Santa Brigida: una vita regalata alle sorgenti cristiane dell’Europa

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv15, 1-8)

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Spesso ti assale una certa insoddisfazione: hai l’impressione che manchi un perno, ti pare di girare a vuoto, di sentirti sterile, scontato, di non produrre bontà.

La spia che c’è qualcosa che non funziona, e che è diventata la malattia del secolo, è che perdi spesso la pazienza, che troppe volte t’arrabbi, magari urli, perdi le staffe, vola qualche parola di troppo.

Credi di avere in mano tu la vita, e quando ti sfugge t’arrabbi per cambiarle il corso, invece resta come prima, con qualche coccio da ricomporre.

E’ il punto di partenza che non è corretto! Abbiamo noi in mano la vita? E’ nostra? Possiamo decidere quello che vogliamo? Che cosa è la vita? E’ un insieme di incognite … per noi vivere

  • è quell’insieme di sentimenti, di tensioni, di desideri, di gioie e di speranze, di delusioni e di certezze che noi siamo;
  • è il nostro corpo col tempo passato nel silenzio dell’anima o stretto tra i molteplici impegni che non ci lasciano respiro o costretto sotto le domande petulanti di qualcuno;
  • è il nostro diario interiore, quel sacrario intenso fatto di gusti, di cose da possedere e da amare, di musiche da ascoltare, di sfizi da cavare;
  • è l’insieme delle nostre rabbie, del mandare al diavolo tutti, gridato tra i denti, perché non ne possiamo più e tornare comprensivi a fare quel che dobbiamo;
  • è l’insieme delle ore passate senza trovare alcun senso alla vita, anche se preghiamo e abbiamo dimestichezza con le risposte della fede;
  • è l’insieme dei doppi pensieri che ci abitano, di cui ci vergogniamo e che nessuno dovrà mai sapere;
  • è l’insieme dei progetti e dei sogni, delle fanciullaggini che ancora ci troviamo in corpo, delle piccole soddisfazioni che ci prendiamo e che nessuno capisce;
  • è sentirsi fatti per cose grandi, ma trovarsi sempre a piedi come polli;
  • è star bene, essere su di giri un giorno, avere progetti di grandi cambiamenti e l’altro invece annoiarsi a morire e non trovare più motivazioni;
  • è dialogo intenso e intimo con un Dio, amico, ineffabile e personalissimo e sentire il peso di un vuoto inaspettato;
  • è volersi esprimere per quello che si è e sentirsi valutato solo per il ruolo che si ha.

Santa Brigida s’è fatta molte volte queste domande prima di farsi prendere dal Cristo, voleva vivere: ha provato a vivere, non ha lasciato intentato niente nella ricerca della felicità; il mistero della vita l’ha presa, l’ha forse sperperata fino a quando ha capito che la vita non era lei, ma lei stessa era un dono della vita.

Non abbiamo in noi il principio del  nostro essere: siamo un mistero a noi stessi, non riusciamo a trovare ragioni sufficienti di vita se non in una relazione, nella percezione di una linfa che scorre dentro di noi, dentro di me, e che ha la sorgente fuori di noi, fuori di me.

“Io sono la vita, voi i tralci: se rimanete in me, farete frutti, la vita non sarà vuota.”

La Vita precede il creato e l’uomo: l’uomo è reso partecipe della vita per un gesto di amore libero e gratuito di Dio. Ogni uomo è riflesso del Verbo di Dio. La vita è perciò un bene “indisponibile”; la persona lo riceve, non lo inventa; lo accoglie come dono da custodire e da far crescere, attuando il disegno di Colui che lo ha chiamato alla vita; non può manipolarlo come fosse sua proprietà esclusiva (dal “messaggio per la vita” del 2006)

23 Luglio 2020
+Domenico

Maria Maddalena: urla al mondo la risurrezione di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv. 20, 1.11-18)

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Molti pensano che la fede sia un “tranquillante dell’anima”, un oppio per dimenticare o per addormentare i problemi … invece è una grande e rischiosa “avventura spirituale“.

Maria Maddalena ce ne indica i passi fondamentali: facciamo giustizia così anche di inqualificabili descrizioni del rapporto tra Maria Maddalena e Gesù che in qualche romanzo – scambiato per ricerca storica o addirittura biblica – hanno tenuto banco nell’opinione pubblica per parecchi anni. 

