Arrangiatevi non è verbo da cristiani

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 13-21)

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Quali sono le cose più importanti che voglio sapere della vita? Che cosa è che mi interessa di più? Come dovrebbe girare il mondo? Dove sta la verità di quello che viviamo?

Ognuno di noi ha nel cuore qualcosa che vorrebbe sapere o fare o cambiare: vorremmo ogni giorno ricostruire il mondo a seconda dei nostri bisogni, delle cose che interessano a noi, del problema che affrontiamo, del caso pietoso che ci si presenta … vorremmo decidere col cuore, col sentimento, con la fantasia, cose belle, ma spesso unilaterali e incomplete, e quindi ci sentiamo un po’ confusi, anche perché tutti dicono la loro e vince chi ha maggior possibilità di costringerci ad ascoltare.

Siamo sbandati nella mente: vorremmo poter sentire una parola di verità. Hanno chiesto una volta agli adolescenti: chi vorresti come educatore? Risposta: qualcuno che ha qualcosa di vero da vendere.

Gesù così ha sentito la sete della gente che lo seguiva: sentì compassione per loro, e loro lo seguivano anche perdendo il senso del tempo, dimenticandosi quasi di mangiare, tanta era la speranza di chi lo ascoltava, lo seguiva, beveva le sua parole.

I discepoli si accorgono di questa pressione incontenibile attorno a Gesù e gli dicono: ti rendi conto che questi ci stanno addosso tutto il giorno? Dovranno ben pensare a se stessi. Hanno in testa che tu devi anche dar loro da mangiare.

E’ troppo intrigante la scena e il discorso e quello che fa Gesù: Lui si sente per questa gente come Mosè nel deserto e si fa carico di tutta la loro vita; è il loro nuovo condottiero, la guida, la luce, la legge.

Mosè ha dato da bere e da mangiare a un popolo affamato, perché non lo devo farlo anche io?

Sbrigativi invece gli apostoli: lo spettacolo è finito. Gesù concludi, ancora due belle frasi delle tue e mandali a comprarsi da mangiare. La soluzione del problema è arrangiarsi.

Gesù invece dice agli apostoli: “comoda la soluzione, a voi non sembra vero di potervene lavare le mani. Non è che tocca a voi darvi da fare? Vi ho insegnato finora a comperare o a condividere?”

Che cosa possiamo condividere se abbiamo solo cinque pani e due pesci? dicono gli apostoli

A Gesù basta questo poco, perché è tutto quello che c’è, non è un superfluo, è il necessario per la fame di un ragazzo e lo moltiplica. La gente si toglie la fame. Sono ancora i discepoli che distribuiscono e raccolgono i resti.

È l’anticipazione dell’ultima cena, è la prima assemblea “domenicale”, che va oltre la risonanza storica di un prodigio per una folla affamata, è il segno della presenza permanente di Cristo per dare all’umanità di ogni tempo il vero pane di vita.

Questo pane divino che sazia l’uomo lo rende capace di amare di più i suoi fratelli, e allora “arrangiarsi” non è verbo da cristiano, condividere invece si.

Gesù è la nostra guida, se ci sentiamo pecore senza pastore, alziamo lo sguardo a Lui, tendiamo l’orecchio alle sue parole. Basteranno quelle a darci vita, a sfamarci.

La vera fame per noi oggi non è proprio quella del cibo se passiamo un sacco di tempo preoccupati di non ingrassare, la vera fame è quella della verità e Gesù ce la offre nel suo Vangelo.

2 Agosto 2020
+Domenico

Un uomo giusto e un adulto sbagliato di fronte al male

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14,1-12)

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Quante volte il confronto tra giovani e adulti è a scapito delle giovani generazioni; si dice infatti: “I giovani non capiscono niente, i giovani sono dei bastardi perditempo, i giovani sono senza morale … insomma potremmo anche continuare … mentre gli adulti … noi tutto sommato sono passabili; non siamo stinchi di santo, però siamo più a modo insomma, amano vivere in pace, possibilmente non disturbati.”

Ma non è proprio così. 

