste cure, questo amore che ci toglie dalla nostra sterilità: il rumore dei colpi insistenti, cadenzati, ostinati del contadino che zappa attorno alla nostra vita è musica e ritmo della nostra conversione.

2: La conversione “comunitaria” della città

Geremia parla di Gerusalemme, di una convivenza sognata, realizzata, boicottata, ripresa tante volte, distrutta e ricostruita: ci siamo resi conto – ancora di più in questi giorni – che prima delle case, dei muri e dei palazzi, la città è fatta da un mondo di relazioni, di solidarietà, di gioie condivise, di dolori atroci incomprensibili, sempre in “agguato”: sono il sorriso, il pianto, gli abbracci di bimbi e madri, sguardi impotenti di papà, strutture di convivenza; sono reti di relazioni, di commercio, di scambio, di offerta e di acquisizioni, di cieli, di case, di piante e fiumi, di ponti e strade.

Le nostre città hanno case, strade, vie di pace o già incarnano dentro il dolore e la morte? Sono a misura di bambini, di fragili, di vecchi e persone oppure solo di commercio e di accumulo, che poi tende allo sfruttamento? Esaltano la ricchezza e il potere o la fraternità e la bellezza?

Si fa presto a passare …

da “giardino e sogno
a
“possesso e abominio”.

Gerusalemme si era anch’essa imbarbarita se Dio la richiama così!

Le nostre città sono abitabili o solo “ammucchiamenti”? Da buon Bresciano ho ben in mente la differenza abissale per l’abitabilità tra i villaggi Marcolini (auspicando che Padre Ottorino Marcolini sia presto dichiarato beato) e le famose “torri”, umanamente anche pericolose da abitare, che si fa fatica persino a demolire! Non sto cercando soluzioni o proponendo architetture, ma umanesimo al massimo! Occorre moltiplicare umanità, relazione, solidarietà, che possono convivere con lavoro, comunità e  società. Tutto questo non viene da spontaneità miracolistica, ma da una progettualità lungimirante e profondamente umana: l’umanità è il primo luogo che abita Dio!

Linee di “conversione” a questo proposito sono fatte da cittadinanza attiva sostenuta e vivificata da cristianesimo attivo: la città è anche insieme di istituzioni, di leggi, di strutture, di coordinamenti, di istituti culturali e bancari, di associazioni, di aggregazioni che permettono la collaborazione di tutti e ne vivono i vari aspetti.

Ai tempi del profeta Geremia Gerusalemme aveva un centro, uno spazio, un insieme di energie materiali e spirituali concentrate nel Tempio: la religiosità “strutturata” non era una vaga idea facoltativa, ma una dimensione del cittadino, con sue leggi e servizi, con sue fortune di tempi propizi e sfortune di tempi di sfacelo … infatti dice Geremia (al versetto 13 del capitolo 2):

Perché il mio popolo ha commesso due iniquità:
essi hanno abbandonato me,
sorgente di acqua viva,
per scavarsi cisterne, cisterne screpolate,
che non tengono l’acqua.

Il Signore Iddio ne era il centro e lo avevano abbandonato: un abbandono che non è solo questione di idoli o di simulacri sacri o di statue, ma cancellazione di centri profondi e personalizzati nella vita di ogni persona, cancellazione si decisioni di massima fiducia e adesione a Dio, cancellazione della consapevolezza di un posto esplicito per la fede, cancellazione della consapevolezza della finitezza umana e del bisogno di una continua salvezza, ripresa, rinnovamento.

Avevano bisogno di acqua viva e non di acqua stagnante, per di più in cisterne screpolate!

Oggi noi non abbiamo più il Tempio, siamo evoluti come società che distinguono bene il trono e l’altare: abbiamo le parrocchie, la Chiesa che dentro questa società tiene alta la concezione di umanità a partire da una esperienza libera che è la fede.

Che ruolo abbiamo noi cristiani dentro questo invito alla conversione nella nostra Gerusalemme?

Oggi siamo di fronte anche a grandi cambiamenti della vita quotidiana: Come ci troviamo come cristiani entro questi cambiamenti di prospettiva umana? Ci troviamo a dover tenere conto di una massa di persone che sono rimaste fuori dal contatto con la comunità cristiana non per un cosciente rifiuto del messaggio cristiano! Non sono atei, ma fedeli in attesa che qualcuno gli dica qualcosa! Non pochi hanno toccato il fondo della confusione in una sorta di nichilismo di massa, in una nausea che monta sempre più per il cumulo di superficialità in cui sono immersi.

