Controcorrente, se vuoi essere cristiano!

Un a riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6, 31-33) dal Vangelo del giorno (Lc 6, 27-38)

E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso.

Audio della riflessione

La violenza sta segnando di sé sempre più pesantemente la vita sia familiare che sociale: ce ne danno l’esempio tanti personaggi pubblici, viene continuamente mostrata in televisione, e lentamente vi ci stiamo abituando: i sentimenti forti, le passioni esagerate, le emozioni gridate sono il clima in cui si inscrive la nostra vita di relazione! I ragazzi stessi organizzano “spedizioni punitive” violente, talvolta ci scappa addirittura il morto e i genitori a non rendersi conto dell’odio che si instilla anche nel loro figlio.  La violenza è esaltata anche nelle canzonette dei big, viene coltivate nei tik tok con i ragazzini: così prendono il sopravvento le vendette sulle relazioni umane, sul gioco.  

L’amore va conquistato con la violenza, va punito col femminicidio … l’odio è tollerato come forma di difesa e opinione dovuta: l’immagine della società è spesso così connotata, anche se nella vita lavora ed è presente Dio e tante persone sono buone e giuste e realizzano il suo progetto di umanità.

La domanda però che ci dobbiamo fare è: che cosa deve portare di necessario il cristiano a questa società? Il Vangelo ha delle pagine molto semplici e impegnative: “Amate i vostri nemici… benedite coloro che vi maledicono … prestate senza sperare di ricevere… non giudicate… date a chiunque chiede…”

Ragazzi, non c’è spazio per nessuna spedizione punitiva: l’amore della ragazza si conquista con l’amore non con le botte al tuo concorrente!

Il cristiano è come tutti, ma ha un cuore grande come quello di Gesù: in questa società violenta è chiamato a offrire pace, perdono, solidarietà! Non avremo mai fatto abbastanza per realizzare nella vita i sentimenti del cuore di Gesù. 

Non vogliamo dirci più bravi di tutti, ma che abbiamo una vocazione originale, quella della croce, del perdere per ritrovare la forza, del morire per risorgere, del pagare anche per gli altri, perché Dio accetta chi si sacrifica per il bene di tutti.

Il male che c’è nel mondo è troppo grande … e come si può uscire da questa spirale? Non certo limitandoci a comportarci bene! Occorre un di più di amore, occorre sradicare il male mettendo in campo la capacità di assorbirlo su di sé e distruggerlo.

La sofferenza, se è sopportata a causa di Cristo, appare come grazia, dono di salvezza, segno concreto che si è chiamati alla salvezza e a portar salvezza.

Occorre che qualcuno si addossi l’infelicità degli altri e la cambi in amore: questa è stata la scelta di Gesù, questa deve essere la scelta di chi lo vuol seguire! Gli apostoli lo hanno capito tardi, ma hanno dato tutti la vita per Gesù!

Noi siamo chiamati a mettere a disposizione un comportamento controcorrente  perché la vita e il mondo siano più abitabili: era un insegnamento costante – me lo ricordo sempre – di papa Benedetto: controcorrente, contro la corrente del male, del ribasso, dell’egoismo, del disprezzo della vita, della deturpazione del creato, della vendetta, della legge del taglione, del cuore sporco di ogni compromesso.

E Il Dio che non ci abbandona mai, non ci lascerà soli.

20 Febbraio 2022
+Domenico

Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10,1-9)

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».

Audio della riflessione

Se fai del bene sei sempre osteggiato: tutto quello che sembra un bel messaggio di pace crea reazioni incontrollate; il male è pronto a soffocare il bene: è il mistero della cattiveria dell’umanità che indica quanto il male si è radicato dentro di noi, nelle nostre relazioni, nei tessuti sociali.

Uno che vive di furti, non accetta chi gli dice che non può rubare; uno che vive di inganni non si adatta a perdere il suo potere; chi ha impostato la vita sullo sfruttamento non accetta di essere richiamato alla giustizia e di cambiare soprattutto comportamento; lo spacciatore cui vengono sottratti i clienti perché qualche sforzo educativo riesce a far rinsavire i giovani non perde impunemente i suoi facili guadagni.

Per questo Gesù dice molto chiaramente ai suoi discepoli che dovevano cominciare da soli a predicare il Vangelo, a far nascere anche in tante altre persone la speranza che avevano visto in Lui.

“Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi.” : è la verità nuda e cruda di Gesù, sa che la sua parola è una spada, il suo messaggio un fuoco, il regno di Dio una sfida … e di fronte a questo messaggio lupi lo diventiamo tutti quando veniamo contestati nella nostra vita egoista: lupi siamo quando siamo obbligati a smettere di lucrare interessi disonesti, a fare pulizia nei nostri sentimenti e relazioni disordinate; lupi siamo quando veniamo richiamati ai nostri doveri di padri e madri, di cittadini e di uomini responsabili di tutto il creato… Proprio per questo abbiamo  bisogno di uomini e donne forti, capaci di andare controcorrente. Il papa Benedetto a Loreto invitava i giovani così. “Siate vigilanti! Siate critici! Non andate dietro all’onda prodotta da questa potente azione di persuasione. Non abbiate paura, cari amici, di preferire le vie “alternative” indicate dall’amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale; relazioni affettive sincere e pure; un impegno onesto nello studio e nel lavoro; l’interesse profondo per il bene comune. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda”.L’agnello vincerà non certo per la sua potenza, lui è inerme, ma per la forza di Dio, con la sua umiltà. Dio guarda l’umile e lo ascolta.

C’è bisogno di agnelli, anche se i lupi saranno sempre più agguerriti, ma Dio non ci abbandona mai.

Hanno sperimentato la reazione feroce anche tra gli stessi cristiani i protettori dell’Europa, i santi Cirillo e Metodio

Nativi di Salonicco, rampolli di una nobile famiglia greca, il loro padre Leone era di elevato status sociale. Cirillo era il più giovane di sette fratelli. In giovane età si trasferì a Costantinopoli, ove intraprese gli studi teologici e filosofici. La curiosità tipica di Cirillo dimostrava il suo eclettismo: egli coltivò infatti nozioni di astronomia, geometria, retorica e musica, ma fu nel campo della linguistica che poté dar prova del suo genio. Oltre al greco, Cirillo parlava infatti correntemente anche il latino, l’arabo e l’ebraico. Da Costantinopoli, l’imperatore inviò i due fratelli in varie missioni; in una di queste  Cirillo rinvenne le reliquie del papa San Clemente. La missione più importante che venne affidata a Cirillo e Metodio fu quella presso le popolazioni slave della Pannonia e della Moravia. Cirillo accettò volentieri l’invito e, giunto nella sua nuova terra di missione, incominciò a tradurre brani del Vangelo di Giovanni inventando un nuovo alfabeto, detto glagolitico oggi meglio noto come alfabeto cirillico. Nel 867 Cirillo e Metodio si recarono a Roma il pontefice riservò loro un’accoglienza positiva, ordinò prete Metodio ed approvò le loro traduzioni della Bibbia e dei testi liturgici in lingua slava. Inoltre Cirillo gli fece dono delle reliquie di San Clemente, da lui ritrovate in Crimea. Durante la permanenza nella Città Eterna, Cirillo si ammalò e morì: era il 14 febbraio 869. Venne sepolto proprio presso la basilica di San Clemente.

Metodio ritornò poi in Moravia e durante un successivo viaggio a Roma venne consacrato vescovo. Al suo ritorno in patria iniziò la persecuzione dei discepoli di Cirillo e Metodio, visti come portatori di un’eresia. Lo stesso Metodio fu detenuto per due anni in Baviera ed infine morì presso Velehrad, nel sud della Moravia, il 6 aprile 885. I suoi discepoli vennero incarcerati o venduti come schiavi a Venezia. Se l’immane opera dei due fratelli di Tessalonica fu cancellata in Moravia, come detto trovò fortuna e proseguimento in terra bulgara, anche grazie al favore del sovrano San Boris Michele I, che abbracciò il cristianesimo e ne fece la religione nazionale. La vastissima attività dei discepoli di Cirillo e Metodio in questo paese diede origine alla letteratura bulgara, ponendo così le basi della cultura scritta dei nuovi grandi stati russi. Il cirillico avvicinò moltissimo i bulgari e tutti i popoli slavi al mondo greco-bizantino: questo alfabeto si componeva di trentotto lettere, delle quali ben ventiquattro prese dall’alfabeto greco, mentre le altre appositamente ideate per la fonetica slava. Ciò comportò una grande facilità nel trapiantare in slavo l’enorme tradizione letteraria greca. La nuova lingua soppiantò ovunque il glagolitico e rese celebre sino ai giorni nostri il nome del suo ideatore.

14 Febbraio 2022
+Domenico

Nostra gioia è la paternità di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6,20-26)

In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne. Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: “Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti”.

Audio della riflessione

Non è che il cristiano deve dubitare di sé quando sta bene, quasi che essere cristiani significhi soffrire, avere delle prove, essere sfortunati nella vita, sopportare ingiustizie… certo tutti cerchiamo la felicità e il Signore ci indica strade di felicità quando fa quel bellissimo discorso che noi conosciamo come quello delle “beatitudini” …

… in Luca però le beatitudini – nell’evangelista Luca – sono tre felicità e tre guai, tre consolazioni e tre messe in guardia: significa allora che non solo siamo chiamati a dare un altro significato alle nostre lacrime, alle persecuzioni, all’indigenza perché sappiamo di stare sempre a cuore a Dio, ma anche che dobbiamo avere qualche buon dubbio, quando stiamo troppo bene, o siamo troppo soddisfatti.

