Dà forza e dignità alla tua intelligenza dilatandola nella fede

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,24-29)

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Audio della riflessione.

Migliaia di volte ci siamo detti di fronte a tanti misteri della vita se non ci metto il naso non ci credo. Voglio vedere, voglio toccare, voglio esserci anch’io. Il desiderio di sperimentare, di verificare, di dare la propria adesione usando un minimo di intelligenza nobilita la persona. Oggi purtroppo stiamo abboccando a tutto. Stiamo facendo risorgere i maghi, buttiamo soldi per far leggere le carte, ci vogliamo fare accarezzare gli orecchi dai pronostici e dagli oroscopi. Anziché usare l’intelligenza chiamiamo ricerca il sentirci dire quello che ci piace. Basta una bufala ben costruita, una buona pubblicità che tutti siamo in fila a spendere o a provare. 

Tommaso non era di questo tipo, lui Gesù morto, senza vita, dolorante fino allo spasimo lo aveva visto su quella croce e che nessuno venga a dirgli che è vivo. I colpi dei chiodi li ha ancora negli orecchi, lui non si può togliere dall’anima quel grido disperato di Gesù, quel rantolo di morte Lui ha letto negli occhi dei suoi amici, che aveva lasciato per seguire il maestro, il disprezzo per la sua decisione di stare dietro al Nazareno e fa fatica a dimenticare lo smacco, ma ormai tutto è finito. 

“Ma lo abbiamo visto vivo -gli dicono i nuovi amici che s’è fatto con Gesù- lo abbiamo incontrato con una forza e un desiderio di comunicare con noi che non ricordavamo più, meglio ancora della prima volta che ci aveva stregati sulle rive del lago”. Gli piacerebbe credere, tornare come prima, riprendere la faticosa, ma bella peregrinazione per la Palestina e ridare speranza agli sfiduciati. Ma gli avvenimenti del Calvario gli hanno scavato dentro un abisso di disperazione. “Non ci credo neanche morto”. Non mi state a convincere: ho ancora negli orecchi quei colpi secchi sui chiodi che gli hanno stritolato i polsi. Mi hanno creato un buco nell’anima. Quel colpo di lancia per verificare che era morto me lo sono sentito nel mio petto.  

Io non ci credo per niente se non vedo, non tocco, non sento, non lo stringo tra le mie braccia. Quei buchi dei chiodi li voglio turare con le mie dita, quella ferita di morte al cuore la voglio coprire con la mia mano.  Non si adattava a credere, se non usava fino in fondo tutta la sua umanità. Non mi bastano le vostre parole, la vostra amicizia. È qualcosa tra me e lui. Devo fare i conti con la mia coscienza. 

E lui Gesù arriva: Tommaso sono qui; ricomponi con le tue dita e la tua mano gli squarci lasciati nel mio corpo. Hai ragione a riportare tutto alla tua coscienza, ma ora affidati. E Tommaso ritorna alla comunità credente. Non mette le dita nei fori dei chiodi e crolla in ginocchio e proclama la sua fede: Mio Signore e Mio Dio. 

Quanti artisti si sono cimentati nel descrivere questa volontà di Tommaso di toccare Gesù; quanti sguardi, quante mani, quante dita dipinte vicine alle ferite, quanti visi stupiti. Gesù si presenta, come si presenta alla nostra intelligenza e alla nostra vita. Sono qui. Ragazzi, giovani date pure la stura a tutte le vostre tecniche di ricerca, non fingete di cercare per non vedere. Fatevi crescere tutti i dubbi che volete, non smettete di desiderare. Al fondo della vostra intelligenza pulita, del vostro cuore sgombro, della vostra volontà pura mi troverete. Lasciate stare i maghi, smettetela di abbonarvi agli oroscopi, lo sapete anche voi che lo fate per gioco. Io sono qui, io sono il Dio che dà forza e dignità alla vostra intelligenza dilatandola nella fede.  

03 Luglio
+Domenico

Riuniti per un pane spezzato

Una riflessione sul vangelo secondo Giovanni (Gv 6,51-58)

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Audio della riflessione.