Quel campanile che ancora svetta tra le case e ci avvisa dei morti (e molto più raramente dei nati) avrà la capacità di rompere la monotonia dell’abituarsi al ribasso? Può ancora fare da antenna che intercetta o smuove domande di Dio?

Se ora tre o quattro, sei o sette parrocchie vengono messe insieme con un parroco, vediamo che alla lunga ciò non interessa a nessuno: queste cose riguardano noi preti e qualche altro catechista o cattolico della messa settimanale, per questo purtroppo è visto come un problema di funzionamento dell’azienda … non sarà che dobbiamo interrogarci se c’è ancora desiderio della presenza di Dio nella nostra vita e nella vita della gente? Interessa ancora Dio, Gesù Cristo, la fede? E il prete si accorge che la sua risposta non si può esaurire nei compiti istituzionali! Ha bisogno di un colpo di reni che non può essere costituito solo dalla predica della domenica.

I genitori cristiani si accorgono che non basta raccomandare ai figli o ai nipoti di andare alla Santa Messa, di andare a catechismo almeno fino alla Cresima … si preoccupano veramente di dove vivono i loro spazi di amicizia e come li vivono? A tutti è chiesta una serie di conversioni, di cambiamenti rispetto al modello educativo pastorale in cui il prete è stato preparato e gli adulti sono stati educati, soprattutto se non si è più giovanissimi, come la media dei preti  e dei credenti di oggi!

L’ultima pandemia  ha allontanato la parrocchia dalla gente, ci ha forse anche abbassato la stima che ne avevamo, perché non siamo stati coerenti con un po’ di coraggio, ci hanno tolto il rapporto vivificante con i ragazzi e i giovani e ce li troviamo lontani … per i preti più giovani erano la ragione del loro apostolato e senza di loro ci si sente non poco frustrati. Sì, un prete “serve” ancora nei casi disperati, nella morte, qualche volta nelle malattie, nella vita privata, ma non è chiamato in causa per impostare una vita della famiglia e della società più giusta. 

Le giovani generazioni sono altrove: facciamo fatica a dialogare con loro, a renderle sensibili alla voce dello Spirito … la gente ci vuole bene, ma non siamo capaci di aiutarla a fare un salto di qualità nella fede!

Oggi la fede ha bisogno di essere rigenerata per essere disponibile alle domande degli uomini e delle donne di oggi, ma siamo sempre ai primi passi: noi preti siamo mangiati dalla vita ordinaria, dal compito pure necessario di offrire i sacramenti, che spesso giungono su un popolo che forse non li accoglie con fede, ma per tradizione, il Vangelo sembra dover prendere altre strade, che non sono le nostre.

Ci pare che il nostro Dio con la lanterna cerchi un uomo o una donna che abbia ancora interesse per Lui: farebbe parte del nostro essere cristiani offrire a Dio una compagnia! Vorremmo condividere la solitudine di Dio, per dare un senso interiore alle nostre sconfitte senza cercare le tante scuse che potremmo trovare … vorremmo avere il coraggio di un cammino senza difese, per una apertura senza angoscia, e la fiducia in Dio che non smette di accompagnarci … ma la cosa che ci sorprende, e anche ci scoraggia, è che la società, la Gerusalemme di allora, si sta sempre di più  affrancando, facendo a meno  del cristianesimo e il nostro lavoro sarà quello di renderla di nuovo disponibile per esso, come se lo scoprisse daccapo.

Dobbiamo cercare le tracce dove Dio è sicuramente passato e domandarci: dove abita ora  nascosto il Dio cristiano? Come testimoniarlo, come dare forma alla sua presenza? Dove e come  sta lavorando Dio nei nostri giovani, nelle nostre famiglie? Riusciamo a vedere il bene che vi fa sempre?

Non dice niente alle nostre preoccupazioni “ecclesiali” la figura del “samaritano” in cui tanti italiani, tante mamme e famiglie, tanti ragazzi a scuola in questa guerra assurda si sono improvvisati, messi a disposizione, inventato tante nuove accoglienze di profughi, non sono questi i frutti di una sana mentalità cristiana, che va fatta emergere e notata, resa sacramento di un Dio nascosto, che in tanti va adorato? E’ un fuoco di paglia o non può essere oggi un salto di qualità nella vita credente?