La fede ha come punto di partenza la ricerca: una ricerca non superficiale, ma appassionata che coinvolge tutto se stessi; noi arriviamo a credere veramente in Cristo solo quando sentiamo la sua assenza dalla nostra vita come un fatto insopportabile: lo dobbiamo ritenere indispensabile come l’aria che respiriamo!  

Così cercava Dio Maria Maddalena, e si era resa conto di desiderarlo tanto solo quando lo aveva perso; Maria Maddalena apparteneva alla stretta cerchia dei discepoli di Gesù, e del loro rapporto con Gesù il Vangelo dice che “li amò sino alla fine”.

Forse un amore così vero non lo sospettava nemmeno, e quando non lo vide più, Maria Maddalena capì che Lui, Gesù, il Signore, era l’unica insostituibile verità della sua vita; e quando sul Calvario Gesù morì crocifisso, l’aveva perso.

Il primo giorno dopo il grande Sabato si accorse di aver perso anche il suo martoriato corpo: non solo non lo poteva più vedere vivo, ma nemmeno piangere da morto; aveva comperato con le sue amiche tanto balsamo per poter trattenere ancora per poco i suoi lineamenti, poter venire a contatto con quel corpo freddo, ma vero, e invece il suo corpo non c’era più.

E Maria Maddalena si mette a piangere: la sua è una fede che sa versare lacrime, riconosce il suo dolore e lo sfoga, e dal dolore trae energia per cercare: “Dove sei mio Signore? Avete visto il mio Signore? Se sapete dov’è ditemelo.” Grida a tutti una assenza e spera in una nuova presenza, che il Signore le dona. 

Fede è fissare lo sguardo come Maria, la madre di Gesù, come la Maddalena, come Giovanni … a quella croce con tutta l’attenzione di cui siamo capaci; è guardare a colui che innalzato con le braccia aperte e le mani inchiodate, riunifica e riconcilia a sé tutti i peccatori con Dio suo Padre … e solo da questo prolungato e sofferto guardare nasce la forza di cercare, di agire di decidermi di stare dalla parte di Gesù.

Certo la fede è scelta libera e volontaria, ma la forza di deciderci per la fede, di ricambiare a Gesù l’amore per noi “fino alla fine” scatta soltanto quando mi avvicino anch’io alla croce e la fisso al centro della mia vita, perché anche sul mio cuore superficiale e gretto, egli eserciti la potenza liberante della sua attrazione.

Solo l’amore convince e fa credere, solo sostenendo lo sguardo di questo amore nasce dentro di noi il desiderio ardente di aderirvi per sempre. 

22 Luglio 2020
+Domenico

Famiglia, consanguineità nuova del Regno di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 12, 46-50)

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C’è una esigenza di esprimere la vita di famiglia di Gesù, quando sua madre e i suoi parenti vengono per parlargli mentre sta predicando alla folla come ogni giorno faceva: è una sorta di rimpatriata forse … sicuramente Gesù, come sempre vuol scavare dentro questa esperienza nobilissima di affetto familiare uno spazio, una tensione per il regno dei cieli: colloca dentro la buona rete di rapporti di famiglia i nuovi rapporti che ognuno deve avere con Cristo e col Padre.

Non è una risposta – come tanti pensano – piuttosto seccata per un disturbo, ma una prospettiva che Gesù apre dentro gli affetti familiari, oltre che una attestazione che sua madre soprattutto e i suoi familiari già vivono in profondità il fare la volontà di Dio.

All’interno delle relazioni umane si instaura una nuova parentela spirituale che congiunge con Cristo e col Padre ed è la consonanza con la volontà di Dio: siamo insomma consanguinei di Gesù, non perché c’è una parentela del sangue che ci unisce, ma una consanguineità della fede, della passione per il Regno, della ricerca e attuazione dei progetti di Dio.

Diventa allora ancora più chiaro quell’invito, che sembrava mettere in crisi o non apprezzare gli affetti famigliari in cui Gesù diceva “chi ama il Padre e la madre più di me non è degno di me”: proprio entro questa consanguineità nella realizzazione del regno di Dio si esaltano tutti gli affetti, che si fanno più profondi e rivelano esplicitamente una loro dimensione più intima di dialogo con Dio.

