Il verbo si è fatto carne

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,1-18)

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
“Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me”.
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.

Audio della riflessione

Stiamo celebrando una festa molto legata ai nostri ricordi, molto piena di sentimenti, carica di relazioni che vogliamo sempre mantenere, che ci rimettono in circolo con serenità nel nostro piccolo o grande mondo. I social network ci hanno messo in contatto con amici, collaboratori, parenti. I messaggi imperversano nei nostri cellulari, WhatsApp ci regala immagini, fotografie, dialoghi. Insomma, molti di noi sperimentano di sentirci di qualcuno, di far parte di un tessuto di relazioni vitali. 

 Ebbene questo tessuto c’è perché oggi vi colloca dentro la sua tenda proprio Gesù. Il verbo si è fatto carne e venne ad abitare, a porre la sua tenda, in mezzo a noi; proprio non solo nelle nostre vite personali, ma nel nostro mondo di relazioni, di sofferenze e di gioie, di egoismi e di generosità.  

 Qui oggi facciamo memoria del giorno concreto, datato, inscritto nei nostri calcoli astronomici, in cui Dio si è fatto uomo, in cui la Parola si è fatta carne, in cui tutte le nostre domande, i nostri perché, le nostre ricerche di senso si vedono offrire una proposta concreta, non una semplice risposta, come lo può essere un tappo sulla nostra vita che ci spegne ogni domanda. Cercare, domandarsi, di tendere alla verità deve segnare sempre le nostre vite. Smettiamo di essere persone quando non ci facciamo più domande. Il verbo si è fatto carne, la parola verbo non è quella che ci faceva paura già alle scuole elementari quando ci chiedevano di coniugare i verbi. Qui ha il significato di senso. Il senso della nostra vita, la proposta ai nostri perché è Lui, è Gesù. Non è un ragionamento più raffinato, non è una idea di qualche libro, il senso che cerchiamo è Gesù, la sua vita, il suo essere vangelo, buona notizia, novità definitiva per ogni essere umano. È la Parola di Dio definitiva all’umanità 

Non facciamo fatica poi a capire perché molti lo hanno ignorato, i suoi lo hanno crocifisso, perché da molti è stato ed è ancora rifiutato. Noi cerchiamo il senso della vita, ma molti non lo cercano, lo costruiscono comodo, pensano di trovarselo in sé stessi, nella propria solitudine, nella propria autorealizzazione, nelle sostanze che lo stordiscono fuori da tutte le possibili relazioni. Lo confondono con il danaro, il potere, il sopruso, la vendetta. Quanti uomini, e tante volte anche noi, mettiamo il senso della nostra vita nelle cose, nella nostra autosufficienza, nel nostro accumulare, nel nostro apparire, nell’effimero, nel crearci nemici, nell’approfittare, nel male. 

 Rifiutiamo Lui, lo mettiamo di nuovo in croce, non abbiamo posto per lui come non ce l’avevano a Betlemme. Non facciamo posto a nessun altro; sfruttiamo il mondo solo per i nostri interessi. Da qui nasce il nostro star male, diciamo la parola precisa: il nostro peccato. Ecco perché abbiamo bisogno di misericordia, di perdono, di ricominciare sempre a giocare la partita della nostra vita. E nello stesso tempo abbiamo bisogno di perdonare gli altri. Anzi la chiave della misericordia Gesù ce l’ha messa nelle mani nostre se accogliamo chi ci ha offeso. Tante nostre situazioni di vita si risolvono solo proprio nel perdono, nel sentircelo donato e nel donarlo. 

Contempliamo oggi in quel bambino il senso della nostra vita, il significato del nostro stare con gli altri, vediamo in quel volto bambino, in quel corpo indifeso chi bussa alle porte della nostra Europa; sentiamo le urla di sconforto delle mamme e dei padri che si vedono i figli ributtati sulla risacca del mare in cui sono annegati.  

Il Natale è sempre la misericordia di Dio per tutti. Se ci confessiamo e comunichiamo in questo periodo natalizio, oggi usciamo da questa nostra bella chiesa rinnovati, purificati, senza i nostri ricorrenti rimorsi, ma con nel cuore un seme di bontà che dà sicuramente frutti. 

 Diceva papa Francesco che è stato più facile a Mosè togliere il popolo di Israele dall’Egitto, che togliere l’Egitto dal cuore degli ebrei. È più facile che Dio ci liberi dal peccato che il peccato si senta rifiutato da noi, perché la nostra fragilità la riteniamo più grande spesso della sua bontà. E Lui con ogni Natale ci fa dono della misericordia, della sua tenerezza, che va diritta alla nostra coscienza e ci dà libertà dal male, e abbraccio di bontà, decisiva e sicura. 