Basterebbe infatti fare un giro nel terzo mondo per vedere se possiamo stare tranquilli nella nostra abbondanza o se forse non ci dobbiamo fare un serio esame di coscienza per vedere se il nostro benessere – e lo è – non dipende dal malessere che il nostro mondo procura a popoli poveri e affamati; se la nostra abbondanza sfacciata non significhi una appropriazione indebita di qualcosa che è di tutti.

Il Signore ha dato la nostra terra a tutti perché ne possano godere e possano vivere felici; il mondo invece noi l’abbiamo diviso in due parti non proprio uguali: il 40% delle persone consuma l’80 % delle energie di tutti e il 60% delle persone, quindi, si deve accontentare dell’avanzo degli altri e vive di stenti e di fame.

La nostra allegria spesso è falsa, perché legata a ideali bassi, a soddisfazioni egoistiche. Vivere le beatitudini è anche questo: mettere in discussione il nostro benessere perché sia quello vero e di tutti … Beati voi poveri perché vostro è il Regno di Dio … Beati voi che ora avete fame perché sarete saziati, ma guai a voi che ora ridete perché sarete afflitti e piangerete, guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi …

Insomma, soprattutto è sempre far consistere la nostra gioia nella paternità di Dio, nell’abbandono in Lui, nella consapevolezza che a Lui stiamo a cuore come figli e che non ci può essere privazione che ci porta infelicità.

Gesù – diceva papa Giovanni Paolo II – è le beatitudini: è Lui il povero che si affida a Dio, è Lui il mite che possiede la terra, è Lui colui che è perseguitato a causa della giustizia ed è per noi la pienezza della realizzazione di ogni bene.

A Lui facciamo riferimento nelle nostre difficoltà, nelle fatiche dell’onestà e della povertà, perché Lui è sempre la nostra ricchezza e la nostra forza, Lui ci tiene aperto il cielo perché ne appaia Dio nella sua paternità e bontà senza confini, ed è Lui che si identifica con gli affitti che noi facciamo piangere, con tutte quelle persone che sono umiliate dalla nostra sicumera.

Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi, ma li fate star male!

13 Febbraio 2022
+Domenico

Sulla tua Parola, sempre e ovunque

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 5, 1-11)

In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”. Simone rispose: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: “Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore”. Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”.
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Audio della riflessione

Non v’è mai capitato nella vita di aver tentato di tutto per ottenere qualcosa e di non esserci mai riusciti? Avete valutato, studiato … vi siete confrontati, avete dato fondo a tutte le vostre furbizie, poi vi siete accorti che non erano tanto quelle che contavano, ma soprattutto ciò che vi passava nel cuore … allora avete fatto anche il passo che vi costava di più, siete andati oltre il torto subito, avete concesso ciò che non avreste mai pensato di concedere… Niente! Lei o lui o loro non si smuovono, fatica sprecata.

Il tuo progetto cambiato e ricambiato più volte resta sempre e solo un sogno: Qualche volta è la vita affettiva troncata di netto e non sai perché e rimani sola, spesso è il lavoro, molte volte la salute… ti assale allora la tentazione di lasciar perdere: non ne vale più la pena, la realtà è più forte della tua volontà o della tua fantasia …

Forse era questo lo stato d’animo degli apostoli alla fine di quella nottata di pesca: erano provetti, conoscevano palmo a palmo il fondo di quel lago, ne studiavano i venti, le basse pressioni, i movimenti delle onde capaci di riportare fuori dal letargo i pesci … ma quella notte niente! Tutta notte a buttar la rete e tutta notte a ritirare acqua.

Era proprio notte anche nei loro umori: erano amici di Gesù, Pietro il padrone delle barche, era intimo di Gesù, lo ospitava spesso a casa, si sentiva sempre riempire il cuore di gioia quando lo ascoltava.

Arriva Lui, Gesù, si fa prestare una barca proprio da Pietro: ormai serve solo da pulpito per parlare alla gente che s’accalca già dal mattino presto, quando stanno ancora riprendendo con cura reti e delusioni della notte.

“Di solito la barca io la uso per pescare, per vivere” – pensa Pietro “Gesù la usa per far prediche; così va il mondo”, pensa Pietro sfiduciato! Avrebbe potuto portargli un po’ di fortuna anche nella pesca oltre che nella sua religiosità, nella sua voglia di essere uomo onesto. Invece niente: la vita era sempre dura e la fede ne stava volentieri ai margini.

Ma Gesù è lì presente ad aiutare i suoi futuri pescatori di uomini a cambiare testa, a fidarsi di Lui, a vivere veramente di fede: “Prendete il largo, ritornate a pescare, resistete al fallimento, siate perseveranti, fidatevi di una Parola, non di una congettura o di qualche colpo di fortuna. Io non vi lascio, Io sono qui a darvi la forza necessaria per lavorare per il regno di Dio! I miei apostoli non dovranno essere dei calcolatori, ma dei fedeli, degli abbandonati nelle mani di Dio mio Padre”.