Quella famiglia che è la Trinità si inscrive nelle relazioni di amore familiari, che ne vengono ancora di più illuminate ed esaltate: “Chi sono mia madre e i miei fratelli? Sono quelli che fanno la volontà di Dio”.

In questi tempi di sguardo troppo sprezzante nei riguardi dei rapporti familiari e della stessa vita di famiglia, sempre bistrattata dalla politica, sicuramente sempre rimandata, perché ci sono continuamente emergenze più urgenti cui provvedere, riconquistare una nobiltà di relazioni familiari che aprono al progetto di Dio sull’umanità è un dovere di ogni cristiano e un contributo da cristiani alla società: la famiglia è cellula fondamentale anche del Regno di Dio oltre che della società.

E noi vogliamo vivere questa esperienza della famiglia sempre con grande libertà, con grande serenità … la vogliamo però aprire sempre ad accogliere dentro la famiglia di Dio: la Trinità dentro la nostra famiglia ci sta molto bene, perché è un amore profondo tra Padre, Figlio e Spirito, è un amore che cementa, e non abbiamo bisogno noi di avere un amore grande che ci cementa tutti, pur dentro le nostre diverse individualità?

21 Luglio 2020
+Domenico

La fede non gioco di domande e risposte, ma abbandono fiducioso

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 12, 38-42)

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Avere sempre una buona mentalità critica, un poco più di razionalità, una buona dose di libertà di fronte a tutte le news che ci invadono non guasta: oggi siamo sommersi da fake news, da politici che ostentano grandi favori popolari, quindi secondo loro sono in grado di  interpretare la gente, ma poi vieni a sapere che  pagano persone che producono quantità impressionanti di like, di appoggio, di sondaggi pagati a caro prezzo … e noi si abbocca. 

Nella fede potrebbe essere pure così? Non lo erano i contemporanei di Gesù che continuavano a tormentare Gesù di domande, perché la posta in gioco era alta: Lui diceva di essere Figlio di Dio, compiva anche gesti straordinari, metteva a disposizione dei segni o miracoli, che però non avevano il compito di indebolire la ragione critica della gente, ma erano un premio a un atto di fede maturato nella persona.

Così è – per esempio – del centurione che si affida a Gesù per il suo servo malato e gli crede sulla parola quando Gesù gli dice che il servo è guarito, così sono i lebbrosi che obbediscono a Gesù di andare dai sacerdoti a verificare la guarigione dalla lebbra, così dei suoi apostoli, che non sono mai stai forzati a credere, anzi delusi della sua morte erano andati in profonda crisi fino alla notte del giorno dopo il sabato.  

Nel brano di Matteo gli dicono “vogliamo vedere un segno da parte tua”, un segno divino e inequivocabile, che costringa a credere. 

Dio non lo farà mai, non costringe nessuno a credere: la fede è sempre un dono che la persona decide di accogliere liberamente. Siamo un poco tutti così; gli irriducibili razionalisti esigono una dimostrazione inconfutabile.  

Nella fede avremo sempre 50 motivi razionali per credere e altri 50 per non credere.

La fede non si dimostra, non sta nella scatola dei nostri ragionamenti, devi rischiare, devi deciderti di affidarti. Se sei saggio vedi quante volte nella vita ti devi fidare: nel cibo, nella salute, nel lavoro, negli affetti, nelle sventure … La fede è un bellissimo esercizio di libertà e di affidamento.

E Gesù a questi che gli chiedono una prova allarga il loro orizzonte piuttosto piatto e stretto e dice loro che l’unico segno è quello di Giona, di uno che è stato nel ventre di un pesce e che dopo tre giorni è stato rigurgitato fuori, in mare, vivo.

“Il segno che Io vi do è la mia risurrezione.” 

Come prevedibile non è una risposta botola su un tombino, ma dono, rischio, sfida  che salva.

La risurrezione di Gesù non è nell’ordine delle prove razionali, ma un salto di qualità nel buio della ragione e nella bellezza dell’abbandono e della fiducia in Dio: così fece san Giuseppe, credendo ai sogni, così fece Maria credendo all’angelo, che poi la lasciò sola a portare avanti la gestazione, la nascita, la fuga in Egitto, il rientro, il Calvario, la morte e l’abbandono  di tutti. 

Così chiediamo a Dio di poterlo fare anche noi, sempre. 