25 Dicembre – S.Messa del giorno di Natale
+Domenico

Io sono solo una voce, lui è la Parola

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,6-8.19-28)

Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni,
quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo:
«Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?».
Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei.
Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Audio della riflessione

Viene prima o poi per tutti nella vita il tempo in cui devi decidere se vuoi stare al centro tu di tutto quello che ti circonda o se ti metti a disposizione di una causa più grande di te o vuoi fare della tua vita un dono per qualcuno. La tendenza istintiva che giustamente abbiamo forte in noi è quella di portare tutto a noi; comincia il bambino a portare alla bocca tutto quello che afferra, quando inizia a parlare dice subito: questo è mio, quando è un po’ più grande fa capricci per ottenere. È sopravvivenza è conservazione, è identità. Ma per tutti pure scoppia prima o poi la stagione dell’amore che ti butta fuori di te, ti fa vedere che la tua felicità non sei tu, ma un’altra persona, e anche qui prima la tratti come un possesso e poi lentamente ti devi fare dono.   

Giovanni il Battista ha fatto la cura del deserto proprio per proiettare la vita non su di sé, ma sul Messia. Non ha portato nel deserto gente per fondare un movimento spirituale, come era anche naturale in quei tempi. Non è un profeta che voleva affermare una corrente di radicalità religiosa pure nobile e utile per il popolo, ma ha voluto solo fare da guida, da freccia che indica la direzione,  

Io sono qui per preparare una strada; è lui che deve d’ora in poi fare da perno attorno a cui il popolo di Israele costruirà la sua nuova vita. È Gesù l’atteso. Io sono pane e acqua, rispetto al vino della festa che è lui. Io ho continuato a tenervi sulla corda perché voi vi siete stancati presto di aspettare, ho dovuto continuare a distaccarvi dai vostri idoli. Ora, non fate di me un idolo che fa prurito ai vostri orecchi, ma orientate la vostra vita a Lui. Io sono una voce, lui è la parola di vita. Stesse in me avrei già bruciato tutto il marcio in cui siamo sepolti, perché ci impedisce di fare chiarezza, Lui invece è la luce vera, non ha bisogno di fuoco per distruggere, ma di accoglienza per illuminare. 

Io utilizzo simboli per farvi capire, lui vi dà lo Spirito per farvi nuovi; io faccio le impalcature, lui costruisce la dimora di Dio tra gli uomini. Io faccio da mediano, si diceva un volto nel calcio, lui fa il goal. 

Io lavoro per immagini per farvi intuire la bellezza di cui siamo in attesa, lui è la bellezza in persona. Io avverto che la promessa si compie, lui è il Dio che non ci abbandona mai. 

17 Dicembre
+Domenico

Nessun santuario o chiesa è un mercato, ma sempre e solo l’incontro con Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 2,13-22)

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».
Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Audio della riflessione.

Bancarelle a non finire, voci, grida, bisogna attirare l’attenzione. Questi pellegrini che finalmente hanno lasciato i loro posti di fame e vengono a lucidarsi gli occhi al tempio vorranno fare un’offerta al Dio Altissimo, non saranno così tirchi e pidocchiosi. 

Per sciogliere i tuoi voti, per dare corpo alle tue promesse non comperi questo agnello? perché non baratti con me quella bella collana che hai al collo? Fate attenzione che se non fate offerte a Dio vi capiterà qualche disgrazia! Non avete il denaro giusto? Non c’è problema: qui si cambia tutto! È la scena che appare a Gesù. Non è l’agitazione parossistica di una borsa valori dove tutti con il computer davanti, il telefono all’orecchio, le mani alzate a percuotere l’aria e la voce a urlare sembrano non pensare che a vendere e comprare. 

Ma è la stessa cosa: un mercato. Al centro ci sta il denaro. Avete scambiato la mia casa per una borsa valori, il mio tempio per una spelonca di ladri, il mio santuario è il luogo dei vostri affari. 

Ma siete venuti a Gerusalemme per ridirvi che Dio è il centro della vostra vita, a raccogliervi in preghiera o a farvi i fatti vostri? 

E Gesù non ne può più. Butta all’aria tutto. Non è rabbia, non è l’ingenuità di colui che crede di risolvere i problemi con i gesti di piazza. 

È solo un segno! 

La povera vedova che non ha niente, che butterà i suoi ultimi spiccioli per le opere di Dio, è venuta a incontrare il Signore. Non insultatela. 

