SS. Filippo e Giacomo, due che ci indicano chi è la nostra via, verità e vita: Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14, 6-14)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, disse Gesù a Tommaso: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: Mostraci il Padre?
Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò».

Audio della riflessione

Sono tante le cose di cui ci dobbiamo preoccupare per vivere bene, per condurre una vita decente, avere buoni rapporti con tutti, offrire la nostra solidarietà a chi ne ha bisogno, ma ce ne sono tre che sono indispensabili: conoscere la strada della vita, conoscere cioè che percorso fare per condurre una vita buona, felice, soddisfacente; essere sicuri di camminare secondo verità, difendendoci dai facili inganni in cui altri ci attirano e vivere veramente, non solo sopravvivere o vivere di risulta. La frase perentoria di Gesù: Io sono la via la verità e la vita, risponde a questo bisogno fondamentale di ogni esistenza.

Spesso non sappiamo che fare, ci troviamo come in un deserto o nel mare senza bussola, non ci sono strade, non c’è freccia. Siamo nella nebbia, con la fastidiosa sensazione di esserci perduti, o di trovarci in un posto invece siamo in un altro. La nostra esistenza è diventata un intrico di proposte, di sollecitazioni, di esperienze contraddittorie. Che devo fare, che strada prendo nella vita. Soprattutto chi è giovane si trova di fronte a una eccedenza di opportunità e non sa che cosa scegliere. Avere qualcuno che ti indica quale è la strada è importantissimo. Ebbene Gesù dice: io sono la via. La strada giusta della vita passa da me, io sono meglio di ogni tuo satellitare. Vederlo come via non significa aver trovato la cartina geografica o stradale, ma aver percepito in Lui la certezza di un percorso di felicità e di una compagnia sicura. Non ci indica solo la strada, ma è Lui stesso la strada.

Lui è anche la verità. Il problema di oggi sembra essere la libertà, fare quel che ci piace, andare dove si vuole, ma il vero problema è di sapere se c’è qualcosa di bello, di vero che ci piace, che si vuole; se siamo veri o ingannati, nella verità o nella falsità. Persone compiacenti che ci isolano in un pietoso inganno ce ne sono troppe. Abbiamo invece bisogno di sentirci dire sempre chi siamo e che cosa possiamo fare, cosa dobbiamo cambiare, se la nostra strada è quella giusta, se la nostra vita è impostata bene. Gli amici purtroppo spesso non hanno coraggio per non offenderci. Gesù è l’amico che sta sempre dalla parte della verità. Lui è la verità. Non ti inganna, non ti parla tanto per riempire il programma, per intrattenerti. Non ti accarezza le orecchie per aumentare l’audience, non ha pubblicità da propinarti. Non ha proprio bisogno anche dei nostri like per dire l’audience che ha. L’unica audience di cui si preoccupa è quella che dobbiamo avere nell’amore di suo Padre. Gesù è colui che conosce il mistero del vivere e del morire, conosce ed è la strada della felicità, Lui l’ha percorsa e ce la può indicare.

Se è via e verità, allora è la vita. Il rischioso mestiere di vivere è sempre davanti a noi. Ogni tanto veniamo messi di fronte a qualcuno che si toglie la vita, che non riesce a capire perché, che non ha forza, che ha paura di affrontarne il mistero. Noi con Gesù ci mettiamo nelle sue mani, alla sua sequela, ci fidiamo di Lui. Non vogliamo farci rimproverare come i farisei: voi non volete venire a me per avere la vita. Non ci adattiamo alle pozzanghere che ci scaviamo per consolarci, noi vogliamo seguire Lui per avere la vita. Maestro che devo fare per avere vita piena? Dove sta la pienezza della vita? Non posso adattarmi a vivere a qualche maniera. Il vangelo è la strada e la stessa vita, la sua parola è l’indicazione più vera e più sicura.

Parlarci nella festa dei Santi Filippo e Giacomo è per me richiamarmi al mio dovere di vescovo, di successore degli apostoli, per pura grazia di Dio, di assicurare tutti del grande amore che Dio ha per ciascuno e invitarci a una generosa risposta al suo amore. Il vangelo è la strada, in questi tempi soprattutto in cui veniamo continuamente strattonati dai mass media che esasperano sentimenti ed emozioni e ci costringono quasi a seguire l’onda delle informazioni. Allora non è più possibile vivere il perdono cristiano, ma la vendetta, il risentimento, l’espulsione e non l’accoglienza; non è possibile proporre una famiglia basata sul matrimonio, ma una   falsa comprensione che snatura la stessa nostra convivenza civile. Torniamo al vangelo e a quello diamo spazio per trovare la felicità vera in Gesù che è via, verità e vita.