Giovanni il battezzatore, il battista, è un uomo giusto, deciso, tutto d’un pezzo, una persona di cui c’è bisogno per offrire all’umanità saggezza, discernimento, orientamento alle cose vere della vita: ha aperto una strada nuova nella storia del popolo di Israele, ha cominciato a dare speranza alla gente che lo seguiva sulle rive del Giordano, ma viene decapitato come premio di un ballo. Una vita bella, piena, decisiva per l’evoluzione spirituale del popolo di Israele, ma che viene annullata come se niente fosse. Un ideale, un capolavoro dell’umanità che viene distrutto per un niente.

E sembra tutta colpa di una ragazzina.

Concentriamo l’attenzione su questa figlia di Erodiade, donna che Erode s’è portato a casa rubandola al fratello; è una adolescente, entusiasta, balla da dio, è una vita che esplode, ha voglia di sfondare, sogna continuamente un futuro bello, vuole conquistarsi un suo posto; finora abita nella reggia perché Erode per avere la madre ha dovuto tenersi in casa anche questa mocciosa di una figlia, è poco più che un incomodo e la riuscita di un ballo che le è stato proposto le può cambiare la vita. La ragazza è cresciuta, balla così bene che il re non capisce più niente ed è disposto a darle metà del regno, tutto quel che vuole insomma, basta che dica.

E lei la ragazzina che fa? E’ inesperta ancora, non conosce tutte le malizie del mondo e si fida di sua madre: chissà sua madre che cosa le propone … un adulto stravede per i suoi figli, li pensa sempre ben collocati, al top di ogni classifica, per lo meno una mamma spera che la figlia abbia più fortuna di lei.

E lei, la mamma, l’adulto, la persona per bene, saggia, amorevole, tutta casa e figli che le dice? La testa di Giovanni il battista: il tuo futuro è il mio odio, fatti portare su un piatto d’argento la testa di quel profeta.

Povera ragazza, sbagliatissima madre: non solo è egoista e autocentrata, non solo è cattiva dentro, non solo cova odio, ma non riesce a pensare a niente da donare a sua figlia se non la sua sanguinaria soddisfazione.

Spesso noi adulti siamo una generazione che si comporta così con le giovani generazioni, non abbiamo il minimo rispetto, ci devono solo soddisfare. Dove possono trovare una speranza per la loro vita? La nostra vita quotidiana è abitata ancora da tanti di questi drammi.

Mi piace pensare a san Paolo VI, dentro il dramma di questa nostra umanità capace di tutte le efferatezze, ma con il seme di una speranza che ha la forza di farsi largo: lui ci ha insegnato a orientarci a una grande stima per l’umanità, a rispettare e far crescere e a dare le coordinate necessarie per la faticosa strada della salvezza. Mi piace pensarlo di fronte alla tragica storia del male che distrugge le persone migliori. Ricordiamo tutti il suo grido accorato e drammatico a Dio ai funerali di un uomo giusto, barbaramente assassinato, più che amico, come lo era stato Aldo Moro: “Tu o Dio non hai esaudito la nostra supplica …”

Ricordiamo anche il suo affidarsi a Dio, il suo consegnarsi a Lui che non ha risparmiato suo Figlio per rispettare la nostra libertà di uomini, scommettere sulla nostra dignità e così portarci a salvezza.

“Questo disordine non immobilizza la mano di Dio che può intervenire e può trarre un bene nuovo dal male causato dalla cattiveria della sua creatura”.

“Fa che noi tutti raccogliamo nel puro sudario della sua nobile memoria l’eredità superstite della sua dritta coscienza, del suo esempio umano e cordiale, della sua dedizione alla redenzione civile e spirituale della diletta nazione italiana” … così Paolo VI parlava di Moro.

E vogliamo ricordare la visione di speranza per la nostra umanità di quella bellissima omelia del 7 dicembre 1965 al termine dell’ultima sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II; dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo …

 “Questo augusto senato della Chiesa ha considerato la miseria e grandezza dell’uomo, il suo male profondo innegabile, da se stesso inguaribile, e il suo bene superstite, sempre segnato da arcana bellezza e invitta sovranità”.

E non era un umanesimo a buon mercato come qualcuno ha tentato di dire, era radicato nella contemplazione di Dio: “Dio è. Sì. E’ reale, è vivo, è personale, è provvido, è infinitamente buono, anzi, non solo buono in sé, ma buono immensamente altresì per noi, nostro creatore, nostra verità, nostra felicità, a tal punto che quello sforzo di fissare in Lui lo sguardo e il cuore, che diciamo contemplazione, diventa l’atto più alto e più pieno dello spirito, l’atto che ancor oggi può e deve gerarchizzare l’immensa piramide dell’attività umana.”  