E gettarono le reti … sulla Tua parola!

Quella Parola per Pietro era già il Vangelo: era la luce degli uomini, era la forza della vita, la potenza fatta carne, era Gesù stesso … e Pietro tutte le volte che si rivolgerà in seguito alla sua Chiesa si porterà dentro questa forte esperienza di fiducia, questo sguardo alto, questo prendere il largo in ogni senso e darà alla Chiesa gli orizzonti della contemplazione e della missione. Quando sarà al timone e si vedrà debole vecchio non temerà, perché quella Parola è potente, è il Dio che non lo abbandona mai.

6 Febbraio 2022
+Domenico

Gesù entra ufficialmente nel popolo di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 22-40)

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: “Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore” – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: “Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele”.
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: “Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori”.
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Audio della riflessione

Che cosa ci aspettiamo dalla vita? Perché viviamo? Quei quattro sogni che abbiamo nel cassetto  riusciremo a realizzarli? La nostra vita è una continua ricerca che ci lascia sempre insoddisfatti o c’è un momento in cui possiamo dire di aver raggiunto con soddisfazione ciò che cercavamo?

C’è un  uomo, carico di anni, saggio, con occhio da sentinella, che sta aspettando da sempre nella sua lunga vita non qualcosa, ma qualcuno: è Simeone; nella sua lunga esistenza non ha mai smesso di aspettare … “Il Signore è fedele alle sue promesse, la sua parola è per sempre. Ci ha promesso un Salvatore e ce lo darà. Se è Dio non ci può abbandonare”. Quanti suoi amici gli avevano detto “ecco l’irriducibile, quello che continua ad aspettarsi qualcosa di nuovo da questa vita monotona e annoiata che ci troviamo a vivere. Ecco Simeone, il vecchio sognatore, che non smette di giocare all’adolescente! Dove è il tuo Dio se i pagani, i romani, ci opprimono e bestemmiano ogni giorno il suo nome con i loro riti peccaminosi?”.

Invece, quel giorno nel tempio, appare un bambino: è povero, non può essere riscattato che da due piccioni; ma è la promessa di Dio. Maria e Giuseppe restano meravigliati delle esclamazioni di questo vecchio Simeone: “ora Signore muoio in pace perché l’attesa della mia vita è compiuta. È arrivata quella luce a lungo sognata per dissipare le nostre tenebre”. Non aspettava di aumentare i suoi guadagni, ma solo di cambiare la sua attesa in presenza, il suo cercare in un trovare. Si avverava una speranza nel vedere Gesù, non ne registrava un possesso; si apriva a un dono, non si stringeva al petto un oggetto.

Quanto bisogno c’è che nella nostra esistenza ci siano anziani che non si divertono a scoraggiare i giovani con i loro lamenti – Dio non voglia – a rovinarli con le loro passioni, ma che siano capaci di tenere sempre viva la speranza! Di incoraggiare ad attendere, di tenere sempre fermo lo sguardo su un futuro diverso come Dio ci ha promesso e manterrà!

Ci sono molti, adulti e adulte, giovani e ragazze, che hanno offerto a Dio la loro vita. Sono stati accompagnati a quell’altare nella loro giovinezza perché volevano essere tutti del Signore. Erano entusiasti, ingenui forse, ma liberi e decisi. Oggi continuano ancora a contare gli anni che passano, ma a dire sempre in modo rinnovato il loro sì! Sono più poveri di quel bambino, non hanno che due piccioni che li possono rappresentare, ma hanno ancora un cuore indiviso nella castità di una scelta decisiva di Lui, nella povertà di un abbandono e di una sicurezza che vogliono trovare solo in Lui e testimoniare ai fratelli, nella decisione di fare la sua volontà costi quel che costi.

La Chiesa è ricca delle presenza di religiosi e religiose, di giovani e ragazze che vogliono dedicare la vita al Vangelo, al regno di Dio. I doni di Dio alla chiesa sono grandi: è necessario uno sforzo continuo di vita dedicata, di preghiera incessante, di gesti di fede, di amore a tutti. Tutti i giovani devono sentire che ci sono persone innamorate di Dio, instancabili nell’intercessione, capaci di vivere stili di vita povera e sobria, disincantati dalle cose e dal denaro, che si dedicano a loro, che escono dai loro calcoli e li orientano alla sorgente della vita, al Signore della vita.

Stiamo vivendo un tempo di grande difficoltà economica e soprattutto di relazioni, di salute: molti di noi perdiamo la speranza, facciamo fatica a ritornare poveri, a riabituarci all’indigenza, a cambiare stile di vita. Abbiamo bisogno di riscoprire il dono della solidarietà attraverso la nostra stessa solidarietà, della nostra compagnia, di pregare con noi per trovare fiducia in Dio, in se stessi e nella propria umanità che ha sempre da Dio risorse per superare le difficoltà della vita.