3 Maggio 2024
+Domenico

Dio è amore al di sopra di ogni realtà: in esso vogliamo rimanere

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,9-11)

Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.
Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.
Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».

Audio della riflessione

Ci siamo messi spesso alla ricerca di Dio, abbiamo tentato di dargli un volto, una descrizione. Convinti della sua esistenza, ma desiderosi di dargli una sorta di definizione, che non deve definire niente, perché Dio non sta mai nel verbo finire e nei suoi composti. Infatti, possiamo solo dire che non è finito, ma non abbiamo proprio detto niente se non negato qualcosa. Ma vorremmo almeno pensare a una caratteristica che ci aiuta a parlargli, a sentirlo dentro di noi, non certo parte di noi. Gesù non ce lo ha definito, ma ha fatto capire che in Lui si deve restare, dare casa alla nostra vita. E questa casa si chiama amore, ciò che Gesù ha sempre sperimentato nella sua vita, sia tra noi che nella vita trinitaria. Le immagini filosofiche, legate alla nostra intelligenza e capacità razionale non sono mai adeguate. I filosofi ci hanno provato, gli scienziati pure, gli scrittori lo hanno fatto vecchio o giovane, buono o cattivo, barbuto o etereo a seconda della ispirazione o dell’uso che ne potevano fare.

Dio invece è soprattutto e solo amore che si comunica a noi. Papa Benedetto nel suo primo messaggio ce lo aveva detto. È quello che aveva nel cuore in tutta la sua vita di ragazzo, di giovane, di prete, di studioso, di vescovo, di cardinale è sempre stato solo questo: Dio è amore e tutte le volte che cerca una chiave di interpretazione della realtà di Dio è sempre e solo l’amore. È amore quando crea l’universo, l’uomo, e la donna, è amore quando manda suo figlio sulla terra, è amore quando accetta che il Figlio muoia in croce, è amore nel perdono, amore ancora di più nelle vite d’amore degli uomini.

È l’unica chiave di interpretazione della vita di Dio. E Gesù quando si congeda dagli apostoli, non può non rifarsi a questa esperienza profonda che ha segnato tutta la sua vita di uomo. Come il Padre ha amato me, così anch’io amo voi. L’amore è un vortice. Se ci vieni trascinato dentro, porti con te tutti quelli che conosci, vedi, incontri, tutti coloro che fanno parte della tua vita. Così Gesù: non può non trascinare in questa dimensione il gruppo dei suoi amici, e chiamarli a rimanere nel suo amore. Potremmo stare con Gesù per solidarietà con la sua bontà, perché ci offre speranza oltre le nostre paure e inquietudini. Potremmo scegliere di stare con Gesù perché ci incanta la sua Parola. Gesù invece ci dice: ci dovete stare solo per amore. Chi vuol fare il cristiano deve sbilanciarsi dalla parte dell’amore, deve assolutamente fare di questa vita donata senza interesse, senza calcolo, senza vantaggi la sua vocazione definitiva. Rimanete nel mio amore, è l’amore di un Dio che non riusciremo mai a contenere nelle nostre pur belle immagini, slanci di santi e di sante, esperienze mistiche e dello stesso peccato. E proprio in fondo a questo ci si apre la voragine della sua misericordia, che è il bisogno radicale di ogni creatura.

2 Maggio 2024
+Domenico

Giuseppe il sognatore lavoratore

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13,54-58)

In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

Audio della riflessione

San Giuseppe, nei suoi sogni, ha incrociato i pensieri di Dio.

Giuseppe fidati! Hai ragione a non dubitare minimamente di Maria. È lo Spirito Santo, sono io che ho voluto cominciare a vivere da uomo in Cristo Gesù. Sì, così devi chiamare questo bambino: assumiti tu il compito di padre.

E Giuseppe accettò di entrare in questo percorso, assolutamente sconosciuto e difficile: aveva espresso il massimo di docilità al piano esigente di Dio, sapeva che la strada imboccata era in salita! Questa, infatti, gli chiede una decisione drammatica di pensare a una sua famiglia in maniera del tutto inaspettata. 