Il giovane frastornato da tutto che ha ancora qualche ideale e spera ci sia un mondo diverso ha diritto a nutrire la sua speranza nel tempio, e oggi ai nostri tempi, a incontrare nella Chiesa la Parola che gli apre gli orizzonti della vita, la persona stessa di Gesù. Tutti si dovranno abituare a incontrare Dio ovunque. 

Da quando Dio si è fatto uomo però onorare Dio è possibile solo adorando Cristo crocifisso e risorto, amando Dio sopra ogni cosa e il prossimo come sé stesso. Il pensiero va a tutti i santuari: quante persone si mettono in viaggio per i luoghi cari alla nostra fede, circondati di cura, abbelliti. Gesù ricorda a tutti che l’adorazione in Spirito o verità è anche purificazione che la Chiesa fa di sé stessa, spinta dal fuoco divorante di uno zelo che non ammette compromessi o ambiguità. Per questo motivo ad ogni santuario si va per una purificazione della propria vita e per imparare una solidarietà con tutti coloro che soffrono e sperano.

09 Novembre
+Domenico

Morte, non ci fai paura

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 37-40)

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Audio della riflessione.

Nella celebrazione dell’Eucaristia di questo 2 novembre vogliamo mettere al centro, senza paura, senza nasconderci, senza false condoglianze la morte spesso inaspettata, improvvisa, traditrice, ma anche tanto attesa e invocata. La morte spesso capita proprio nel bello di una speranza di ripresa, di ricostruzione, di desiderio di vivere al meglio. Così l’abbiamo davanti in tutta la sua crudezza, non riusciamo a darci una ragione di ogni lutto, che è sempre impensabile, distruttivo della nostra serenità, del tessuto delicato e necessario delle nostre relazioni, troncato senza pietà, in maniera che a noi sembra cieca e ingiusta. Altre volte è anche invocata e attesa dopo una lunga vita di fatiche e di dolori. Di fronte ad essa tutti oggi nella chiesa vogliamo farci illuminare dal Signore; è la nostra fede che ce ne dà la forza e la verità. 

Non perdo nessuno di quelli che il Padre mi ha dato. Non vi lascio soli, non vi abbandono, non mi metto gli occhiali da sole per non farvi capire i miei sentimenti, non mi vergogno di piangere con voi, non ho paura di affrontare con voi il vostro dolore, vi prendo in spalle, vi porto nella mia vita infinita. Vi ho caricato sulla croce, con me avete sofferto, con me risorgerete. La morte non può avere l’ultima parola sulla vita. 

Questa certezza anche oggi vogliamo dirci e con questa sicurezza guardare alla nostra vita. Siamo a qui a pregare, ad affidare a Dio ancora le vite dei nostri cari e a farci aiutare da loro a ridare le giuste proporzioni e importanza a quello che viviamo, alla nostra difficile convivenza. Guardiamo più in alto non per abbandonare la sfida della vita quotidiana, ma con la certezza che dentro ogni nostro giorno c’è una speranza, c’è un seme di felicità, c’è una attesa che si fa sempre più bella nella misura in cui la scorgiamo dentro le nostre relazioni, i nostri gesti di amore, le nostre preghiere, le gratuità con cui rendiamo felici le persone che ci incontrano, la proposta umile e serena della verità che ci possiede, la compagnia delicata del pane di vita. 

Gesù ci ha detto che non vuol perdere nulla dell’umanità che Dio ha affidato ad ognuno dei nostri cari e ce lo dice quando lascia a noi il regalo che scandisce i nostri tempi, da qui all’eternità: il suo pane. Chi mangia questo pane vivrà sempre. È questo pane che cambia il nostro corpo che si consuma sempre più. Mi ha sempre fatto impressione vedere nella mia vita di prete mentre visitavo i malati i segni della vecchiaia, i dolori, le gambe che non ti reggono, le ossa che ogni giorno si consumano, le infermità. 

Abbiamo il coraggio di leggere in questo declino non una condanna, ma la speranza di una vita futura piena, bella felice, come Dio ce la prepara. Uno dei nostri problemi è di imparare a invecchiare, di sapere che siamo fatti per il Signore, non abbiamo qui una abitazione perenne, ma ne cerchiamo una futura. Siamo in affitto, l’affitto aumenta sempre di più e ci dà sempre meno soddisfazioni. 

Che ci resta? Sicuramente il bene che abbiamo fatto, vissuto, regalato, indipendentemente dalla gratitudine che ha saputo scatenare.

02 Novembre
+Domenico

Spiriti viventi che ci aiutano a dialogare con il Signore: gli angeli

Una riflessione sul vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 47-51)

In quel tempo, Gesù, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Audio della riflessione.