E Simeone ci fa capire che c’è sempre una spada che trapassa l’anima, ma c’è sempre Dio che ne ferma il dolore e lo cambia in speranza.

2 Febbraio 2022
+Domenico

Proibito guardare in alto

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4,21-30)

In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”. Ma egli rispose loro: “Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!””. Poi aggiunse: “In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro”. All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Audio della riflessione

Ha senso ancora oggi avere fede? Non è troppo difficile credere? E’ ancora pensabile oggi, con la capacità di introspezione e di analisi della realtà che abbiamo, rimettere la risposta ai più profondi interrogativi della vita nelle mani di una credenza millenaria, ma proprio per questo troppo arretrata per fare da guida all’uomo d’oggi? Non è ora che ci arrangiamo a trovar risposte per la nostra vita, sulla nostra pelle, senza comodamente abdicare?

La religione cristiana, si dice, ha ormai fatto il suo tempo: è servita per tenere a balia una porzione consistente di uomini che però ora sono maggiorenni e possono bastare a se stessi. Se poi apriamo il nostro orizzonte e lo allarghiamo a 360° su tutto il mondo vediamo bene che il cristianesimo deve fare i conti con altre concezioni e religioni che hanno la stessa pretesa di essere “definitive”.

Ma questo Gesù, non è il figlio di Giuseppe? Non è il solito occidentale che crede di essere il centro del mondo? Che cosa può uscire di buono da questa città di Nazareth dove tutti sanno tutto di tutti e dove Gesù, messo alla prova, non riesce ad essere prodigioso, non fa nessun miracolo, o anche solo un imbonitore come altrove si è dimostrato di essere?

E’ la saggezza di qualche uomo come Lui che deve arrestarci nella via delle ricerche, che deve bloccare le scoperte scientifiche, che deve costringere l’umanità in alcuni tabù che bloccano l’intelligenza dell’uomo?

Potrei continuare … la risposta è nell’aria: l’uomo autosufficiente ha abbandonato l’uomo di Nazareth e ha scelto i maghi, è ritornato a mettere al centro Gea, la dea terra, si nutre di x-files, e di misteri, riscopre miracoli e li crede risposte più vere, anziché delle fiction … inventa l’esoterico e alla fine si costruisce un nuovo vitello d’oro che viene controllato col Dow Jones, col Nasdaq in tempo reale.

Un po’ meno tronfi, veramente ci troviamo oggi nel mezzo di questa pandemia che mette in crisi non solo la fede, ma anche le scienze. In cambio diventano degli assoluti e si mettono al centro i pareri, i talk show, le fake news, le ideologie del tutto private e personali, inventate ad arte per confondere.

La consapevolezza che la morte è normalmente nel panorama di ogni vita, la si nasconde sempre di più, e così avviene degli ultimi interrogativi della vita: è proibito, non politicamente corretto guardare oltre.

Invece Gesù si ripropone nella sua disarmante semplicità e pretesa: “Oggi si è adempiuta questa parola che avete udita. Oggi attraverso di me i vostri interrogativi ricevono risposta, oggi ancora nonostante le grandi scoperte, che potevate fare anche prima se non vi foste applicati a costruire armi, se non aveste investito le vostre energie migliori nel farvi del male, avete bisogno di affidarvi a Dio, di guardare a quel Padre che io sono venuto a farvi conoscere”.

Oggi date voce alla vostra coscienza!

30 Gennaio 2022
+Domenico

Operatori di bene, anche se poveri

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10,1-9)

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».

Audio della riflessione

La nostra vita spesso si svolge nell’incertezza, nella approssimazione: viviamo di tentativi, di scongiuri qualche volta, di fortuna ….

Gesù invece è venuto con una decisione definitiva: lavorare per il regno di Dio e in Lui c’era una certezza incrollabile, “è vicino a voi il regno di Dio”.

Regno di Dio è una realtà che racchiude in se tutte le attese del popolo di Israele, ma anche tutte le attese dell’umanità. Quando lo udivano dalle labbra di Gesù capivano immediatamente che si trattava della loro grande speranza, della aspirazione di secoli: per loro era la fine di un incubo, la realizzazione di un sogno di popolo, incarnato in ogni famiglia, in ogni pio ebreo; era la certezza della presenza misteriosa, ma reale di Dio nella storia del popolo e di ogni persona … e Gesù voleva che tutti si orientassero a questa attesa sicura.

Anche noi credenti oggi dobbiamo avere questa certezza: non è vero che il mondo va verso il peggio, che la vita diventa sempre più impossibile, che il male è destinato ad avere il sopravvento, che stiamo andando verso la barbarie. Non è vero che ci stiamo allontanando dalla salvezza. Dio è fedele, il suo amore è senza se e senza ma. La sua promessa non è vana, non vincerà il male per quanto si faccia forte e usi tutte le astuzie per compiere la sua distruzione. Riuscissimo a vivere con questa certezza, con la consapevolezza che il Regno di Dio, che la pace, la giustizia, la felicità non sono solo promesse, ma realtà che determineranno per sempre la vita dei giusti, avremmo più fiducia nel nostro semplice e povero operare il bene.