La nascita del figlio poi avverrà in un mare di difficoltà, scardinato dal suo paese in una concentrazione di povertà in quell’anfratto per pastori, che a casa sua sarebbe stata meno ossessiva: povertà ancora, ma più vivibile.

Ma non è ancora finita: Un altro sogno!

Ma non è forse meglio adattarsi che sognare? E dal sogno la fuga: indesiderato, ricercato, scomodo, fragile, indifeso e pericoloso.

È la prima pagina di diario che Giuseppe deve scrivere di Gesù: è l’atmosfera che caratterizza la festa per il suo figlio primogenito al ritorno della madre dalla clinica. Si deve fuggire. E Giuseppe, il capofamiglia, il sognatore, docile, forte si assume le sue responsabilità, fa l’immigrato; non prende una carretta del mare, ma affronta un mare di sabbia.

Ormai sono una famiglia, in Gesù resteranno indelebili la sua dedizione, la sua cura, il suo cuore in tumulto, la sua obbedienza al piano di Dio; lo preparano al suo deserto, al suo orto del Getsemani, al suo abbandono nelle braccia del Padre. Anche Gesù ha avuto una famiglia che gli ha segnato la vita e gli ha dato la forza di spendersi fino alla morte. Giuseppe sicuramente ha raccontato i suoi sogni a Gesù se ne è uscito un figlio più sognatore di lui.

Oggi però ricordando e pregando san Giuseppe non possiamo non fare una riflessione sul lavoro che il Signore stesso ci invita a fare. Intanto è lavoro non solo quello manuale, sempre prezioso e nobilissimo, tanto che Gesù era noto come il figlio del carpentiere, carpentiere anche lui con la bellissima figura di un uomo giusto e generoso come san Giuseppe. Per questo la chiesa si è quasi allineata dando al primo maggio la sua adesione di fede oltre che di civile partecipazione ponendo davanti questa figura di padre, di lavoratore, di uomo onesto.

Lavoro, quindi per noi è qualsiasi attività rivolta a trasformare il mondo in cui viviamo per metterlo in condizione di servire l’uomo sempre più e sempre meglio, aiutandolo a conseguire i suoi fini inalienabili, secondo l’alto disegno del Creatore. Perché, come dice il Concilio Vaticano II, “tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all’uomo come a suo centro e a suo vertice” (Gaudium et Spes, 12). Anzi, non è solo il mondo a essere trasformato e migliorato dal lavoro, ma anche il lavoratore. È ancora lo stesso documento conciliare a ricordarcelo: “L’uomo, quando lavora, non soltanto modifica le cose e la società, ma anche perfeziona sé stesso. Apprende molte cose, sviluppa le sue facoltà, è portato a uscire da sé e a superarsi. Ma soprattutto il lavoro deve essere più sicuro per la stessa vita. In Italia sono ancora troppi i morti per incidenti sul lavoro. Basterebbe anche solo un ferito per ridirci che occorre più sicurezza sul lavoro. È una necessità che deve avere il contributo e la partecipazione di tutti, lavoratori compresi. Non bastano le leggi, non bastano le multe, non bastano le denunce: occorre cambiare mentalità. Il lavoratore è più importante di tutta l’impresa, dei suoi fini, della sua utilità, della sua urgenza. Bisogna che tutti: datori di lavoro, ditte di appalto o coadiuvanti di carico e scarico, di progettazione e revisione…. ispettori, autorità locali se ne facciano carico appassionatamente e intelligentemente. Con gli strumenti di oggi deve essere impossibile che una persona si faccia anche solo male, non solo che perda la vita. In una convergenza di forze necessarie e obbligatorie noi cristiani possiamo affidare tutti i lavoratori alle cure e alla custodia di san Giuseppe, che ha fatto il carpentiere assieme a Gesù.

1 Maggio 2024
+Domenico

Siamo stanchi di guerre, Signore salvaci

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,27-31)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.
Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.
Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il prìncipe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco».

Audio della riflessione.

Fra i tanti perché della vita, uno in particolare torna insistente alla mente umana, soprattutto se, complice o grazie alle tante informazioni che ci martellano quotidianamente, ci lasciamo provocare dai fatti. Perché nel mondo ci devono essere sempre le guerre? Perché gli uomini cambiano la convivenza pacifica in contrapposizione spietata? Perché tanti giovani debbono convivere da quando sono nati con armi, bombardamenti, distruzioni, fughe, ammassamenti in campi di sopravvivenza? Perché dei popoli che vivono in pace a un certo punto sono galvanizzati da chi li lancia alla guerra? Perché i conflitti tra modi diversi di pensare la vita, gli stessi conflitti di interessi devono per forza cercare soluzione con la guerra? 