Negli anni “sessantotto” dicevamo a questo riguardo: “se tu samaritano vedi che su quella strada trovi sempre qualche uomo mezzo morto domandati anche chi è che opera questo misfatto? Non accontentarti di salvare i feriti!”.

Oggi forse siamo troppo impotenti e ci dobbiamo impegnare anche all’accoglienza di tutti, dei troppi “feriti” che si chiamano profughi, perché il mondo sta diventando una fabbrica di profughi! Non possiamo, nella nostra conversione, fare bene solo questa scelta, e sarebbe già molto: intanto, come cristiani, delineiamo e formiamo bene il samaritano con le qualità della parabola del Vangelo: “gli si fece vicino“.

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 10,33-34)

33 Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui.

Ci siamo fatti vicini? Non li guardiamo a distanza! Non basta  un saluto su whatsapp, non si manda solo un assegno alla caritas per tutti questi “poveracci” …

«.. ne ebbe compassione .. », si commosse … è un classico verbo greco che dice quello che capita alla mamma quando vede suo figlio in difficoltà: le si muovono le viscere, tanto è coinvolta nel dolore e nella condivisione, nell’ansia di alleviare e nella sofferenza da condividere e sconfiggere! È lo stesso verbo che il Vangelo usa quando Gesù vede la vedova che accompagna al cimitero il suo unico figlio morto, quando il padre vede finalmente arrivare dopo tanta attesa il figlio prodigo! È l’amore di Dio per i suoi figli!

Si fa avanti, si fa vicino”: ci candidiamo ad essere  prossimo, a rispondere alla domanda che spesso ci siamo fatti sempre solo a noi: me, chi mi ama?

“Fascia le ferite” con la consapevolezza che noi da soli non possiamo assolutamente ricucire gli strappi di tutti  è solo Dio che lo fa, lui conosce da dove sanguina il nostro e il loro  cuore e ne ferma l’emorragia mortale

“Versa sopra olio e vino”: è l’olio che guarisce la nostra disumanità, che smolla le nostre durezze … è una Parola che scioglie la nostra cattiveria e il vino che dà l’ebbrezza della vita … è ancora quel vino che mancava a Cana. Acqua e pane sono sufficienti per sopravvivere, ma se vogliamo fare festa occorre il vino … e noi vogliamo essere per loro il vino della festa!

Lo carica sul suo giumento”: è Gesù stesso che poi si caricherà ogni uomo ferito su di sé, Lui che “… portò i nostri peccati nel suo corpo
sul legno della croce,
perché, non vivendo più per il peccato,
vivessimo …
” (1Pietro 2,24)

“Lo condusse nell’albergo”: abbiamo e vogliamo per tutti una casa in cui essere accolti, è stata già pagata in anticipo dal samaritano! La Chiesa, la nostra comunità, il nostro gruppo sta diventando questa casa che accoglie tutti: è l’insieme di luoghi, fatti di tessuti di relazioni vere (non tanto o solo di muri) in cui i giovani profughi vi si possono sentire accolti, avere la certezza che, pur sentendosi offerta accoglienza, qualcuno ha già pagato per noi e per loro per scambiarsi assieme il massimo di ospitalità!

“Si prese cura” … noi diremmo, in linguaggio corrente, “ci siamo fatti carico gli uni degli altri”: per gli ulteriori livelli, che diventano politica vera e nuova,  mondiale e non solo di parte, sarà obiettivo della Chiesa fra crescere politici di levatura anche ingenua, ma eversiva, come quella di Giorgio La Pira, che avrebbe già avuto coraggio e fede da vendere per agire anche su ogni Caino. 

Convertiamo bene la Gerusalemme, che non ha futuro se non c’è conversione!

A noi cristiani oggi è chiesto di dare importanza a questa acqua viva che è la fede nelle nostre società e strutture: non si tratta di essere “talebani”, ma testimoni! Non siamo “kamikaze”, ma persone disposte al sacrificio e al martirio.