Molte delle belle frasi o pensieri che ci colpiscono hanno una collocazione che ne rendono il significato ancora più profondo. E’ l’ultima frase del brano di vangelo che ci aiuta a celebrare oggi i santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele 

Gli abitanti delle rive del lago si incuriosiscono di Gesù, e vogliono sapere che fa, che pensa, di che cosa vive, quali segreti ha in cuore. Erano incantati da lui. Alcuni erano stati con Giovanni il battezzatore, ma nel sentire Gesù si apriva ancora di più il loro cuore vedevano che proprio di Lui avevano bisogno. Poi finalmente Gesù comincia a scegliere. Tu, Filippo seguimi, vienimi dietro. E Filippo non può tenere per sé la gioia che prova a stare con Lui, a condividere la sua passione per la vita di tutti a partire dalla intimità con Dio Padre. Si fa in quattro per coinvolgere altri. Lo dice a Natanaele, che lo gela con una battuta quasi insolente, se non fosse preziosa per la sincerità e la voglia di cose grandi che si porta dentro. Ma che vuoi che venga fuori di buono da un paesetto sperduto, fatto di montanari, che non ha mai prodotto niente di buono, se non amici con cui ogni tanto sbaraccare? 

Ma anche Natanaele di fronte a Gesù crolla. E’ schietto, non ha maschere e Gesù non ha paura di chi dice come la pensa. Non gli piacciono quelli che continuano a tergiversare, a mettere davanti scuse a una decisone urgente. Più tardi alcuni gli diranno di volerlo seguire, ma accamperanno tutte le scuse possibili. Alla loro età, alcuni hanno risposto: lo vado a chiedere a mio papà. Ma prenditi in mano la vita finalmente, non nasconderti dietro scuse che non portano a niente. Natanaele crolla di fronte a un Gesù che lo guarda dentro e alla sua meraviglia gli allarga ancora di più gli orizzonti e dice proprio «In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo». Per un ebreo gli angeli sono creature di Dio che formano un mondo meraviglioso che sta a custodirci, che fa da corona a Gesù e agli uomini. Natanaele capisce che se fanno scala su Gesù, Lui è proprio il Figlio di Dio. 

Chi sono gli angeli? La parola stessa ne dà un significato ben preciso: sono portatori di notizie, di annuncio, sono quindi intermediari tra Dio e gli uomini nella nostra storia di salvezza, sono legati strettamente a Dio e ne realizzano i progetti, coinvolgono gli uomini in questa avventura del Regno di Dio. 

Poi la filosofia si sbizzarrisce a vedere che tipo di creature sono: non sono forse visioni solo, non possono essere stati usati da scrittori di cronache per semplificare la comprensione di alcuni fatti inspiegabili? Si possono fare tutte le congetture. Noi come ci ha detto Gesù, e per come hanno servito il piano di salvezza di Dio crediamo a questa loro presenza e soprattutto vogliamo vedere in loro la vicinanza di Dio alla nostra vita, la sua compagnia quotidiana, personalizzata, i messaggeri della sua parola, coloro che ci aiutano a prendere posizione per Gesù. Se c’è un principio del male, come Satana, che sta sotto Dio, ma che nuoce non poco agli uomini, è giusto che ci siano delle creature di Dio, come lo sono gli angeli, che invece lavorano nella vita dell’uomo per aiutarlo a convertirsi sempre di più a Lui, per proteggerne il cammino. Sono forza imbattibile come Michele e speranza per una vita buona, bella e felice per ogni persona.

29 Settembre
+Domenico

La mamma del Magnificat ha una spada nel petto

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 19, 25-27)

In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!».
Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!».
E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

Audio della riflessione

Il dolore cercano di nasconderlo tutti, la morte pure, la malattia è una privacy assoluta. E’ anche un vero pudore, perché la sofferenza non è da mettere in piazza, ma spesso è mancanza di coraggio nell’affrontare i nostri mali. Vivere il dolore in compagnia è già una decisione di non soccombere. I cattolici hanno da sempre rappresentato davanti a sé il dolore. Ci hanno messo qualche secolo per poter contemplare il Crocifisso, ma oggi è al centro di ogni chiesa, è obbligatorio in ogni celebrazione eucaristica e le chiese dedicate alla Madonna Addolorata sono tante. Perché è importante contemplare in chi ci ha preceduto la sofferenza sopportata con coraggio e vinta per trovare e invocare forza per sopportare e vincere le nostre. 