Il male, la vendetta, l’ingiustizia, la ritorsione, la forza, la prevaricazione formano un anello che non si spezza e si cambia in morte, distruzione, dolore. Qualcuno muove i fili e si arricchisce aumentando il suo prodotto interno lordo. Se ha una azienda di armi cerca il massimo profitto e spera che per il suo mestiere qualcuno si lasci ammaliare dalla sua pubblicità. Siamo nel massimo della irrazionalità o di una razionalità malata: una miscela senza speranza. L’uomo tenta di reagire, riesce qualche volta a contenere, ad attutire, ma dove sta la pace? 

Dice Gesù come primo saluto dopo la tragedia della Croce, dopo aver toccato il fondo cui può portare la cattiveria e l’odio umano, vi lascio la pace, vi do la mia pace. La pace è un dono, è qualcosa di più grande di noi. Sembra il bene più evidente l’aspirazione più normale, ma è il primo frutto di una vita nuova. È scardinare il male alla radice. Noi siamo capaci di farci del male, ma solo Dio può rimarginare le ferite, può riportare l’uomo alla saggezza cui da sempre l’ha destinato. 

Se poi la guerra è una vendetta, un massacro, un proposito di cancellare un popolo, una risposta a un miserabile attacco senza avere una prospettiva di convivenza, di ristabilimento del diritto mondiale è la semina di altre guerre e diventa una disgrazia per tutta la terra, un cancro dell’umanità 

Solo Dio possiede il segreto di una vita piena, solo lui ci sa aprire prospettive nuove. I nostri sforzi, gli sforzi degli stati passano da lui, dal cuore nuovo di cui abbiamo bisogno e che con lui possiamo ricostruire e sperare e chiedere per tutti gli uomini.

30 Aprile
+Domenico

Qui da me c’è sempre posto per tutti e per ciascuno

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 28-30)

In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Audio della riflessione.

L’esperienza del vivere è spesso faticosa. Non solo per le malattie, le disavventure, le disgrazie, ma anche per il suo corso normale. Ogni giorno devi caricarti il tuo fardello e portarlo. Hai una casa, una famiglia e devi esserne sempre responsabile, hai intrapreso una strada di studio e devi portarla a termine. Tante volte sei tentato di lasciare tutto, spesso, soprattutto quando ti rimorde la coscienza perché ti sei comportato male trovi ancora più difficile costruirti motivazioni per continuare. Altre volte ti senti solo, sei circondato da persone che ti dicono di volerti bene, ma non ne senti il calore, l’intensità. Non è depressione, ma desiderio di sentirsi di qualcuno sempre, di avere un posto in cui sentirti preso per quello che sei, amato anche senza merito, senza averlo guadagnato. 

Gesù capisce questa sete profonda dell’umanità, di me e di te, che stiamo annaspando nella vita, contenti, desiderosi di continuare, pieni di buoni propositi, ma senza forze, esausti, senza spinta interiore. Ci abituiamo a tutto, senza grinta. Anche le cose più belle si scoloriscono perché ci lasciamo prendere da follie del momento, da dolori imprevisti e sofferenze che ci paiono insormontabili. 

Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi. Passate di qua quando non ne potete più, perché io ci sono sempre, io non vi scarico, io sto sempre con voi. Quando la vita vi sembra senza sapore, io sono il sale della vita. Quando vi sembra inutile, insopportabile, pesante, state dietro a me, vi trascino io, vi tengo io per mano, vi prendo la croce e l’appoggio sulla mia. 

Tendi la mano che te la prendo io e faccio passare in questo contatto la mia forza, la decisione irrevocabile di mio Padre che vuole per te la gioia piena. È ben altro il peso della vita: è il male che non ti molla, che ti incatena 

Tu puoi avere l’impressione che il vangelo sia difficile da seguire, ma non è un peso, è una forza, una luce che scandaglia nelle profondità di tanta nostra infelicità e vi dà luce. Non sono una legge, ma uno Spirito. Sono già dentro di te a sanare ciò che sanguina, a lavare ciò che è sporco, a piegare le tue assurde cattiverie. 