Che cosa lega i cristiani tra di loro tanto che dovunque vai, nel pieno delle ferie, al mare o sui monti trovi gente (forse oggi non molti) che si veste bene, organizza la giornata diversamente e converge in un luogo, in una chiesa, o nel campeggio attorno a un tavolo o in montagna attorno a una roccia imbandita per l’occasione a semplice mensa?  Tutti compiamo un gesto comune, tutti abbiamo una proposta, partecipiamo a un dono: abbiamo cercato vita, l’abbiamo trovata non soltanto con la fede in Gesù e nella sua parola, ma l’abbiamo accolta e condivisa con il dono del pane e del vino offerti come cibo. 

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Non si può parlare di vita senza parlare del rapporto con Dio vissuto attraverso Gesù e non si può parlare di vita se non in un contesto di dono, il dono fino alla morte che viene sempre rivissuto, offerto, partecipato nel rito, gesto, esperienza del pane spezzato e del sangue versato, nella  esperienza della Messa.  

I cristiani sono abituati a questo linguaggio, fa parte di ogni iniziazione cristiana. Chi non ricorda la prima comunione, l’entusiasmo che ci abbiamo messo nella preparazione, il candore dell’animo con cui facevamo domande e trovavamo piccole risposte vere per noi e capaci di rendere quel primo incontro una vera esperienza di vita? 

Oggi forse che per molti il ricordo si è sbiadito torna quella giusta domanda che hanno anche gli ascoltatori di Gesù. Come può costui darci da mangiare la sua carne? Ma che è questo concentrarsi di tanta gente attorno a un pezzo di pane e a un calice di vino? Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiamo in abbondanza. Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue, chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita piena. 

Su queste tre piccole frasi si sviluppa la fede e la vita del cristiano.  Da questo segno è interrogato ogni uomo che cerca vita piena. Noi oggi diamo a questo momento una rilevanza anche pubblica, non abbiamo vergogna o paura o timore di essere disprezzati e portiamo questi segni nella nostra vita civile, anche con una processione. 

Potremmo avere anche la sensazione che saremo pure gli ultimi che vivono questa esperienza, ma non verrà mai a mancare, finché c’è una anche piccola comunità cristiana, la fede in questo piccolo pezzo di pane che è per noi ancora quel corpo dato agli apostoli nell’ultima cena, il corpo di Gesù.

11 Giugno
+Domenico

Trinità, una comunità d’amore

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,16-18)

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Audio della riflessione.

Che cos’è quella insopprimibile spinta che sentiamo a incontrare gli altri? Perché con tutta la confusione e il frastuono che ci circonda non riusciamo a star chiusi nei nostri comodi loculi, dove ci monta una nostalgia di dialogo, di serenità di solidarietà? Stereo, parabolica, internet, e-mail, fax, Facebook, Twitter che già sono tutti strumenti di comunicazione con l’altro, non ci bastano.  

Sentiamo un bisogno viscerale di contatto, di relazione di stare con qualcuno. Abbiamo bisogno degli altri per vivere, per crescere, per essere. Gli altri sono per noi necessari come l’aria che respiriamo. Il nostro cuore non può essere riempito da un bel quadro, da un gatto o da un cane o da un coniglietto che ci portiamo appassionatamente anche in aereo in apposite gabbiette, con tutte le tutele della legge. Sono tutti dei placebo.  

Il cuore vuole in maniera insopprimibile un’altra persona come noi, da guardare, da toccare, da incontrare, da amare. E la gioia comincia a dischiudersi solo quando stiamo con lui, con lei, con loro. Le immagini, le fiction, le televisioni sono solo simulazioni, strumenti, rimandi. Sembra che ci riempiano di vita, ma ci distorcono solo se non sono accompagnati da relazioni nuove e buone.  

È una constatazione molto semplice pure banale, anche se dà ragione della causa di tanta infelicità di bambini che non vedono mai i genitori, di giovani, che sono senza amici, di anziani che possono solo ascoltare una radio, di uomini e donne mature che si incrociano senza incontrarsi. Se alziamo lo sguardo a Dio questa nostra sete di relazione assume una sorprendente profondità. Noi siamo fatti a immagine di Dio, e Dio è una comunità di amore. Siamo fatti per dialogare, incontrarci amare perché Dio è Trinità. Il Dio dei cristiani non è un single, non teme politeismi idolatrici, è un Dio che è Padre, che è Figlio, che è Spirito Santo.  