La conversione sul futuro nostro e del mondo in cui viviamo. Finisce un mondo, ma non è la fine del mondo

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21, 5-11)

5 Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse: 6 «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta». 7 Gli domandarono: «Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?».
8 Rispose: «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: “Sono io” e: “Il tempo è prossimo”; non seguiteli. 9 Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine».
10 Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, 11 e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo.

Mai come oggi, con la pandemia e dentro la guerra, siamo stati  messi di fronte  alla fine del nostro vivere: non è facile però nemmeno lontanamente parlare della morte, perché c’è quasi un prolungamento artificiale della vita, in cui non si può mai parlare, pensare, preparare la morte.

Contro un mondo che commercializza tutto e che è schiacciato sulla terra e che ci invita a non guardare in su (“don’t look up” è il titolo di un famoso film che molte famiglie si sono viste) dobbiamo reagire perché la nostra vita ha un suo futuro in Dio: Dobbiamo avere sempre uno sguardo verso l’alto, il nostro futuro è in Dio!

Il primo passo di una fine del mondo vecchio, della Gerusalemme di Geremia, è stata la distruzione del Tempio di Gerusalemme e quindi la nascita di un nuovo modo di incontrare Dio: è l’inizio del “tempo dei pagani”, cioè una nuova pagina della storia della salvezza aperta ora a tutti, che però è preceduta da segni di grande dolore e distruzione (che Luca mentre scrive il Vangelo ha già potuto vedere). 

Quel “non resterà pietra su pietra” non è un modo di dire, ma la fotografia di una vera distruzione … facciamo memoria di alcuni elementi “concreti”: il Tempio costruito da Erode, che ha impiegato 100.000 operai e 1000 sacerdoti come muratori per le parti più sacre, è iniziato nel 20 a. C. e finirà solo nel 64 d.C. cioè 6 anni prima della sua distruzione avvenuta poi nel 70 d.C. dopo una rivolta sanguinosissima dei giudei iniziata nel 66.

Giuseppe Flavio, secondo un calcolo un po’ gonfiato, da buon romano, scrive di 1.100.000 giudei uccisi e 97.000 fatti schiavi: Le guerre e le rivolte sono come le pietre miliari della storia … non volute da Dio, ma dall’uomo, sono il più male più grande: continuano il peccato di Caino e per questo sono segno della fine già presente nel quotidiano! Il discepolo le deve vivere come appello urgente alla conversione e luogo in cui esercitare misericordia, come il suo Signore.

Sia la morte di Gesù, come la distruzione del tempio, sono sì la “fine del mondo” ma non come lo pensiamo noi: sono il giudizio definitivo di Dio che offre salvezza a tutti! Il presente è allora il tempo della pazienza, della conversione, come per gli apostoli è stato il tempo dello sradicamento da Israele e l’apertura a un nuovo mondo, non legato al Tempio, ma legato a Gesù ucciso, annientato, morto, ma risorto: è finito quel tempo e comincia definitivamente il nuovo con tutti i dolori di una fine, ma anche con tutte le speranze di una vita nuova.

E’ giusto oggi, per la nostra chiesa italiana, con queste assenze, con questa diminuzione di partecipazione alla vita della chiesa, la scelta di far vincere  le nostre paure, addolcendo e togliendo nerbo alla vita cristiana in un adattamento  alle mode del tempo? Assolutamente no! L’intero mondo di devozioni rigeneratrici, è quasi sparito o non è preso in grande considerazione … anche per questo motivo credo che voi, compagnia delle sante Croci, abbiate celebrato con impegno il lavoro fatto nel giubileo sul dono inestimabile delle “sante” croci, riproponendole come snodo necessario per una fede forte, come occorre implorare da Dio in questi tempi.

Occorrono sempre cristiani santi, decisi, che credono che la Chiesa può avere un ruolo di grande servizio per la conversione nostra e nelle nostre città! Se siamo così perdonati e convinti oggi però non è il tempo di imporre facili alternative, ma inventare percorsi accompagnati.

O sacramenti o nulla?
O la parrocchia o nulla?
O L’Eucarestia o nulla?

Non è un dovere progettare percorsi,  passi che stanno prima del sacramento, che aiutano a crescere, a desiderare, a invocare il Signore? Non c’è proprio posto per un dialogo, un  affidamento a Dio, una sua benedizione di incoraggiamento, di apertura di porte nuove?

Non tocca a noi giudicare!