Fidati, rischia, buttati, ci sono io, il Dio che non ti abbandona mai.

29 Aprile
+Domenico

Senza di me non potete far nulla

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,1-8)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Audio della riflessione.

Ma che cosa mi manca nella vita? Ho un comportamento corretto, una vita regolare, mi par di essere onesto nel lavoro, pago pure le tasse, che non è cosa da poco, non mi lascio impelagare in avventure strane. 

Eppure, hai l’impressione che manchi un perno, ti pare di girare a vuoto, di sentirti sterile, scontato, di non produrre bontà. La spia che c’è qualcosa che non funziona, e che è diventata la malattia del secolo, è che perdi spesso la pazienza, che troppe volte t’arrabbi, magari urli, perdi le staffe, vola qualche parola di troppo. Credi di avere in mano tu la vita e quando ti sfugge t’arrabbi per cambiarle il corso; invece resta come prima, con qualche coccio da ricomporre. 

Ma noi siamo tralci, non siamo la vite; noi siamo rami, non siamo la pianta; “senza di me, dice Gesù, non potete far nulla”. 

Non abbiamo in noi il principio del nostro essere. Siamo un mistero a noi stessi, non riusciamo a trovare ragioni sufficienti di vita se non in una relazione, nella percezione di una linfa che scorre dentro di noi e che ha la sorgente fuori di noi. Io sono la vita, voi i tralci se rimanete in me, farete frutti, la vita non sarà vuota. 

Rimanere è un verbo che la nostra vita, moderna non conosce più. Oggi si esige il fare, l’organizzare, telefonare, far sapere, gestire, costruire, riunire, coordinare tabelle, confronti. Avere sempre campo per il cellulare. Gesù dice: rimanete; datevi una calmata ritrovate la bussola, il centro, tendete l’orecchio alla Parola, a una buona notizia, al vangelo. Non occorre perdere la pazienza. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. 

Pianta e rami, vite e tralci, sorgente e ruscello, sono abbinamenti che non possono stare slegati. Non scorre acqua se il ruscello non è legato a una fonte viva, non scorre vita se un ramo non è attaccato alla pianta, non c’è possibilità di dare un grappolo se un tralcio vien staccato dalla vite. Non c’è bontà nell’uomo se non sta attaccato al sommo bene; non c’è amore nell’uomo se non sta attaccato alla sorgente dell’amore che è Dio. Il mondo è tutto una serie di interazioni, di collegamenti, di fili che non legano, ma che fanno circolare vita. 

La nostra autosufficienza vorrebbe che tutto partisse da noi. Noi siamo la bontà, e non ci accorgiamo che da soli sappiamo soltanto essere cattivi; noi siamo la gioia e non ci accorgiamo che ci caratterizza di più la noia; noi passiamo per generosi, invece ci caratterizza di più l’egoismo. Abbiamo perso la strada della sorgente, dobbiamo risalire il fiume della vita e avere il coraggio di ritrovarne la fonte.; che è Gesù e il suo Vangelo.

28 Aprile
+Domenico

Possiamo vedere finalmente Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,7-14)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.

Audio della riflessione.

Conosciamo tante cose, sappiamo trovare di tutto, inventiamo motori di ricerca sempre più raffinati, ci basta una tastiera per aprirci a tutto lo scibile umano, ma non abbiamo saggezza, abbiamo perso la bussola, non sappiamo dare valore e cercare i valori. Siamo una lavagna su cui tutti possono scrivere ciò che vogliono e noi restiamo senza riferimento. Ci passa davanti tutto, ma niente ci prende e ci dà felicità. La nostra vita è un Google, che serve quando hai fretta e curiosità, ma ti lascia solo quando devi decidere della tua felicità. Puoi farti aiutare anche dalla intelligenza artificiale, ma sei sempre tu che devi prenderti in mano la vita. Abbiamo bisogno di saggezza, di gusto, di riferimenti, di valori, di motivazioni per spenderci; su tutto il nostro conoscere occorre un faro che illumina e riordina, dà valore e gusto. 