È una comunità di amore, è relazione assoluta, è un dialogo di conoscenza e amore fra tre persone: così Gesù ci ha aiutato sorprendentemente a conoscere il volto di Dio. La creazione di Dio Padre, il dono fino alla morte di Gesù, la comunione d’amore che tutto avvolge dello Spirito sono il nostro futuro di uomini e donne, il nostro habitat, la nostra felicità. Il mistero di Dio non è un mistero di solitudine, ma di convivenza, di creatività, di conoscenza, di amore, di dare e ricevere; è per questo che noi siamo come siamo. 

Nella diocesi di Palestrina da pellegrini si va quasi tutti, non una volta sola nella vita, alla Santissima Trinità, un bellissimo santuario a 1400 mt. Durante il percorso si canta un inno che avrà almeno una trentina di strofe tentando di spiegare le tre persone divine;  quando cerchiamo attraverso la solidarietà di un cammino faticoso di portare alla Santissima le nostre pene, le nostre famiglie, i nostri pianti e le nostre gioie, stiamo facendo comunione tra noi come vuole la santissima Trinità, stiamo uscendo dai nostri gusci ben protetti e rinforzati per diventare per gli altri il sorriso e la forza di Dio, la sua carezza e il suo conforto.

04 Giugno
+Domenico

Grazie Signore dello Spirito Santo, e non farci mancare mai tua madre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 19,25-34)

In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.

Audio della riflessione

Muore Gesù, è una morte efferata, è un supplizio assurdo. È l’immagine di tutte le morti atroci, ingiuste, violente; è il bisogno di purificazione delle nostre tragiche condotte, la ricerca di una innocenza che abbiamo perduta.  

Lui arranca con quella croce sulle spalle per quelle strade distratte e piene di commerci della vecchia Gerusalemme, tra il fastidio della gente che viene disturbata nelle sue spese per la festa imminente. Tra poco chiudono i negozi, si entra nel grande sabato, occorre far presto, occorre far presto anche a uccidere un uomo innocente, perché sia finalmente chiusa la sua vicenda che ha già avuto troppa sopportazione da parte del potere. E Lui, solo, martoriato, fa il suo cammino, entra nella vita di un contadino ignaro che lo aiuta a portare il supplizio, nella compassione di una donna che gli deterge il viso, nel pianto delle mamme che rivivono le tragedie dei figli.  

Lo accompagna sua madre e un ragazzino che si era entusiasmato di Lui, della sua forza d’amore, del suo messaggio, Giovanni. Sognava ancora, ma gli stavano spegnendo i sogni nel pianto. Epperò resisteva. Lo vedrà morire, si sentirà donare l’ultimo affetto che il condannato a morte si teneva per affrontare il dolore: sua madre. Ecco tua madre. 

Signore abbiamo sempre bisogno di guardarti morire, ma dacci tua madre per avere una spalla su cui piangere e attendere la tua risurrezione, è il pegno che mentre muori, tu stai sempre con noi. Non solo, ma questa tua madre ci è necessaria perché nel tuo spirare, nelle ultime gocce di sangue e acqua tu fai nascere un altro grande regalo: la tua Chiesa e tua madre ci è necessaria perché ne è immediatamente la madre che sta lì sotto la croce e genera oltre che noi tuoi figli, anche la nostra madre chiesa.  

Lo Spirito ieri a Pentecoste ha riempito le nostre vite; purtroppo, di coraggio ne abbiamo troppo poco e non siamo capaci ancora di seguirti, abbiamo paura di noi stessi, dei nostri tradimenti, abbiamo paura dei tuoi nemici e ti ringraziamo che oggi ci doni ancora Maria che diventa per noi la madre di una chiesa colma di Spirito Santo e dei suoi doni.

29 Maggio
+Domenico

Non solo liberati, ma pienamente liberi

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-23)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Audio della riflessione

Ubriachi sembravano, ma erano solo le nove del mattino, ci tenne a precisare Pietro, nel suo primo discorso urbi et orbi dalla loggia del cenacolo. Quel gruppetto di impauriti e rintanati a leccarsi le ferite della morte di Cristo non sembrava più quello: coraggiosi, decisi, entusiasti, sciolti di lingua, comprensibili, audaci. Non c’era più niente che li assimilasse a quattro poveri pescatori. Gesù non c’era più, l’avevano sperimentato risorto, ora toccava a loro, ma erano abitati da una nuova presenza: lo Spirito. 

