Andarono e trovarono Maria

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 16-21)

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Audio della riflessione

Gettiamo ancora il nostro sguardo sul presepio: il centro è sempre Gesù, e la nostra attenzione a Lui oggi è mediata da Maria, la mamma. E’ con Maria che vogliono solidarizzare i pastori, gente semplice, che conosce il bisogno di una donna che ha appena partorito e le portano senza indugio – dice il Vangelo – con un moto spontaneo del cuore, con l’immediatezza di chi vive nella precarietà e ha come unica soddisfazione la solidarietà, il conforto della loro presenza.

Iniziamo un nuovo anno sempre in compagnia della mamma di Gesù!

I pastori erano gente disprezzata: poco di buono, randagia, gente che vive di rimedi, che regola il suo orario sulle abitudini degli animali … ma è sempre fatta di persone che hanno un cuore e una dignità, una coscienza e una sensibilità.

I verbi che usa il Vangelo sono una traccia di cammino anche per noi.

Andarono senza indugio: non si fermano sul verbo venire che indica sempre che sono gli altri che devono girare attorno a noi. Noi siamo il perno, noi siamo quelli da riverire, noi quelli che non si spostano di un’unghia per nessuno, noi quelli che devono essere serviti, noi quelli che sanno tirare le file per far girare gli altri nella nostra orbita … Noi, la chiesa, stiamo troppo comodi in attesa che la gente venga, noi i responsabili del bene comune che forse scambiamo l’autorità per un potere, mentre deve essere un servizio sempre … e il servizio ha come primo moto spontaneo il decentrarsi verso chi ha bisogno.

Altri verbi sono: Videro, udirono e riferirono; hanno aperto gli occhi su quel bambino, hanno scritto nella loro mente i fatti, non si sono fermati alle loro fantasie, non sono stati comodi a costruirsi un virtuale asettico, lontano dalla vita, ma hanno fatto esperienza, hanno partecipato alla gioia e alla dolcezza della famiglia di Gesù.

Hanno aperto gli orecchi, hanno ascoltato la parola fatta carne, hanno messo attenzione all’invito degli angeli e al loro canto del gloria … e non hanno tenuto per sé quel che hanno provato, lo hanno portato subito agli altri: hanno creato subito quel tam tam che crea comunione tra la gente attorno ai fatti della vita, alle notizie belle.

La comunicazione della gioia della scoperta ha cambiato la loro esistenza sociale: hanno cambiato la noia della quotidianità in stupore, hanno saputo dire alla gente che si doveva aprire il cuore alla novità assoluta della nascita di Gesù.

Avessimo noi ancora oggi la capacità di sconfiggere la noia, per esempio la noia del nostro mondo giovanile, che viene riempito sempre di dati inutili, per aiutarli a trovare nella propria umanità le risorse più belle per dare slancio alla loro vita, la consapevolezza della grandezza di ogni persona, della bellezza dell’amore, della semplicità delle cose che Dio ci ha dato!

Altri verbi: “Glorificando e lodando Dio“. Dio va lodato e ringraziato sempre. La nostra vita ha bisogno di gesti gratuiti, di sbilanciarsi per la riconoscenza, di riconoscere che siamo creature e che non tutto deve essere calcolo, commercio, tornaconto.

Lodare Dio è ritrovare il nostro posto nella creazione, ed è uscire dalla nostra sicumera per sentirci figli amati dal Signore.

1 Gennaio 2022
+Domenico

Nell’andirivieni quotidiano c’è una donna che sta li sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,36-38) dal Vangelo del giorno (Lc 2,36-40)

[Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore.] C’era una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

Audio della riflessione

Esistono persone che fanno di tutta la loro vita la dedizione a una causa, senza stancarsi, né distrarsi mai. Esistono persone che si sono consumate per il bene di una comunità senza badare a sacrifici, dando quasi l’dea di aver chiuso i propri orizzonti su cose troppo semplici: è così di una mamma per i suoi figli, è così di una suora per la sua causa, è così di un atleta, di un volontario, di un poeta o di uno scrittore … passano alla storia per aver fatto una cosa sola, ma in maniera eccellente.