  • Sono “sposati male” …. allora non c’è più spazio per un minimo di fede?
  • Sono “ufficialmente omosessuali”, allora sono “maledetti da Dio” … non possono nemmeno pregare?
  • Fa una “vita sulla strada”…Non c’è spazio per un umanesimo di grande carità, di disponibilità?

L’Azione Cattolica, sempre tacciata di “bigottismo”, faceva gli esercizi spirituali per le ragazze “pericolanti”, nome che significava “prostitute”: non avrebbero smesso il “mestiere”, ma si accendeva in loro una luce!

Possiamo pensare a una comunione di preghiera per chi non può comunicarsi, spazi profondi di ascolto della Parola di Dio sostenuti da papà e mamme, da coppie di sposi: che forme usiamo per accompagnare alla morte le persone? Qui non si fa la scelta “o sacramenti o nulla” … c’è già il nulla, perché il sacramento dell’unzione dell’infermo è quasi sempre evitato nelle nostre famiglie!

Offriamo spazi di composizione di gesti di carità, solidarietà che sono caricati di fede, di Parola di Dio, scoperta in maniera diversa e realizzata pure in maniera eroica?

Quante “fini” fanno parte delle nostre esistenze? Pensiamo alla pandemia, che si inscrive nelle nostre carni, nei nostri affetti, nelle nostre opere e mette la parola fine a tante nostre esistenze, ma anche a modelli di vita sbagliati: sta finendo un mondo – continua a ricordarci papa Francesco – e ne deve nascere uno nuovo … e ogni uomo e donna sono chiamati a conversione come lo furono i cristiani di quei tempi, gli stessi giudei e romani.

Noi pensiamo sempre che possiamo tornare “come prima”, ma un mondo vecchio sta morendo e noi ci dobbiamo convertire a un nuovo modo di vivere, da Fratelli, tutti.

Invece, quindi, di farci la domanda “quando sarà la fine” … iniziamo a convertirci, ad assumere comportamenti che ci portano a un vero cambiamento dei modelli del nostro vivere, altrimenti non solo non resterà pietra su pietra, ma la nostra casa comune, la terra, produrrà solo veleni e morte.

La conversione massima però sarà sempre la centralità di Gesù a Gerusalemme, nel mondo convertito: Gesù aveva nel cuore un sogno che lo consumava, una meta che lo attraeva, un compito che da sempre lo definiva, cioè l’amore senza riserve per l’umanità, per me, per te, per tutti! Questo amore si consuma fino all’ultima goccia sulla croce, il momento massimo della sua storia di affidamento alla sua missione e al Padre, il punto di arrivo del salto definitivo nella gloria del Padre: Lui saliva a Gerusalemme, la sua vita è stata un continuo, quotidiano salire a Gerusalemme … Là è la meta, là lo aspettano gli eventi definitivi, là gli ha dato ancora appuntamento il principe del male per sferrare l’ultimo, inutile attacco, là, a Gerusalemme, offrirà la sua vita per me, per te!

Invece le nostre vite sono spesso un allontanarci da una conversione di Gerusalemme, un fuggire dalle strade dell’impegno, dalle indicazioni della fede: “Hai davanti a te il bene e il male: scegli il bene! Sali anche tu a Gerusalemme! C’è nella tua vita qualcosa che ti brucia dentro, per cui la vuoi donare e consumare? C’è nel tuo cuore un desiderio che non riesci a contenere? È un desiderio di potere, di sopraffazione, di piacere a ogni costo, di conquista per schiacciare o è un desiderio d’amore, capace di buttarsi per una causa, la causa grande del regno di Dio?”.

La strada è in salita: è quella di Gerusalemme, spesso da fare in solitudine, ma non mai abbandonati da Dio, sempre sorretti dallo Spirito che ha spinto Gesù fino al calvario e da lì lo ha innalzato alla Risurrezione.

Lo Spirito di Dio è in ogni uomo per aiutarlo a dirigersi sempre verso la Gerusalemme convertita, riscattata, la sua Gerusalemme che apre il cielo alla potenza di Dio, per chiudere le nostre strade di confusione e di stagnazione: è conversione di Gerusalemme anche un mondo senza più guerre.

Non è certo “conversione” chiamare le guerre “operazioni militari speciali”.