Dio non solo aveva creato e amato da Padre amorevole ciascuno di loro, non solo aveva generato il Figlio Gesù, che aveva coltivato ciascuno di loro in una tenera amicizia e aveva per loro offerto la sua vita; ora entrava a forza in ciascuno come vento che scuote, come energia che rinnova, come Spirito che ridà la vita. La liberazione dal peccato era avvenuta, ma la mentalità da galeotto non li aveva ancora abbandonati; un conto è essere schiavi liberati, un altro è avere la mentalità da figli. Si può stare in casa ad aspettare solo l’eredità o fuggire a sperperarla, a lasciarsi fasciare dalle cose o a deglutire amaramente infelicità. È il cuore che deve essere cambiato. 

Questo è compito dello Spirito. Dio manda lo Spirito che permette di rivolgerti al Padre non con la rivalsa di ottenere “ciò che mi spetta” o ciò che non mi hai mai dato, ma con la tenerezza di un dialogo di amore: Papà, Abbà. È lo Spirito che delinea in ogni persona i tratti della figliolanza i lineamenti dell’umanità di Gesù. È questa l’unica forza che farà di ogni pescatore di Galilea un vero apostolo, un altro Gesù Cristo.  

Il Cristo ora siete voi; a voi tocca mettere la vita a disposizione del Regno. A voi il delicatissimo e prezioso compito di rimettere i peccati. Non lo potreste fare se lo Spirito non avesse dimora in voi. Non siete più soli, ma abitati, accompagnati, ricostruiti nel profondo. 

Lo Spirito rinnova a tutti i doni che ci ha fatto alla Cresima: Saggezza (Sapienza), vista lunga (Intelletto), dritte per vivere bene (Consiglio), energia e forza nel combattere ogni paura (fortezza), Intuizione e capacità di non farsi imbrogliare (scienza), capacità di pregare per voi e per gli altri (Pietà) senso di rispetto (Timor di Dio). Sono il regalo dello Spirito Santo. 

28 Maggio
+Domenico

Pietro, tu seguimi!

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 21,20-25)

In quel tempo, Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?».
Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.

Audio della riflessione

C’è sempre nella vita un qualche commiato che dobbiamo prenderci o dagli amici, o dalla famiglia, comunque sempre da una consuetudine cui ci eravamo abituati e da cui spesso ci siamo sentiti fasciati: è una partenza per scelte definitive di vita come il matrimonio o una vocazione di consacrazione, oppure è una scelta che credi momentanea come quella degli studi e che poi si cambierà in definitiva, è una decisione che ci porta a cambiare luoghi e spazi di condivisione. Tutti abbiamo alle spalle un passato, un arrivederci che si cambia in addio senza ritorno.  

Gesù conclude la sua vita terrena e chiama a sé Pietro per caricarlo della responsabilità della chiesa. Gli affida agnelli e pecore, gli domanda di pascerle e governarle, come ha fatto lui, il buon pastore. E dopo domande scottanti (ricordiamo tutti quelle tre domande sempre più intense che noi pensiamo essere un immergere fino in fondo il coltello nella piaga del tradimento e invece una appassionata fiducia nonostante tutto) mi ami? Mi ami davvero? Sei proprio sicuro di amarmi? gli dice un perentorio seguimi, stai dietro a me, vienimi appresso, non ti staccare da me, non perderti ancora nelle tue debolezze.  

A distanza c’è Giovanni, il discepolo più giovane. Ormai tra lui e Pietro si è stabilita una forte condivisione di tutto. Dalla morte di Gesù in poi sono sempre assieme. Assieme corrono al sepolcro, assieme vedono la tomba vuota e credono, assieme sono sulla barca e scorgono Gesù, assieme ora si accomiatano da Gesù.  Giovanni a distanza è presente all’investitura del futuro papa e Pietro si preoccupa di lui. Signore, e lui? 