20 Luglio 2020
+Domenico

Pazienza figlia della fede e sorella della speranza

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 24-43)

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La parabola della zizzania ci aiuta a capire il perché della compresenza nel regno di Dio annunciato da Gesù, di semi di bontà autentica, ma anche di semi di realtà decisamente cattive.

La domanda che ci facciamo sempre è “se Dio è buono perché c’è ancora tanto male nel mondo?”

L’aspettativa è che alla venuta di Gesù, questo mondo avrebbe dovuto cambiare, invece ci troviamo a fare i conti con tutte le possibili malizie che l’uomo inventa, le sue brutture, la sua incorreggibilità forse … 

Gesù dovrebbe aver fatto subito piazza pulita, mettere a posto le cose sbagliate e più evidenti. Invece tutto è come prima, e i primi ad accorgersi sono i discepoli di Giovanni, che non era stato tenero contro l’ipocrisia, contro i comportamenti errati di tante persone, di categorie diverse. Parlava di vento che spazza l’aia dalla pula e di fuoco che la brucerà.

L’atteggiamento di Gesù invece è di non dividere i buoni dai cattivi, i giusti dagli ingiusti, ma di proporre un atteggiamento nuovo: non abbandonare i peccatori e far sperimentare loro la grande misericordia di Dio.

Dio sarà l’autore della presenza del male, ma sarà sicuramente impotente a toglierlo, dice qualcuno. Invece – buon per coloro che sono più cattolici del papa – che Gesù abbia detto che il seme cattivo l’ha deposto il nemico, altrimenti metterebbero anche Dio alla sbarra.

Ma questa situazione la troviamo anche nella chiesa: perché trionfa il peccato anche nella chiesa? Una risposta lapidaria a questo nostro smarrimento è la pazienza, virtù delicata, difficile e molto assente ai nostri tempi.

La pazienza non è l’indifferenza di fronte al male: nessuna confusione tra bene e male, nessuna rassegnazione se il male continua ad avanzare, non è uguale il carnefice e la vittima. Intanto guardiamo quanto bene c’è e perdura nonostante tutto. Se perdiamo questo modo di vedere tra noi, sicuramente lo vediamo tutto dall’altra parte e diveniamo intolleranti.

La pazienza è figlia della fede e sorella della speranza.

Il male nel mondo è dato dal cattivo uso della nostra libertà, dalla nostra debolezza che non sa orientarsi al bene. La nostra vita è un grande campo di grano in cui attecchisce anche l’erba cattiva che prende linfa nei nostri cuori.

Dio è pieno di misericordia. Lascia che crescano assieme; diamo un’altra possibilità di cambiare, di orientarsi alla bontà; solo alla fine si farà il giudizio, e allora Dio interverrà. Per ora dobbiamo convivere con il peccatore, pure dentro di noi, anche se prendiamo tutte le distanze dal peccato.

Questo grano siamo noi, con i nostri pregi e difetti. Anche noi ci troviamo intrisi di bene e di male. Diceva San Paolo, colgo l’attrazione verso il bene, ma in me vince spesso la forza del male.

L’inizio della conversione, del cambiamento è proprio uno sguardo misericordioso su di noi: è accettare che soltanto Dio è capace di cambiare anche il nostro cuore e che occorre sempre un amore senza condizioni per cambiare.

Nella storia i maggiori disastri li hanno compiuti quelli che volevano estirpare il male e piantare un mondo solo di buoni. Non posso dimenticare quanto diceva papa Ratzinger: “meno male che esiste questa parabola della zizzania, perché almeno posso starci anch’io nella chiesa”.

Questa visione di fede genera allora speranza per una incrollabile fiducia della vittoria del bene sul male.

19 Luglio 2020
+Domenico

Un bel ritratto di Gesù da contemplare

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 12, 14-21)

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Quando leggiamo il Vangelo o lo sentiamo proclamare in chiesa abbiamo  tendenzialmente una preoccupazione moraleggiante: vediamo che cosa mi dice di fare oggi … o di essere oggi questo brano di Vangelo.

La nostra vita è sempre bella, ma fragile, ne siamo contenti, ma non sempre soddisfatti: il Vangelo mi darà ancora qualche bella indicazione che mi accompagna durante la giornata.