25 Marzo 2022
+Domenico

                                                                                                                                                                                                                                   

Il momento magico di Dio e di Maria

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1, 34-38) dal Vangelo del giorno (Lc 1,26-38)

Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Audio della riflessione

L’istante del concepimento è il vero inizio della vita di una persona: lì, nel segreto del seno materno, inizia una vita nuova, inizia un progetto, una novità assoluta! Certo, assomiglierà al papà e alla mamma, ai nonni e alle zie, avrà un colore della pelle, caratteristiche somatiche che dipendono dal luogo in cui nasce, dall’etnia cui appartiene, ma è e sarà sicuramente non riducibile a nessun altro: avrà un suo dna caratteristico, non si sentirà fatto in serie, ma sempre una novità assoluta! Dio, da quel momento, ha già inscritto una sua peculiarità, la sua anima, il suo alito di vita, soprattutto il suo amore.

Tutto comincia da questo momento “magico”, che non è per nulla imbarazzante: è un momento di amore, non è una operazione chirurgica, né una tecnica sofisticata per far vedere che come uomini siamo bravi e sappiamo manipolare tutto! Non c’è inseminazione artificiale che tenga: sono solo strumenti sostitutivi che non devono mai lasciare in secondo piano l’amore profondo di due persone e l’unione della loro corporeità.

Il piano di Dio prevede che sia sempre l’amore a provocare la vita, anche se la nostra cattiveria umana spesso lo fa diventare il momento della violenza e del sopruso.

Oggi, a nove mesi esatti dal 25 dicembre, il giorno di Natale, la Chiesa non può non ricordare il momento “magico” del concepimento di Gesù: Dio si è inscritto nella vita dell’uomo, ne segue le leggi, soprattutto ne interpreta i momenti determinanti e infonde in loro la luce vera del progetto di amore di Dio.

Maria, una giovane ragazza ebrea, si sente chiamata a dire “sì”, a dare la sua adesione al grande piano di Dio di abitare tra noi, di condividere la nostra umanità, la nostra quotidianità.

Dalla sua disponibilità dipende l’inizio di una storia che cambierà il mondo: i secoli vengono divisi in due, da quel momento. L’uomo può di nuovo cominciare a sperare, la nostra carne non è debolezza e vanità, ma è la carne come ha ricevuto e ha voluto ricevere il del Figlio di Dio.

E Maria dice sì: non diranno “sì” tante persone che incontreranno Gesù, anzi, molti gli daranno battaglia, lo metteranno in croce, ma proprio lì si esprimerà la pienezza dell’amore partito da quel concepimento, e nessuno più lo fermerà.

La speranza si trasformerà in certezza!  

E questo giorno da un po’ di anni il Santo Padre ha voluto che fosse il giorno della penitenza, il giorno della confessione, il giorno del ritornare a dialogare con Dio, con il suo perdono e quest’anno è anche il giorno in cui il papa consacrerà la Russia e la nazione che è sotto il peso di questa guerra, l’Ucraina, la consacrerà al Cuore Immacolato di Maria.

25 Marzo 2022
+Domenico

Signore, facci dono della parola

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 11, 14) dal Vangelo del giorno (Lc 11, 14-23)

In quel tempo, Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle rimasero meravigliate.

Audio della riflessione

Occorre guardare in faccia e dare un nome al male che invade il mondo e ci riempie di innumerevoli sofferenze: iniziare un tempo di particolare impegno nel combattimento spirituale che ci oppone al male presente nel mondo, in ognuno di noi e intorno a noi, vuol dire guardare il male in faccia e disporsi a lottare contro i suoi effetti, soprattutto contro le sue cause, fino alla causa ultima, che è satana; significa non “scaricare” il problema del male sugli altri, scaricarlo magari sulla società o su Dio, ma riconoscere le proprie responsabilità e farsene carico in maniera consapevole.

Il male ha tanti volti, tanti quanti sono le nostre cattiverie, le nostre infedeltà, il nostro egoismo, ma ha un principe che viene sostenuto e che lo diffonde questo male : è il demonio! Gesù ne parla spesso nel Vangelo e gli dichiara lotta senza tregua: contro di Lui, il demonio deve assolutamente indietreggiare! È Gesù il Signore della vita, della storia, degli inferi.