Anche lui seguirà Gesù, ma ora le strade si dividono, come sempre nella vita. Ciascuno ha una sua vocazione, un suo compito. Ciascuno nel piano di Dio è scelto a vivere in pienezza la sua vita, ha un suo personale tracciato, ha la sua responsabilità di risposta. Ciascuno di noi deve essere consapevole che è lui in prima persona che deve decidere e dire il suo sì. Molti ti possono aiutare, ti mettono a disposizione la loro amicizia, ma tocca a te deciderti, e rispondere personalmente alla chiamata. Pietro arriverà a Roma e qui morirà martire, Giovanni vivrà più a lungo, avrà una sua missione, racconterà a tutti del suo amatissimo Gesù col suo quarto vangelo e ci permetterà di scandagliare nel suo cuore, di avere la certezza che il cielo sopra di noi non è vuoto, ma pieno della sua presenza, che si allargherà in un abbraccio della Trinità per questa nostra umanità per sempre. 

27 Maggio
+Domenico

Sbagliando non si smarrisce la carità, si trova invece l’umiltà

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 21,15-19)

In quel tempo, quando [si fu manifestato ai discepoli ed] essi ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore».
Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse “Mi vuoi bene?”, e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi».
Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi»
.

Audio della riflessione

Tante volte oggi i capi si improvvisano, segnalati solo da una popolarità spontanea, Dio non voglia, imposti da superpagate raccomandazioni, che hanno il sapore della corruzione. Questo avviene in tutti i campi delle autorità e ne consegue che non hanno un minimo di autorevolezza nonostante debbano comandare, decidere, determinare tante vite e relazioni di altri. Oggi quasi nessuno ha fatto la gavetta se non quella del portaborse e non ha potuto guadagnarsi sul campo e con una interiorità profonda la stima e soprattutto la capacità di porre al servizio le sue competenze imprenditoriali e spirituali.  

La figura di Pietro viene iniziata al governo della chiesa forse impietosamente, ma sicuramente con tutto l’amore di Gesù. Per dirigere gli altri bisogna prima di tutto dare la prova di un amore più grande perché è troppo facile dire ti amo può essere una dichiarazione fatua, può essere anche una dichiarazione sincera, ma che nasce dall’entusiasmo e dalla presunzione di sé. Pietro, al quale Gesù riserva un ruolo, che richiede soprattutto un grande amore una grande fedeltà, si era speso troppo facilmente a questo proposito, giurando una fedeltà e un amore, che, alla prova dei fatti, si sono dimostrati fragili e incerti.  

Gesù non vuole con le sue domande ricordare a Pietro l’episodio increscioso del suo tradimento, ma deve sapere che la sua vocazione al primato pastorale sulla chiesa non dipende e non è legata al suo merito, ma alla scelta di Dio. È Dio stesso che lo ha eletto nel primo conclave. Per questo dovrà amare di più.  

Anche il suo rinnegamento è una lezione: da cui non ha disimparato l’amore di Cristo, ma ha imparato il timore di sé. Non ha smarrito la Carità, ha trovato invece l’umiltà. Da sempre allora l’amore a Cristo e ai fratelli guida il Papa nel suo servizio pastorale. Gesù alla fine aggiunge la profezia sulla futura morte di Pietro e già si respira la venerazione dei primi Cristiani per il martire Pietro. Testimone fino al sangue come deve essere ogni autorità nella chiesa.  

Questo dà ragione delle innumerevoli volte che papa Francesco ci dice alla fine di ogni suo saluto dalla finestra del palazzo papale: e non dimenticate di pregare per me, con un augurio di buon pranzo per tutti.

26 Maggio
+Domenico

Tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 17,20-26)

In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]
«Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.
Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo.
Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».

Audio della riflessione

Noi non siamo proprio fatti per vivere da single. La nostra struttura di persona, il nostro stesso corpo, la grande tristezza in una solitudine troppo lunga sono segnali evidenti che la nostra vita è felice se si rapporta con gli altri, se il cuore che governa i nostri sentimenti, trova di esprimersi in un amore tangibile con le altre persone. Non siamo orsi, anche se spesso ci isoliamo, pensiamo che gli altri siano un disturbo. Talvolta preferiamo un cane o un gatto alla compagnia di una persona. Già nella creazione dell’uomo ci è stato dato un grande segnale di apertura verso gli altri, quando alla fine della creazione Dio domandò all’uomo se fosse felice. Belle le piante, simpatici, di compagnia e utili gli animali, meravigliosi i panorami, ma Adamo fu felicissimo, quando Dio gli fece trovare la donna, carne della mia carne, ossa delle mie ossa. E la creazione fu completa, l’uomo finalmente era l’immagine di Dio, Trinità, comunione tra Padre, Figlio e Spirito Santo.  