Certo quello che vediamo ci può scoraggiare, ma abbiamo bisogno di apostoli che parlano del grande bene che c’è nelle vite donate di chi soffre, di chi lavora per la giustizia, di chi con semplicità ama i suoi figli, i suoi malati, di chi fa il suo dovere. Tante cronache dei giornali non sono sempre il diario del regno di Dio, ma solo il negativo che sta sotto un mare di bene che Dio semina in ogni creatura. Occorre andare a due a due a rinfocolare la speranza nel mondo, perchè Dio sta con noi, è presente più di quanto lo possiamo scorgere nelle pieghe della vita.

Timoteo e Tito che oggi ricordiamo sono stati fedeli servitori e annunciatori del vangelo e hanno permesso con la loro santa vita e testimonianza di superare la famosa controversia degli inizi della chiesa, cioè  se si dovevano circoncidere i pagani prima di battezzarli, cioè farli diventare ebrei e poi cristiani

Timoteo era figlio di una donna israelita e di padre gentile, cioè pagano. Egli rappresentava in qualche modo un punto d’incontro e d’intesa tra le due tendenze. Per rispetto al padre, la madre non l’aveva fatto circoncidere. Quando San Paolo giunse in Asia Minore, a Listra, patria di Timoteo, convertì la madre e battezzò il giovane, promettente figlio.

Tito, a sua volta, era proprio uno di quei pagani della Siria che, convertito da San Paolo, era entrato a far parte della Chiesa di Antiochia. Quattordici anni dopo, Paolo lo portò con sé a Gerusalemme, proprio nel momento cruciale della controversia circa il battesimo dei Gentili. L’Apostolo si oppose risolutamente alla circoncisione del cristiano di Antiochia, e Tito divenne così il vivente simbolo del valore universale del Cristianesimo, senza distinzioni di nazionalità, di razza e di cultura.

26 Gennaio 2022
+Domenico

La presenza di Gesù, qui e ora

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1, 1-4. 14-21)

Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”. Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.

Audio della riflessione

Capita a tutti nella vita di trovarsi un giorno o l’altro a rovistare tra vecchi bauli in soffitta o in qualche scatolone nel fare un trasloco e trovare un qualche album di fotografie del nonno o del papà quando erano piccoli o un plico di lettere ben conservate, quelle del nonno scritte alla nonna quando era lontano per la guerra o per il servizio militare. E’ una bella sorpresa, soprattutto diventa una forte emozione. Entri nella storia che ti precede, vieni a conoscere i sentimenti che hanno costruito la storia dei tuoi genitori e la tua stessa storia.

Del resto tutti leggiamo con curiosità i diari di qualche personaggio, proprio per entrare nel suo modo di pensare, per capire che cosa ha costruito nella sua vita. Se poi il personaggio è la persona che ci ha sempre entusiasmato o a cui ci ispiriamo per trarre indicazioni per la nostra vita allora siamo coinvolti anche spiritualmente. Oggi qui siamo messi di fronte a alcuni fatti che hanno segnato  e stanno segnando la nostra vita.

Da una parte c’è un popolo, quello antico di Israele: un popolo bastonato sempre da tutti, ma tenace. Ritorna dall’esilio, l’avevano deportato, portato via per sfruttarlo, impadronirsi delle sue risorse e dominarlo. Avevano tentato di fare pulizia etnica, distruggendone soprattutto le radici, tentando di cancellarne la memoria. Un popolo senza memoria è una massa, non ha ideali, è facilmente controllabile, conquistabile; un popolo senza una sua cultura è muto. Nella gioia del ritorno prova lo smarrimento della distruzione, ma tra le macerie del tempio trova un rotolo della Bibbia e fanno festa, trovano la loro storia, sanno da chi provengono, si sentono leggere la storia lunga dell’amore di Dio per loro, vogliono riascoltarla, farsela spiegare e si commuovono e fanno festa.

Alcuni secoli dopo un altro fatto ancora più importante caratterizza il popolo di Israele. Questa volta siamo nella routine di un sabato qualunque, una domenica qualunque diremmo noi. La gente va in Sinagoga ad ascoltare la Parola di Dio, si tira fuori dalle sue solite preoccupazioni, perché vuol alzare lo sguardo, vuol offrire alla sua mente uno squarcio di eternità. Non si adatta a vivere di rimedi, di talk show, di pubblicità. Ha bisogno di respirare aria pulita. Ci va anche Gesù e siccome è un personaggio noto e famoso, che sta facendo parlare di sé ovunque, i suoi concittadini lo incaricano di tenere la predica, diremmo noi. Legge e commenta. La scena è troppo significativa per essere ridotta a una fotografia di un avvenimento. In essa sono concentrati i simboli della maestà di Dio. Legge, tutti ascoltano, si siede. Questo sedersi è la tipica posizione dell’insegnare con autorità. Siederà alla destra del padre, siederà sulle nubi del cielo, siede a insegnare. Gli occhi sono fissi su di lui. Se Lui parla noi lo ascoltiamo.   Il parallelismo con Esdra è troppo evidente, e diventa evidente che Gesù si propone come il nuovo maestro, che mentre dice rende vero, palpabile sperimentabile quello che dice.