Il vangelo ce ne dice solo una previsione, espressa da un vecchio saggio, il Calvario la riproduce dal vero. Quella lancia che avrebbe trafitto il cuore di Maria è già nella sua carne Il nostro sguardo al Calvario è sempre pieno di domande: Dove è che Dio ha spiegato potenza, disperso superbi, rovesciato potenti, innalzato umili, rimandato ricchi? Qui sta avvenendo tutto il contrario. E la Madonna del magnificat è lì. C’era la madre di Gesù come a Cana, come sempre nei momenti cruciali della storia della salvezza. Ne era passato di tempo, ne avevano macinato di kilometri Gesù e il suo gruppo. Ora sembra tutto sia finito. Lì sul Calvario ci sono tre sofferenze, tre cuori che si cercano tra due criminali e qualche militare: sono l’ultima casa impossibile che è rimasta alla speranza. Gesù sa che la mamma vien trafitta di dolore; non è da lui consolarla, perché Lui è la consolazione in persona e Maria con Lui sta alla croce per dire l’immenso amore di Dio per ciascuno di noi e ce la dona come mamma, perché quel dolore al suo cuore verrà continuamente riprodotto da tutte le nostre ingratitudini e tradimenti di figli E’ questo il testamento di Gesù, è questo che motiva la nostra festa. Noi siamo presi in affido da Maria, e la vogliamo custodire perché Gesù ce l’ha donata proprio nel momento della morte, nell’offerta di sé fino all’ultima goccia di sangue. E siccome in ogni messa si rinnova quel dono supremo, noi sappiamo che ai piedi di questo altare anche oggi c’è Maria che si sente dire da Gesù: sono tuoi figli e noi siamo confortati perché Gesù ci ripete: qui c’è tua madre. E qui anche per Lei si rinnova il prodigio della vittoria di Gesù sul male. Il demonio, dice San Giovanni Crisostomo, ha perso con le sue stesse armi: la vergine, il legno e la morte. La vergine, era Eva, perché non si era ancora unita all’uomo ; il legno, era l’albero ; e la morte, la pena in cui era incorso Adamo. Ma ecco, in compenso, la vergine, il legno e la morte, quei simboli della disfatta, diventare i simboli della vittoria. Invece di Eva, Maria ; invece del legno della conoscenza del bene e del male, il legno della Croce ; invece della morte di Adamo, la morte di Cristo. Che si è trasformata in risurrezione.

15 Settembre
+Domenico

Il vero laser della nostra notte

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,13-17)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Audio della riflessione.

Mi piace pensare a Nicodemo come a un giovane che ama la notte. Ce ne sono tanti oggi che cominciano a vivere solo di notte. Il giorno è troppo pieno di compromessi, è troppo regolato da altri. Dal giorno bisogna difendersi, mettersi le cuffie, durante il giorno fare l’indispensabile, inserire il pilota automatico. Di notte invece sono io che vive, che sente le emozioni, che decide di fare quello che voglio. Non ho impegni, non ho compiti, non ho orari. Posso stare con gli amici da cui mi ha separato la settimana, posso sognare in libertà, far uscire quello che devo continuamente tenermi dentro per difendermi. Proprio per questo di notte nasce anche il bisogno di bontà, il bisogno di Dio. 

Nicodemo non riesce più a tenersi dentro tutto; è stufo marcio non ce la fa più a vivere da solo e va da Gesù. 

Dove sta il segreto della vita? Come posso avere vita piena? C’è ancora una possibilità di non lasciarci languire e cancellare ogni sogno? A chi posso alzare lo sguardo per avere davanti qualcosa, qualcuno per cui vivere? La vita è proprio fatta di continui adattamenti? Sono domande che ci facciamo anche noi adulti in pieno giorno. Mi hai messo in cuore un desiderio così grande e non mi posso adattare alle luci artificiali. I laser che vedo penetrano la notte, indicano con precisione una direzione, ma si perdono nel nulla. C’è qualcuno che sa puntare il laser nella direzione giusta? 

E Gesù, che ama la notte di Nicodemo gli dice e dice ancora a chiunque sta cercando: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in Lui non morirà, ma abbia vita piena, senza fine, al massimo”. Ma che direzione indica il laser di Cristo? Indica la croce. Sembra un controsenso, ma se guardi alla croce trovi la strada della vita. Se nei tuoi sogni appare la croce, non cancellarli stanno diventando realtà. 

E il suo gesto di maggior amore è l’essere finito in croce. Oggi ricordiamo la gloria della Croce che è sempre uno strumento di morte, ma che per noi indica il grande amore di Dio per tutta l’umanità.

14 Settembre
+Domenico

Ciascuno di noi è stato scelto e chiamato da Dio alla vita e alla fede  

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 45-51)

In quel tempo, Filippo trovò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaèle gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi».
Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Audio della riflessione.