E’ così di quella profetessa che si chiama Anna, molto avanzata in età – dice il vangelo di Luca – che sbiascica preghiere tutto il giorno negli atri del tempio. Gli altri passano decisi, motivati, vanno subito a segno, al tesoro per fare offerte o alle bancarelle per cambiare danaro o all’altare per rivolgersi ai sacerdoti o sotto i portici per discutere. Lei non si allontana mai, non ha fretta, serve Dio giorno e notte. Digiuna, permette al suo corpo solo il necessario per stare sempre dalla parte dell’essenziale; prega, si affida a Dio, mentre tutti corrono indaffarati.

Sa di doverlo aspettare, non basta una vita per attendere il salvatore! I suoi antenati hanno continuato a invocare e lei si mette su questa scia … conosce i profeti a memoria; sa di dover chiedere al cielo che si apra per mandare la rugiada della salvezza e aspetta … finché appare il bambino tanto atteso e quando lo vede portato da Maria e Giuseppe, le sembra di averlo sempre contemplato, tanto lo ha atteso. Ha bisogno di tornare a sperare, di pensare di non aver vissuto invano, di fare della sua vita una freccia puntata sul futuro di Israele e ora che vede il bambino non smette di parlare di Lui.

I “portatori di speranza” sono così, non li fai più tacere, sono troppo protesi al futuro di Dio per sopportare che qualcuno lo ignori, non vi si prepari, non si disponga a orientarsi a Lui.

Questo mondo ha bisogno di speranza, di alzare lo sguardo all’oltre che gli affari nascondono, alla redenzione invocata dalle ferite che scavano nel cuore delle persone l’infelicità. Ha bisogno di guardare al cielo, di sapere che non è assolutamente vuoto, ma che si porta dentro la presenza di Dio; ha bisogno di un orizzonte sempre più ampio, oltre le cose materiali, oltre le congetture e i tentativi frustrati di una ricerca spasmodica del piacere. Ha bisogno della felicità vera e quel bambino, dice Anna, ne è l’immagine e la certezza.

30 Dicembre 2021
+Domenico

La speranza si è compiuta, ora chiamami a Te Signore

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 22-35)

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: “Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore” – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: “Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele”. Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: “Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori”.

Audio della riflessione

Quando nasce un bambino in una casa, la prima festa la fanno i genitori, i fratellini, se ci sono, i nonni soprattutto, i parenti passano a far vista … quel fiocco alla porta segnala a tutto il vicinato che c’è una presenza nuova, il telefono squilla in continuazione.

Il padre va in comune più presto possibile a registrare la sua nascita … ma la nascita del bambino non è completa se non c’è un momento ufficiale che lo consegna alla comunità: ogni popolo primitivo aveva un atto pubblico che definiva questo momento. Per gli ebrei era portare il bambino al tempio per dichiararlo davanti a Dio, riconsegnarlo quasi con orgoglio e gratitudine, scrivergli nel corpo l’appartenenza a un popolo. Noi oggi lo facciamo col battesimo, se siamo cristiani, come atto e dono al figlio di una comunità più grande e di una immersione nella vita di Gesù, il centro della nostra fede.

Anche Gesù fu portato al tempio: anche lui ha fatto questo suo primo ingresso, da Figlio di Dio, nel popolo che Dio stesso si era scelto come prediletto … e lì, ad attenderlo, c’è tutta la speranza dei secoli che lo hanno preceduto, c’è una figura ieratica, severa, tenace: Simeone un vecchio che non ha mai perso la speranza di poter vedere la salvezza.