Da tanto tempo sono con te e tu non mi hai ancora conosciuto, non sei riuscito ad andare oltre le impressioni, i tuoi modi di pensare e di fotografare. Credi che sia vero solo quello che ti appare e non sai entrare in profondità nella mia vita. È il rimprovero di Gesù a Filippo, che era tanto incuriosito di sentir Gesù parlare del Padre che gli era nata la voglia di vederlo. Faccelo vedere, non parlarci solo di Lui. Ma il Padre è di quelli che vanno conosciuti con la luce dello Spirito, con la grazia che solo Dio dà. Chi vede me deve avere occhi che gli permettono di vedere il Padre. Quel Gesù che sembrava solo un buon predicatore, un ottimo amico, un pio ebreo, un entusiasta del regno, un guaritore era l’unica immagine visibile del Padre e i discepoli non lo avevano ancora capito. 

Guardando a Gesù noi riusciamo a togliere quel velo che si stende sui nostri occhi e non ci permette di conoscere Dio. Dio nessuno l’ha mai visto, il Figlio ce lo ha rivelato. Gesù è l’unica esperienza che ci dice il volto di Dio, che ci rende sperimentabile in una conoscenza sovrumana la presenza di Dio. Il nostro Dio non è il Dio della filosofia, della razionalità, ma il Dio di una storia che ha trovato ed espresso in Gesù il meglio della sua visibilità. 

Non siamo più condannati a fare congetture, a vivere di immaginazioni, ma siamo chiamati a contemplare il Dio vivente in Gesù. Quel cielo che non è vuoto e si è aperto ci ha mostrato nel volto di Gesù il volto di Dio

27 Aprile
+Domenico

Gesù lo posso vedere sperimentare, e in Lui vedere Dio Padre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,1-6)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».

Audio della riflessione.

Produciamo tutto, possiamo trasformare tutto, cambiamo tradizioni, inventiamo nuovi modelli di vita, ci appassioniamo a tutte le novità. Ma spesso abbiamo paura, temiamo di perdere il senso delle cose, non sappiamo se avremo futuro, se le cose che facciamo sono per il bene dell’umanità, sono per la vera felicità. Abbiamo bisogno di discernere, di valutare, di soppesare, di vagliare tra generosità e verità, tra bontà e fedeltà, tra bene personale e bene comune. Gesù è la verità che ci aiuta a fare chiarezza, a discernere e a scegliere 

L’amarezza, la delusione, l’afflizione, il pianto, l’offesa bruciante, le ferite che sanguinano sono costanti della nostra esistenza. Abbiamo spesso preso scorciatoie maledette. Molti che ci dicono di volerci bene, ci rimproverano, ci fanno sentire in colpa. Sbagliamo strada, ma abbiamo bisogno di chi con amore ci riprende, ci aiuta a uscire dalle nostre piccole o grandi prigioni, a fare chiarezza e capacità di comprendere. Gesù è la via, è dolcezza che rasserena, è pazienza che sorregge, è amore che comprende, è guida che dà sicurezza. 

Ci stiamo abituando alla routine dei nostri giorni quotidiani come al colore delle pareti, senza slancio, né entusiasmo, senza lode e senza infamia. Alla grinta abbiamo sostituito la smorfia, all’ardore l’adattamento, al progetto un insieme di rattoppi. Ci lasciamo andare perché non abbiamo più speranza. Gesù è vita, è fervore che ridà anima alle nostre vite, alle nostre coscienze. 

Abbiamo bisogno di un colpo di reni per scrollarci di dosso il vecchiume dell’abitudine. Questa via, verità e vita hanno bisogno di essere dette fino in fondo, approdano da Gesù allo stesso Dio Padre. Conoscere Gesù esige di vederne in filigrana lo stesso Padre, proprio lo stesso padre diranno più tardi di fronte al mistero della Trinità. Ecco allora il salto di qualità che è proposto ad ogni credente a partire dagli apostoli.

26 Aprile
+Domenico

Andate: il vangelo deve correre per le strade del mondo

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16, 15-18)

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Audio della riflessione.

Marco è stato un grande evangelista che ha portato il vangelo, la persona di Gesù, al mondo romano di allora. La sua figura è ben rappresentata dalla conclusione del suo vangelo. L’uomo è per sua natura un pellegrino, un viaggiatore, lo è stato nei secoli più antichi, quando c’era solo il cavallo o la barca, lo è oggi con tutti i mezzi di trasporto più moderni. Fa parte della sua natura essere cercatore, scopritore, contemplatore del creato, della natura. Soprattutto è viandante perché ha dentro di sé una forza incoercibile che è quella di far sapere, di comunicare, di rendere partecipe l’altro della gioia che vive. L’uomo non è fatto per tenere per sé, ma per offrire e trova la sua gioia nel condividere. 