Ognuno di noi risponde nella vita a una chiamata di Dio, nessuno è a questo mondo a caso. Pensiamo di essere frutto di questo o quel rapporto tra papà e mamma, qualcuno forse è frutto di violenza…altri non erano aspettati e sono nati lo stesso. Intanto siamo sicuri di esserci, ci è cresciuta la consapevolezza che abbiamo una vita da vivere e ne siamo stati subito contenti; poi forse sono arrivati dispiaceri, sfortune o malanni. Noi sappiamo però che  la vita di ciascuno è un dono di Dio fatto a noi personalmente. Siamo stati pensati da Dio. Oggi il vangelo ci pone di fronte alla chiamata di un apostolo e questo ci invita a fare della nostra vita ancora di più una risposta di amore non solo ai nostri genitori, ma soprattutto a Dio. 

Nel raccontare la vita di Gesù l’evangelista Giovanni lo deve presentare  come il Figlio di Dio a gente che non lo conosceva, che lo riteneva una persona insignificante nativa di Nazaret, paesino sconosciuto e mai citato nelle sacre scritture. Gesù si presenta come testimoniato da Giovanni il Battista prima di tutti, e in seguito da tutti gli  apostoli  e da ultimo, proprio da Natanaele. In seguito tutti i vangeli dopo la sua ignominiosa morte si dedicheranno a far conoscere chi era Gesù con tutti i miracoli e la sua vita. Giovanni inizierà subito dopo col   grande segno dell’acqua cambiata in vino a Cana, il paese dove è nato Natanaele e che sicuramene era tra gli invitati a nozze. 

Gesù sa che Natanaele è un ebreo fedele all’AT e sincero; non si comporta come tanti ebrei del suo tempo, molto fedeli alle Scritture, ma imprigionati nei significati dati loro dalle tradizioni, incancreniti nella loro opposizione alla grande novità che è Gesù. Sappiamo come si sono comportati i suoi compaesani di Nazaret che hanno tentato di buttarlo giù dal monte per ammazzarlo. Natanaele vuol pensare con la sua testa; nessun predicatore lo strapperà dalle scritture dell’Antico Testamento, senza un richiamo profondo alle stesse scritture e Gesù gliene suggerisce una: In verità, in verità vi dico che vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figliuol dell’uomo.  

Questa nell’AT era stata una investitura di Giacobbe, con la visione della scala su cui salivano e scendevano gli angeli da Dio a lui, come di un vero rappresentante di Dio per il suo popolo. Ora questi angeli faranno scala su Gesù che è quindi veramente il Figlio di Dio. Gesù quindi conferma a Natanaele, che se lui vive veramente la fede di Israele, la fede degli ebrei, degli scribi, dei leviti non potrà non sfociare sullo stesso Gesù, se  sa presto superare le sue idee a confronto con una nuova parola, quella di Gesù. E così Natanaele ha proprio fatto. Noi oggi siamo invitati da San Bartolomeo ad essere fedeli al vangelo, anche di questi tempi in cui hanno ragione tutti, fuorché quelli che credono in Dio, di fronte a chi usa Dio per promuovere se stesso, di fronte a chi usa il segno di croce o la stessa croce per accreditare il suo pensiero e non quello di Dio, ma soprattutto di fronte a chi ci ritiene inutili come cristiani alla vita del mondo di oggi, alla pace contro la guerra insensata, alla responsabilità di fronte allo  sfruttamento della terra come bene privato, alla ricerca di prospettiva nel progettare la nostra vita dentro una umanità di fratelli e non di nemici. San Bartolomeo ce ne dia la forza, l’intelligenza e la costanza. 

24 Agosto
+Domenico

Siamo capaci di offrire ai giovani la bellezza della fede cristiana?

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12, 24-26

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.
Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.
Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà».

Audio della riflessione.

Doveva essere ridotto proprio male l’impero romano se per fermare il cristianesimo ha dovuto fare scempio della gioventù di allora. Oppure dovevano essere proprio bravi e decisi i giovani di allora se per fermare il cristianesimo hanno dovuto ammazzare loro, i più incoscienti, i più entusiasti, i più radicali, i più fedeli. Oppure hanno voluto colpire gli adulti privandoli del loro futuro e lasciandoli a vivere senza speranza. 

Sta di fatto che la persecuzione della seconda metà del terzo secolo si è scatenata sui giovani. Avevano fatto prigioniero tre giorni prima, il 7 agosto del 258, il papa Sisto II. Stava dicendo messa nel cimitero di Callisto, era rischioso allora;  aveva attorno i giovani. Ne fecero una strage. Felicissimo e Agapito erano morti in analoghe circostanze. Le nostre chiese del circondario di Roma hanno quasi tutte come fondatore un giovane martire, Lorenzo, Cesareo, Agapito, Vito, ragazzi coraggiosi che hanno testimoniato con la vita la fede che avevano: credere in Cristo interessava loro di più che le lotte dei gladiatori negli anfiteatri, che le parate nel tempio della dea fortuna di Palestrina, che le estati folli dell’impero romano. Questi ragazzi andavano ad ascoltare messa. Vi immaginate se dichiarassero una persecuzione oggi, quanti giovani troverebbero in chiesa ad ascoltare messa. 