Dirà soddisfatto: “ora Signore mi puoi chiamare a te … ho presidiato il tempio in attesa del salvatore, i miei occhi stanchi lo hanno visto, il mio cuore è pieno di gioia: lascialo scoppiare perché la mia vita ha raggiunto il massimo a cui aspirava. Ho nel cuore una soddisfazione impensabile: non ho atteso invano, non ho speso inutilmente i miei giorni a tener accesa questa fiaccola che ora è luce purissima che invade il mondo. Il nostro popolo può uscire dalle tenebre in cui si è cacciato come sempre, quando si allontana da te; certo, chi ti segue avrà una vita in salita, dovrà sempre confidare solo in te e tu ci metti sempre alla prova, perché vuoi vagliare il nostro cuore, ma ora l’attesa è finita. Lascio ai giovani di continuare a tenere accesa la luce, perché loro vivano di speranza.”

I giovani imposteranno la vita sulla speranza, se ci sono adulti e anziani che la addita a loro, che rimangono sempre sulla breccia, che non si piegano alla moda dei tempi, ma sanno tenere lo sguardo vigile sui valori, anche se sembra che più nessuno li segua: loro devono indicare alle giovani generazioni in questa terra spaesata che il cielo non è vuoto, ma c’è un Dio che ci ama infinitamente.

29 Dicembre 2021
+Domenico

Il dono di una famiglia è impagabile

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 41-52)

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Audio della riflessione

All’indomani dell’aver celebrato la gioia grande, pur nella povertà e nella miseria di una nascita in una stalla, ma accolta dalla bontà di semplici pastori facciamo la festa della famiglia: ci viene presentata dal Vangelo la famiglia di Nazaret, nel dolore e nella gioia di una perdita e di un ritrovamento, di una incomprensione e della rivelazione di un grande mistero … la prima frase di Gesù che ci viene riportata è che Dio è Padre.

Oggi sembra che torni tra i giovani voglia di famiglia, la gioia di poter contare su di un ambiente accogliente, libero, non formale, caldo di sentimenti, semplice, dove si sa di stare a cuore a qualcuno: è in testa ai desideri delle giovani generazioni, forse perché non ne fanno sempre esperienza, perché devono fare i conti con famiglie sfasciate, con genitori separati, con ricatti, contratti … tornano a casa da scuola e dal lavoro arrabbiati senza sapere il perché e devono trovarsi motivi per vivere in solitudine.

Forse non è proprio così intensa la voglia di famiglia da parte degli adulti che ne sentono – tante volte – solo il peso, che non riescono più a dialogare con le giovani generazioni, che si sentono talvolta usati, spesso solo funzionali, che stentano a condividere gioie e dolori senza accusarsi o ricattarsi.

Certo oggi la famiglia sta diventando un punto nodale della nostra convivenza: tutti la vogliono, anche chi non ne ha diritto, perché la famiglia ha al centro due grandi compiti essenziali: l’amore tra un uomo e una donna e la procreazione dei figli; se ne manca uno non è famiglia.

Tutti la proclamano, ma pochi sono disposti ad imparare a costruire famiglia, a dare il proprio originale contributo di amore e di intelligenza, di impegno e di progetto.

Anche Gesù ha potuto godere di una famiglia: il figlio di Dio si è fatto uomo nell’intimità dell’amore di un uomo e di una donna. Ha imparato a vivere entro il sereno ambiente di una casa, a Nazaret. Sulle ginocchia di sua mamma ha imparato a modulare il sentimento fondamentale dell’amore, a dire quello che aveva nel cuore, ad entrare nella mentalità di un popolo, a  rivolgersi con estrema fiducia a Dio, a far crescere dentro rispetto e dignità per tutti. Dal padre acquisito ha imparato a progettare la sua vita, a lavorare per avere un futuro, a relazionarsi con tutti  per dare il suo contributo alla società.

“Cresceva in età sapienza e grazia”, dice il Vangelo: sviluppava la sua vita, dava risposte alle sue domande di significato e accoglieva i doni di Dio in un ascolto profondo.

E’ quello che ogni persona ha il diritto di costruire in un clima di comunione e di partecipazione, senza accampare diritti o esigere doveri, ma solo vivendo la forza dell’amore.