La nostra vita, la vogliamo sempre avere davanti, magari in mano per trattarla e spesso complicarla; il Vangelo però ha anche un’altra prospettiva e oggi vogliamo seguire quella: ci viene presentato un bellissimo ritratto di Gesù, fatto da Isaia e vogliamo metterci in contemplazione. Ecco, abbiamo bisogno di contemplare.

Ecco il mio servo. Colui che nel Battesimo al Giordano fu chiamato Figlio ora è chiamato servo. E’ proprio servo dei fratelli in quanto Figlio. E’ l’eletto, l’amato, a Palestrina direbbero l’Agapito: in Lui la compiacenza del Padre va alle stelle. Il mondo lo scarta, odia e disprezza, ma Dio lo sceglie, ama e ammira, stravede per Lui.

Non solo, ma ha lo Spirito di Dio, quell’unico grande amore tra Padre e Figlio, fatto persona; proprio in forza di questo si fa servo di tutti noi; ha qualcosa di assolutamente determinante da portare a tutta l’umanità: il giudizio di Dio, che manda in crisi tutti i nostri giudizi, che spesso, da pessimi cattolici che siamo, diventano con sicumera condanna inappellabile. Prima di perdonare e dimenticare un torto o un peccato in altri ne passa di tempo.

Gesù non condanna, ma salva, i suoi giudizi portano la giustizia su tutta la terra e la verità a tutti i popoli, sicuramente la prima limitazione che salta sono i confini alla sua bontà e della sua misericordia. Non fa privilegi di persone, va a tutti i pagani.

E Gesù si ritira da qualsiasi ombra di litigio, non vuole contendere con nessuno, non fa valere il suo diritto opponendosi al malvagio. Il male in lui si arresta, non lo restituisce a nessuno, lo fa morire dove nasce: pone fine ad ogni catena o sequenza di torti. Non è del tipo che “chi grida di più si impone e domina”, non raccatta o compera  like per creare opinione favorevole. Non ha bisogno di amplificatori, né di piazze da aizzare pro o contro, si propone sempre come servo. Non cerca rilevanza, non occupa per ore smisurate televisioni, YouTube, Instagram e hashtag. Non abbocca a tik tok. Ha la sapienza mite e umile del Figlio. Anche se verrà annunciato sui tetti sarà sempre un sussurro all’orecchio. E’ benevolo anche con le canne agitate dal vento e spezzate. Si prende cura di noi che lo siamo spesso. Una canna gli porterà sulla croce l’unico acido conforto nell’agonia.

Lui è luce, ma preferisce essere la candela che si accompagna a ciascuno nella sua oscurità, nel suo stentato cammino piuttosto che un faro abbagliante. Il suo giudizio però sarà “scagliato” alla vittoria proprio dalla croce, dove tutto sarà compiuto.

Il suo nome è Gesù che salva, l’Emmanuele: in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini nel quale è stabilito che possiamo essere salvati. Lui è l’unico.

Tutte le genti pongono speranza in Lui. E noi lo contempleremo spesso perché siamo affascinati da Lui.

18 Luglio 2020
+Domenico

Gesù Signore del sabato, futuro dell’umanità che crede

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 12, 1-8)

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Una abitudine che spesso ci facciamo leggendo e commentando il Vangelo è di fermarci alla comprensione immediata dell’episodio e raramente di leggerlo in prospettiva del futuro di Dio che noi vediamo in Gesù.

Proviamo a tentare una riflessione sulla predicazione di Gesù circa il sabato ebraico per leggere,  sempre nel Vangelo, il vero futuro portato da Gesù, dentro l’alleanza con il popolo ebraico – era già prevista – per conoscere e contemplare quanto Gesù si stacca nella sua assoluta novità rispetto alla Legge, la Torah, che per Lui è molto di più che un libro sacro, ma la volontà di Dio vissuta nella Trinità, che prepara e predispone alla novità che porta Gesù stesso.

Il capitolo 12 di Matteo che oggi iniziamo a leggere nelle messe quotidiane descrive molto bene il passaggio fra il vecchio e il nuovo, tra la carne e lo Spirito, tra la morte e la vita che sono momenti assolutamente di grande importanza per ogni persona che si affida a Dio.

Tutta questa operazione è appoggiata sul sabato: volete che Gesù si blocchi ad aggiungere altre prescrizioni da osservare presso un popolo che quasi fa del sabato una prigione? Massimo rispetto da parte sua, ma già fa prevedere il futuro.