San Giovanni Paolo II questa contemplazione ha richiamato alla chiusura del Giubileo: “E trovo giusto chiudere queste semplici riflessioni ricordando a noi tutti e soprattutto a chi si carica della grave responsabilità della guerra il suo desiderio di pace, come l’aveva affidato all’ONU: Uomini procurate di essere degni del dono divino della pace. Uomini siate uomini! Uomini siate buoni, siate saggi, siate aperti alla considerazione del bene totale del mondo. Uomini siate magnanimi. Uomini non pensate a progetti di distruzione e di morte, di rivoluzione e di sopraffazione: pensate a progetti di comune conforto e di solidale collaborazione. Uomini pensate alla gravità e alla grandezza di quest’ora, che può essere decisiva per la storia della presente e futura generazione. Uomini ascoltate mediante l’umile e tremante voce nostra, l’eco sonante della Parola di Cristo: Beati i mansueti, perché possederanno la terra; beati i pacifici perché saranno chiamati figli di Dio”

1 Agosto 2020
+Domenico

Si meravigliava della loro incredulità

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,53-58)

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L’esperienza nella fede in Gesù deve sempre sentirsi provocata al cambiamento. Ti credi di essere riuscito a inquadrare la figura di Gesù nel tuo corretto modo di pensare, in uno schema di comprensione che a tutti è necessario per capire la realtà e invece ti sei fatto un’immagine tutta tua, comoda, in difesa, acquietante.

I concittadini di Gesù, gli abitanti di Nazareth vivono questa provocazione. Hanno sentito che Gesù sta spopolando nelle contrade vicine. È partito dal loro paese con una decisione radicale, si è spostato sulle vie del lago dove la gente sviluppa i suoi affari, la sua vita sociale, i suoi lavori artigianali. Ha predicato, ha fatto miracoli, ha trascinato nella sua avventura gente matura, giovani, persone per bene. Ora ritorna a Nazareth. Se fosse uno che ha studiato o praticato una vita di preghiera di penitenza, di controllo su di sé, una sorta di santone, avrebbe le carte in regola perchè potessero  interessarsi di lui. Ma come può Dio manifestarsi in questo uomo, normale e ordinario?!

 Noi vorremmo essere simili a Dio, come lo immaginiamo noi; ma non accettiamo Dio che si fa simile a noi. Vorremmo Lui e noi diversi da quello che siamo. Questo non è accettare la realtà; che è proprio l’origine del male. Accettare o meno la sua umanità è accogliere o non accogliere il dono di Dio. In lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità. Ma la cosa che sorprende ancor di più è la umanissima sorta di “crisi” che  assale Gesù: si meravigliava della loro incredulità, della loro incapacità a forare la crosta dell’umano, del quotidiano per vederci spiragli di infinito. Gesù è di fronte al mistero della libertà dell’uomo. Il messaggio del Vangelo non si impone, ma si offre; Dio non vuole far violenza alla libertà dell’uomo. Questa meraviglia di Gesù è espressione della logica di Dio che si abbassa al livello dell’uomo. La logica di un Dio “debole” che deve diventare la logica della Chiesa e di ogni credente.. E Gesù non cede col metodo  tutto miserevolmente umano che piacerebbe a noi di fare, cioè usare i miracoli per costringerli a credere. I suoi  miracoli sono sempre un premio a chi si affida, a chi fa almeno un passo nel rischio di credere, che è anche un passo che ci auguriamo tutti di fare nel nostro rischioso mestiere di vivere.

31 Luglio 2020
+Domenico

Un cuore umano per il discernimento del bene e del male

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 47-53)

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La rete raccoglie pesci buoni e pesci cattivi: la rete è una icona del Regno di Dio.

Il regno aggrega tutti senza discriminazione: la chiesa, che ne è una immagine, non sceglie chi è bravo, chi è bello, chi è buono, non nega la fraternità a nessuno.

Nella nostra stessa interiorità  ci troviamo a dover fare i conti con una serie di doppi pensieri, di cui ci vergogniamo e che ci vengono alla coscienza non si sa da quale sorgente: nella  nostra famiglia convivono bene e male, nella  nostra comunità cristiana ci sta il buon seme e il seme cattivo.