La famiglia di Nazaret può ben essere una speranza per le nostre fragili famiglie

Papa Francesco ci dice che la strada per essere famiglia felice è di rafforzare il legame con la comunità cristiana: se facciamo rete di collaborazione e corresponsabilità tra famiglia e parrocchia, voi famiglie fate del bene alla parrocchia che deve essere sempre accogliente come una casa, perché se questa tiene le porte chiuse è solo un museo, non più la casa di Gesù e della gente … e la parrocchia non vi fa mancare Gesù.

Famiglia e comunità cristiana, parrocchiale o interparrocchiale o unità pastorali accoglienti, sono una sicura alternativa contro i centri di potere ideologici, finanziari e politici, perché famiglia e parrocchie sono centri di amore evangelizzatori, ricchi di calore umano, basati sulla solidarietà e la partecipazione.

Sono gli stati, i governi che oggi sono chiamati all’accoglienza, ma chi li ha mossi? Avete in mente quel bambino strappato da papà, mamma e fratello, dalla sua famiglia e morto di freddo in un bosco; famiglie che hanno deciso di aprire la loro casa e famiglie che hanno acceso lampade verdi per dire che lì c’è ospitalità per  tante altre famiglie come loro, abbandonate sulla strada dallo stato.

Celebriamo questa bella festa della famiglia con il desiderio e la decisione che  dobbiamo tenere cuore aperto, generosità di amore e accoglienza, stile più pieno di quell’amore che Dio ci ha donato.

“Famiglia e comunità cristiana devono compiere il miracolo di una vita più comunitaria per l’intera società” … dice ancora papa Francesco: “Il Signore non arriva mai in una famiglia senza fare un qualche miracolo”, come l’ha fatto alle nozze di Cana in una giovane famiglia alla prese con le immancabili difficoltà dell’inizio.

E proprio lì Maria, la mamma, ha potuto contare sull’atteggiamento consolatore, d’amore, di solidarietà, di porta sempre aperta di Gesù, come l’aveva imparato e vissuto sempre nella sua famiglia con lei, con san Giuseppe … e Lui, bambino, ragazzo, giovane che amava la vita.

26 Dicembre 2021
+Domenico

Non solo atmosfere

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2,6-7) dal Vangelo della Veglia di Natale (Lc 2,1-14)

Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.

Audio della riflessione

E finalmente sta arrivando la notte: i preparativi sono terminati, c’è sempre un’ultima corsa da fare a qualche negozio … abbiamo tenuto duro fino a oggi per non scialare e magari, complice l’atmosfera, ci lasciamo andare a comprare l’ultimo regalo inutile. Qualcuno forse ha pensato anche al festeggiato: tra i tanti panettoni, lustrini, pacchetti e regali, ha pensato che c’è un cuore che va preparato e un male che va estirpato dalla vita che spesso si è snodata nella distrazione, nella mediocrità, nel qualunquismo … e si è andato a confessare.

Che vado a dire? Sono sempre le solite cose, i soliti comportamenti che non segnano la mia vita! Mi sembra di tornare bambino a fare elenchi impossibili per concludere un dialogo che oggi trovo pesante, troppo invasivo nella mia esistenza.

Qualcun altro invece si trova bisognoso di perdono: sa di avere una vita che non è all’altezza delle sue possibilità di bontà, gli brucia dentro qualche tradimento di sé e degli altri, gli ritorna alla mente l’offesa fatta e vorrebbe presentarsi a quella culla con la vita meno smembrata e corrotta.

La notte è sempre “magica”: è quella notte che unisce cielo e terra, la notte degli egoismi e della povertà, la notte in cui Giuseppe e Maria si devono adattare negli anfratti della roccia. C’è un brano del Cantico dei cantici che esalta questa corsa tra le rocce dell’innamorato che cerca la sua innamorata … ora l’innamorato è Dio e colui che cerca è l’uomo, gli vuol portare il suo amore.

Il suo dono è un tenerissimo bambino!