Definisce il regno di Dio che si sta realizzando: i sordi odono, i ciechi vedono… Questi sono segni che indicano un cambiamento radicale. Quello cui aspirate nel profondo del vostro cuore Dio lo realizza in me.  Se questo è vero dobbiamo cambiare vita e credere a questa novità assoluta: Dio è tra di noi, Dio non ci ha abbandonati, non è vero che siamo nostalgici, che siamo soli: Dio è con noi.

Questa è l’esperienza che deve vivere ogni cristiano, che dobbiamo tutti rivivere nelle nostre messe domenicali. Immaginiamo sempre che ci sia Gesù tra di noi. Lui è veramente presente, fa le nostre file ai tamponi e ai vaccini, ai cimiteri e alle RSA, Vede oltre la maschera il nostro dramma e soprattutto ci legge nel cuore e esprime sempre massima comprensione, misericordia e perdono.

Nella nostra fila di peccatori si mette pure Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 3,15-16.21-22)

In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Audio della riflessione

Quando in una famiglia nasce un bambino, c’è gioia, attesa, meraviglia, compiacenza, festa … si rinsalda la parentela, si riaccende la voglia di vivere, ci si scambiano carezze, sentimenti di bontà, si diventa più buoni …

Così è capitato a noi ancora una volta la notte di Natale: siamo stati distratti da feste e regali, ma se abbiamo avuto la possibilità di raccoglierci in famiglia davanti al presepio o in Chiesa alle celebrazioni natalizie ci è nato qualche sentimento bello di umanità, benedetta da Dio, da questo bambino che, come dicevano gli angeli ai pastori, era il segno della grande e nuova alleanza che Dio voleva di nuovo stabilire con l’umanità.

Ma, come capita in famiglia, nei giorni successivi si comincia a capire di più che significa avere un pargoletto in casa, soprattutto se è il primo, che posto deve avere, i diritti che proclama con pianti infiniti, talvolta incomprensibili … il tessuto di relazioni cambia, perché c’è una persona nuova che timidamente, ma tenacemente si impone e sconvolge le abitudini di papà e mamma che devono trovare un nuovo equilibrio. Cambiano le relazioni tra i fratellini, si costruisce un nuovo stile di vita.

Fu così anche alla nascita di Gesù: presto l’attenzione fu posta al significato della sua venuta. La festa dell’Epifania che abbiamo appena celebrato, nella liturgia ci ha snodato tutti i grandi significati di questa nascita: è stata la festa della evidenza che questo bambino è il Figlio di Dio, è il re della terra, è il centro attorno a cui gira il mondo; per gli ebrei, abituati all’attesa di un Redentore, di un Salvatore, con il segno dei re magi Gesù diventa veramente colui che è, il Re dei re, il Signore.

Non è stato facile per il popolo capirlo, tanto che alla fine lo ha crocifisso: non è facile per noi capire e passare da un dolce bambino, alla necessità che Lui sia il significato della nostra storia di uomini e di donne, del nostro continuo disobbedire a Dio che ha bisogno di salvezza, di ricucitura di offese e di insulti.

La nostra fede spesso vacilla … ma se siamo qui anche oggi significa che vogliamo rinnovarla.

Oggi appare nel racconto del Vangelo il momento solenne della dichiarazione di Dio, che questo Gesù è proprio suo Figlio, è l’atteso delle genti. E come avviene ? Nella fila di uomini pentiti e distrutti, ma desiderosi di salvezza che si fa al Giordano, nella fila dei peccatori.

Qualche anno fa, forse di più di qualche anno, facevamo anche noi la fila ai confessionali; ecco, immagino ancora questa fila e che in essa si ponga anche Gesù, non perché ha peccato, ma per dirci che sta con noi anche nei nostri cammini di conversione, anzi li conduce Lui, li riempie di misericordia, di comprensione e soprattutto di perdono.

Sorprendente e bello quello che dice Dio: questo è il mio figlio, l’agapito, l’amato, il prediletto del mio cuore.

Ecco, oggi si compie il Natale, si compie nelle nostre coscienze e si compie nelle nostre famiglie. Ci ridice che l’amore è la roccia solida su cui si basa la nostra vita, perché in esso c’è la risposta alla grande vocazione all’amore che Dio fa a tutti.