La tentazione da affrontare immediatamente è quella dello sradicare il male, per poter avere omogeneità di vite, di pensieri, di tensioni: occorre sradicare, purificare, togliere le mele marce, distruggere, fare piazza pulita, bruciare la terra sotto i piedi al nemico.

Spesso ci assale un santo zelo di purificazione, di pulizia interiore, di ordine esteriore, di cose al loro posto, e vorremmo che la famiglia, la comunità cristiana fosse pura, senza difetti, ma i maggiori disastri derivano proprio dal tentativo di eliminare le persone ritenute cattive: è la teoria della violenza sacra che “a fin di bene” compie somme ingiustizie, perché la chiesa non dev’essere una setta di puri.

Il male è nella nostra stessa vita, non nella vita di quello che abita a due isolati, non al di là del muro, non in oriente, se noi siamo a occidente, non nei Sud del mondo, se noi siamo al Nord, viene nel nostro mondo, nella nostra interiorità, nella nostra famiglia, nella nostra comunità.

Non siamo nati oggi, abbiamo alle spalle i tanti disastri che si sono compiuti nella storia dell’uomo con questo sacro furore, irresponsabile, esteriore dell’andiamo a strappare.

Le radici del male sono troppo forti, sono troppo intrecciate con il bene, con la vita;  per cui devi inventare non un sacro furore, ma mettere in atto la misericordia: non è la spietatezza, né l’accondiscendenza che risolve i problemi della compresenza costante di bene e male, ma la capacità enorme che Dio ha dato all’uomo di vincere il male con il bene, perché la presenza del male accanto al bene, rende più vero il bene, più cosciente l’uomo di aver bisogno di Dio, più convinto che è solo con l’aiuto di Dio che possiamo vivere una vita bella, beata e felice.

Se Dio ha fatto il mondo bello, il male è l’occasione per renderlo migliore, il presente è sempre il tempo della pazienza, che – ricordo sempre – essere figlia della fede e sorella della speranza: nasce dalla fede e si accompagna familiarmente alla speranza.

La comunità cristiana – dico sempre – non è una setta di puri, ma nemmeno una banda di malfattori: la misericordia è verso l’altro, verso di noi ci vuole vigilanza e discernimento, sforzo continuo di fedeltà alla parola e disponibilità a fare la volontà di Dio. La misericordia non è da imputare a se stessi per vivere nelle dissolutezza, per garantirci la nostra impunità nel male. Anche questo convivere con il male è il prezzo della libertà che Dio vuole assolutamente garantire ad ogni persona.

30 Luglio 2020
+Domenico

Gesù sempre al centro di ogni vivere

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 38-42)

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Essere cristiani è darsi da fare o stare a pregare? E’ fare opere di giustizia o ritirarsi sul monte a contemplare? Le nostre parrocchie sono contemplative o attive? Si muove qualcosa o si seppellisce tutto dentro una chiesa? Essere cristiani è contemplazione o azione? Sono domande che spesso ci facciamo.

La vita nostra è molto agitata, frenetica: l’agenda detta le leggi, gli impegni ti vedono tutta la giornata in corsa; se vuoi guadagnare quattro soldi non puoi addormentarti un momento; se vuoi educare i figli devi far loro l’autista per tutti i loro spostamenti … quando torni a casa stanco del lavoro, ne devi riprendere un altro.

Finalmente vado in chiesa per trovare un po’ di pace, per affidarmi a Dio e invece anche lì mi dicono che bisogna impegnarsi, che non si può stare con le mani in mano: anche la chiesa quindi è un altro impegno da segnare in agenda.   

Io, Lui, il Signore, quando lo incontro? quando mi posso sentire amato da Lui? quando gli posso affidare tutta la mia vita rubata dai vortici della competizione, della lotta per sopravvivere? E’ certo che tante nostre chiese devono offrire maggiormente spazio per la contemplazione e la preghiera, per l’incontro con Dio e per l’ascolto della sua Parola, ma è anche certo che la vita cristiana non può essere ridotta a celebrazione di riti, che ci accontentano e ci chiudono in noi stessi.

Gesù tornava spesso a Betania: c’erano due sorelle che stravedevano per lui, c’era un amico che lo rincuorava dopo le sfide e le provocazioni senza esclusione di colpi dei farisei. Dice il vangelo: “Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro”. Si metteva in pantofole, lui che nessuno fermava nell’ardore di buttarsi nell’avventura del Regno, Lui che appena il giorno prima aveva buttato all’aria le bancherelle del tempio e qualcosa di più nella coscienza della gente.