Dio cerca l’uomo e lo trova sempre distratto: sicuramente non è la stessa attenzione che pongono a Roma i maggiorenti, la gente, il popolo alla nascita dell’imperatore Augusto. Là tutti si sono accorti! Qui invece si accorge solo chi ha il cuore puro o per lo meno chi, come noi, che abbiamo tanta nostalgia di averlo più pulito e più umano.

È la notte dei sentimenti; non abbiamo paura dei sentimenti!

È la notte delle debolezze di fronte a chi crede di aver carattere a stare sempre duro come una pietra e a non cedere mai all’accoglienza di un dono, ma è anche la notte di chi vuol essere sicuro che c’è una speranza che non tramonta mai: Gesù, il figlio di Dio, l’Emmanuele, il Dio che sta con noi, è qui!

Lo attendiamo! Vogliamo ascoltare le voci degli angeli, vogliamo cantare con loro quello che a tutte le Messe e tutte le volte che ci troviamo assieme esprimiamo: questo è il Santo che ci viene dato da Dio.

24 Dicembre 2021
+Domenico

Benedictus ogni mattino per sempre o mio Signore

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,67-79)

In quel tempo, Zaccarìa, padre di Giovanni, fu colmato di Spirito Santo e profetò dicendo:
«Benedetto il Signore, Dio d’Israele,
perché ha visitato e redento il suo popolo,
e ha suscitato per noi un Salvatore potente
nella casa di Davide, suo servo,
come aveva detto
per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo:
salvezza dai nostri nemici,
e dalle mani di quanti ci odiano.
Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri
e si è ricordato della sua santa alleanza,
del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre,
di concederci, liberati dalle mani dei nemici,
di servirlo senza timore, in santità e giustizia
al suo cospetto, per tutti i nostri giorni.
E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo
perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade,
per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza
nella remissione dei suoi peccati.
Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio,
ci visiterà un sole che sorge dall’alto,
per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre
e nell’ombra di morte,
e dirigere i nostri passi
sulla via della pace».

Audio della riflessione

Zaccaria era rimasto muto per nove lunghi mesi e una settimana dopo la nascita del figlio. Non poter parlare ti obbliga a rientrare in te stesso: stacchi le cuffie, ti concentri sull’essenziale, ripensi di più al senso della tua vita.

Il silenzio è sempre per tutti una necessità: ricordo quando avevo a che fare con i giovani in servizio di leva nella mia città, che mi confidavano che sulle altane mentre facevano la guardia di notte scoprivano la bellezza del silenzio, ma ne avevano paura … paura perché se non trovavano le risposte vere alle domande della vita avevano sempre in mano un fucile.

Il silenzio di Zaccaria però erompe in un cantico di lode: è il Benedictus che ogni mattino chiude l’ascolto della parola della Bibbia nella preghiera di lode di ogni comunità cristiana. Quell’”ormai” della visione di vita che abitava Zaccaria nove mesi prima ai tempi della routine del tempio non c’è più! Dalla sua bocca si sprigionano alcune parole che richiamano un passato: “Ha visitato, ha redento, ha suscitato, si è ricordato” … ma sono tutte cariche obbligatoriamente di futuro, sono l’evocazione dei gesti d’amore di Dio che non hanno mai fine.

“Non credevo più a niente di nuovo, avevo sepolto le mie speranze nell’albero secco della mia vita, avevo ripetuto per troppi anni parole di tenacia, di ricordo, di tensione, ma erano diventate di maniera; dovevo dirle per il ruolo che ricoprivo, per registrare speranze spente” … tanti genitori di fronte alle difficoltà della vita, tanti di noi adulti diciamo per mestiere “coraggio, vedrai che… non tutto il male viene per nuocere, stai fiducioso…”, ma sono parole che non aprono nessun cuore, non ci costano nemmeno la compassione che si regala a tutti: servono da coperchi, da botole per chiudere voragini di attese.