Abbiamo scritto nel nostro DNA questo istinto del vivere assieme, perché ce lo ha determinato lo stesso nostro Creatore. Ci ha fatti a sua immagine; lui è una famiglia, è una relazione continua, e soprattutto all’interno di questa straordinaria famiglia, ci tiene tantissimo che nel nostro mondo di relazioni includiamo in forma strettissima anche Lui. Ma ancora di più: in Dio non ci uniamo come atomi, separati, come grani pure dello stesso frumento, ma come pane, in grande unione e unità tra di noi. Non per niente Gesù s’è fatto pane per noi. I padri della chiesa dei primi secoli ci tenevano a presentare la comunità cristiana come un grano macinato, magari con il martirio, molto unito per farsi come il pane che è Gesù. 

L’unione tra Gesù e il Padre, gli apostoli lo sperimentavano quando vedevano Gesù in preghiera, quando parlava di Dio sempre e solo come Padre. Ci ha insegnato una bellissima preghiera che ad ogni messa facciamo nostra dietro un invito molto esplicito del prete celebrante: obbedienti alla Parola del Salvatore osiamo dire: Padre nostro.  È la nostra più bella definizione di fratellanza, assoluta condizione per ricevere il corpo di Cristo. Ecco allora il desiderio che si fa ancora preghiera di Gesù accorata al Padre per tutti coloro che lo seguono e seguiranno: Che siano una cosa, come te e me e lo siano con noi. Siamo in un abbraccio di bontà, felicità, eternità, che va oltre il nostro peccato, oltre la nostra fragilità, la nostra boria di autosufficienza miope, oltre ogni tentativo del maligno di separarci, di fare il Divisore. In Dio e nella comunità cristiana non c’è spazio per nessun Divisore.  

Il primo compito del cristiano allora è dimorare unito a Dio, stare tutti coralmente con Lui. Tanta nostra testimonianza di cristiani nel mondo, tante battaglie per far vincere il bene non hanno risultati perché mettiamo al centro noi e per di più ciascuno per conto suo, se non in contrapposizione assurda. Il male più grande per l’uomo è la divisione e noi stiamo diventando specialisti di essa. Supplichiamo Dio che ci liberi dal maligno, che è lo specialista della divisione.

25 Maggio
+Domenico

Ci sentiamo pensati e amati da Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 17,11b-19)

In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]
«Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi.
Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità».

Audio della riflessione

Abbiamo tutti negli occhi il volto sorridente di un bambino, la contentezza di un giovane, la soddisfazione più compiuta, ma non meno profonda di un adulto che stanno vivendo un momento bello della loro vita: la gioia di stare con veri amici, il sogno di un amore che sconvolge e si irrobustisce, la intima serenità e felicità di un papà e di una mamma che vedono la famiglia crescere nella concordia e presagiscono un futuro pulito e sicuro per i figli. La gioia è una esperienza profonda del cuore umano, è sovrabbondanza di bontà, è sentirsi amati, è amare la vita e goderne l’intima bellezza. Gesù è abitato dalla gioia, è la gioia in persona.  

La sua presenza tra gli uomini, la sua intimità col Padre, la consapevolezza del compimento della sua missione, il desiderio di salvezza e di perdono che legge nel cuore degli uomini, il loro bisogno di un Padre, di una casa, di una liberazione dal male sono tutti motivi che risuonano nel cuore di Gesù come pienezza di vita, come amore dilatato, come gioia piena. E questa gioia la vuole per tutti coloro che lo seguiranno. La chiede insistentemente al Padre.  

Voglio che abbiano in sé stessi la pienezza della mia gioia. Chi mi segue deve sapere che la strada è difficile, che la croce sta già piantata lungo ogni sentiero, ma deve sentirsi inscritto in maniera indelebile nel cuore il tuo dolce amore di Padre, che sei la pienezza della mia gioia.  