I discepoli possono fare di sabato ciò che è permesso ai sacerdoti: non saranno in futuro col battesimo il popolo messianico libero e sacerdotale?! E Gesù qui proclama la grande rivelazione: Lui è il Figlio dell’uomo, Signore del sabato e chi lo segue è come Lui, figlio e libero.

Le parole usate in questo tratto di Vangelo sono  tutte parole che richiamano l’Eucarestia offerta e abitata nel futuro da Gesù. Il dono che Gesù fa ad ogni persona è cibarsi del sabato, che è vivere la vita di Dio stesso! Il cibo è la conoscenza del Figlio offerta ai più piccoli, il sabato è Dio stesso, compimento non solo della creazione, ma con Gesù anche della redenzione.

La legge non può normare la vita, è la vita a  normare la legge: chi assume come principio l’amore del Padre, gioisce dell’amore di Dio e mangia di sabato – questo è un parallelo un po delicato ma è verissimo.

Il sacerdote ha libero accesso al tempio, Davide è figura del messia: i discepoli che mangiano di sabato, non mangiano il frutto proibito, lo fanno senza colpa perché compagni del messia; i discepoli, che saranno i nuovi sacerdoti, nuovi preti, i presbiteri, mangiano il pane dell’offerta, che li rende simili a Dio, che vuole misericordia e non sacrificio.

Gesù figlio dell’uomo e Signore del sabato: è il nostro pane, è la nostra vita.

La Chiesa è fatta da coloro che lo mangiano, vivendo la libertà dei figli che amano i fratelli: non sono più schiavi, ma signori della legge, perché godono della  misericordia di Dio Padre.

Insomma un grande capovolgimento già scritto in questi brani di Vangelo che non ci devono fermare a riflettere su un passato, la tradizione del sabato ebraico – interessante – ma che ci fanno vedere la grande novità che Gesù porta con il giorno dopo il sabato.

Sua intenzione non era certo di confutare la pratica del sabato per gli ebrei soltanto, ma di aprire l’umanità al nuovo sabato senza fine che è Gesù, con le qualità massime di Dio, che è misericordia.

17 Luglio 2020
+Domenico

Nell’arsura della vita, Dio assicura rugiada e pioggia ristoratrice

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 28-30)

«Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».  

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L’esperienza del vivere è spesso faticosa, non solo per le malattie, le disavventure, le disgrazie, ma anche per il suo corso normale: ogni giorno devi caricarti il tuo fardello e portarlo. Hai una casa, una famiglia e devi esserne sempre responsabile, hai intrapreso una strada di studio e devi portarla a termine.

Tante volte sei tentato di lasciare tutto, spesso, soprattutto quando ti rimorde la coscienza perché ti sei comportato male, trovi ancora più difficile costruirti motivazioni per continuare.

Altre volte ti senti solo, sei circondato da persone che ti dicono di volerti bene, ma non ne senti il calore, l’intensità … non è depressione, ma desiderio di sentirsi di qualcuno sempre, di avere un posto in cui sentirti preso per quello che sei, amato anche senza merito, senza averlo guadagnato. 

Ecco … Gesù capisce questa sete profonda dell’umanità, di me e di te, che stiamo delle volte annaspando nella vita, contenti, desiderosi di continuare, pieni di buoni propositi, ma senza forze, esausti, senza nessuna spinta interiore.

Ci abituiamo a tutto, senza grinta: anche le cose più belle si scoloriscono perché ci lasciamo prendere da follie del momento, da dolori imprevisti e sofferenze che ci paiono insormontabili.  

“Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi: passate di qua quando non ne potete più, perché Io ci sono sempre, Io non vi scarico, Io sto sempre con voi. Quando la vita vi sembra senza sapore, Io sono il sale della vita. Quando vi sembra inutile, insopportabile, pesante, state dietro a me, vi trascino Io, vi tengo Io per mano, vi prendo la croce e l’appoggio sulla mia. Tendi la mano che te la prendo Io e faccio passare in questo contatto la mia forza, la decisione irrevocabile di mio padre che vuole per te la gioia piena. E’ ben altro il peso della vita: è il male che non ti  molla, che ti incatena. Tu puoi avere l’impressione che il Vangelo sia difficile da seguire, ma non è un peso, è una forza, una luce che scandaglia nelle profondità di tanta nostra infelicità e ci dà luce. Non sono una legge – dice il Signore – ma uno Spirito: sono già dentro di te a sanare ciò che sanguina, a lavare ciò che è sporco, a piegare le tue assurde cattiverie.” 