9 Gennaio 2022
+Domenico

Il nome della pace è verità per questo occorre educare alla pace

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 16-21)

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

La scena è la stessa che abbiamo contemplato otto giorni fa: lo sguardo del Vangelo è ancora e più intimamente su quella capanna dove Maria e Giuseppe si mangiano con gli occhi e con l’ardore del cuore il bambinello, dove ancora pieni di stupore i pastori, si scambiano gioia e sorpresa, pronostici e meraviglia.

Due elementi però ci invitano ad andare più in profondità: la figura pensosa di Maria e la circoncisione.

Maria si è donata completamente a Dio e fa risuonare nella profondità del suo essere della sua coscienza, che è quel luogo inaccessibile se non a Dio, in cui ognuno di noi è solo con se stesso e dove risuona il mistero del Signore. E’ madre, è attorniata dalla generosità dei pastori, è in contemplazione del figlio, vive la gioia più grande che può provare una madre, ma guarda lontano, le ritornano alla mente le parole dell’angelo, vede in quel suo figlio che sembra tutto opera sua una presenza che la colloca sui destini del mondo. Lì c’è il messia, l’atteso delle genti, lì c’è il Signore, il Kurios. Non è tempo di miracoli, di salti della natura; è tempo di lasciar fare a Dio nella normalità della vita.

Otto giorni dopo il bambino viene accolto nel popolo di Israele: è ebreo, è un primogenito, è figlio del popolo dell’alleanza e nella sua carne deve portarne il sigillo: la circoncisione.

Quando Dio ha stabilito una alleanza col popolo di Israele, quando ha promesso fedeltà senza pentimenti a un popolo che lo avrebbe sempre tradito, Dio aveva voluto che ci fosse un segno nella carne degli ebrei e questo segno ora viene inciso anche nelle carni del figlio di Dio: si è mescolato a noi,  ha preso del popolo d’Israele qualità e difetti, ma soprattutto ha assunto un nome.

Da quel giorno di duemila anni fa è il nome più invocato, scritto, detto, pronunciato: Gesù. Un nome che è una preghiera: Dio salva.

Tutte le volte che diciamo il suo nome noi invochiamo e gridiamo: Dio salvaci.

Jeshua, Jesus, Gesù è il nome che da quel giorno sarà sulla bocca di tutti coloro che lo seguiranno, che lo invocheranno come salvezza: sarà sulla bocca dei morenti come speranza ultima, sulla bocca dei malati come conforto, sulle labbra dei poveri come aiuto, nella voce dei sofferenti e degli abbandonati come compagnia e sollievo.

Purtroppo verrà anche tante volte bestemmiato, strumentalizzato, usato per coprire egoismi e dichiarare guerre sante: non per questo smetterà di essere sempre Dio che salva anche per chi gli vuole male.

E’ iniziato un nuovo anno, abbiamo già provveduto a sostituire il calendario, ad aprire la prima pagina e la Chiesa la vuol aprire sulla condizione essenziale perché possiamo ogni giorno sfogliare l’agenda, segnare con gioia il tempo che passa: la pace. E’ il primo dono del bambinello ed è ancora il più disprezzato dagli uomini. Il disprezzo è innescato dalla menzogna.

Non siamo troppo giovani per non esserci accorti, che ogni volta che scoppia la guerra siamo pilotati a parteggiare per essa da una campagna di informazioni falsa: occorre sempre prima inventare un nemico. Il nemico viene apposta ad arte dipinto come il demonio, e l’unica via possibile per bloccarlo è il ricorso alle armi; salvo poi puntualmente verificare che le informazioni erano state inventate e che l’opinione pubblica era stata ingannata da notizie false.

La falsità più pervasiva e più subdola però è l’affermazione che la guerra risolve i problemi per cui la si fa, mentre tutti sappiamo che nessuna guerra ha mai risolto problemi, ma ha creato sempre nuove ingiustizie e miseria.

Se avete buona memoria, Papa Benedetto aveva preso questo nome anche per rifarsi a Benedetto XV, il papa che più di un secolo fa diceva a tutti che la guerra è assurda, che con la guerra si perde tutto, che è una carneficina inutile sempre.

Il male ha sempre bisogno di camuffarsi, di rivestirsi falsamente di bene per diventare appetibile e al mondo esistono pianificazioni mondiali per fare questa operazione di inganno.

Come farebbero del resto i costruttori di armi a collocare i loro prodotti di morte? I giornalisti, gli uomini della comunicazione dovrebbero aiutarci a non cadere nell’inganno, ma anch’essi o sono conniventi o non sono competenti, pur sapendo che il loro mestiere è far conoscere la verità.

Il cristiano deve sbilanciarsi sempre dalla parte della pace, accoglierla dalle mani di Dio, invocarla, attuarla, difenderla, realizzarla, educare tutti alla pace. Cominciamo già dal primo giorno dell’anno ad augurarcela e a invocarla. Quel bellissimo quadretto che ci presenta il presepio oggi, quello sguardo compiaciuto di Giuseppe, la maestosa e devota presenza di Maria sono segno di sicura speranza di pace.

1 Gennnaio 2022
+Domenico