Essere cristiani è sentirsi pensati e collocati dentro questa accorata preghiera di Gesù, tenere per certo che Gesù non ci lascia mai soli, continua a farci crescere, a riempirci di doni, di consolazione, di sicura speranza, di dolcezza intima. Ogni uomo e donna deve sentirsi pensato da Gesù, deve provare la gioia intima di essere sempre nella sua preghiera al Padre. Ci ama a uno a uno, pensa a tutte le traversie della nostra vita, registra le nostre debolezze, conosce le nostre infedeltà, intuisce anche solo un minimo desiderio di autenticità e verità, ed è desideroso che siamo pieni della sua gioia, una gioia interiore profonda che si chiama Spirito Santo, il Consolatore, colui che nella quotidianità dei giorni ci tiene aperto il cielo e ci guida per le nostre buie strade della vita. 

E noi sempre siamo  a sentirci dire di questa gioia dalla esperienza drammatica di Pietro. Aveva tradito, che riferimento poteva essere per una chiesa che nasceva fragilissima? Eppure, Gesù, lo ha scelto e lo Spirito Santo lo ha purificato e reso forte. Aveva sbagliato, ma la roccia che era stato chiamato ad essere non si è infranta per la forza dello Spirito. Siamo anche noi a chiedere a Dio la forza di diventare testimoni coraggiosi di Lui, di accoglierci tra di noi perché siamo stati prima di tutto accolti da Lui. Nessuno di noi è accolto a caso, siamo tutti dentro questa grande preghiera di Gesù a Dio Padre e per questo chiamati alla sua gioia. La dignità di cristiani non ce la dona l’indice di gradimento o la simpatia degli amici, ma lo Spirito di Gesù, come fu data a Pietro che è la roccia della chiesa nella persona di Papa Francesco ancora oggi.  

Maria Ausiliatrice che oggi celebriamo ci accompagni sempre e ci sostenga nel quotidiano cammino credente. 

24 Maggio
+Domenico

In Gesù conosciamo Dio che è Vita piena

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 17,1-11b)

In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse:
«Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato.
Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse.
Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato.
Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te».

Audio della riflessione

Siamo tutti e sempre in cerca di vita piena. Molti giovani fanno esperienza della noia del vivere. Niente li soddisfa, niente riesce a colmare quella sete che ciascuno si porta dentro. Non è un vuoto creato da illusioni, da sogni di paradisi artificiali, lo può essere, ma ci si accorge prima o poi che siamo stati ingannati. Hai la sensazione invece di aver dentro un pozzo senza fondo, una capacità quasi impensabile, una sete che solo Dio può aver collocato nella vita di ogni uomo. La vita se non è piena non è felice; se non si apre a qualcosa di grande, non ti soddisfa. L’esistenza di ogni giorno allora è una ricerca, è un cammino, è un pellegrinare o andare randagi, vagare in cerca della pienezza.  

Era stato così anche quel giovane ricco che si era presentato a Gesù e nella sua ingenuità, ma pure nella sua profonda consapevolezza di essere fatto per cose grandi gli va a chiedere: voglio avere vita piena, le mezze misure non mi bastano, la mediocrità mi avvelena la vita.  

Sono stati così i discepoli di Gesù che hanno abbandonato tutto per seguirlo; avevano intuito che la pienezza stava dalla parte di Gesù, provavano ogni giorno più che Gesù riempiva il loro cuore: le sue parole, i suoi gesti, la sua preghiera, il suo sguardo, la sua attenzione a ciascuno, la sua energia li avevano incantati. Stavano provando che cosa significa avere una sete e aver trovato la sorgente, avere un vuoto e aver trovato la pienezza. La vita piena è questa: conoscere Gesù e il Dio vero, unico che lo ha mandato. 

Stiamo a cercare in tante direzioni, eppure sappiamo che per un uomo la felicità è conoscere Dio e contemplarne il volto invisibile in quello fatto di carne dell’umanità di Gesù. Molti santi hanno abbandonato tutto, sono vissuti nella solitudine, hanno passato moltissimo del loro tempo in preghiera, assorti, concentrati, orientati alla conoscenza di Dio. Così fu San Francesco, lo fu San Benedetto, lo sono stati tanti santi immersi nel mondo a sollevare dolori e a dare speranza, ma sempre a partire dalla contemplazione di questo volto. 

La nostra vita trova il segreto della sua felicità nella contemplazione, nello stare faccia a faccia a contemplare Dio, a scrutarne la bontà, a tentare di conoscerne la bellezza e la bontà. I cristiani sanno che questo volto non si sottrarrà, perché Dio non ci abbandona mai. 

23 Maggio
+Domenico