Ma il vecchio Zaccaria è stato visitato da Dio! Il suo parlare è ora speranza convinta: “Ho sperimentato la grandezza di Dio. E tu Giovanni non ti attardare a perdere tempo a crearti loculi consolatori: tu sei un profeta dell’Altissimo, tu hai da farti forte perché mi sei stato dato come regalo, Dio mi ti ha messo nella vita come vortice che trascina la storia verso la novità assoluta. Vedo però, perché l’ho sperimentato su di me, quanto sarà dura aprire i nostri vecchi cuori adattati al ribasso, imbarbariti nelle nostre vecchie abitudini. Ti dovrai preparare. Niente capita a caso nel mondo. Il popolo ha bisogno di cambiare testa e cuore. Ma non temere!”

Dio rischiara le tenebre, sovrasta anche le nostre belle luci che indicano la strada del presepio: è una strada spesso chiusa dalla nostra superficialità e non porta da nessuna parte. Quanto ci sembra impossibile un natale di pace, ma quanto deve essere nuovamente disponibile la nostra vita, la nostra società a non perdere la speranza! C’è una bontà misericordiosa del nostro Dio, su cui dobbiamo contare: è lui che fa da sole alle nostre tragiche nebbie, non è un rifrangente che ci lascia nella tensione e nell’insicurezza, non è una banale banda rumorosa che ci può indicare che stiamo uscendo di strada … è il sole che viene dall’alto!

Non è un prodotto delle nostre aspirazioni, ma la sorgente della nostra speranza! E sarà ancora lui a dirigere i nostri passi sulla via della pace.

24 Dicembre 2021
+Domenico

Che sarà mai questo bambino?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,63-66) dal Vangelo del giorno (Lc 1,57-66)

Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.

Audio della riflessione

In questi giorni stiamo sicuramente ricomponendo il presepio nelle nostre case, nelle chiese, nei bellissimi angoli delle nostre antiche città e borgate. Ci mettiamo tutti i personaggi classici della storia, più o meno citati dal Vangelo: i pastori, Giuseppe e Maria, il bue e l’asino. Poi aggiungiamo molto del nostro: le nostre tradizioni, i nostri personaggi caratteristici, all’Epifania arriveranno i re magi e nella notte di Natale ci mettiamo il bambinello, che i nostri ragazzi in queste domeniche hanno portato in chiesa perché fosse benedetto.

Ci si applicano con pazienza i papà che pure tornano stanchi dal lavoro, le mamme, i giovani. I ragazzi lo cominciano, poi si stancano e qualcuno deve finirlo. Ci si applicano artisti e associazioni … insomma, il presepio è un luogo di convergenza di storia, fede, tradizioni, sentimenti di bontà, di ricerca di identità umana e religiosa.

Non fa parte del presepio perché abita lontano, ha già incontrato Gesù, ancora prima di nascere e lo introdurrà tra la gente che lo aspetta senza conoscerlo alle rive del Giordano, un altro grande personaggio legato alla nascita di Gesù: è Giovanni, il battezzatore … nel presepio non c’è, ma aleggia la sua presenza ovunque. È stato accolto da poco nella sua grande famiglia, elisabetta l’aveva aspettato con tanta apprensione, alla sua età, dopo che aveva già sepolto velleità e speranze, ma aveva avuto fiducia in Dio … e quel Dio che aveva sorpreso Zaccaria, piuttosto malfidente, ma non Elisabetta, che era sempre stata pronta ad accogliere, ora sorprende ancora di più! Si tratta di dare un nome a questo bambino inaspettato e regalato e si va nelle memorie della famiglia.

Ognuna aveva la sua genealogia ed era bello continuare a ricordare e far rivivere il passato, ma qui c’è una decisa rottura: Zaccaria lo vuol chiamare Giovanni.

Il mondo non va più avanti come prima. La venuta di Cristo è un salto di qualità. Come lo deve essere per noi il Natale. È una rottura col passato, si porta dentro novità di vita; non è una rottura perché saremo obbligati a qualche gesto religioso di convenienza per far contenti i nonni almeno una volta all’anno.