Per questo alla fine del vangelo di Marco c’è un comando perentorio di Gesù, un comando che destabilizza, che non permette di stare chiusi nel proprio egoismo, ma apre all’inedito di Dio, alla sua novità assoluta: andate. Non si può star fermi quando hai visto che è giunta la pienezza dei tempi. 

Gli apostoli hanno fatto molta fatica a entrare in questo ordine di idee. Già era sembrata di averla scampata bella quando hanno saputo che Gesù era vivo, che il Sinedrio non aveva detto l’ultima parola su di Lui; grazie a Dio lo avevano incontrato risorto, dopo i giorni bui della passione e morte. 

Ecco, si dicono i discepoli, adesso le cose sono state ben sistemate. Si sa chi ha colpa, si sa che Gesù è risorto e questo ci dà una grande serenità. Il male non vince, gli inferi sono spalancati. Questo Gesù ci ha veramente riconciliati con le nostre radici e ci ha anche aiutato a dare alla nostra vita la sua serenità. In questo stato d’animo si sarebbero adagiati i discepoli se non avessero avuto questo comando perentorio: andate. Non sono venuto al mondo solo per aggiornare la vostra vita religiosa, sono venuto a portare un fuoco e voglio che divampi. I confini del popolo di Israele sono troppo angusti, occorre prendere il largo; la mia casa è il mondo, la Parola deve correre ovunque, la salvezza è per tutti. 

Gli apostoli capiranno come obbedire a questo comando dalla vita, dalle persecuzioni. Paolo lo capisce quando in un processo che volevano intentargli i giudei si dichiara cittadino romano e per questo ha diritto di essere giudicato a Roma dall’imperatore e parte per Roma, dove annuncia Gesù, dove il vangelo prende casa, nel cuore del mondo di allora. Il mandato di andare è la scelta di Dio di abitare il mondo, dimostrando di non abbandonare nessun popolo, nessuna nazione.

25 Aprile
+Domenico

Gesù gridò a gran voce

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12, 44-50)

In quel tempo, Gesù esclamò:
«Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre.
Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo.
Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».

Audio della riflessione.

Abituati ad ascoltare o leggere il vangelo ogni giorno, ci capita di non badare ad alcuni particolari, molto importanti e definitivi della figura di Gesù. Oggi il brano di vangelo inizia con un netto “Gesù esclamò”, tradotto anche “gridò a gran voce, fece “clamore” … sono tutte traduzioni dello stesso verbo greco, usato da Gesù almeno quattro volte, per designare una sua autopresentazione. In tutte proclama che Lui agisce a nome di Dio Padre; Lui si presenta come agente di Dio nel mondo, uno che non fa nulla di propria iniziativa, perché Lui agisce in assoluta dipendenza dal Padre e con una totale obbedienza a Lui. Perciò la nostra fede in Gesù è sempre fede nel Padre, al quale Gesù ubbidisce e dal quale ha avuto la più assoluta approvazione. In questo brano del vangelo Gesù in pratica riassume tutte le sue presentazioni: 

Credere in Gesù, vederlo, significa credere e vedere chi lo ha mandato: Io e il Padre siamo una cosa sola; quindi, Gesù riflette Dio e lo avvicina all’uomo, lo fa conoscere, lo comunica. 

Gesù è la luce, è venuto per portare la luce contro le tenebre dell’incredulità, così che possiamo credere in Lui ed essere salvi 

La sorte e il destino dell’uomo si risolve tra fede e incredulità, tra salvezza e condanna e questo dilemma si risolve accettando o rigettando Gesù. 

Il principio di riferimento nel giudizio finale sarà la parola di Gesù, perché Lui dall’inizio alla fine non ha insegnato nel proprio nome, non è stato mai indipendente dal Padre. Il Padre che lo ha mandato è la fonte di tutto quello che Gesù ha detto. La parola di Gesù è la parola del Padre. Per questo gli scribi e i farisei gli hanno dichiarato guerra totale. 

La parola di Gesù, che è la parola del Padre aveva un unico scopo: comunicare la vita: questo è il comandamento che ha ricevuto dal Padre e la croce è il sigillo di questa sua volontà e della volontà di Dio Padre.

24 Aprile
+Domenico