“Venite in disparte e riposatevi un po’, passate di qua quando non ne potete più e avete giù la catena e non capiterà mai che io abbia qualcosa d’altro da fare che abbracciarvi, ascoltarvi e coccolarvi”.

Maria se ne stava là a contemplare, non lo vedeva tutto, tanto gli stava vicino, lo riempiva dei suoi sguardi; Marta brigava e borbottava perché si voleva mettere al centro della scena; Lazzaro gli dava il cuore e senza volerlo gli preparava in gola il pianto per la sua morte.

Gesù non era un supereroe, non era un blocco di pietra, non girava col portatile per programmare tutto e sempre, prendere appunti e non perdere tempo, ma un cuore che ama, che apprezza i sentimenti, che sa commuoversi e piangere, arrabbiarsi e presentare contro il male una faccia dura come la pietra.

Gesù sapeva e sa quello che c’è nel cuore dell’uomo: sa che la nostra parte migliore è stare in contemplazione, lui del Padre e noi di Lui.

La nostra meta, la nostra scelta è di mettere sempre al centro Gesù, di aprirgli il cuore, di non sostituirci mai a Lui, di tenere fisso lo sguardo sul suo volto, e Lui ci chiamerà a dare il meglio di noi.

Sta di fatto però che tenere fisso lo sguardo su lui non è rito sterile o affaccendarsi per non pensare, ma sempre risposta d’amore, a Lui che non ci lascia mai.

29 Luglio 2020
+Domenico

Ne setta di giusti, ne banda di malfattori

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 36-43) 

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Ad ogni giornale radio ti si presentano due immagini chiare, e qualcuna piuttosto sfalsata che non vuole o non sa collocarsi: gente che vive serenamente la sua vita e compie anche gesti di generosità, e gente che fa solo cattiverie e non tollera l’altra o l’altro da se, e compie azioni assurde e pure criminose.

In mezzo ci sta la leggerezza di chi “vivacchia”: un vivere senza grinta e l’esigenza di un quieto vivere che si può chiamare adattamento.

Il Vangelo dice che alla fine dei tempi brilleranno due fuochi: quello del male, che chiama zizzanie, che bruciano come scarti, immondizie, rifiuti e quello del bene, delle persone sagge e giuste che splendono come il sole.

In mezzo non si può stare a guardare: occorre prendere parte alla vita regalata da Dio e farla crescere nel bene e non lasciarsi trascinare dal male.

Al di sopra ci sta Dio che ci invita ad  avere grande comprensione per tutti, perché Dio è grande nel perdono e nella misericordia.

Ci nasce una domanda però: mettere sempre davanti il perdono non è invitare ogni persona a fare solo ciò che piace, a non dare contributi positivi alla vita di tutti, e magari anche convincerci che si può pure fare del male impunemente? Sarebbe come se ai nostri genitori che ci vogliono un bene dell’anima e non si vendicheranno mai di noi, saranno sempre comprensivi, come quando eravamo piccoli e nessuno di noi ha dubitato che ci volessero bene e noi ci mettessimo a maltrattarli!

Dio ci stimola alla pazienza, che, ricordo, è sempre figlia della fede e sorella della speranza! Noi non dobbiamo mai giudicare gli altri per non essere giudicati, dobbiamo usare misericordia per ottenere misericordia; se la nostra comunità cristiana non è una setta di giusti, non è nemmeno una banda di malfattori!

Misericordia verso l’altro, ma vigilanza, discernimento, giudizio e conversione continua per noi; la misericordia è una esigenza di purificazione più bruciante di qualunque legge: non c’è posto per immoralità o lassismo, torpore o tiepidezza, ogni patto d’amore è impegno ad amare.

Nella Chiesa e nel mondo ci saranno sempre zizzanie e buon seme: se il mondo è il luogo deve abita il regno di Dio, impiantato da Lui e la Chiesa ne è una immagine, questo regno resta aperto a tutti gli uomini, suoi fratelli.

Il futuro sarà solo per i figli, quelli che sono diventati come Lui.