Natale è una rottura con la noia, è un’altra chiamata alla vera speranza: questa te la devi cercare a denti stretti, a cuore aperto, a gioia impossibile.

23 Dicembre 2021
+Domenico

Un cantautore di eccezione

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,49-50) dal Vangelo del giorno (Lc 1,46-55)

«… Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono …».

Audio della riflessione

Che i giovani stravedano per la musica è dentro gli orecchi e gli occhi di tutti: oggi non è più possibile comunicare il meglio di noi se non attraverso la musica, il canto, il ritmo. Non è solo scatenarsi di energie, sfogo di passioni, è soprattutto comunicazione profonda di sentimenti e di situazioni esistenziali. Solo dopo arriva tutto l’apparato commerciale, ma prima c’è l’emozione, il sentirsi interpretati, il comunicare le proprie sensazioni, spesso le proprie paure, più frequentemente la propria voglia di vivere.

Le parole al riguardo non sono secondarie: i ragazzi le ascoltano, le imparano subito a memoria, le trascrivono nel diario, le mandano in sms agli amici, diventano frasi di riconoscimento …

… e nel Vangelo c’è un cantautore di eccezione, che sta sicuramente all’altezza dei gusti di chi ama la poesia, di chi vuol farsi aprire il cuore alla speranza, a una visione di mondo non scontato, non depresso, né ammorbato dalla noia.

Il cantautore di eccezione è Maria: è lei che canta la speranza del suo popolo, è lei che, piena di grazia e di gioia, alza un inno al Creatore e suo Signore. Porta in grembo la salvezza, ma ne canta la forza e la bontà. Si sente coinvolta in una storia d’amore e la canta per tutti.

Questo pezzo, che abbiamo già ricordato altre volte, si chiama Magnificat: da allora ogni giorno i cristiani di tutte le latitudini lo cantano, artisti lo hanno musicato in tutti i modi e può custodire anche oggi i sogni di tutte le generazioni.

Dice il canto “Dio è potente, è grande, ha guardato me che neanche sapevo di esistere, m’ha fatto grande, mi ha voluto con sé a cambiare il mondo, per rimandare i ricchi a mani vuote, per disperdere i superbi. Lui è la speranza degli umili, è la voce dei poveri, è la fine dei soprusi. Il suo nome si leva santo su ogni superbia umana; non costringe assolutamente, ma libera. La parola data la mantiene ad ogni costo, contro tutte le convenienze dei potenti e le strumentalizzazioni dei furbi, non ci abbandonerà mai”.

È un canto di gioia di una ragazza felice di diventare la madre del Signore; è il canto dell’attesa e della speranza certa, che possiamo sempre, dentro di noi, cantare al nostro Signore, tutte le volte che riusciamo a percepirne l’amore.

22 Dicembre 2021
+Domenico

Ti chiedo la mano

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,30-33) dal Vangelo del giorno (Lc 1,26-38)

L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».

Audio della riflessione

Nell’era dell’informatica, del virtuale, i ragazzi di oggi sono bravissimi a trovare su Internet tutto quello che loro interessa: immagini, storie, canzoni, filmati, eroi, divi … sanno tutto della squadra del cuore, hanno la capacità di simulare, di giocare alla realtà, di inventarsi ogni cosa, compresa la vita affettiva … fanno le prove di come deve essere la realtà, ma spesso si ingannano di averla potuta già vivere: era tutta una fiction.

La realtà è più dura, ed è interessante vedere come diventano sempre più difficili per i ragazzi di oggi i primi approcci, per esempio, “l’acchiappo” … come lo chiamano loro; sono imbranati perché devono uscire dal virtuale.

Veramente siamo sempre stati tutti imbranati nei primi approcci d’amore … i primi rossori sul volto, i primi: “glielo dico o no?” … oggi le mandi anche un sms, ma bisognerà prima o poi guardarsi in faccia, negli occhi e dirsi la famosa frase.