Che è successo? Come mai non siamo più capaci di offrire ai nostri giovani la bellezza della vita cristiana? Perché non ci sono più ragazzi che preferiscono il vangelo alla playstation, la bibbia ai concerti rock, l’eucaristia alle sedute spiritiche o alle messe sataniche? 

Sono senza ideali, non hanno spirito di sacrificio, sono smidollati oppure noi adulti abbiamo ingessato la fede, l’abbiamo ridotta a soprammobile, l’abbiamo ritenuta secondaria rispetto alle cose più urgenti della vita: il lavoro, gli interessi, i soldi, il divertimento, la nostre stesse passioni? 

Eppure se guardiamo bene, se non ci facciamo incantare dal mondo delle informazioni che preferisce parlare dei delinquenti piuttosto che dei galantuomini, esistono ancora molti giovani che sanno offrire la propria vita per gli altri, che sanno pagare con la vita la loro fede, che vivono estati alternative a servizio dei poveri e nei paesi di missione, che, per esempio stanno tornando dalla GMG di Lisbona. Forse non  molti abitano tra di noi, ma il mondo è grande e la fede è ancora una forza vitale. 

Lorenzo era col papa a garantirgli che la chiesa non dimenticava mai i suoi poveri, come diacono, li curava a nome della comunità cristiana. Per questo non lo hanno ammazzato subito, speravano di entrare in possesso dei tesori della chiesa.  

Quando il persecutore si accorge che i tesori non sono ori o vasi di argento, pietre preziose o monili, ma poveracci che, ignari della persecuzione, tornano a far la fila per poter avere un altro giorno di vita attraverso la carità della chiesa, ammazzano anche i diaconi e bruciano Lorenzo. Questi giovani sono decisi a tutto: hanno scoperto la bellezza del vangelo, sanno che Dio ama chi dona con gioia e la loro vita è tutta per una causa: l’amore tra le persone, il soccorso ai deboli, alimentare ogni piccolo segno di vita perché diventi piena. Sanno che Gesù faceva così e lo vogliono imitare. 

La cattiveria si scatena, ma inutilmente, perché Lorenzo sa che chi perde la sua vita per la cattiveria del male la ritrova piena nel Signore. Torturato e bruciato, perché la cattiveria dell’uomo è impensabile, quando si accorge di non riuscire a scalfire la gioia del perseguitato si accanisce sempre più, assume contorni demoniaci, per ottenere la morte. Lorenzo viene sepolto sulla via Tiburtina. 

Tanti giovani anziché impaurirsi lo seguirono e la chiesa si irradiò ancora di più. Si verificava ciò che dice il vangelo: se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo, se invece muore,  produce molto frutto. E’ una legge della natura. La vita passa sempre attraverso una sorta di fine inutile, un consumarsi che all’apparenza sembra una sconfitta, non dà l’idea della continuità, ma ha dentro una forza incoercibile. Sgretola perfino la roccia, ha spaccato le montagne e fatto nascere la terra. E’ così anche della nostra esistenza umana: per continuare a vivere o, meglio ancora, per dare alla vita una felicità vera, occorre saper morire all’indolenza, alla comodità, alla superficialità, alla soddisfazione immediata, alla faciloneria, al disimpegno, all’ozio.  

Il problema è che forse noi adulti dobbiamo ricominciare a sperare, ad adattarci di meno, a dare fiducia, a dare esempi di vita pulita, generosa, a smettere di collocare il danaro al di sopra di tutto. Dobbiamo rigenerare la nostra fede, ci siamo adattati per troppo tempo, abbiamo creduto che con la modernità i nostri vecchi valori dovessero tramontare. Ma la bontà, l’amore, la fede non tramontano mai. Abbiamo in genere i giovani che ci meritiamo. 

Assistiamo molte volte a tanti giovani purtroppo che perdono la vita per incidenti stradali. Noi vorremmo che la amassero la vita, la donassero per una grande causa, la offrissero come segno di amore a una famiglia.   

Chiediamo a San Lorenzo che ci aiuti a trovare fiducia nella vita, a trovare forza nella fede e a investire sul futuro delle giovani generazioni. 