Ne abbiamo di strada da fare, ma non bisogna mai perdere il punto di arrivo. L’attuale dilagare del male, che possiamo chiamare superbia, insincerità, sopruso, imposizione forzata, giudizio su tutti e su tutto … se non diventa una bella opportunità per crescere nella misericordia si fa connivenza con il male e raffredda l’amore di molti.

Chi fa parte della Chiesa non può pensare di essere già nel Regno di Dio Padre, lo è solo se si fa sempre di più figlio, facendosi fratello di tutti, nessuno escluso.

28 Luglio 2020
+Domenico.

Il Regno di Dio non sta nell’audience, nei soldi, nei followers

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 31-35)

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La nostra società è tentata sempre di cose grandi e di sentimenti forti: una grande riunione di massa, uno stadio pieno, una vittoria al mondiale, un dramma coinvolgente, sentimenti violenti e inaspettati, successi chiari e senza dubbi … siamo stati un po calmati dalla pandemia ma queste sono le tentazioni che abbiamo sempre.

Invece la nostra vita quotidiana si svolge tra una sequenza che ci sembra interminabile di ore normali, di gesti semplici ripetuti fino alla noia, di abitudini, di andate e ritorni, di levate mattutine troppo presto e di rientri notturni: ogni giorno occorre preparare il pranzo, rigovernare la casa, aprire e chiudere il cantiere, sistemare il negozio, far uscire e rientrare l’automobile, addestramento, rapporto, uscita, stesura di moduli, domande, code agli uffici … per fortuna che tante cose le facciamo senza pensarci altrimenti ci assalirebbe una noia mortale.

Ma è tutta qui la nostra vita?

Gesù dice che il regno dei cieli, il meglio della vita, il suo segreto, la sua grandezza, sta in un piccolo seme, gettato in un campo: è qualcosa che nessuno nota, che spunta indifeso, che rischia di essere calpestato da tutti, ma che ha in se una forza e una destinazione incoercibile. Diventa albero contro tutte le apparenze.

Il regno dei cieli è come un pizzico di lievito, qualcosa di invisibile, ma che movimenta tutta la pasta, il pane si raddoppia, la torta ancora di più.

Nella nostra realtà quotidiana Gesù ha messo tutta la forza per farla diventare la nostra felicità: occorre guardarci dentro, non lasciarci trarre in inganno dalle cose grandi, chiassose, forti e violente.

Dio agisce nella storia quotidiana, nasconde nei nostri passi giornalieri la sua forza e costruisce il mondo con la nostra povera, piccola, tenue, debole vita.

E’ interessante vedere come da piccoli paesi, da borgate disperse sulla montagna senza orizzonte o nelle pianure senza confini, nascono persone che cambiano il mondo, uomini e donne che lievitano la realtà e la portano a pienezza.

Dietro questi personaggi, ci sono stati una mamma, un papà, un prete, un insegnante, un nonno, una zia, che hanno amato nel silenzio, hanno voluto bene, si sono sacrificati, hanno scritto nella vita quotidiana un amore, tenace e pieno: non hanno bisogno di apparire, basta loro essere se stessi.

Dio mette in ogni persona un piccolo seme, un poco di lievito.

Non siamo stati fatti in  serie: per ciascuno Dio ha messo a disposizione la sua vita, il suo amore, la sua forza, ci ha messo il suo sangue fino all’ultima goccia; non teme piccolezze da seme, ma piccinerie di vedute; non teme invisibilità da lievito, ma mediocrità di vita.

Ecco, la speranza del mondo di Dio sta nella semplicità di una decisione, che è quel piccolo seme che si porta dentro la forza incoercibile di Dio, e Dio non si spaventa del nostro scomparire come il lievito, basta che non sia indifferenza, ma dono totale di se.

27 Luglio 2020
+Domenico

Si può ancora provare entusiasmo per la fede?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 44-52)

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Il miraggio di un colpo di fortuna, dell’affare straordinario, colpisce sicuramente tutti una volta o l’altra nella vita: è capitato forse anche a noi di fare il turista sprovveduto che nelle aree di servizio dell’autostrada si fa rifilare un mattone ben confezionato dopo che gli hanno presentato in tutti i particolari una cinepresa o videocamera a prezzi stracciati … oppure è l’agricoltore che viene abbindolato a impegnare tutti i suoi soldi sul valore straordinario di un francobollo o di un quadro falsificato alla perfezione.