E oggi ci accompagna in questa intimità divina la Vergine del Carmelo, la Madonna che indica e dà corpo alla speranza umana, che, nuvoletta piccola come una mano, avvistata nel cielo, diventa pioggia di fecondità per le nostre anime, terre bruciate, dalla lontananza da Dio, dall’aridità di una vita autosufficiente e superba, chiusa in se stessa sui propri egoismi e non diffusa come l’acqua ristoratrice di ogni deserto che la Madonna del Carmelo ci rappresenta e diventa sicuramente per chi si affida a Lei. 

16 Luglio 2020
+Domenico

Desidero abitare anch’io come te con un papà così

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 25-27)

«In quel tempo Gesù disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.» 

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Si può stare tanti giorni a vivere in non-luoghi, cioè dove le relazioni sono funzionali, legate al momento, senza storia; si possono passare periodi di viaggio o di vacanza lontano da tutti, in una sorta di “sospensione” dalle relazioni fondamentali della vita, senza – evidentemente – illudersi di aver trovato la libertà; si può vivere in contesti dove non sei conosciuto, senza amici, senza relazioni profonde … ma prima o poi è necessario tornare agli affetti, alle relazioni personali, a una casa … soprattutto se si è giovani, a un padre e a una madre.

Gesù, quando parla di Dio, ne parla sempre con il bellissimo nome di Padre, di papà: Lui vuole sempre vivere la vita a casa, in un rapporto profondo con il Padre celeste; il mondo non sarà mai per Gesù un non-luogo, uno spazio di relazioni funzionali, ma sempre uno spazio di relazioni profonde con un papà: nei suoi pensieri si sente un piccolo in cui risuona la bellezza della vita, del creato, la pienezza dell’amore.

Gesù non è un sapientone o un personaggio, ma il figlio di un Dio che è Padre.

A noi è dato di scandagliare con la nostra intelligenza il mistero della vita, sondare nell’infinito per farci una idea di Dio; la filosofia ha raggiunto vertiginose altezze di introspezione e di pensiero sull’infinito, ma quello che conta è che per dare un volto a Dio occorre farsi semplici, disposti alla meraviglia, fiduciosi in una Parola più grande di noi, non mettere distanze comode che ci fasciano la vita.

Tornare semplici non significa abbandonare le doti di intelligenza e di ragionamento che abbiamo, ma sapere di stare a cuore a Dio, che prima di essere un eterno, infinito, onnipotente creatore, è un papà.  

Questa esperienza Gesù la vive e la vuole donare a tutti gli uomini; vuole che chi si affida a Dio non lo faccia per dovere, non lo pensi come una assicurazione sulla vita, ma come l’abbraccio di un Padre, dal quale è possibile percepire il significato del vivere e del morire, del dolore e dell’amore, e guardare a tutti gli eventi con la vera saggezza e sapienza che rivela il gusto del sentirsi creature amate e desiderate. 

Da questa casa possiamo rileggere tutte le nostre fragilità, le nostre pazzie, la nostra sicumera, la spocchia che possiamo avere verso chi ci ignora e soprattutto la nostra maledetta autosufficienza che ci gioca gli scherzi della colpa e del peccato, della cattiveria e della solitudine. 

Vivere una vita cristiana invece significa sentirsi accolti da un Padre, sentirsi confidenti di Dio sul mistero della vita, poter ascoltare la Parola che salva e che orienta e avere sempre lo sguardo fisso al cielo, sempre abitato da un Padre. 

E questo non lo viviamo da soli, ma sempre in compagnia: non siamo in un eterno lockdown, ma in un nuovo modo di vivere assieme per, di apprezzare la compagnia di altri, di ritrovare nel lavoro la grammatica dell’esistenza e in chiesa con gli altri la Parola fatta carne che nutre e rivela non solo e sempre ai sapienti e intelligenti. 

15 Luglio 2020
+Domenico

Le parole della vita eterna

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 20-24) 

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Alla fine della vita umana, ci sarà da rendere conto di essa a qualcuno? Il rendiconto porterà con sé anche una condanna? Ogni religione si pone di fronte a questo problema e ogni persona si domanda: l’esito eterno della nostra vita sarà di felicità o no? Abbiamo da chiarirci termini come: minaccia, punizione, salvezza, felicità, inferno, giustizia, libertà umana e libertà di Dio, che io chiamo le parole della vita eterna. 