Una delle prove del suo essere Figlio di Dio è proprio questo potere assoluto sul male: Il demonio lo insidia, ma viene respinto; lo tenta, ma Gesù lo mette in fuga; lo assale e lo tormenta, ma non può prevalere … e il demonio ne ha paura: “Che c’è tra noi e te” – gli gridano quando li scaccia da un indemoniato- “lasciaci vivere, mandaci in quella mandria di porci.”

Il demonio sfida sempre il Creatore nelle sue creature: un giorno, Gesù sta scacciando un demonio muto che toglie la parola a un uomo, gli toglie la parola, lo fa ripiegare su se stesso, come quando tante volte capita a noi di chiuderci per superbia, per dispetto, per punire, per lasciare soli.

La parola, spesso, può essere di conforto, di chiarezza per chi cerca un riferimento, di consolazione, di amicizia, di fraternità: muto non è solo chi non può parlare, ma anche chi non vuol parlare, chi è connivente con il male e non lo denuncia, chi vede il vuoto che una parola può colmare e resta chiuso in se stesso, chi sa di poter dire un parola risolutiva su una sofferenza e mantiene il silenzio per un suo piacere sadico.

Gesù si è fatto Parola, per questo scaccia il demone muto e dà all’uomo la capacità di parlare, di dire, di creare rapporti, relazioni di bontà. Sapere che Dio ci parla e che ci dà la parola è avere la certezza di sentirci amati e di poter dire il nostro amore a lui e a tutti, di “forare” la nostra solitudine e farci aprire il cielo.

Se oggi possiamo sperare in una ripresa di normalità, dopo la pandemia, è importante che torniamo a esprimere la massima fraternità possibile, il massimo aiuto vicendevole, la massima fratellanza … e la stiamo vivendo molto bene nei confronti di chi è sotto la guerra.

24 Marzo 2022
+Domenico

Diamoci dei “paletti”

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,17) dal Vangelo del giorno (Mt 5, 17-19)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento».

Audio della riflessione

Certo, la spontaneità è un grande valore e una grande forza, e non deve essere repressa … perché la vita è spontaneità: la vita ha il proprio senso in se stessa, non è regolata da una norma ad essa esteriore, non si ripete, si rinnova continuamente!

La vita è tanto più vita quanto più sgorga liberamente da se stessa, quanto più è audacia e avventura imprevista, e quanto meno è ingessata in vie che danno sicurezza ma che spengono ogni slancio, ogni vera novità.

Oggi siamo ridotti quasi tutti ad attività costrette, obbligate da una società che si è “supergarantita” di fronte a ogni imprevisto … ma questa è una faccia soltanto della realtà! L’altra faccia è il rischio di andare oltre, di far scadere, cioè, la spontaneità e l’originalità a instabilità, irrequietezza, disordine e anche a cattiveria e malvagità. Da questo rischio ci salva la norma, la quale dà alla tua vita un ordine, la inserisce in una sintesi: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti.”

La Legge e i Profeti cui si riferisce Gesù non erano solo norme, erano il progetto di Dio per l’alleanza con il popolo d’Israele, anche se contenevano precetti, indicazioni, prescrizioni … dovevano servire un piano delicatissimo quale era il patto d’amore tra Dio e l’uomo … e Gesù a questo patto è legatissimo, perché lo sta rinnovando e continuando.

Nel costruirci una nostra personalità e nell’edificazione di sé come soggetto uomo maturo e adulto, la legge, le norme, le regole hanno un ruolo ineliminabile: ci insegnano a non rimanere prigionieri delle proprie pulsioni o dei bisogni immediati, e danno, così, l’accesso alla vera libertà.

Molti giovani credono che non occorrano paletti, non occorrono regole, però le li guardate bene, se ci guardiamo bene quando giochiamo siamo molto ligi e decisi a farle rispettare, perché permettono a tutti di giocare bene … e tutte le invettive che mandiamo a quei poveri arbitri danno l’idea di come ci teniamo che le regole siano fatte osservare bene.

È così anche la vita spirituale e affettiva: la legge aiuta a crescere! La legge del Signore protegge soprattutto il bene comune, ma protegge anche la libertà personale, che altrimenti sarebbe soggetta a ogni forma di violenza.

Grande per il Regno dei cieli è chi sa darsi una legge interiore che Dio fa diventare spazio di libertà e di incontro con il cielo abitato da lui, per dare luce alle strade dell’uomo.

23 Marzo 2022
+Domenico