10 Agosto
+Domenico

Maria Maddalena: una storia d’amore unica

Una riflessione sul vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-2.11-18)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».
Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”».
Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

Audio della riflessione.

Chiacchieratissima, soprattutto nei romanzi moderni; non sembrava vero a qualcuno di poter centrare molta ignoranza e tanta superficialità nel fare un romanzo che la vede, la povera Maria Maddalena, come l’amante di Gesù. Dico “amante” con tutto quello che di disprezzo, di moralità, di prezzolato, si porta con sé, perché innamorata persa lo era proprio, di Gesù, come lo vogliamo essere tutti noi: giovani, adulti e persone mature, che vogliamo mettere Gesù al centro della nostra vita. 

Era innamorata persa per la sua bellissima storia: quando Gesù pellegrinava per le città della Palestina, c’erano alcune donne che lo seguivano, che facevano gruppo, anche per dire che Gesù, come i benpensanti anche di oggi credono, non si “schifava” delle donne, che il mondo orientale vedeva come persone di nessun conto e non all’altezza degli uomini in tutte le possibili responsabilità dell’esistenza. Gesù le ha sempre apprezzate; direi che era un “femminista ante-litteram”, se a questa parola diamo il senso di cultore della dignità della donna. 

Ebbene, purtroppo, Maria Maddalena era posseduta dal demonio; chi se ne intende sa quanto si soffre ad essere violentati nel profondo del cuore e dell’anima da una presenza demoniaca. Erano addirittura sette i demoni. Per gli Ebrei, sette non aveva il valore matematico che diamo noi, ma significava “numero perfetto”, moltitudine, quasi. 

Gesù, il Figlio di Dio, la libera, come ha liberato tante persone dal demonio; le ha ridato la sua libertà, la capacità di riprendersi in mano la sua esistenza, la serenità di non sentirsi invasa da un male impossibile da vincere.  

Da quel giorno, la gioia, la serenità, la contemplazione di Gesù, erano di casa in lei. Gli era gratissima, cercava di sdebitarsi quasi, di questo grande dono: non c’è nessuna possibilità di toglierti un debito con il Figlio di Dio, perché quello che ti dona è sempre una Grazia, un regalo, una incalcolabile felicità; ecco perché sarà nel suo gruppo di evangelizzatori, almeno di sostegno, finché esploderà come la pria grande annunciatrice al mondo, alla Storia, all’umanità, all’universo, della Risurrezione di Gesù. 

Il suo grido lancinante svegliò i vicoli di Gerusalemme, quel giorno dopo il sabato: là, nella tomba, il corpo non c’è più! Non ha pensato come tutto il Sinedrio: “l’avranno rubato” per mettesi a posto la coscienza e per dichiarare vittoria ancora di più della sua morte… 

Ritornata, dopo che Pietro e Giovanni sono corsi a constatare il vuoto di quella tomba, che a loro cominciò a parlare di più che se fosse stata piena, e li piangendo, sconsolata, rievocando le parole del Cantico dei Cantici, facendo domande a chiunque incontrasse, si sente chiamare: “Maria!”.  

Le parole di un canto che in chiesa spesso facciamo, dice: “Quante volte un uomo con il nome giusto mi ha chiamata… una volta sola l’ho sentito pronunciare con Amore”. Questo è l’amore di Gesù che supera ogni sentimento umano: è l’amore del Risorto! 

E dopo questo incontro, destatasi, Gesù stesso la invia ad annunciare la Risurrezione, facendola ancora più grande come donna e osando affidare ad una donna una testimonianza in un mondo che prevedeva che le donne, assolutamente non potessero essere testimoni di niente. 

Ma prima di questa conclusione, Maria Maddalena è stata con la madre di Gesù, la Madonna, e altre donne del suo gruppo, ai piedi della Croce: aveva deciso di stare dalla sua parte, contro il dileggio di tutti. Gesù era stato rifiutato dalla maggioranza, era stato fatto passare per delinquente, per bestemmiatore; gli apostoli erano fuggiti quasi tutti, erano rimasti in quattro: sua madre, Maria, Giovanni, Maria Maddalena e una sua amica. Fanno la scelta di “stare”, di porsi di fronte a questa Croce, che è la manifestazione dell’Amore di Dio per l’umanità. 

Nella fede, l’essenziale non è essere in tanti, né capire tutto e subito, ma di esporsi personalmente e con le persone che Dio mi mette accanto, al contatto e all’azione dell’Amore. 

Nella Chiesa ci sono tante donne che fanno sentire la loro voce e portano la loro testimonianza; tante giovani donne, nel pieno della loro gioia di vivere, innamorate perse di Gesù, come Maria Maddalena. 

22 Luglio
+Domenico