Insomma, fa parte della nostra vita, è scritta nel suo DNA l’attrazione irresistibile verso qualcosa o qualcuno che si intuisce fonte di gioia, capace di appagare desideri e di liberare felicità.

È l’esperienza cui si rifà Gesù per spiegare il fascino del regno di Dio e i dinamismi che questo deve scatenare nella nostra esistenza: un uomo ha trovato, in un campo che non è suo, un tesoro e un mercante è riuscito a mettere gli occhi su una perla di inestimabile valore … Non stanno più fermi, non si danno pace finché non possono mettere le mani su tesoro e perla: hanno una gioia nel cuore, una attrazione fatale – mi viene da dire – che riempie la loro vita; vendono tutto con la caratteristica dell’urgenza e dell’immediatezza, si distaccano da quello che prima era la loro comoda tranquillità, routine, abitudine, spesso noia di un’attesa adattata, rischiano il tutto per tutto e comperano campo e perla.

Sono stanchi di stare ad aspettare, a pensare che solo con un lavoro quotidiano riescono a dare una svolta alla loro vita. Tanti altri loro amici vivono una vita senza slanci e senza grandi soddisfazioni e sono sempre allo stesso punto.

Noi vogliamo dare una svolta a questa esistenza perché ci sentiamo in corpo che abbiamo energie e sogni: abbiamo forze e desiderio di realizzarli.

Il solito sognatore tu – gli avrà detto la moglie, o il marito se era una donna – ti lasci sempre prendere dalla novità. Ma sta un po’ tranquillo! Che cosa vuoi di più dalla vita? Accontentiamoci. Non siamo nemmeno mediocri.

Magari ha pure detto: che vai a fare in Chiesa o in parrocchia? Sta qui con me e con i tuoi figli e datti una calmata. La vita una calmata ce la dà sempre da sola. Di là però c’è il tesoro e là ci va ormai il cuore.

Questo è il regno di Dio: è aver scoperto la pienezza della vita, provare gioia e non badare a spese per raggiungerla. Trovano, vanno, sono pieni di gioia, vendono e comprano.

E Se Dio ci facesse questo regalo di entusiasmarci di Lui, almeno qualche volta?

Sono i verbi della vita di Gesù: è afferrato dalla bellezza del Regno del Padre, pianta tutto e parte: ci sarà la croce, ma la gioia dell’abbraccio del Padre, del suo disegno di amore sconfinato è più grande.

Noi, i cristiani, non siamo gente che sta a penare perché deve vendere e lasciare, ma persone entusiaste, che non stanno nella pelle perché si sono lasciati affascinare da Gesù: la radicalità del distacco da tutto il superficiale è solo il risvolto della appartenenza gioiosa a Gesù.

26 Luglio 2020
+Domenico

Anche il regno di Gesù ha suoi ministri, soprattutto per annunciare e servire

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 20, 17-28)

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E’ molto interessante vedere nelle varie campagne elettorali la corsa ai seggi, a vincere le elezioni: è giusto, è necessario avere chi governa, chi si mette a fare leggi, a interpretare le necessità della gente, a dare sicurezza alla vita pubblica, e costruire uno stato di diritto contro le sopraffazioni, spendersi per il bene comune, affrontare con coraggio tutto quello che occorre per far convergere le energie delle persone al bene di tutti, ma forse la nostra vita pubblica ci dà anche tanti esempi di una politica non tanto disinteressata, di corsa al potere senza ideali se non quelli del proprio tornaconto, dell’affermazione di una ideologia indipendentemente dai veri problemi delle persone.

La stessa cosa può capitare anche nella Chiesa, nella stessa parrocchia: la corsa ai posti di prestigio, ad esposizione continua per primeggiare è di tutte le strutture …

E così si stava comportando anche il gruppetto degli apostoli che da alcuni anni seguivano con continuità Gesù Cristo: ha parlato di regno, di nuovo mondo, di una società in cui avrà il sopravvento la bontà, i discepoli si sono scaldati il cuore, ma è cresciuto anche l’interesse a occupare qualche sedia in questo famoso regno di Dio.

E’ meglio portarsi avanti – pensa la mamma dei figli di Zebedeo, cioè di Giacomo e Giovanni – se non ci penso io al futuro di questi figli, loro se ne stanno lì buoni buoni a far niente, tanto ci sono sempre io che li mantengo. Questi miei figli ti stanno dietro dall’inizio, gli vorrai trovare un posto buono, garantito, sicuro, di livello?  