E’ fuori di ogni dubbio che Gesù, dando la vita per i peccatori, rivela il volto misericordioso di Dio suo Padre: le comunità cristiane delle città citate dal Vangelo – Korazym, Betsaida, Cafarnao – sono luoghi dove Gesù ha compiuto prodigi e miracoli, ha lanciato segni inequivocabili di amore; questi segni li usiamo per convertirci a Lui o per difenderci da Lui? 

Le “minacce” di Dio sono profetiche con intento pedagogico, come quelle di una mamma: sono un primo avvertimento per chi ancora non ha capito che il male fa male! Sono efficaci quando si avverano, sono un deterrente per tutte le incoscienze che viviamo, rivelano il male come tale e chi ci vuole bene, perché chi ci minaccia, ci avverte, non vuole il peggio, è proteso al mio bene. 

L’altra parola, la “punizione”, prevista dalla minaccia, ha ancora un intento positivo: noi pensiamo che se trasgrediamo Dio ci punisce, cioè a obbedienza premio, a trasgressione castigo, fatali e automatici come si fa con un cavallo o con un cane, con una carezza o un pizzicotto a seconda se fa quel che gli diciamo; Solo quando ragioniamo riusciamo a capire che il male fa male da solo, la punizione viene dallo stesso male.

Se invece a punire è colui che ci dà la norma, non c’è fatalità, c’è il potere libero di chi comanda, Dio o i genitori, che possono anche perdonare.

San Francesco Saverio, il santo di una dolcezza infinita, pensate che diceva che preferiva essere giudicato da Dio che da sua mamma, e qui comincia già ad aprirsi uno spiraglio che invoca uno “spazio abitabile” oltre la punizione. 

L’altra parola è la “felicità”: è un sogno di ogni persona che non si adatta mai al dato di fatto, al minimo, vuol sempre andare oltre. La vita è piena di limiti, di delusioni, di sogni infranti, di mali … Il male è l’unico problema dell’umanità, e ogni azione che essa fa è per salvarsi dal male. 

Sappiamo però a che abissi può giungere il male nel cuore dell’uomo: il paradiso è il regno di nuovi spazi da abitare oltre la cattiveria umana; la stessa umanità lo sogna, la religione tira in ballo Dio al riguardo di questo male che pare infinito, ma non lo è. La relazione con Lui è salvezza, vita, amore, felicità, superamento d’amore dell’egoismo e dell’infelicità. 

L’altra parola è l'”inferno”: è sicuramente il non raggiungere la salvezza, la vittoria sul male. Possiamo pensare che sia una minaccia profetica e punizione pedagogica?! E’ l’unico luogo dove non si può parlare di salvezza, e Dio ci salva da ogni male a condizione che conosciamo che è male, e ne desideriamo venir fuori. 

L’altra parola è “giustizia”: giudica e punisce il male, però non vi pone rimedio, e sicuramente Dio è giusto, ma non come noi; il suo giudizio è la croce, dove Dio si rivela proprio molto diverso da noi. La sua è una giustizia eccessiva che sicuramente non accresce il male che facciamo. Lì alla croce vince il male portandolo su di sé, e salva ogni malvagio. Dicendo che Dio è giusto, affermiamo che non tollera il male, non lo vuole e non fa l’ingiustizia, che pure c’è; la sua giustizia però è grazia, il suo giudizio è il perdono: è una giustizia superiore. 

E quindi veniamo all’ultima parola, la “libertà” di Dio, che è amare così, e la mia libertà non è tale finché non conosco l’amore di un Dio crocifisso per me, che lo crocifiggo.

Sono libero quando so di essere amato senza condizioni! 

Alla fine del mondo, quando apparirà il segno del Figlio dell’uomo, la croce, tutti lo riconosceranno e si batteranno il petto, l’empio brucerà dalla vergogna per la sua empietà.

L’inferno è reale, è il male che siamo, ci aiuta a conoscere il bene, ci apre alla misericordia di Dio. E’ utile parlarne perché chi ascolta non fraintenda Dio e non si chiuda in se stesso, come spesso avviene. 

14 Luglio 2020
+Domenico