Ecco, io immagino Dio che fa questo con Maria: non credo di essere irriverente nel pensare questa proposta come un vero dialogo d’amore, un vero incontro tra due libertà infinitamente sproporzionate, ma sempre a misura di persona. Le parole che ci dice il Vangelo sono molto solenni e consacrate ormai dall’uso, non ci rendono immediatamente l’intensità di quel dialogo, ma se sappiamo andare in profondità, possiamo intuire qualcosa.

Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te.

Poca cosa ci sembra, ma immaginate se c’è un complimento migliore di questo: “Maria ti saluto, sei la fine del mondo, abiti in Dio da sempre, fai parte della bellezza infinita dell’amore che riempie il cuore di tutti gli uomini. Vuoi diventare la madre di Gesù, quello che la tua gente aspetta da sempre, il Messia, la speranza, che siete rimasti in pochi ad aspettare? Dipende da te. I secoli di invocazione del tuo popolo saranno esauditi se tu lo vuoi. La storia si spaccherà in due, a partire da tuo figlio”.

Anche Maria viveva questa attesa nel suo spirito: aveva in cuore la speranza che Dio avrebbe visitato la sua gente; ma pur restando confusa, non le balena per niente nella mente di sottrarsi alla proposta che Dio le fa. Vuole solo capire, vuole rendersi disponibile fino in fondo … e che fa? Dice di sì.

Da allora è esplosa la speranza sulla terra, e noi tutti la possiamo trovare!

20 Dicembre 2021
+Domenico

Il futuro già lavora anche se non si vede

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,41) dal Vangelo del giorno (Lc 1,39-45)

Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo

Audio della riflessione

Si fa un gran parlare oggi di embrioni, di frutto del concepimento, di vita nata e non completa … purtroppo si pratica l’aborto, la soppressione della vita di chi è indifeso e viene visto come un attacco alla vita degli adulti.

Esistono sofferenze immani, che vengono spesso solo usate per battaglie ideologiche e per queste sofferenze occorrerebbe avere una possibilità di accoglienza, di comprensione, di aiuto, di non lasciare nella solitudine di decisioni irrevocabili, di rimorsi che poi non riescono più ad essere assorbiti.

C’è spesso molta incoscienza e molta faciloneria, un disprezzo della vita e della sofferenza delle persone che non ha uguali in altri campi … ebbene, il Vangelo ci presenta una bellissima immagine che può aiutarci a guardare alla vita ancora prima del suo nascere con atteggiamenti di stupore e di semplicità, di gioia e di attesa.

Ci sono sulla scena da alcuni mesi due madri: Elisabetta e Maria. Elisabetta è anziana, si tiene nascosta, porta in grembo un bimbo che non sperava più, ha vergogna di quel che dice la gente. “Alla tua età, hai ancora queste velleità, non potevi mettere il cuore in pace, non sai quello che rischi?”

L’altra è Maria, la madre di Gesù: aveva saputo delle difficoltà della cugina Elisabetta. Anche Lei, Maria, porta in corpo un segreto, non si vede ancora niente, ma il fuoco che ha dentro la spinge a mettersi a disposizione, porta in grembo l’amore fatto persona e la sua vita comincia a trasformarsi in gesti di amore.

E l’incontro è … sicuramente fatto dalle parole che le due donne si dicono, ma è condotto dai due concepiti: Giovanni Battista nel seno di Elisabetta scalcia e coglie la presenza di Gesù nel seno di Maria. Sono già due vite, due persone, due progetti, due missioni. Dice il Vangelo: “Ecco appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo”.

È esperienza di tutte le madri sentire i propri figli scalciare nel proprio seno, ed è già la presenza di un altro da sé, non di una appendice del proprio corpo, come tante volte si ritiene.

Ebbene, Gesù già si annuncia come il salvatore fino dal seno di sua madre: è proprio una speranza allora già presente, che ci riempie di gioia.

Dove l’andiamo a cercare la speranza? Eccola qui!

19 Dicembre 2021
+Domenico