Gesù avrà sorriso per questo intervento materno per il futuro dei figli,  che anche oggi fanno molte mamme per i loro, la risposta però è deludente per le mire di questa povera mamma: “Sì ci sono due posti molto importanti, molto in evidenza, ma accanto alla croce.”

Il Regno di Dio è fatto diversamente: il più grande è servo di tutti, il più importante si deve fare schiavo degli altri. Il papa ha come titolo “servo dei servi”.

Le parole si possono sprecare, ma il Vangelo è chiaro: seguire Cristo vuol dire farsi servo come lui, dichiararsi disponibile agli altri come Lui, caricarsi di sofferenze non nostre, non meritate, per alleviare quelle degli altri come ha fatto Lui: solo così possiamo sperare in un mondo diverso, possiamo offrire speranza a tutti.  

E Giacomo, che era proprio uno dei figli raccomandati, ha capito subito la lezione se lo vediamo nei primi anni dalla morte di Cristo portarsi fino agli estremi confini della terra, che allora voleva dire passare lo stretto di Gibilterra, approdare in Spagna forse anche dall’oceano, annunciare il Vangelo senza sosta, ritornare a Gerusalemme, fare il vescovo della prima comunità cristiana che si consolidava in città, rendere la sua testimonianza con il sangue, perché vi venne ammazzato.

La sua tomba a Compostela sarà punto di riferimento di tutta Europa per molti anni ed anche ora il percorso di Santiago è frequentatissimo e dà unità di cultura, storia e fede alla stessa Europa. 

25 Luglio 2020
+Domenico

La parola seminata in abbondanza deve trovare accoglienza esagerata

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 18-23)

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La parola di Dio viene spalmata a piene mani su ogni terreno, e arriva anche su un terreno fecondo, ma pure in esso possiamo porci in ascolto in vari modi per viverla.

Quando ascoltiamo la parola, la Parola di Dio, in parte la sentiamo e non la intendiamo, i pensieri soliti ci rendono impenetrabili all’ascolto: in parte la sentiamo e la accogliamo con gioia, ma le pressioni interne e esterne, impediscono che si radichi e cresca; in parte la lasciamo anche radicare e crescere, ma poi resta soffocata dalle preoccupazioni, dall’inganno della ricchezza, che come rovi, sempre ci seppelliscono; in parte però siamo anche terra bella, che produce frutto.

Ci riconosciamo in questi vari terreni? Vediamo le ovvietà che rendono impenetrabili all’ascolto, le paure che fanno diventare il cuore di pietra, gli egoismi che soffocano l’amore alla verità, intuita, ma non più cercata?

Ma Gesù, nonostante le difficoltà che si incontrano, afferma la certezza del risultato: la sua Parola è sorprendente per i frutti che sa portare, entra nello spessore del male del nostro cuore per convertirci e guarirci.

Il frutto è sempre dono di Dio: è lui stesso che si dona, Lui è il seme e noi il suo campo.

Siamo chiamati a riconoscere le nostre resistenze, e chiediamo a lui di ottenere libertà da esse e così essere in grado di accogliere quello che Lui ci vuol dare: dovremo mettere in conto che occorre superare il buon senso, che spesso ci adatta al ribasso e impoverisce ogni progettualità impegnata e libera, riuscire anche a dare un nome alle nostre paure nascoste, le riserve che abbiamo sempre rispetto a un mondo, quello di Dio, di cui bisogna fidarsi e a cui affidarsi.

Se prevale la mondanità, il ridurre tutto al “politicamente corretto” ci toglie ogni minimo slancio di entusiasmo.

La Parola di Dio è come una spada a doppio taglio che penetra nel nostro esistere e divide il bene dal male: è potente, non può tornare a Dio senza aver operato ciò per cui è stata mandata, è già potente e operante in se stessa! E’ un segno di grande amicizia, perché Dio ha deciso da sempre di parlare agli uomini come ad amici.

Non è frutto delle nostre pensate, ma un dialogo che ci dona Lui stesso: Dio non butta mai parole a caso, ma ciascuna è tenerezza e potenza sua, e noi siamo continuamente invasi, attorniati, scaldati, vivificati, rinforzati, fatti crescere, santificati, salvati dalla sua Parola, perché la sua Parola è soprattutto Gesù.

24 Luglio 2020
+Domenico